DISCONNECT

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Titolo Originale: Disconnect
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Henry-Alex Rubin
Sceneggiatura: Andrew Stern
Produzione: LD ENTERTAINMENT, WONDERFUL FILMS
Durata: 115
Interpreti: Jason Bateman, Hope Davis, Frank Grillo, Michael Nyqvist, Paula Patton, Andrea Riseborough, Alexander Skarsgård

Un ragazzo sensibile ed introverso resta vittima di un episodio di cyberbullismo: crede di chattare con una ragazza verso cui inizia a provare simpatia ma in realtà dall’altra parte ci sono due compagni di scuola che prima lo inducono a inviare una foto osè di se stesso e poi la inoltrano ai cellulari di tutti i compagni di classe. Due giovani sposi hanno smesso di comunicare fra loro dopo la prematura morte del loro figlio; lei trova conforto chattando con un sito di “consolatori” ma presto si accorge che la carta di credito di famiglia è stata clonata e la loro privacy violata. Una giornalista in carriera scopre un sito dove ragazzi e ragazze minorenni intrattengono con i clienti videotelefonate in atteggiamenti intimi e riesce a convincere uno dei ragazzi a rilasciare un’ intervista per realizzare un servizio esclusivo..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ha il valore di un documento-denuncia contro i nuovi vizi innescati dall’uso scorretto di Internet. Peccato che non offra controproposte positive
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti nudità. Turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Bravi gli attori, la storia appassiona ma la regia non controlla sempre bene il materiale emotivo che scaturisce dal racconto

Disconnect è un film ruvido ma necessario. Se a volte abbiamo digitato timorosi il numero della nostra carta di credito durante un pagamento online, se abbiamo sentito parlare di cyberbullismo o di minorenni che mandano in rete foto osè, questo film va al cuore del problema con il racconto di tre storie parallele che gravitano intorno alla rete e che dalla rete vengono fra loro connesse.

Sono presenti sia adulti che minorenni in questo film ma tutti mostrano una dipendenza cronica dalle loro appendici elettroniche e se Rich, un avvocato di grido, cena a casa con il cellulare sul tavolo in attesa di una chiamata importante, il figlio Ben, un nerd capellone e amante della musica, si tiene l’iPAD sulle ginocchia perché sta chattando.

Non comunicano più fra loro neanche Cindy e Derek dopo la morte del loro figlio; se lui passa le serate giocando a carte online e perdendo soldi, la moglie si unisce a una comunità virtuale di persone che hanno avuto esperienze dolorose e si consola chattando con loro.

Jason è forse l’adolescente peggiore: si costruisce la sua autonomia vivendo di menzogne dette a suo padre, rimasto vedovo e pratica il cyberbullismo verso compagni di scuola troppo ingenui.

Il film ci introduce anche all’interno di una famiglia molto particolare: una comunità di minorenni (forse orfani o scappati di casa), che vivono segregati in tante stanzette, dove hanno il compito di fare soldi intrattenendo con pose  audaci il loro “clienti” che si trovano dall’altra parte di Skype.

Bravi attori rendono credibile l’evolversi delle storie: un uso scorretto o ingenuo della rete, ha innescato per i protagonisti problemi più grandi di loro  ed ora procedono a tentoni, come in un thriller ben confezionato, facendo un passo per volta senza sapere quale sarà il prossimo.

Il racconto è quasi tutto al maschile; le figure femminili come la mamma di Jason sono lì a mostrare la loro inutilità: troppo indulgente con il figlio adolescenti, non è in grado di intuire i problemi che lo travagliano  e lui riesca a liquidare la mamma con il solito: “va tutto bene; ora  debbo fare i compiti”. Maschile, anzi macho è anche il finale perché sono i padri che prendono in pugno la situazione (anche lo strano padrino dei ragazzi-squillo) e lo fanno all’americana, secondo il principio che i problemi è meglio risolverseli da soli, con una bella scazzottata o puntando un fucile all’avversario.

Il regista, al suo primo lungometraggio, poteva risparmiarci la simmetria del finale, dove le tre storie raggiungono l’acme in contemporanea, la cui drammaticità viene ulteriormente enfatizzata con dei rallenti.

Se il film resta valido per aver puntato il dito verso una umanità alla sola ricerca del virtuale, lontano dal calore dei rapporti umani (in molti momenti del film i protagonisti si rifugiano in camera per chattare a distanza con qualcuno) dispiace che la storia non si chiuda positivamente con uno spirito di riconciliazione fra questi padri accomunati dalla difficoltà di gestire dei figli adolescenti: ognuno si chiude nella difesa a oltranza dei propri cari.  E ai ragazzi e alle ragazze che si teleprostituiscono in fondo, quel mestiere continua piacere: il loro sogno è partecipare, da grandi, a qualche reality televisivo.

Autore: Franco Olearo


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