FAI BEI SOGNI

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Titolo Originale: Fai bei sogni
Paese: ITALIA/FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Valia Santella, Edoardo Albinati e Marco Bellocchio,
Produzione: IBC MOVIE, KAVAC, RAI CINEMA, AD VITAM
Durata: 133
Interpreti: Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Barbara Ronchi, Nicolò Cabras, Dario Del Pero

Torino. La notte di Capodanno del 1970 succede qualcosa in casa del piccolo Massimo che, dopo aver dato la buonanotte ai genitori, si addormenta sereno. Il bambino, nove anni, è svegliato di soprassalto da grida e rumori; scopre nel corridoio di casa due uomini che sorreggono suo padre, che pare sconvolto, e incontra gli zii che premurosamente lo invitano a seguirlo a casa loro. La mattina dopo gli viene detto che la mamma sta male ed è ricoverata in ospedale. Il giorno successivo ancora, però, un sacerdote rivela a Massimo che la donna è morta, e che bisogna partecipare al suo funerale. Per il piccolo, chiaramente, è uno shock, anche perché – per tutta la vita – al dolore dell’assenza materna si aggiunge un vago alone di mistero che ne circonda la scomparsa. Massimo cresce, diventa un giornalista di successo, gira il mondo, diventa popolare ma non cesserà mai di cercare lo sguardo di amore che dai nove anni in poi gli è stato sottratto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta vari argomenti, su tutti la difficoltà di comunicazione tra generazioni, l’elaborazione del lutto, il tabù della morte, lo sguardo sull’infanzia, l’insostituibilità della figura materna, né manca un’apertura al trascendente e la positiva presenza di due figure di sacerdote
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione psicologica
Giudizio Artistico 
 
Stilisticamente, il film convince poco: Bellocchio è come frenato sia nella potenza visiva sia nelle associazioni narrative

È una insolita escursione in territori “stranieri”, nel genere accidentato della “autobiografia di un altro” questo film di Marco Bellocchio. Non che il regista piacentino non abbia ritrovato alcuni temi ricorrenti nel suo cinema adattando il best-seller del giornalista Massimo Gramellini (così li riassume nelle note di produzione: “la famiglia, la mamma, distrutta anche materialmente […], il babbo, la casa dove si svolge la metà del film, la casa in epoche diverse, trent’anni almeno, nei quali l’Italia cambia radicalmente… e la vediamo l’Italia che cambia proprio anche dalle finestre di casa”). Però – rispetto al vessillo sbandierato nel celebre I pugni in tasca del 1965 e poi in moltissimi altri suoi film – la famiglia diventa un oggetto diverso, da maneggiare con più cura e delicatezza. È un Bellocchio senz’altro meno ideologico quello che affida alle immagini – comunque angosciose e cupe – di questo Fai bei sogni una storia che parla dell’incessante ricerca di uno sguardo materno da parte di un uomo ferito, privato dei suoi affetti più cari sin dall’infanzia, che diventando adulto impara a scoprire i contorni, la profondità del proprio dolore, fino a un principio di cambiamento che passa attraverso la scoperta della verità.

Il film affronta vari argomenti, su tutti la difficoltà di comunicazione tra generazioni, l’elaborazione del lutto, il tabù della morte, lo sguardo sull’infanzia, l’insostituibilità della figura materna. Non è un caso che tra gli sceneggiatori ci sia Valia Santella, che già aveva collaborato con Nanni Moretti e Francesco Piccolo allo script di Mia madre. Per fedeltà al testo di partenza, o semplicemente ai fatti, c’è perfino (diciamo perfino, data la conclamata idiosincrasia di Bellocchio per certi argomenti) un’apertura al trascendente. Senz’altro solo formale e non anche reale, vissuta. Eppure la Chiesa – verso cui l’autore, per usare un eufemismo, non è mai stato tenero – è rappresentata senza le consuete forzature e, per una volta, nel suo ruolo reale di accompagnatrice dell’essere umano verso la comprensione del suo destino: è un sacerdote l’unico che, nei primi giorni dopo la morte della mamma, fa un tentativo di dire la verità al piccolo Massimo. Ed è ancora un sacerdote, interpretato con classe e gigioneria da Roberto Herlitzka, a guidare i pensieri del bambino lungo un itinerario che abbraccia la fede nei suoi contenuti più semplici e insieme profondi.

Stilisticamente, però, il film convince poco: Bellocchio è come frenato sia nella potenza visiva sia nelle associazioni narrative, che rendono (quasi) ogni sua opera un’esperienza artisticamente elegante, in cui immergersi. Se è un bene che la psicanalisi non prenda il sopravvento sull’intellegibilità del racconto, il continuo andirivieni temporale sfilaccia la narrazione togliendole intensità. Il film sembra patire gli stessi difetti di Venuto al mondo di Sergio Castellitto, un altro adattamento di un romanzo che cercava di tenere nella stringata durata del film l’evolversi di una vita intera, con salti tra il passato e il presente, verità nascoste, guerre in Bosnia (non starà diventando un cliché?) e guarigioni interiori. Altre cose non funzionano nel film di Bellocchio (cade la credibilità della finzione nell’incontro tra Massimo adulto e suo padre, interpretato da un attore chiaramente più giovane di lui, truccato malissimo) e stavolta anche i sostenitori oltranzisti del regista hanno avuto da ridire.

Un film interessante, comunque, che registra un tentativo – da parte di un autore intellettuale solitamente impegnato e “arrabbiato” – di raccontare una storia universale che possa parlare al cuore di chiunque. Un tentativo riuscito a metà. 

Autore: Raffaele Chiarulli


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