L'ESTATE ADDOSSO (Maria Chiara Oltolini)

Titolo Originale: L'estate addosso
Paese: ITALIA/USA
Anno: 2016
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino e Dale Nall
Produzione: INDIANA PRODUCTION, CON RAI CINEMA
Durata: 103
Interpreti: Brando Pacitti, Matilda Lutz, Joseph Haro, Taylor Frey

Marco è rassegnato a trascorrere l’estate della Maturità in una Roma monotona e solitaria, quando riceve tremila euro per un infortunio: è l’occasione per far visita a Vulcano, un amico che studia in California. Ma ad accompagnarlo sarà Maria, la ragazza più bigotta della scuola, per nulla entusiasta alla prospettiva di convivere con Marco e gli amici di Vulcano, Paul e Matt, una coppia gay di San Francisco…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film non ci risparmia gli stereotipi più deteriori: i genitori come macchiette di contorno (o, viceversa, giudici inflessibili); l’inadeguatezza della religione (ridotta a meccanici segni della croce e Madonne dal volto scrostato), il tutto all’insegna di una grande confusione sessuale
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene sensuali, una scena di sesso, linguaggio a volte volgare.
Giudizio Artistico 
 
Il film è tecnicamente ben girato ma si presenta come un lungo spot pubblicitario, visivamente piacevole ma inconsistente sul piano dei contenuti All’incoerenza delle scelte narrative si somma una caratterizzazione dei protagonisti frettolosa e superficiale, pur supportata da un cast di attori che fanno bene il loro lavoro

L’estate addosso esplora il tema del passaggio dall’adolescenza alla giovinezza di due diciottenni. Scuola e famiglia restano sullo sfondo, mentre una vacanza in America si fa pretesto per mostrare lo sdoganamento ideologico di un mondo dove tutto è possibile e non esiste il concetto di normalità. Marco e Maria vengono presto sedotti dal fascino di San Francisco e degli stessi Paul e Matt, crogiolandosi nella libertà senza confini del Golden State: è l’estate “bellissima e crudele” di Muccino (e di Jovanotti, curatore della colonna sonora del film), una stagione di cui la macchina da presa restituisce uno sguardo morbido e avvolgente, quasi da videoclip.

Se le atmosfere in bilico tra nostalgia e languore strizzano l’occhio agli adolescenti, il resto del pubblico non può che prendere le distanze da una storia che appare piatta e poco originale. Due ragazzi vanno in California per incontrare un amico, ma passano il tempo in compagnia di una coppia gay appena conosciuta - che li trascina in una girandola di feste scatenate, corse sulla spiaggia e racconti attorno al fuoco, senza contare un viaggio last minute a Cuba - da cui comunque si separano in fretta per trasferirsi a New York, rientrare in Italia e dirsi addio. La trama, già di per sé esile, stenta a ingranare, adagiandosi sui ritmi blandi di un secondo atto sostanzialmente statico, per poi accelerare nel terzo e concludersi con un desolante ritorno allo status quo.

All’incoerenza delle scelte narrative si somma una caratterizzazione dei protagonisti frettolosa e superficiale, pur supportata da un cast di attori che fanno bene il loro lavoro. Marco incarna il prototipo del giovane Werther, eppure dei suoi ‘dolori’ (dalla morte del cane, all’inizio del film, alla passione non ricambiata per Maria) ci interessa poco, perché ignoriamo cosa desideri davvero, così come i punti deboli e le qualità del ragazzo. Se Marco appare insipido e privo di mordente, Maria non se la cava certo meglio. La cosiddetta “suora” della scuola, con tanto di camicie accollate e occhiali da intellettuale, dovrebbe rappresentare l’emblema della ragazza proterva sulla soglia di un cambiamento. Peccato che i suoi atteggiamenti siano talmente antipatici da polverizzare qualsiasi forma di empatia, declassandola a caricatura inverosimile - e abbastanza offensiva - di un cattolicesimo esclusivamente omofobo e retrivo.

Stupisce che il regista abbia definito L’estate addosso un “romanzo di formazione”, quando è evidente che i suoi personaggi non maturano, o subiscono metamorfosi così repentine da perdere ogni aura di credibilità. Ad esempio, a Maria basta una passeggiata nel parco, circondata da coppie di omosessuali ridenti con prole a seguito, per convertirsi da severa fustigatrice dei costumi a messalina fascinosa e disinibita (non nuoce che, sotto i suoi panni da educanda, la ragazza celi un fisico da modella). Lo schema della coppia nata dal contrasto avrebbe potuto regalare qualche guizzo in più, però tra i protagonisti non c’è alcuna tensione, mentre le loro schermaglie si susseguono in modo ripetitivo e prevedibile sino all’anticlimatico distacco finale.

Sceneggiatura vuole che la nostra simpatia vada piuttosto ai comprimari, Matt e Paul. Gran parte del film esalta proprio l’anticonformismo della loro esistenza romantica e sopra le righe, in un limbo di felicità e perfezione, tanto allettante quanto inconciliabile con la vita reale. Del resto, è difficile prendere sul serio due americani con alle spalle un passato da soap (Paul è il fratello minore della ex fidanzata di Matt), che trascorrono le giornate tra party, maneggi e gite in barca a vela, peraltro accompagnandosi a due teenager. Tra i quattro si instaura un rapporto incrociato fatto di sentimenti carezzevoli e indefiniti, con Paul che, spinto da Marco, abbandona la poltrona dell’ufficio per dedicarsi ai cavalli (altro punto a favore della verosimiglianza!), mentre Maria e Matt, gli unici a tradire una qualche alchimia, si scambiano pillole di saggezza peregrinando tra ristoranti e bancarelle, in un rituale sempre più simile al corteggiamento (finché Matt non si ricorda di essere omosessuale).

Dove il film fallisce clamorosamente è nella creazione di un assetto valoriale valido e condivisibile, dibattendosi invece nella melassa del teen drama, che dispensa elucubrazioni degne di Dawson’s Creek, e non ci risparmia gli stereotipi più deteriori del genere: i genitori come macchiette di contorno (o, viceversa, giudici inflessibili); l’inadeguatezza della religione (ridotta a meccanici segni della croce e Madonne dal volto scrostato) a spiegare i disagi della modernità; la coppia gay alternativa e scanzonata, composta dal tipo intraprendente (Paul) e da quello insicuro (Matt); e soprattutto l’idealizzazione del clan giovanilistico e dei suoi poligoni affettivi, all’insegna della confusione sessuale (Matt bacia Maria, e poi torna tra le braccia di Paul, perché “le donne gli piacciono, ma gli uomini gli piacciono di più”; Maria “vuole bene” a Marco, e fa sesso con un amico a New York perché “almeno così sa cosa si prova ad avere un orgasmo”).

In conclusione, L’estate addosso è un film tecnicamente ben girato, soprattutto tenendo conto della produzione low budget, ma una confezione elegante non è sufficiente a lasciare il segno se la trama langue e i personaggi mancano di carisma (tanto più che il doppiaggio è quasi interamente in lingua inglese, una scelta che penalizza il coinvolgimento da parte del pubblico italiano). Al posto di un lungometraggio, si ha come l’impressione di avere a che fare con un lungo spot pubblicitario, visivamente piacevole ma inconsistente sul piano dei contenuti. Spiace che quella che avrebbe potuto essere una bella storia sulla crescita e la ricerca di sé, sappia offrirci soltanto una sequela di emozioni epidermiche, spacciandole per il ritratto realistico di una generazione che, fuori dalla sala, è probabile si scrolli di dosso questi 103 minuti come granelli di sabbia dopo una giornata al mare. 

Autore: Maria Chiara Oltolini


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