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Titolo Originale: Die Welle
Paese: Germania
Anno: 2008
Regia: Dennis Gansel
Sceneggiatura: Dennis Gansel e Ueli Christen dal racconto di William Ron Jones
Produzione: Rat Pack Filmproduktion GmbH/Constantin Film Produktion
Durata: 121'
Interpreti: Jürgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich

In una scuola superiore nella Germania dei nostri giorni si svolge la settimana a tema. A Reiner Wenger, professore giovanile e rockettaro, è chiesto di approfondire l’arduo tema dell’autocrazia.  Per stimolare gli studenti, inizialmente riottosi alla prospettiva di discutere nuovamente i mali del fascismo, il professore dà vita ad un esperimento poco ortodosso che simula un regime dittatoriale fra i banchi di scuola. La lezione, sulle prime affascinante, scivola presto su una china imprevista che porterà la settimana ad un epilogo drammatico.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ha il grande pregio di evidenziare l’equilibrio instabile del disagio giovanile ma non viene presentata nessuna prospettiva educativa alternativa a quella di proporre la totale assenza di uno spirito comunitario o di una passione forte
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza e di tensione
Giudizio Artistico 
 
racconta quindi una storia drammatica ed energica

Reiner Wenger è il tipico professore amico degli studenti. Usa il linguaggio dei ragazzi e viene da una passato da anarchico di prima fila. Non è una sorpresa se tutti gli studenti vanno alla sua lezione a tema, pure se l’argomento non è dei più affascinanti: autocrazia. Anche il professore avrebbe voluto parlare d’altro, ma dal malcontento del docente nasce l’idea dell’esperimento bizzarro. L’autocrazia e il despotismo sono roba vecchia? La Germania è già stata scottata dal demone nazifascista e mai ci ricadrà? Purtroppo non è così… provare per credere. Abbia inizio l’esperimento. Primo: il gruppo. Stiamo uniti, serriamo i ranghi, aiutiamoci, sentiamo di appartenere a qualcosa di più grande ed ognuno beneficerà dell’esaltante spirito di partecipazione. Secondo: la forma. Divisa, blog, slogan, simbolo, e soprattutto un nome: l’onda (da notare che la decisione del nome viene messa democraticamente ai voti)  perché sia chiaro quello che è in e quello che è out. Infine una causa comune pur banale che sia, battere il liceo avversario nel torneo di pallanuoto.

I primi riscontri sono positivi, i fannulloni iniziano ad impegnarsi, gli esclusi partecipano, si fa gioco di squadra. Eppure bastano pochi giorni perché l’onda prenda una deriva inquietante. Dalle bravate notturne, alle violenti esclusioni dal gruppo, fino alla follia finale di un ragazzo, il più coinvolto, il più entusiasta, il più “cambiato”, che arriva addirittura a sparare ad un compagno e a togliersi la vita di fronte alla prospettiva che l’esperienza dell’onda finisca.

Per sgombrare il campo da eventuali critiche di inverosimiglianza basti pensare che il film è tratto da una storia vera, avvenuta negli anni sessanta in California. Dunque il pericolo è davvero in agguato, bastano gli ingredienti giusti per ottenere la miscela esplosiva: cameratismo, appartenenza, simbologia, esaltazione. E questo pericolo è quanto mai attuale, in Italia come all’estero; frotte di giovani e meno giovani riempiono le piazze accomunati da uno spirito di insofferenza che più di una volta prende la forma di intolleranza (inquietante è la coincidenza fra il nome del gruppo del film e il movimento giovanile studentesco nato attorno alle proteste contro le politiche italiane del nuovo ministero dell’istruzione).

Dannis Gensel racconta quindi una storia drammatica ed energica che ha il grande pregio di denunciare una emergenza sociale, evidenziando l’equilibrio instabile del disagio giovanile.

Eppure a questo punto di forza si contrappone un sostanziale punto di debolezza: non viene presentato nessun interesse o prospettiva educativa che possa cambiare le cose, anzi l’unica alternativa pare proprio la totale assenza di uno spirito comunitario o di una passione forte. Come a dire, chi si mette insieme per condividere un ideale nella sequela di un’autorità carismatica scadrà, presto o tardi, nella violenza.  Il professore stesso, sfuggita di mano la situazione, ha paura e cerca di mettere tutto a tacere, di tornare semplicemente alla normalità. Mentre forse potrebbe ripartire dal positivo desiderio suscitato nei ragazzi: certo sarebbe molto più impegnativo, non più il gioco di una settimana.

Ma l’idea opposta che il giovane dia il meglio di sé “a briglie sciolte” non regge. Lo cantava già Gaber: “Su un libro di psicologia ho imparato a educare mio figlio, se cresce libero il bimbo è molto più contento, l'ho lasciato fare m'è venuto l'esaurimento.”

Non può essere, infatti, la mancanza di ideale a far crescere, a educare le persone. Sicuramente prendere una posizione chiara di fronte agli studenti, proporre qualcosa di positivo ai giovani, è un rischio, è il rischio dell’educazione, ma è un rischio alla quale la scuola in primis, e la società tutta non può certo sottrarsi.

Autore: Franco Olearo


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