INDIANA JONES E IL REGNO DEL TESCHIO DI CRISTALLO

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Titolo Originale: Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: David Koepp
Produzione: Amblin Entertainment e Lucas Film Ltd
Durata: 125'
Interpreti: Harrison Ford, Karen Allen, Cate Blanchett, Shia LaBoeuf

Siamo nel 1957 e il professor Jones non riesce a stare lontano dalle avventure e dai guai. Agenti russi guidati dalla glaciale Irina Spalko (la Blanchett) sono alla ricerca del mitico Teschio di cristallo che secondo la leggenda potrebbe mettere nelle loro mani un enorme potere. Per trovarlo contano sulla collaborazione non proprio volontaria del nostro archeologo. Ma non hanno fatto i conti con le risorse di Indy, né con l’‘inaspettata alleanza con un giovanotto intraprendente di nome Mutt, il figlio di una donna a cui il nostro eroe tiene molto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se rispetto a L’ultima crociata e a L’arca perduta (che pur aprivano anche ad una dimensione più propriamente metafisica), resta vivo, accanto al legittimo amore per la conoscenza, il senso del mistero.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di tensione e qualche elemento horror che potrebbero spaventare i più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
Molte finezze di scrittura caratterizzano una storia dall’ottimo ritmo

Erano ormai quasi vent’anni (era il 1989 quando Indiana Jones affrontava la sua Ultima crociata al fianco del vecchio padre – Sean Connery, purtroppo assente in questo nuovo episodio) che i fan aspettavano il ritorno dell’archeologo avventuriero. Più di Rambo e Rocky, almeno quanto i personaggi di Guerre stellari (le uniche altre saghe cinematografiche paragonabili per fama e successo di pubblico), Indiana Jones è entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo con le sue spettacolari avventure in cui non manca mai qualche acuta caratterizzazione psicologica e una certa profondità tematica che fa da sfondo alle pittoresche avventure da un capo all’altro del mondo.

In questa nuova pellicola l’ormai sessantenne professor Jones (che riconosce senza timore ed anzi con un pizzico di malinconico compiacimento il passare del tempo) non teme la concorrenza di emuli di vario successo come il Rick O’Connell de La Mummia e il Ben Gates dei vari misteri dei Templari (vedi recensione de Il mistero delle pagine perdute).

Dalla sua, infatti, non ha solo l’arma di un’ironia (che è prima di tutto autoironia) tagliente, ma anche la capacità degli autori di costruire un racconto accattivante, riempiendolo di affettuose citazioni dalle prime tre pellicole della saga, ma anche dagli altri titoli della premiata coppia Spielberg & Lucas (quest’ultimo autore del soggetto e produttore).

Se il mito di Indiana Jones si è nutrito nei capitoli passati della sua suggestiva ambientazione anni Trenta, con il suo corollario di nemici al servizio della svastica e di un solido sfondo fornito dal riferimento alla tradizione giudaico cristiana (l’Arca dell’alleanza e il Sacro Graal), Il regno del teschio di cristallo compie un deciso salto in avanti (siamo nel 1957, epoca di corse in macchina e brillantina, ma anche di esperimenti nucleari, maccartismo e Guerra Fredda), scegliendo il suo mistero da svelare nell’incrocio tra due ossessioni che non hanno perso popolarità anche ai nostri giorni: antiche civiltà precolombiane e vite aliene.

Falce e martello sostituiscono la svastica, ma resta comune l’identificazione assai acuta del nemico nei totalitarismi pronti a cedere alla superstizione in cambio del potere. E se la supercattiva Irina Spalko deve molto alle donne letali dei film di James Bond, è pur vero che Spielberg & C. lavorano con intelligenza a livello visivo e tematico sull’opposizione tra l’autentico ed equilibrato desiderio di conoscenza del protagonista e la caccia spietata scatenata dai Sovietici per impadronirsi di un potere che dovrebbe consentire loro di controllare le menti degli avversari. Un potere che non a caso è custodito da entità dotate di una mente collettiva.

Sono queste solo alcune delle finezze di scrittura che caratterizzano una storia dall’ottimo ritmo che trova però il suo cuore più autentico nelle dinamiche familiari che coinvolgono il coriaceo archeologo (ma è un duro dal cuore tenero, come dimostra facendosi giocare dal suo compagno d’avventura), il giovane Mutt (un ottimo Shia LaBoeuf che saggiamente si presta a fare da spalla in attesa di raccogliere, forse, il testimone) e la rediviva Marion Ravenwood, unico vero amore del fascinoso Indy.

Se già il confronto tra il maturo e un po’ acciaccato Jones e il giovane Mutt in versione simil Brando fa scintille, è proprio quando in scena compare Karen Allen che il film decolla, grazie ad un susseguirsi di scambi in stile screwballcomedyche delizieranno i fan di lunga data senza però lasciar fuori le nuove generazioni di spettatori.

Il film, infatti, ha il merito di trovare un felice equilibrio tra la celebrazione di un mito e la necessità di rinnovarlo aprendo la strada alla continuazione del brand.

Per una volta, comunque, l’operazione, che è senza dubbio anche commerciale, sembra animata da un autentico attaccamento alla materia, meno contabilistico calcolo di marketing e più ritorno ad un amore mai dimenticato in cui Lucas e Spielberg, produttori di successo, possono unire le loro forze di autentici e appassionati narratori.

Interessante anche il tema scelto: la conoscenza piena come tesoro supremo (ma anche suprema tentazione che, come anche nei capitoli precedenti, comporta rischi mortali) è il punto di arrivo del viaggio attraverso i continenti, un culmine che dà corpo per l’ennesima volta all’ossessione spielberghiana per le “visite” da altri mondi.

E se gli E.T. in salsa maya sembrano un sostituto un po’ misero (o forse solo un po’ pacchiano) rispetto agli antichi reperti de L’ultima crociata e de L’arca perduta (che pur nella semplificazione hollywoodiana aprivano anche ad una dimensione più propriamente metafisica), resta però vivo, accanto al legittimo amore per la conoscenza, il senso del mistero.

Alla russa Spalko che lo accusa di non aver abbastanza fede per compiere l’ultimo passo, così come accadeva di fronte al possesso del calice capace di dare la vita eterna o al mistero letale dell’arca perduta, il saggio Indiana Jones oppone così un buon senso consapevole del limite umano che non si fa abbagliare dal luccichio dell’oro, ma nemmeno dall’utopia della conoscenza assoluta.

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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