BUONGIORNO PAPA'

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Titolo Originale: Buongiorno papà
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Edoardo Leo
Sceneggiatura: Herbert Simone Paragnani Massimiliano Bruno Edoardo Leo
Produzione: IIF ITALIAN INTERNATIONAL FILM IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
Durata: 109
Interpreti: Raoul Bova, Marco Giallini, Edoardo Leo, Nicole Grimaudo, Rosabell Laurenti Sellers

Andrea, quarantenne in carriera, single, spensierato, amante delle belle donne e delle macchine sportive, si vede sconvolgere la vita da un’impensabile novità: in una mattina che sembra come tante altre, infatti, si presenta alla sua porta l’adolescente Layla con una notizia potente come una bomba atomica: “Ti ricordi quel fugace flirt al campeggio diciassette anni fa? Quella ragazza era mia madre, che ora è morta, e io sono tua figlia”. Bel grattacapo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uno scapolo impenitente che non ha mai amato nessuno scopre la bellezza della paternità e impara ad assumersi le proprie responsabilità
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, alcuni atteggiamenti libertini del protagonista
Giudizio Artistico 
 
Commedia lieve, che ha il coraggio di puntare in alto, pur senza evitare qualche banalità. Raoul Bova bravo ma non bravissimo mentre è ottima la prova di Marco Giallini.

Commedia lieve, che ha il coraggio di puntare in alto, pur senza evitare qualche banalità e qualche impennata non richiesta del tasso di ruffianeria. I modelli che s’intrecciano – senza raggiungere nessuno dei due né per simpatia né per sottigliezza – sono il britannico About a Boy (film con Hugh Grant tratto dal best-seller di Nick Hornby) e l’italico Scialla!, scritto e diretto da Francesco Bruni. Se in About a Boy il motto del protagonista era “Ogni uomo è un’isola”, lo slogan preferito di Andrea, il quarantenne interpretato da Raoul Bova (bravo, non bravissimo a recitare), è “I am mine” (“Io sono mio”), che lampeggia su una luce al neon appesa su un muro di casa (una casa invasa da oggetti inutili, status symbol di una “singletudine” e di un giovanilismo di maniera, utili a seppellire solitudine e povertà interiore).

“Io sono mio” significa non appartenere a nessun altro, come pontificava la Audrey Hepburn di Colazione da Tiffany (altro personaggio cinematografico in cui il glamour e lo chic nascondevano disperazione ed egoismo), prima di essere redenta da un uomo che le insegnava che amare significa appartenere a qualcuno (anche, nei casi baciati dalla grazia, a Qualcuno con la lettera maiuscola). Qui la “redenzione” (o la trasformazione, per usare un gergo più da storyteller) avviene attraverso una figlia sconosciuta, un “imprevisto” che mette il protagonista davanti a un fatto. La realtà colpisce Andrea, lo ottunde, lo disarma. Lo costringe a fare i conti con le proprie azioni, le proprie scelte; ad assumersi responsabilità che non si è mai preso, neanche nei confronti dei suoi genitori o del suo miglior amico. Per il malcapitato Andrea si tratta di diventare padre a quarant’anni senza averlo mai fatto e, soprattutto, senza mai aver davvero amato qualcuno. Una strada in salita che non potrà che portare grandi frutti.

Un film positivo, insomma, più che sufficiente nel giudizio, cui si può perdonare la fattura non proprio di alto livello (montaggio, scenografia, fotografia, sono più da sitcom televisiva che da cinema) e qualche inverosimiglianza di troppo (la bella prof di educazione fisica ai cui piedi cadrà il protagonista sembra essere l’unica insegnante, e quindi al centro della didattica, di un’intera scuola). Insieme al regista Edoardo Leo – alla sua seconda prova come autore dopo Diciotto anni dopo (2010) – scrivono la sceneggiatura l’attivissimo Massimiliano Bruno (di cui sono usciti, nella stessa stagione, anche Viva l’Italia! e Tutti contro tutti) e Herbert Simone Paragnani (uno che ha nel curriculum anche qualche puntata di Don Matteo). Impossibile non segnalare, tra gli interpreti, un Marco Giallini in gran forma – il migliore del cast – nel ruolo di un nonno rockettaro, che fa da mentore e da guru di tutti gli altri (anche qui con qualche semplificazione di troppo, e con tutto un corredo proveniente dagli anni Sessanta-Settanta fatto di tatuaggi, spinelli e narghilè) e che sembra aver imparato, anche sulla propria pelle e non senza ferite e sofferenze, qualche segreto sull’educazione e sull’unità familiare da condividere e trasmettere al protagonista. Siamo anche contenti che dal film sia stata tagliata una scena – presente invece nel trailer – in cui il papà piacione chiedeva alla figlia un preservativo e lei tranquillamente glielo dava (!), scena che avrebbe svilito i personaggi (qualunque fosse stato il frangente della storia in cui la scena fosse stata ambientata) e vanificato lo sforzo di positività e di apertura alla vita che il film invece è capace di costruire.

Autore: Raffaele Chiarulli


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