I LOVE RADIO ROCK

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Titolo Originale: The boat that rocked
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2009
Regia: Richard Curtis
Sceneggiatura: Richard Curtis
Produzione: Films, Portobello Studios, Tightrope Pictures, Medienproduktion Prometheus Filmgesellshaft
Durata: 135'
Interpreti: Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans

Inghilterra, 1967. Carl, appena espulso dalla sua scuola perché sorpreso a fumare, viene spedito dalla madre presso il padrino Quentin, il proprietario di una nave “pirata” che dalle sicure acque del Mare del Nord trasmette 24 ore al giorno la musica rock, molto mal vista dal governo britannico, che ne teme gli effetti corruttori e che cerca quindi di ogni modo di fermare l’attività. In un’atmosfera di amore libero e anarchia assoluta, Carl riceverà dall’eccentrico gruppo di DJ che guidano le trasmissioni molte lezioni sulla vita, troverà «amore» e forse anche il padre che non ha mai conosciuto. Ma le perfide manovre del ministro Dormandy incombono e l’avventura di Radio Rock rischia di finire in modo tragico...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’impressione che resta è di una soddisfazione animale un po’ generica e indifferente Il nichilismo come una posizione umana che Curtis vorrebbe presentarci come eroica ma che in definitiva resta solo velleitaria.
Pubblico 
Sconsigliato
Molte scene a contenuto sessuale e di nudo, linguaggio scurrile, uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
La storia, che ambiva forse ad essere una sorta di bildugsroman, finisce per rimanere sfilacciata e poco convincente,

Esplicitamente concepito dall’autore di Quattro matrimoni e un funerale  e Love Actually, come omaggio ad un’epoca pionieristica della musica rock e della radio in Gran Bretagna, legato alla giovinezza e in quanto tale ammantato del fascino del proibito e della nostalgia, l’ultimo film di Richard Curtis si dimostra assai meno riuscito delle sue opere precedenti forse proprio per questo eccesso di coinvolgimento.

I personaggi, a partire dal giovane protagonista Carl, figlio di una madre molto alternativa che non gli ha mai detto il nome di suo padre, timido e ancora sessualmente inesperto, sono una serie di figure icastiche ma poco approfondite: i dj della nave (il filosofico Conte, il misterioso Bob, l’ingenuo Simon, l’enigmatico Mark Mezzanotte, l’ironico e sovrappeso Dave, l’esuberante Gavin), la cuoca lesbica sfortunata in amore, lo stesso Quentin, la sua nipote carina e leggerotta, la madre alternativa di Carl, tutti finiscono per rimanere parte dello sfondo senza assumere il peso vero della storia.. L’unico serio tentativo di differenziarli, non solo fisicamente, l’uno dall’altro, è lo stile della loro attività sessuale, più o meno ricca, più o meno fortunata, più o meno promiscua, ma che rischia di diventare quasi l’unico elemento di reale caratterizzazione.

Forse perché il vero protagonista della pellicola è proprio il rock; sia i nostri “eroi” sia i loro avversari (il ministro del governo britannico Dormandy dai baffetti hitleriani e dalla vita famigliare squallida, con atteggiamenti fascistoidi e un aiutante con un nome che suona più o meno come «coglione») sembrano considerarlo soprattutto come un simbolo di una rivoluzione culturale, di cui l’aspetto più evidente è la liberazione sessuale ma che può anche estrinsecarsi nella libertà di dire parolacce proibite in una trasmissione pubblica (un’immagine un po’ bambinesca della libertà di espressione purtroppo ancora molto attuale). In soldoni, più o meno per tutti gli abitanti di Radio Rock, dal dj più strampalato alla cuoca lesbica, la musica è soprattutto un mezzo per rimorchiare a terra o sulla «nave dell’amore».

Già questa definizione rende evidente la voluta confusione tra sesso (presente in abbondanza) e sentimento (che scarseggia). Nella pellicola si parla di amori travolgenti e di innamoramenti a prima vista, ma che si tratti della «prima volta» di Carl o delle fan che a cadenza quindicinale visitano la nave, l’impressione che resta è di una soddisfazione animale un po’ generica e indifferente (tanto che si può pensare di «passarsi» le ragazze senza tanti problemi e il tradimento di un amico che ti ruba la donna finisce presto in caciara).

La scelta un po’ furbetta di rappresentare il nemico con figurette macchittistiche senza vere motivazioni se non l’esercizio arbitrario del potere e un generico ottuso tradizionalismo, alla fin fine nuoce alla riuscita dell’operazione perché, quando dopo tanta melina resa sopportabile dalla magnifica colonna sonora, entra in scena la tragedia (la nave costretta alla fuga, rischia un affondamento in stile Titanic e il perfido ministro nega gli aiuti) non riusciamo a prenderla davvero sul serio. Così la storia, che ambiva forse ad essere una sorta di bildugsroman, finisce per rimanere sfilacciata e poco convincente, anche per colpa delle tante sottotrame lanciate e perse per strada.

L’unico momento di (triste e forse non del tutto volontaria) verità, è quello del dialogo tra il giovane e ancora illuso Carl e il Conte, che sembra per un attimo divenire conscio dell’essenza effimera e in definitiva ingannevole di un modo di vita fatto tutto di esaltata autoaffermazione, ma privo di un vero futuro che non sia solo «decadenza». In quel momento scorgiamo il nichilismo in ultimo terribilmente doloroso di una posizione umana che Curtis vorrebbe presentarci come eroica ma che in definitiva resta solo velleitaria.

Autore: Franco Olearo


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