APES REVOLUTION – IL PIANETA DELLE SCIMMIE

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Titolo Originale: Dawn of the Planet of the Apes
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Matt Reeves
Sceneggiatura: Mark Bimback, Rick Jaffa, Amanda Silver
Produzione: Rick Jaffa, Amanda Silver, Peter Chernin, Dylan Clark Per Chernin Entertainment
Durata: 133
Interpreti: Andy Serkis, Jason Clarke, Gary Oldman, Kery Russel

Dieci anni dopo l’esplosione del virus delle scimmie che ha quasi distrutto l’umanità, un piccolo gruppo di sopravvissuti si è rifugiato a San Francisco. Nella foresta lì vicina vive il gruppo delle scimmie geneticamente modificate guidate da Cesare, che hanno ormai creato una primitiva società e sono in grado di parlare e leggere. Quando gli umani, in cerca di una nuova fonte di energia, entrano nel territorio delle scimmie, la tensione torna a salire. L’umano Malcom e lo stesso Cesare tentano una pacifica convivenza ma le diffidenze sono troppe e la violenza esplode…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Le scimmie non si rivelano migliori degli uomini, spazzando via qualunque presupposto filo-animalista della pellicola: la violenza e il male sono qualcosa che riguarda il singolo e che non si può semplicemente attribuire alla natura di un gruppo.
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Nonostante la regia efficace e virtuosa di Matt Reeves e ottimi attori (primo tra tutti Andy Serkis), la storia contiene tanti buchi da far gridare d’impazienza qualunque spettatore

Fin dalla pubblicazione del libro da cui è tratto, e poi con la sua prima traduzione cinematografica (protagonista Charlton Heston nei panni dell’astronauta che si ritrovava sul Pianeta delle Scimmie per poi scoprire che si tratta della terra del futuro), il Pianeta delle scimmie è stato percepito come una metafora sociale e politica dei rapporti di forza e delle tensioni sociali, ma anche dei pericoli della scienza, dei fondamenti dell’identità umana, ecc.

Nel remake di qualche anno fa la vicenda di “liberazione” della scimmia Cesare, amorevolmente cresciuto da uno scienziato appassionato e aperto e poi rinchiuso in gabbia fino a diventare una sorta di Mosè liberatore del suo popolo di primati oppressi, si innestava sulle discussioni tutte contemporanee sui limiti della scienza e sui rischi di pandemia.

Il sequel parte qualche anno dopo la catastrofe che la “malattia delle scimmie” ha causato, sinteticamente riassunta nei primi minuti di film, con una diffusione efficacemente mostrata dal progressivo oscurarsi delle luci sul pianeta, segno del tramonto della moderna civiltà. 

Da questa catastrofe le scimmie sembrano essersi riprese piuttosto bene; in una foresta dalle parti di San Francisco si sono costruite un villaggio e hanno organizzato un embrione di civiltà. Viene mostrata una caccia organizzata che può far venire in mente certe ricostruzioni da documentario della vita degli uomini primitivi, ma c’è anche una sorta di scuola in cui addirittura si insegna a parlare e scrivere, oltre che la fondamentale regola della morale scimmiesca: scimmia non uccide scimmia.

È questo “comandamento”, paradossalmente, che fonda nella visione di Cesare, leader incontrastato del suo popolo, sintesi della superiorità degli animali sull’uomo, di cui lui ha potuto sperimentare la crudeltà. Un presupposto, questo, che verrà messo alla prova quasi immediatamente quando l’incursione di un piccolo gruppo di umani nella foresta porta allo “scontro di civiltà”.

Gli uomini, infatti, diversamente dalle bestie, hanno esigenze più complesse e l’energia elettrica è un requisito primario per far sopravvivere la piccola comunità che si nasconde ancora a San Francisco.

L’incontro/scontro tra i due popoli avviene soprattutto attraverso lo sguardo di Cesare dal lato scimmiesco e per quello umano di Malcolm, scienziato duramente colpito dal lutto, che ha cercato di rifarsi una vita e una famiglia senza covare il rancore. Che lo scontro di due popoli su uno stesso territorio abbia echi di politica internazionale non sfugge a nessuno, ma non diventa nemmeno un motivo ideologico che appesantisca più di tanto la vicenda.

Da entrambe le parti, però, non mancano i traditori o più semplicemente coloro che non sono disposti o capaci di passare oltre le sofferenze passate e vedono invece nello scontro aperto l’unico modo di giocare il confronto.

Proprio Cesare sarà costretto ad ammettere che le scimmie, poste in posizione di comando e supremazia, non si rivelano migliori degli uomini, spazzando via qualunque presupposto filo-animalista la pellicola avrebbe potuto suggerire: la violenza e il male sono qualcosa che riguarda il singolo e che non si può semplicemente attribuire alla natura di un gruppo.

  Alla battaglia finale (con tanto di combattimento tra scimmie in cima a un grattacielo, voluta citazione di King Kong) si arriva attraverso una storia che contiene tanti buchi da far gridare d’impazienza qualunque spettatore che non si faccia semplicemente ipnotizzare dall’ottimo 3D e dalla regia efficace e virtuosa di Matt Reeves.

Particolarmente fastidioso resta, però, un finale in cui, per giustificare un sequel che il botteghino mondiale rende certo, si finisce per sacrificare gli sviluppi emotivi dei personaggi umani che, nonostante l’impegno degli ottimi attori (primo tra tutti Andy Serkis, il Gollum de Il signore degli anelli) che hanno prestato voce e movenze alle scimmie, sono dopotutto coloro in cui il pubblico si può davvero identificare.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino


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