REVOLUTIONARY ROAD

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Titolo Originale: Revolutionary Road
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Justin Haythe dal romanzo omonimo di Richard Yates
Produzione: Scott Ridin, Sam Mendes, John Hart, Bobby Cohen, Gina Amoroso per BBC Films/Evadere Entertainment/Neal Street Production
Durata: 121'
Interpreti: Kate Winslet, Leonardo Di Caprio, Kathy Bates

Frank e April, brillanti aspiranti intellettuali all’indomani della II guerra mondiale, si sono sposati sull’onda della reciproca attrazione, convinti di riuscire a restare fedeli a se stessi pur vivendo in una società borghese che disprezzano. Dieci anni e due figli dopo, l’energia e i sogni sembrano scomparsi, litigi e recriminazioni sembrano sul punto di far esplodere la coppia, almeno finché April ha l’idea di mollare tutto per trasferirsi a Parigi e cominciare una vita diversa e più in linea con le aspettative della giovinezza. Ma forse Frank non è poi così felice di lasciare la sicurezza di un lavoro noioso, ma remunerativo... A complicare le cose ci si mette poi una gravidanza imprevista che fa esplodere la tragedia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film profondamente nichilista dove manca ogni traccia di positività e speranza, le energie spirituali e fisiche sono destinate a esaurirsi in un avvitamento su se stesse e la passione dei due protagonisti risulta essere totalmente narcisistica e autoreferenziale
Pubblico 
Sconsigliato
Scene a contenuto sessuale e sensuale, scene di forte tensione emotiva. Un film di profonda impostazione nichilista
Giudizio Artistico 
 
Girato con l’abituale abilità di Sam Mendes, a dire il vero un po’ noiosamente calligrafica, può contare solo sulle prove di recitazione eccellenti dei due protagonisti

Questo film, profondamente voluto dalla Winslet, che nel progetto è riuscita a coinvolgere il marito regista e il compagno del suo set più famoso, quello di Titanic, è la storia di una totale disillusione, la storia di una coppia destinata a infrangersi sullo scoglio di un matrimonio “rovinato” dai figli e dalle reciproche recriminazioni.

Girato con l’abituale abilità, a dire il vero un po’ noiosamente calligrafica, Revolutionary Road, al di là delle prove di recitazione eccellenti dei due protagonisti, è un film profondamente nichilista, che condanna senza troppe cerimonie i suoi personaggi a un destino di infelicità in cui in qualche modo loro stessi hanno finito per gettarsi.

Al contempo, ormai puntale e finanche un po’ prevedibile e sterile, arriva la critica al modello familiare anni ’50, perfetto in superficie, ma capace di nascondere ogni sorta di nefandezze al suo interno (figli geniali che non possono che diventare folli, ma scodellano disperate verità ai vicini ancora illusi, coppie solo apparentemente affiatate cui solo la convinzione dell’inanità delle speranze sempre dei soliti vicini può far dormire sonni tranquilli, e infine coniugi da una vita che preferiscono “abbassare il volume” che ascoltare le reciproche confessioni).

Non c’è pietà per nessuno in questa storia di illusioni perdute e sogni mai realizzati (forse anche perché mai davvero esistiti...). I due protagonisti belli e spregiudicati, infatti, sono in realtà persone senza un particolare talento, comuni (che orrore!) intellettuali che in un sussulto di ribellione alla vita borghese si illudono di poter ricominciare tutto da capo.

Fa un’enorme tristezza vedere il modo in cui Mendes descrive la vita quotidiana dei Wheeler, nella quale i figli sono comparse indesiderate (tanto che quando li vediamo per la prima volta è una vera sorpresa), ai quali corrispondono, nella ricostruzione della vita familiare dei due protagonisti, i memento del cedimento dei due a una vita che non volevano.

Del resto non c’è un briciolo di pietà o gioia nemmeno intorno a loro, in quel mondo di casette dai giardini curati descritto né più né meno come l’inferno in terra, capace di portare alla pazzia l’unico altro elemento “sano” in scena. È anche colpa loro (dei comuni borghesi), naturalmente, della loro incredulità, delle loro lusinghe, della loro inerzia in fondo contagiosa, sembra dirci Mendes, se Frank e April rischiano di affogare nella mediocrità della loro vita.

Nessuno dei due protagonisti, del resto, è in grado di dare sostegno all’altro e l’episodica affermazione di valori positivi (come quando Frank dice a April di non abortire) è pronta ad essere contraddetta da altre parole e comportamenti che contribuiscono a creare una distanza sempre più grande tra i due coniugi.

Mentre la vicenda, con il sogno di Parigi, regala ai Wheeler l’illusione di un cambiamento che almeno uno dei due forse nemmeno desidera (meglio godersi le grazie della disponibile segretaria e abboccare all’amo di uno stipendio migliore ottenuto grazie ad uno sberleffo), però, lo spettatore sente crescere sempre più un senso di angoscia di fronte a un ritratto della realtà che non è semplicemente la condanna delle velleità di due individui destinati a distruggersi, né di un mondo fasullo ancorato a valori perbenisti e falsi.

La verità è che nella pellicola manca ogni traccia di positività e speranza, le energie spirituali e fisiche sono destinate a esaurirsi in un avvitamento su se stesse in cui i tradimenti reciproci dei Wheeler sono messi in scena con la stessa cinica meschinità della loro fragile (e forse irreale) passione, che prima crediamo concentrata sulla coppia e poi capiamo di fatto essere totalmente narcisistica e autoreferenziale.

È chiaro che in un mondo come questo, privato della speranza e di una progettualità capace di fare i conti con la vita vera (che può certo contraddire i sogni, ma anche offrire altre opportunità, purché le si colga) non c’è spazio per dei bambini.

Alla fine, purtroppo, non c’è spazio nemmeno per esseri umani adulti, ai quali così non resta che fare del male a se stessi e al prossimo (anche quello che si porta in grembo) sancendo il fallimento di ogni sogno e la resa alla realtà più triste e senza senso.

Autore: Franco Olearo


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