ANNI FELICI

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Titolo Originale: Anni Felici
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Caterina Venturini, Daniele Luchetti
Produzione: CATTLEYA, RAI CINEMA
Durata: 100
Interpreti: Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck

Roma 1974. Guido è un artista d’avanguardia che vive come imperativo l’idea di essere provocatorio e anticonvenzionale, nella vita e nell’arte. Ama sua moglie Serena e i due figli, Dario e Paolo, di 10 e 5 anni, ma non evita di tradire la prima con le belle modelle con cui lavora, e di tenere i secondi al riparo solo il minimo indispensabile dai disordini di una vita sregolata. All’indomani di una mostra d’arte contemporanea milanese, dove Guido ottiene cattive recensioni per una sua performance che vorrebbe essere provocatoria ma che risulta solo ridicola, la coppia va in crisi. Guido incolpa Serena di averla voluta seguire a tutti i costi, deconcentrandolo. Serena, intanto, si lascia affascinare dagli umori femministi che circolano nel mondo dell’arte e accetta di seguire la gallerista Elke, con i bambini, in una vacanza in Provenza per sole donne. Quando Serena torna in Italia, è cambiata. La famiglia esplode, poi si ricompone, tra gioie e dolori, tutto sotto gli occhi dei due bambini, incolpevoli testimoni di uno stravolgimento dei costumi in un Paese che sta cambiando.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La famiglia non come un luogo stabile ma almeno come un porto a cui continuamente tornare; i figli sono costretti ad essere testimoni della vita disordinnata dei genitori
Pubblico 
Maggiorenni
Scene sensuali a contenuto lesbico, scene di nudo
Giudizio Artistico 
 
Ottima fattura del film da un punto di vista tecnico; Kim Rossi Stuart è forse il miglior attore italiano della sua generazione; Micaela Ramazzotti non è mai stata così brava

Anche per Daniele Luchetti, storico collaboratore di Nanni Moretti divenuto famoso negli anni Novanta con film come Il portaborse (1991) e La scuola (1995), è arrivato il momento di confessarsi in un’autobiografia. Del regista è infatti la voce narrante in prima persona, che si identifica con il piccolo Dario, il maggiore dei figli della coppia con la passione per le immagini (insiste nel farsi regalare una cinepresa Super-8 con cui esplora le possibilità del suo sguardo attento) e che soffre più del fratello più piccolo per quel rapporto tortuoso tra i suoi genitori, che non capisce. Realtà e finzione si confondono in questa testimonianza di sé (il titolo di lavorazione del film era: Storia mitologica della mia famiglia) ma anche le parti inventate servono a restituire la verità delle emozioni. “Cosa c’è di vero e cosa d’inventato? – ha spiegato, infatti, Luchetti – I fatti sono in parte frutto di fantasia, i sentimenti sono invece totalmente autentici. Ho dovuto inventare molte bugie per riuscire ad avvicinarmi a quella che umilmente definisco la verità”.

Il risultato è un film confusionario ma sincero, che affronta argomenti importanti senza la pretesa di venirne a capo con risposte definitive. Quanto vale l’unità della famiglia quando i sentimenti sono ballerini? Cos’è davvero l’amore tra un uomo e una donna e come lo si nutre? Quanta libertà deve esserci tra un marito e una moglie nel confessarsi i propri pensieri? Sono, queste, solo alcune delle domande a cui il film tenta di dare una risposta, non costruendo un giudizio attraverso un discorso narrativo (benché scrivano la sceneggiatura insieme al regista i fidati e solidissimi Rulli & Petraglia) ma affidandosi a un racconto per certi versi magmatico, ad alta temperatura emotiva. La prima parte procede bene, descrivendo bene lo scontro della spinta del proprio desiderio con l’esperienza del proprio limite. Poi il film s’impantana in una storia di amore lesbico che non aggiunge nulla a ciò che la storia voleva raccontare (e che Luchetti giura di aver inventato, lasciando – e ci mancherebbe altro – sgomenta sua madre, che ha visto nel film la sua alter-ego cinematografica baciare un’altra donna…) e che sembra contemporaneamente un omaggio agli umori degli anni Settanta e un omaggio a quelli odierni.

Anni felici non è un inno all’amore libero, che non è visto come liberatorio ma, in ultimo, insoddisfacente se non distruttivo. Di fatto, l’ultima parola ce l’ha l’amore familiare, quello di due coniugi che non riescono a stare lontani per troppo tempo, e che non riescono a non amarsi. La famiglia è in piena crisi – siamo nel 1974, l’anno del referendum sul divorzio – ma è ancora un bene vagheggiato, desiderabile, sia pure non come un luogo stabile ma almeno come un porto a cui continuamente tornare. L’amore poi, è la definizione che dà il film, rimane un mistero. Sia pur in sintonia, quindi, con una visione del mondo e dell’uomo dove le passioni sono le uniche a guidare e determinare l’agire e dove quindi non c’è un’alternativa al cedere ad esse (sono sempre le passioni che riconducono al bene i personaggi), è un film che non ispira antipatia perché lontanissimo, nello stile e nelle intenzioni, da certi manifesti ideologici che mentono sulla natura della famiglia e dell’essere umano per malanimo e partito preso.

Al soldo dei fatti raccontati dalla trama, però, fatta salva l’ottima fattura del film da un punto di vista tecnico, i conti non tornano: può creare un certo disagio, infatti, vedere scene in cui i due bambini piccoli coprono le scappatelle del padre su sua richiesta; assistono a una performance artistica in cui il loro padre posa nudo circondato da modelle nude; documentano con una cinepresa il flirtare della loro madre con un’altra donna; ascoltano le confessioni dei loro genitori sui rispettivi tradimenti. È lecito avanzare qualche dubbio sul fatto, come sentiamo dire dal più grande dei due, diventato adulto (che poi sarebbe il regista stesso), che quelli siano stati gli anni migliori e più felici della sua vita, senza che questo caos emotivo e affettivo non abbia avuto ripercussione alcuna sul proprio equilibrio. Siamo contenti per quelle persone che, con trascorsi infantili simili, siano state poi capaci di conciliarsi con il loro passato e trovare serenità (e forse Luchetti è tra questi), tale da poterlo raccontare come se niente fosse. Però, far passare tutto questo come una possibilità tra le tante, da rievocare solo con dolce nostalgia, lascia più di una perplessità.

Con che emozione lascia il film? Ammettiamolo, positiva. Prevale più il sollievo di vedere due sposi che superano la burrasca e si abbracciano con tenerezza che il mal di mare provocato dalla burrasca stessa. il merito è senz’altro anche dei due interpreti principali: Kim Rossi Stuart è forse il miglior attore italiano della sua generazione; Micaela Ramazzotti, nei film diretti da suo marito Paolo Virzì, non è mai stata così brava, né mai così bella.

Autore: Raffaele Chiarulli


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