IL PRANZO DI BABETTE

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Titolo Originale: BABETTES GAESTEBUD
Paese: Danimarca
Anno: 1987
Regia: Gabriel Axel
Sceneggiatura: Gabriel Axel
Produzione: A S PANORAMA FILM INTERNATIONAL
Durata: 101
Interpreti: Stéphane Audran, Jean Philippe Lafont, Jarl Kulle

Il pranzo di Babette è probabilmente il film della maturità del regista Gabriel Axel, autore di ambito fondamentalmente
televisivo. Ispirato a un racconto di Karen Blixen, può essere considerato uno dei migliori adattamenti della storia del cinema, probabilmente favorito dalla brevità dell' opera letteraria; poche volte c'è stata tanta vicinanza tra il testo e il racconto filmico. Il vero protagonista è il festino preparato da Babette, geniale cuoca francese che, dovendo fuggire dal suo Paese, finisce come collaboratrice domestica di due anziane sorelle a capo di una comunità luterana fondata dal loro padre, in una sperduta località della costa danese.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Babette con la sua arte culinaria, fare diventare la materia dono agli altri
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Premio oscar per il miglior film straniero del 1987, è un ottimo esempio di adattamento cinematografico.

Il film presenta tre poli in contrasto, tre modi di capire la vita e la fede veicolati tutti e tre dall'arte. Le due prime posizioni sono precedenti di molto all' arrivo di Babette: la prima è costituita dall'uso "liturgico" della musica nella comunità del patriarca, in cui 1'arte non ha un' altra finalità se non la lode a Dio. Quando le figlie del fondatore erano giovani, un professore di musica francese capitò nella comunità e.colpito dalla qualità della voce di una delle figlie, chiese e ottenne il permesso di darle lezioni di canto; lui costituisce la seconda visione: 1'arte per sé, per il piacere di esserne il creatore, per il trionfo.

L'arte di Babette è tecnicamente inferiore di fronte alla spiritualità della musica, lei si esprime con l'arte più materiale e transeunte possibile: la gastronomia. Ma lei ha la chiave di ogni arte: fare diventare la materia dono agli altri. Babette arriva in una notte fredda di pioggia, sola e perseguitata, ma la sua gioia di vivere, in contrappunto con le difficoltà patite, e la sua capacità di dono cominciano a illuminare la realtà grigia della comunità; e questo non soltanto in una chiave relazionale di tipo spirituale, ma anche molto materiale. È la concretezza del suo servizio che dà inizio al cambiamento; la fotografia del film, con 1'occasione della pulizia dei vetri della casa del pastore e ispirandosi agli interni di J an Vermeer, ci fa vedere, infatti, un altro panorama di colore e di bellezza nelle cose più normali e quotidiane.

Alla fine, l'opera d'arte (il pranzo organizzato in occasione del centenario del fondatore) diventa vera occasione di intreccio, di conversione, di scoperta del vero senso dell'esistenza. Il miraggio di un' arte fine a se stessa non dà risposte neanche ai singoli: la lettera di presentazione di Babette, scritta dal vecchio professore di canto parigino, ne è la testimonianza. Un'arte chiusa nella sua significatività liturgica non riesce a fondare la base di una vera carità fraterna: la comunità, infatti, è divisa, non ha più lo spirito di fratellanza che la caratterizzava al tempo del suo fondatore. Solo l'arte che diventa dono gratuito è in grado di redimere l'uomo, di fargli scoprire che al di sopra di tutto c'è la preminenza dell'amore.

Babette, con un chiaro simbolismo cristologico, dona tutto ciò che ha per preparare il banchetto redentore che riporta i membri della comunità, tra l'altro contrari inizialmente a lasciarsi influenzare da un' attività considerata impura, alla riscoperta dell'amore vicendevole: il girotondo finale è il simbolo di questa nuova infanzia spirituale. Ma il messaggio non riguarda soltanto la comunità: un personaggio esterno ad essa ne è testimone. Si tratta di un generale, in gioventù innamorato di una delle due sorelle, invitato con l'anziana madre al banchetto. Anche per lui il dono di Babette diventa l'occasione per dare senso a tutta la sua vita, pur provenendo da un'esperienza del tutto diversa.

L'arte culinaria di Babette riesce a trovare il nesso tra la realtà materiale e la dimensione spirituale a cui l'uomo è chiamato, diventando così un ponte tra la terra e il cielo, che si fa presente nella scena del girotondo; è a lei che deve essere indirizzata la frase che unisce l'inizio e il finale del film: «Quale gioia darai agli angeli!». 

La recensione è tratta da:

Verso Dio nel cinema (Casa Editrice San Paolo, 2013; prezzo di copertina 15€)

Per gentile concessione della Casa Editrice San Paolo 
Autore: José M. Galvan


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