BENVENUTO PRESIDENTE

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Titolo Originale: Benvenuto Presidente
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Riccardo Milani
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: INDIGO FILM CON RAI CINEMA, IN ASSOCIAZIONE CON MORATO PANE SPA, IN ASSOCIAZIONE CON BNL - GRUPPO BNP PARIBAS
Durata: 100
Interpreti: Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Beppe Fiorello

Non riuscendo a mettersi d’accordo su chi votare come Presidente della Repubblica, tre capigruppo parlamentari – ognuno all’insaputa degli altri – decidono provocatoriamente di votare Giuseppe Garibaldi. Peccato che esista un cittadino italiano con tale nome che, ottenuta legalmente la maggioranza assoluta dei voti, possa effettivamente ricoprire l’incarico di Presidente. Per uscire dalla paradossale situazione creata da quest’equivoco, basterebbe che il neo eletto – un gioviale bibliotecario con l’hobby della pesca delle trote – rinunci ufficialmente alla carica. Giuseppe “Peppino” Garibaldi, però, una volta seduto sulla poltrona del Quirinale, cambia le carte in tavola.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un italiano qualunque ma onesto sa gestire l'Italia meglio di tanti politici corrotti. Buone le intenzioni ma si tratta di un troppo facile qualunquismo
Pubblico 
Adolescenti
Scene sensuali, a contenuto sessuale e di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Il film barcolla tra indecisioni stilistiche e narrative, improvvisi cambi di marcia, un generale horror vacui che pervade la trama e le motivazioni dei personaggi

Deludente commedia all’italiana che, esaurito in poche gag il brillante spunto iniziale, si dimostra incapace di non degenerare nella farsa, con un accumulo disordinato di situazioni e siparietti comici, che solo il carisma e la simpatia del protagonista Claudio Bisio riescono a tenere in fila. Benvenuto Presidente! è un oggetto non difficile da decifrare ma complicato da definire: sembra che gli autori avessero qualcosa di importante da dire ma non siano riusciti a dare a questo “qualcosa” una forma compiuta. Non si può dire che il film sia un’opera riuscita, tra indecisioni stilistiche e narrative, improvvisi cambi di marcia, un generale horror vacui che pervade la trama e le motivazioni dei personaggi.

Forse Riccardo Milani non era la persona adatta a dirigere il film, giacché il suo curriculum è di un cineasta più a suo agio con i drammi e le commedie malinconiche e crepuscolari (poco c’entra, in questo caso, che abbia fatto da assistente di regia sul set de Il portaborse, rarissimo esempio di film “politico” italiano degli anni Novanta). Non lo stesso si può dire di Fabio Bonifacci, autore di soggetto e sceneggiatura, solitamente a suo agio con high concept come questo (per high concept, per usare un termine del gergo degli sceneggiatori americani, s’intende l’idea di un film il cui senso possa essere racchiuso in una frase di sicura presa ed effetto, densa di potenzialità drammaturgiche: “cosa succederebbe se l’unico italiano onesto, digiuno di politica, sedesse all’improvviso sulla poltrona del Quirinale?”). Forse però l’occupatissimo Bonifacci dovrebbe scrivere meno sceneggiature l’anno, dedicando più tempo ad approfondirle singolarmente. Non è un caso che dei quattro film del 2013 che portano la sua firma, usciti tutti tra gennaio e aprile, almeno due avrebbero avuto bisogno di maggiore sedimentazione (l’altro film non riuscito, a nostro parere, oltre a questo, è Il principe abusivo di Alessandro Siani). L’impressione, guardando il film, è quella di mangiare per fame una pietanza ancora cruda, perché è sufficiente a riempirsi da pancia.

Qualche altro salto in padella, insomma, avrebbe solo giovato, e invece la commedia è indecisa su che direzione prendere. In tutta la prima parte spira aria di “grillismo”, e quindi di populismo e demagogia. Un pescatore di trote del Nord Italia, bibliotecario precario totalmente digiuno di politica, potrebbe governare il Paese meglio di qualunque politico di professione. Basta mettere a capo della Nazione un uomo onesto, disinteressato al potere in quanto tale e senza scheletri nell’armadio, e le soluzioni per riportare a galla un’Italia sfasciata e delusa sarebbero facilmente alla portata. Il film lavora per oltre un’ora su queste sintesi, raccontando la buona volontà del Presidente Garibaldi, che rifiuta di raccomandare suo figlio, dona quasi tutto il suo stipendio ai poveri, trasforma i corridoi del Quirinale in un lazzaretto per accattoni e barboni, ascolta gli italiani andando a mangiare con loro in pizzeria, instaura una democrazia meritocratica sfruttando ciò che consente la Costituzione (senza far mancare, c’era da immaginarlo, solite frecciatine alla chiesa cattolica: “l’IMU devono pagarla tutti: signore, signori e… [dopo una pausa a effetto] monsignori”; “Monsignore, per caso lei conosce dei poveri?”).

Giuseppe “Peppino” Garibaldi, insomma, dimostra di essere in grado di risanare l’Italia non grazie a chissà quali ricette ma sfruttando la legge e le capacità degli italiani. Se l’Italia va male, è per colpa dei politici abbarbicati alle loro poltrone e alle fitte reti di clientelismi e corruzione che, per favorire pochi eletti, schiacciano la maggioranza dei cittadini riducendoli alla fame. Un uomo così è un danno per le oligarchie e i “poteri forti” interessati a tenere in pugno milioni d’italiani: Garibaldi, però, si dimostra più abile e più furbo dei suoi avversari, frustrando i tentativi dei tre disonestissimi politici (tre laidi uomini senza nome, che dovrebbero incarnare la “destra”, la “sinistra” e il “centro”, interpretati da Cesare Bocci, Beppe Fiorello e Massimo Popolizio) di disarcionarlo. Così anche sconfigge un inquietantissimo agente dei servizi segreti (Gianni Cavina), che cerca inutilmente di scoprire nel suo passato elementi per ricattarlo (e quindi controllarlo), al servizio dei “poteri forti” di cui sopra (interpretati, in una scena grottesca, quasi felliniana o à la Bellocchio, da due registi, Pupi Avati e Lina Wertmuller, uno storico del cinema, Gianni Rondolino, e un critico cinematografico, Stefano Della Casa).

Bonifacci e Milani sembrano indecisi se imparentarsi col qualunquismo di Tutto tutto niente niente di Antonio Albanese (con cui questo film verrà ricordato, tra qualche anno, come ritratto desolato, fatto dal cinema, della situazione politica attuale) o con l’ottimismo paradossale di Viva la libertà di Roberto Andò (Toni Servillo nel doppio ruolo di un grigio segretario di partito e del suo gemello più intelligente, che dona nuova linfa a un’intera classe politica: più o meno la storia di Dave. Presidente per un giorno con Kevin Cline). O ancora, fare un Mr. Smith va a Washington all’italiana, puntando sulla pars costruens, salvo poi pentirsi e ritrattare: per esempio si fanno tentare, ma solo per un istante, dal colpo di scena finale come in Train de vie. È solo una favola. O forse no. O forse sì… Insomma, un film che non sa dove andare, che punta in alto e quando sale troppo (o davvero si poteva fare il bis del Grande Dittatore di Chaplin?), decide di scendere in picchiata. Vorrei ma non posso, e allora la butto in farsa, che non sbaglio mai e comunque garantisco la cassetta.

Nel gioco dei se, abbiamo pensato a Benvenuto Presidente! con Totò nel ruolo del protagonista, ma abbiamo scoperto che il film assomiglia a uno di quei film di seconda fascia che il “principe della risata” interpretava, per motivi squisitamente alimentari, tra un film l’altro più riuscito, magari nello stesso anno (tra un film di Steno, uno di Monicelli e uno di Comencini, c’era sempre lo spazio di un film di Camillo Mastrocinque), perché poteva permetterselo e perché il pubblico non gli diceva mai di no. Nei sogni, questo spunto sarebbe stato sfruttato a meraviglia da Vincenzo Cerami alla sceneggiatura e Roberto Benigni alla regia e come interprete protagonista. Poteva uscirne una commedia davvero riuscita.

Autore: Raffaele Chiarulli


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