IL CAPITALE UMANO

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Titolo Originale: Il capitale umano
Paese: ITALIA
Anno: 2014
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Produzione: INDIANA PRODUCTION COMPANY, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA E MANNY FILM
Durata: 109
Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giovanni Anzaldo, Matilde Gioli

In un paese della Brianza un ciclista viene ucciso di notte da un pirata della strada. La polizia si reca nella sontuosa villa dell’imprenditore Giovanni Bernaschi perché la macchina incriminata appartiene a suo figlio Massimiliano. Interroga anche Serena, la fidanzata del ragazzo figlia di un piccolo immobiliarista che sfrutta la relazione di sua figlia per mettersi in affari con Bernaschi. Intanto Clara, la moglie di Berrnaschi, certa di restaurare il teatro cittadino, memore dei suoi successi giovanili sul palcoscenico e accetta le avance di un insegnate di teatro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sviluppa una critica sferzante nei confronti di un cinico capitalismo finanziario ma l’opportunismo e il proprio tornaconto coinvolgono tutti, senza che emerga alcun personaggio positivo
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo e di amplessi. Turpiloquio continuo
Giudizio Artistico 
 
Un film molto ben fatto con ottimi attori. Un thriller spregiudicato ma avvincente

Il film è di Virzì ma non è di Virzì. O meglio, è di Virzì nel senso che lui è un grande regista e il film è fatto molto bene e altrettanto ben recitato.  Ma non c’è più l’ambientazione centro-meridionale e i toni della commedia  pungente a cui ci aveva abituato.  Questa volta ha scelto il Nord (un non specificato paese della Brianza) e in fondo si capisce perché: Virzì ha bisogno di odiare e gli sarebbe stato difficile farlo nella sua amata Toscana: il suo attacco a un certo spregiudicato capitalismo finanziario doveva essere netto e tagliente e doveva farlo in un territorio per lui “neutro”.

Fin dalle prime sequenze si comprende subito che da Virzì non ci dobbiamo aspettare nessuna sferzata ironica. Il tono è freddo, tagliente, i protagonisti sono ritagliati con addosso tutto il distaccato disprezzo dell’autore. Il campionario è molto ampio: c’è il viscido Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), un piccolo immobiliarista che mente continuamente  e impegna tutti i suoi soldi (e anche quelli che non ha) perché attratto dal luccichio di promettenti investimenti finanziari;  Giovanni Bernaschi (il bravissimo Fabrizio Gifuni) un cinico giocatore dell’alta finanza che non comprende perché si debbano spender dei soldi per salvare un teatro; il losco zio di un ragazzo tossicodipendente che lo sfrutta come copertura per i suoi  traffici illeciti e c’è anche la fragile Carla Bernaschi (una Valeria Bruni Tedeschi qui nella versione italiana di quello che è stato il personaggio di Cate Blachett in Blue Jasmine) sulla quale Virzì scaglia i suoi strali più pungenti: in giro per il centro della città con l’autista, la signora non sa se andare a fare il massaggio shiatsu o vedere gli ultimi arrivi dall’antiquariato  o le ultime stoffe arrivate dall’India per le tende del salotto.

Il meccanismo del thriller è implacabile e ben sviluppato. Sembra quasi che i nostri registi migliori si prendano ogni tanto una pausa nel campo del thriller: anche Giuseppe Tornatore aveva abbandonato le sue ambientazioni siciliane per avventurarsi in un giallo mitteleuropeo come La migliore offerta, con ottimi risultati. Paolo Virzì sembra voler percorrere itinerari simili e si è ispirato al libro Il capitale umano dell’americano Stephen Amidon ma a differenza di Tornatore la trama investigativa è per lui solo un pretesto per fare della critica sociale al valore stordente del denaro: un tema già più volte battuto dal cinema statunitense dopo la crisi del 2008 (basti pensare all’ultimo La frode) ma poco in Italia. La vicenda ruota intorno  alla ricerca del pirata della strada che ha investito e ucciso in piena notte un uomo che tornava a casa in bicicletta ma alla fine Virzì non manca di far notare la modesta cifra che i familiari del defunto hanno ricevuto come risarcimento dall’assicurazione: le agenzie di assicurazione si sono riferite al suo salario medio di cameriere e in base ad esso hanno stimato “il capitale umano” che è stato perduto.

Il film ha ancora qualcos’altro da dire su una certo profilo umano che l’autore ritiene dominante nell’Italia di oggi:i protagonisti rsono tutte  vittime delle loro passioni compulsive (ci sono frequenti scene di perdita isterica del proprio autocontrollo), un tipo di denuncia che ricorda quella dei trentenni adolescenti presente dell’Ultimo bacio di Gabriele Muccino. Anche la giovane Serena (una molto promettente  Matilde Gioli) che dovrebbe interpretare la figura più positiva, in realtà è disposta ad ingannare pur di seguire le sue passioni.

Non è un caso che chi trionfi alla fine sia l’imprenditore Giovanni Bernaschi (come accadde al  personaggio di Richard Gere in La frode), odioso quanto si vuole, ma l’unico personaggio che in mezzo alle intemperie riesce a mantenere  il controllo completo di se stesso.

Eppure questo Virzì non è Virzì. Certo, è sempre il bravo regista che conosciamo e qui lo dimostra ancora una volta, ma noi siamo abituati ad avere da lui personaggi a tutto tondo, esseri molto umani  pieni di difetti ma anche con grandi virtù, come sono le persone nella realtà. Questa volta abbiamo visto un meccanismo, un meccanismo ben oliato con personaggi stereotipizzati. Ecco perché lo ha realizzato in un Nord a lui sconosciuto.

Autore: Franco Olearo


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