AMERICAN HUSTLE L’APPARENZA INGANNA

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Titolo Originale: American Hustle
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: David O. Russell
Sceneggiatura: David O. Russell, Eric Singer
Produzione: Annapurna Pictures/Atlas Entertainment
Durata: 135
Interpreti: Christian Bale, Amy Adams, Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Jeremy Renner, Louis C.K., Michael Peña, Alessandro Nivola, Jack Huston, Robert De Niro

New York, anni Settanta. Il truffatore Irving Rosenfeld e la sua partner (lavorativa e sentimentale) Sidney Prossert (che si spaccia per inglese con lo pseudonimo “Lady Edith”), vengono incastrati dall’agente dell’ FBI Richie Di Maso e costretti a impiegare le loro “arti” per incastrare altri delinquenti ma anche politici in odore di corruzione. Le cose si complicano quando Sidney inizia un gioco di seduzione con Richie e la gelosissima e instabile moglie di Irving, Rosalyn, viene coinvolta nella faccenda. Tra falsi sceicchi, politici corrotti e mafiosi dal grilletto facile, tutti cercano di fregare tutti e capire cosa è la verità e cosa l’apparenza diventa sempre più difficile…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I personaggi si dibattono in un’incertezza morale costante: l’inganno non è per loro solo un modo per fare soldi, quanto una dimensione esistenziale per costruire un altro se stesso che consenta loro di raggiungere i propri obiettivi immediati
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo parziale e a contenuto sessuale, turpiloquio, uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
Il film è soprattutto una gran prova di ottimi attori e beneficia di una splendida colonna sonora ma la sceneggiatura mostra molte incertezze e fatica a riannodare i vari momenti della storia

Anarchico e folle quanto e più delle sue prove precedenti (la commedia romantica Il lato positivo e il dramma sportivo The boxer), l’ultimo film di David O. Russell (che firma anche la sceneggiatura) è innanzitutto una gran prova d’attori, cui il regista lascia spesso mano libera in una serie di scene madri, improvvisazioni quasi jazzistiche e numeri musicali (indimenticabili il ballo in discoteca tra Edith e Richie e la versione casalinga di Live and let die di Rosalyn) che ben giustificano l’inserimento della pellicola nella categoria “commedia e musical” ai Golden Globes di quest’anno.

Lo spunto della storia (ironicamente una didascalia iniziale ci informa che “alcuni degli avvenimenti rappresentati sono accaduti davvero”) è il caso “Abscam” (contrazione di “arab scam”, truffa araba, evidentemente all’epoca il politically correct non era tra le maggiori preoccupazioni dell’FBI), un’operazione che coinvolse agenti FBI e truffatori, volta ad incastrare politici corrotti tra New York e New Jersey. Ma la ricostruzione (per altro fantasiosa) del caso di cronaca non è di sicuro la priorità di Russell, che invece intreccia le vicende dei protagonisti per costruire un affresco in cui nessuno è mai quello che appare e  tutti lottano disperatamente per costruire una maschera adeguata ad affrontare il mondo, mentre quello di cui ognuno ha bisogno è trovare almeno una persona con cui essere se stesso senza paura.

Significativa la scena di apertura in cui Irving Rosenfeld (il truffatore ebreo che è il fulcro del complicato balletto di relazioni e imbrogli del film) sistema con assoluta concentrazione un complicato sistema di toupet e riporti, essenziale, evidentemente, all’immagine di sé che proietta sul mondo. Ma non si contano le scene in cui i protagonisti, uomini e donne, si “costruiscono” attraverso trucco, bigodini, vestiti e accessori. Di sicuro l’ambientazione anni Settanta, con il suo abbigliamento spregiudicato e a volte imbarazzante (basti pensare al ciuffo improbabile di Jeremy Renner nei panni del sindaco italoamericano Carmine Polito, ai ricci dell’agente Di Maso, ottenuti con dei mini bigodini rosa, o alle camice aperte su petti maschili villosi e ornati di monili d’oro…) si presta ad enfatizzare questa commedia di travestimenti in cui il gioco tra quello che si è e quello che si pretende di essere per sopravvivere è continuo e caotico. L’inganno non è solo, e sicuramente non principalmente, un modo per fare soldi, quanto una dimensione esistenziale in cui più o meno tutti i protagonisti si calano nell’impossibile compito di costruire un altro se stesso che consenta loro di raggiungere i propri obiettivi immediati, ma soprattutto, come dichiara a un certo punto Rosalyn con disarmante sincerità, di essere felici.

La confusione regna sovrana (specie nella prima parte, va detto, un po’ anche nella sceneggiatura, che si perde tra atmosfere e personaggi finché il plot non prende una direzione chiara), e i personaggi si dibattono in un’incertezza morale costante. Irving è un uomo che ha scelto consapevolmente la “strada sbagliata” per darsi delle certezze, ma è anche lo stesso uomo che ha sposato una ragazza madre e fa da padre a suo figlio e proprio per amore di quel bambino si rifiuta di scappare dagli Stati Uniti quando viene incastrato, causando le ire della sua amante appassionata. Edith/Sidney è una seduttrice di professione, vendicativa e selvaggia, ma anche una donna fragile e intelligente, capace di slancio e sacrificio; la moglie tradita Rosalyn è anche una manipolatrice passivo-aggressiva e una mina vagante pericolosissima; il sindaco corrotto Polito si dimostra anche un uomo dal cuore grande. Anzi, la sincerità con cui si impegna per i suoi cittadini, la disponibilità con cui apre a Irving le porte del suo mondo, il regalo inaspettato di un microonde colpiscono anche lo sgamato truffatore e lo spingono ad un imprevisto cambio di rotta. E, a ben guardare, anche tutta l’operazione dell’FBI escogitata da De Maso più che colpire la corruzione esistente sembra puntare a creare il crimine per poi sanzionarlo e dare a Richie lo statuto di eroe che in casa gli è negato.

Nessuno è mai del tutto onesto, nessuno è mai, sospettiamo, del tutto mentalmente sano in questo mondo, ma c’è del metodo nella follia e il calore e l’energia che muove tutti quanti finisce per conquistare anche lo spettatore più recalcitrante (complice anche una splendida colonna sonora), rendendolo indulgente verso le incertezze della trama.

American Hustle ha il fascino delle vecchie commedie di imbrogli (quando gli imbrogli, in fondo, sembravano riguardare solo gli imbroglioni e gli avidi che ne diventavano le vittime, e per questo tutto sommato facevano simpatia), anche se non il loro impeccabile meccanismo ad orologeria, ma compensa con una buona dose di simpatia umana, che scatta, a sorpresa, anche quando i protagonisti compiono scelte inaspettate e talora davvero moralmente discutibili. Ma è proprio l’anelito sincero a uscire, almeno una volta, dalla finzione per toccare la verità ed esserne toccati, quello stesso anelito che li rende vulnerabili e li fa sbagliare, in modo eccessivo e plateale, a rendere impossibile non volergli bene almeno un po’.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino


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