RACHEL STA PER SPOSARSI

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Titolo Originale: Rachel Getting Married
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Jonathan Demme
Sceneggiatura: Jenny Lumet
Produzione: Clinica Estetico/Marc Platt Productions
Durata: 113'
Interpreti: Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt, Mather Zickel, Debra Winger

Kym Buchmann, giovane ex tossicodipendente, ottiene un permesso di tre giorni dalla clinica di riabilitazione in cui è ricoverata per partecipare al matrimonio della sorella Rachel. I modi aggressivi e taglienti di Kym logorano la pazienza della dolce Rachel, che si vede rubare la scena dalla sorella, e fanno riemergere a poco a poco i traumi e i conflitti sepolti della famiglia, tra cui la morte del fratellino, di cui Kym era stata responsabile.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film appare come una progressiva dolorosa immersione in conflitti familiari mai del tutto risolti ma c’è lo spazio di ritrovare la speranza, di costruire sopra le macerie, di scoprirsi responsabili dei propri congiunti al di là di recriminazioni e risentimenti.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e una breve scena a contenuto sessuale.
Giudizio Artistico 
 
Nonostante qualche lungaggine e l'uso continuo della camera a mano che potrebbe risultare faticoso per una parte del pubblico la storia ha il sapore e il ritmo della vita vera Molto brava la Anne Hathaway

Jonathan Demme ritorna alle storie di “finzione” dopo alcune esperienze di documentari biografici, di cui conserva per certi versi lo stile, con la camera a mano costantemente in movimento a pedinare i personaggi, in un modo indiscreto e drammatico, che potrebbe risultare faticoso, almeno all’inizio, per una parte del pubblico.

Come potrebbe risultare decisamente disturbante la ex tossica pungente e arrabbiata Kym (Anne Hathaway, molto lontana dalla dolcezza e ingenuità della sua prova ne Il diavolo veste Prada), che è la vera protagonista della storia a dispetto del titolo.

Di primo acchito si teme di trovarsi di fronte ad una di quelle storie di famiglie borghesi sotto la cui superficie amabile si nascondono drammi, ipocrisia e disastri, di cui il cinema, americano e non, sembra negli ultimi anni non saper fare a meno. Certamente di drammi sopiti e di conflitti la famiglia Buchmann (due figlie che più diverse non si può e due genitori separati con nuovi compagni) ne ha da vendere. A partire dalla tossicodipendenza di cui Kym, ex modella, sta cercando di liberarsi in una clinica specializzata, ma soprattutto dalla morte del figlio più piccolo, in un incidente automobilistico provocato dalla stessa Kym, cui, contro ogni buon senso, era stato affidato nonostante i suoi problemi di droga.

La preparazione della cerimonia di nozze e la riunione di famiglia portano inevitabilmente a galla questo passato doloroso e le questioni in sospeso nel rapporto tra le due sorelle (la paziente e responsabile Rachel, che tuttavia, come il fratello obbediente della parabola, non può fare a meno di risentirsi dell’inesauribile condiscendenza mostrata dai genitori e da tutto l’entourage verso la sua sorella “prodiga” e problematica). La pellicola di Demme, scritta dalla figlia del regista Sidney Lumet, appare come una progressiva dolorosa immersione in conflitti mai del tutto risolti, attraverso scene ottimamente costruite e scelte narrative sanamente imprevedibili. La violenza verbale (e qualche volta anche fisica) tra Kym e Rachel, e poi tra Kym e sua madre, colpisce profondamente, ma sembra anche l’unico mezzo per riaprire una ferita, che potrà così, prima o poi (il finale è doverosamente aperto) risanarsi.

Così, alla fine, nonostante tutto, c’è lo spazio, almeno per qualcuno, di ritrovare la speranza, di costruire sopra le macerie, di scoprirsi responsabili dei propri congiunti al di là di recriminazioni e risentimenti. E alla fine, la partenza di Kym verso la riabilitazione non è priva di una speranza che è tutto fuorché ingenua.

La bella sorpresa è che questo “viaggio” offre anche numerosi momenti di commedia e di alleggerimento (soprattutto nel rapporto che si istaura tra Kym e il testimone dello sposo, lui pure un ex alcolista), di bella musica (cui il regista deve essersi parecchio affezionato, visto che si prende i suoi tempi). Insomma, una storia che ha il sapore e il ritmo della vita vera e che, nonostante qualche lungaggine (ma chi non ha avuto i suoi momenti di noia nei festeggiamenti dei matrimoni alzi la mano…), lascia in bocca il sapore delle cose autentiche.

Autore: Franco Olearo


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