27 VOLTE IN BIANCO

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Titolo Originale: 27 Dresses
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Anne Fletcher
Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna
Produzione: Gary Barber, Roger Birnbaum, Jonathan Glickman Fox 2000 Pictures/Spygass Entertainment
Durata: 107'
Interpreti: Katherine Heigl, Ed Burns, James Mardsen, Malin Akerman

Jane, innamorata senza speranza del suo capo George, è la damigella perfetta: gentile, disponibile, carina, ha già collezionato ben 27 presenze in questo ruolo in attesa di poter avere a sua volta il suo giorno perfetto. Un giorno però la sorella minore, di ritorno dall’Europa, conquista in cinque minuti l’uomo che lei adora in silenzio da una vita e si accinge ad impalmarlo, gettando Jane nella disperazione. E i guai non sono finiti perché Kevin Doyle, giornalista specializzato in resoconti zuccherosi di nozze da sogno, desideroso di cambiare genere, ha messo gli occhi su Jane e la sua assurda collezione di matrimoni altrui…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Almeno al cinema (americano) chiedere ad una ragazza di sposarla è tornato ad essere una conseguenza ragionevole ed auspicabile dell’essere innamorati, anziché una mefistofelica lesione della sua libertà U
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una scena lievemente sensuale.
Giudizio Artistico 
 
La storia scivola senza intoppi ma anche senza vera genialità, tra addii al nubilato, vestiti improbabili e tovaglie coordinate

La sceneggiatrice de Il diavolo veste Prada e la protagonista di Molto incinta.Sulla carta 27 volte in bianco, ennesima pellicola americana a tema matrimoniale, aveva le carte in regola per guadagnarsi il titolo di romantic comedy dell’anno. E invece, purtroppo, la storia scivola senza intoppi ma anche senza vera genialità, tra addii al nubilato, vestiti improbabili e tovaglie coordinate.

La protagonista, che non sa dire di no a nessuno, nemmeno a chi le ruba il cocktail al bar, ha passato la vita ad aiutare gli altri, convinta, in fondo al cuore, che quello sia l’unico modo per farsi amare. Tutto il contrario della sorella minore, viziata e bellissima, che ci mette meno di una serata a soffiarle l’uomo che la protagonista ama in silenzio da anni, e poi a convincerlo a portarla all’altare a furia di bugie e omissioni, mentre Jane la asseconda impotente e disponibile, almeno finché non va di mezzo l’abito di nozze della mamma.

E se Jane è fin troppo infatuata di un rito in cui non è mai la protagonista (anche se sette matrimoni in un anno possono lasciare sconvolto un cinico reporter di Manhattan ma in Italia non farebbero così notizia), il reporter Kevin Doyle è del tutto contrario all’istituzione per tristi esperienze personali e allergia all’industria collegata (variante a tema delle polemiche sul consumismo di Natale e San Valentino). Ci vuol poco perché il giovanotto faccia la dovuta analisi della patologia della bella (dopo la sfilata dei suoi abiti da damigella restano pochi dubbi) e anche il pubblico fa in fretta a capire dove deve puntare, nonostante l’indubbia simpatia del principale appassionato di vette con cane al seguito.

Peccato che le battute migliori e le rivelazioni più importanti arrivino mezzora prima del prevedibile finale e per bocca di un personaggio secondario, l’arguta migliore amica di Jane che, come in Quattro matrimoni e un funerale, frequenta i ricevimenti nella speranza di rimorchiare, ma sa riconoscere una scelta sbagliata.

Naturalmente anche Jane avrà finalmente la sua cerimonia, Kevin la promozione (anche se rischierà di giocarsi la ragazza giustamente seccata di essere messa alla berlina sull’inserto speciale della domenica) e, come nelle favole, tutti se ne andranno felici e contenti. 

Fa piacere vedere che, dopo una quindicina d’anni, almeno al cinema (americano) chiedere ad una ragazza di sposarla è tornato ad essere una conseguenza ragionevole ed auspicabile dell’essere innamorati, anziché una mefistofelica lesione della sua libertà. Come fa piacere, una volta tanto sentir parlare di matrimoni che durano qualche decina d’anni senza diventare una gabbia borghese.

Rispetto al suo film precedente, però, sceneggiatrice, non più sorretta dall´idea del romanzo, fatica a trovare un dilemma davvero interessante. E anche se le sue protagoniste confermano la tendenza a farsi schiavizzare da altre figure femminili dominanti, qui la morale appare nello stesso tempo più facile e più banale. Perché a tutti fa piacere pensare di essere troppo generosi e sperare che prima o poi arrivi il principe azzurro non solo a portarci all’altare ma anche a dirci che siamo state buone abbastanza. Forse ci vuole qualcosa di più di una sbronza e di un karaoke per liberarsi dell’ossessione di una vita.

Autore: Laura Cotta Ramosino


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