I DEMONI DI SAN PIETROBURGO (F. Olearo)

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Titolo Originale: I DEMONI DI SAN PIETROBURGO
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Giuliano Montaldo
Sceneggiatura: Paolo Serbandini, Monica Zapelli, Giuliano Montaldo da un’idea di Andrei Konchalowsky
Produzione: Elda Ferri per Jean Vigo Italia/Rai Cinema
Durata: 118'
Interpreti: Miki Manojlovic, Carolina Crescentini, Anita Caprioli, Roberto Herlitzka

San Pietroburgo 1860. Fjodor Dostojevskij è in un momento buio della sua vita. Un contratto capestro lo lega all’editore Stellowski e lo obbliga a completare un nuovo romanzo nell’arco di cinque giorni. A complicare le cose le rivelazioni fattegli da Gusiev, un giovane rivoluzionario ricoverato in un ospedale psichiatrico, che gli annuncia un prossimo attentato contro il granduca. Stretto tra l’urgenza letteraria (lavoro in cui lo affianca la devota stenografa Anna, poi divenuta sua moglie) e il tentativo di scongiurare l’attentato da parte di giovani d cui un tempo condivideva gli ideali, Dostojevskij attraversa un doloroso percorso di riflessione sul suo passato.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il giusto slancio ideale e i rischi dell’intolleranza: la predominanza dell’aspetto “politico” taglia fuori un approfondimento reale dell’interiorità di Dostojevskij, del suo profondo senso religioso
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di tensione e violenza. Una rapida scena di nudo integrale
Giudizio Artistico 
 
Le belle interpretazioni degli attori non bastano a compensare una scelta stilistica e di contenuti che condanna la pellicola ad essere “solo” un riuscito affresco d’epoca che manca il cuore del personaggio Dostojevskij

Il giusto slancio ideale e i rischi dell’intolleranza: questi i temi che il regista-autore Giuliano Montaldo (esperto di biografie storiche – Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno- e adattamenti letterari – Il tempo di uccidere da Flaiano) decide di esplorare attraverso la vicenda di un uomo-narratore che nelle sue opere (e nella sua vita) ha più volte e con doloroso realismo affrontato queste questioni.

Produzione importante anche sotto l’aspetto produttivo (pure se la se Pietroburgo è ricostruita nei palazzi sabaudi del Piemonte, che per altro, per comunanza di architetti, rendono perfettamente la solennità richiesta), il film di Montaldo non nasconde il suo intento di riflessione alta, ambiziosa, forse un po’ troppo astratta per cogliere fino in fondo la complessa umanità del suo protagonista.

Recuperato il passato di aspirante rivoluzionario di Dostojevskij attraverso alcuni flashback, il racconto si concentra sul rapporto (per lungo tempo a distanza) tra un uomo che ha maturato il rifiuto delle violenze utopistiche attraverso la sofferenza (la finta fucilazione e poi l’esilio in Siberia) e i giovani rivoluzionari guidati da una misteriosa leader (Anita Caprioli) decisi a fare il bene del popolo (che non conoscono) a prezzo del sangue.

Purtroppo se da una parte questa opposizione viene declinata in modo fin troppo “teatrale” (impressione accresciuta anche dai tesi confronti con il personaggio dell’”inquisitore” impersonato da Roberto Herlitzka) per coinvolgere realmente lo spettatore, la predominanza dell’aspetto “politico” taglia fuori un approfondimento reale dell’interiorità di Dostojevskij, del suo profondo senso religioso (ma anche l’intensità commovente del rapporto con la stenografa Anna), mentre il peso della scadenza letteraria compare solo a tratti come meccanismo di time lock in definitiva estraneo al resto del racconto.

Il dubbio del romanziere di essere stato un cattivo maestro per le nuove generazioni resta sospeso in un giudizio tutto sommato rinunciatario nei confronti dell’opera artistica, che si eleva oltre l’impulso dell’azione (rivoluzionaria), ma è nei confronti di quest’ultima in definitiva impotente ed estranea.

Le belle interpretazioni degli attori non bastano a compensare questa scelta stilistica e di contenuti che condanna la pellicola ad essere “solo” un riuscito affresco d’epoca che manca il cuore del personaggio Dostojevskij preferendo illuminare un tema più astratto che, però, risulta proprio per questo meno umanamente rilevante nonostante i sottintesi riferimenti al presente.

Autore: Franco Olearo


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