UN MATRIMONIO ALL'INGLESE

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Titolo Originale: Easy Virtue
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Stephan Elliott
Sceneggiatura: Sheridan Jobbins e Stephan Elliot (da un testo teatrale di Noel Coward)
Produzione: Ealing Studios/Endgame Entertainment/Odissey Entertainment/BBC Films/Fragile Film/Joe Abrams Productions/Prescience Productions Partnerships
Durata: 95''
Interpreti: Ben Barnes, Jessica Biel, Colin Firth, Kristin Scott Thomas Genere: Commedia

Il giovane John Whittaker, rampollo di una rispettabile anche se non più molto benestante famiglia inglese, torna da un viaggio in Francia con una sorpresa: una nuova affascinante consorte, Larita, americana, sedicente vedova di un anziano milionario con qualche segreto nel suo passato. Le stravaganti abitudini e lo spirito moderno della ragazza non ci mettono molto a cozzare con le abitudini di famiglia, e soprattutto con quelle di Veronica, madre di John, che aveva per lui ben altri piani. Tra scontri al vetriolo e disavventure tragicomiche tra nuora e suocera si giungerà ad un inevitabile confronto che coinvolgerà tutta la famiglia e il vicinato.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un altro film a favore dell'eutanasia: sotto la patina della commedia e del sorriso, il film nasconde un nichilismo terribile, il ghigno di un teschio sotto il velo del pagliaccio.
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene sensuali, linguaggio volgare, un soggetto moralmente discutibile
Giudizio Artistico 
 
Lo sceneggiatore ha proceduto a un drastico (e discutibile) aggiornamento della pièce originale

Accolto e salutato molto positivamente dalla critica, Matrimonio all’inglese (pessima traduzione italiana dell’originale easy virtue, espressione molto britannica per definire la scarsa moralità della protagonista, l’equivalente del nostrano e demodé “donna di piccola virtù”) è un adattamento assai libero di una pièce teatrale di Noel Coward già portata sullo schermo (ma ai tempi del muto) dal grande Alfred Hitchcock. Lo sceneggiatore e regista Elliott (già autore di Priscilla La regina del deserto: non a caso un certo penchant per le situazioni comico grottesche e il travestimento si nota anche qui) ha deciso di dare una “botta di vita” al testo del drammaturgo. Non solo riempiendolo di musica jazz e di situazioni a tratti divertenti ma che ricordano più la commedia scollacciata americana che quella sofistica inglese (Larita si siede per errore sul cagnetto della suocera uccidendolo e si trova a dover nascondere in ogni modo l’accaduto, i due sposini vengono sorpresi nudi e in effusioni dalla famiglia e dai vicini in gita per la campagna, ecc).

Il contrasto tra la rigidità della famiglia di origine di John, imprigionata in un orgoglio di casata che non ha più alcuna ragione di esistere e in un mondo di affetti congelato dalla pruderie e da un malinteso senso di decenza, e la vitalità “amorale” ma sostanzialmente positiva della bella Larita non potrebbe essere più stridente. Tanto più che la famiglia, e la madre Veronica prima degli altri, ha atteso il ritorno di Ben vedendo in esso la possibilità di una ricostituzione della solidità famigliare (e non solo dal punto di vista patrimoniale), mentre Larita, rappresentante di un sistema nuovo che vede nel suo centro non più la famiglia ma la coppia, vorrebbe starsene a Londra dove più facilmente potrebbe guadagnarsi da vivere con il suo mestiere di pilota automobilistica.

Mentre John appare diviso e sostanzialmente bloccato tra le esigenze del vecchio e del nuovo mondo, Veronica è decisa ad una lotta senza quartiere con l’intrusa, e le sorelle di John sono alternativamente attirate e respinte dalla novità, Larita trova un inaspettato alleato nel disilluso padre del marito, unico sopravvissuto del paese alle trincee, recuperato dalla moglie in un bordello francese (è il segreto di famiglia), ma ormai morto dentro e capace solo di commenti cinici e distruttivi di fronte ai tentativi della moglie di far funzionare casa e famiglia.

Proprio l’abdicazione da parte di lui al proprio ruolo di sostegno ha fatto sì che le speranze della moglie si concentrassero sul giovane rampollo e proprio per questo l’intromissione di Larita appare tanto grave ai suoi occhi. Ma è proprio qui che lo sceneggiatore ha proceduto al più drastico (e discutibile) aggiornamento della pièce originale:  il segreto della mogliettina americana, che era un divorzio impresentabile, diventa qui la “soppressione caritatevole” dell’anziano marito malato terminale di cancro.

Dato che la ragazza è il centro morale della vicenda, oltre che senza dubbio il personaggio più affascinante della pièce, il rischio è che il pubblico finisca acriticamente per aderire alla sua concezione di amore, che al sacrificio per la persona amata sostituisce il sacrificio della medesima.

Tanto più che il gesto di Larita si presenta come speculare a quello fatto un tempo da Veronica strappando sostanzialmente il consorte ad una sorta di lento suicidio per dissoluzione e oppiacei durante il suo esilio francese.

Questa inutile testardaggine di attaccarsi ad una vita che in realtà non è più già tale, sembra dirci Elliott (e ci conferma il signor Whittacker, scegliendo nel finale di andarsene con la nuora verso un destino ignoto) porta solo dolore e sofferenza, mentre un gesto nobile e affettuoso, pur se condannato dalla società, sarebbe il sigillo del vero amore.

Non si può non pensare alle tante attuali polemiche su eutanasia e affini e ci si chiede se sia un destino inevitabile questa continua e pervicace imposizione da parte di una certa intelligentsia che domina i media, di tesi che cozzano con il buon senso e il cuore della gente comune, nel tentativo di normalizzare, sotto la patina della commedia e del sorriso, un nichilismo in realtà terribile, il ghigno di un teschio sotto il velo del pagliaccio.

Autore: Franco Olearo


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