DIE HARD -Un buon giorno per morire

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Titolo Originale: A Good Day to Die Hard
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: John Moore
Sceneggiatura: Skip Woods, Jason Keller
Produzione: DUNE ENTERTAINMENT, ORIGO FILM GROUP, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION
Durata: 97
Interpreti: Bruce Willis, Jai Courtney, Mary Elizabeth Winstead

Precipitatosi a Mosca per aiutare suo figlio, che è in prigione perché coinvolto in una rete di omicidi legati a un potente uomo politico, il detective John McClane scopre che il suo rampollo è un agente della CIA e si trova coinvolto, suo malgrado, in un conflitto tra la mafia russa e degli affaristi senza scrupoli. Che finimondo!

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se nei film precedenti John McClane tendenzialmente uccideva per legittima difesa, qui sembra schiavo del personaggio e lotta contro il male quasi per inerzia e con violenza gratuita
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza e di tensione, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Un buon prodotto d’intrattenimento, girato bene con tutti i crismi, per gli amanti del cinema d’azione ma che non dura nella mente dello spettatore più dei pop corn con cui viene consumato, a differenza degli storici episodi della serie che vorrebbe omaggiare

Torna il superpoliziotto John McClane, una delle più felici invenzioni del cinema d’azione degli anni Ottanta, per la quinta volta in pista a venticinque anni dal mitico e imitatissimo Trappola di cristallo (1988) diretto da John McTiernan. Quel film capostipite, insieme al coevo Arma letale (1987) di Richard Donner, contribuì a ridisegnare le geografie del genere poliziesco americano, ed ebbe dapprima due fortunati seguiti, 58 minuti per morire (1990) di Renny Harlin e Die Hard – Duri a morire (1995) ancora di John McTiernan. Il protagonista di questa serie d’azione era un personaggio atipico: l’attore che lo impersonava, Bruce Willis, portava nel corredo stilemi e motivi della commedia (avendo interpretato un telefilm giallo-rosa di grande successo, Moonlighting, che lo proiettò nel firmamento di Hollywood) che diventarono un punto di forza nell’intera serie.

Molti anni dopo la chiusura di quella mitica stagione (l’action-movie anni Ottanta e Novanta), il personaggio è stato ripreso e la saga, ancora molto amata dal pubblico, ha goduto di un quarto episodio, il mediocre Die Hard – Vivere o morire (2007), diretto da Len Wiseman. Pur senza raggiungere le vette di ridicolo involontario del quarto, anche questo quinto episodio non incide quanto vorrebbe: gli anni Ottanta rimangono un’età rimpianta, cinematograficamente, ma non ripetibile. Lo testimoniano tutti i fiacchi ritorni sul luogo del delitto dei vari Alien, Predator, Terminator, Indiana Jones, Rambo, Rocky, Conan, Atto di forza, eccetera…

L’intuizione del primo episodio – girare un film d’azione in un unico ambiente chiuso, un grattacielo – era stata abbandonata nei film successivi (ma copiata, più o meno bene, nei vari Trappola in alto mare, A rischio della vita, Trappola sulle montagne rocciose, Decisione critica, Air Force One…) per allargare le scorribande dell’eroe in contesti sempre più vasti: l’aeroporto di Washington nella seconda puntata; l’intera città di New York nella terza; gli Stati Uniti nella quarta (minacciati da un’apocalisse informatica). In questa quinta tappa gli autori non trovano di meglio che tornare sull’arrugginita rivalità tra Russia e America. Sarà la nostalgia – dicevamo – degli anni Ottanta e anche della guerra fredda (situazione politica dalle intrinseche potenzialità narrative inesplose e per questo veicolo formidabile e rinnovabile di storie). Sarà, forse, una paura più recente – motivata o meno – del ritorno della Russia come potenza economica. Non è un caso che, dopo la saga di Transformers, anche quella di Die Hard faccia tappa a Cernobyl (in un improbabile finale pirotecnico in cui Bruce Willis si protegge dalle radiazioni indossando la sola e immancabile canottiera).

Il regista, John Moore, ha il bernoccolo per le scene d’azione e bisogna ammettere che la sequenza dei titoli di testa immette con la giusta sbrigatività nella narrazione, e che il primo fragoroso inseguimento in cui viene distrutta mezza Mosca (ricostruita a Budapest), è una delle migliori sequenze di azione viste negli ultimi tempi (ma 007 che demolisce San Pietroburgo a bordo di un carrarmato, in Goldeneye, riusciva ad avere più ironia, oltre che naturalmente più classe). Delude la seconda parte, più prevedibile e inverosimile, che cerca di moltiplicare pistolettate ed esplosioni per supplire alle mancanze della trama.

Il sub-plot “familiare” vorrebbe sposare la causa della famiglia unita, in cui padre e figlio, che non si parlano da anni, si riconciliano dopo aver rischiato insieme la pelle (una sorta di Indiana Jones e l’ultima crociata con l’uranio di Cernobyl al posto del Santo Graal). Non funziona, però, e non basta all’intelaiatura fibrosa del film. Rispetto ai primi episodi della serie, infatti, mancano lo smalto e la freschezza e, cambiati i nomi dei protagonisti, questo poliziesco potrebbe essere scambiato tranquillamente per qualunque altro in circolazione. Anche il discorso sulla famiglia, quindi, vero e anche amabile refrain della serie (nei primi episodi l’eroe doveva riconciliarsi con la moglie, negli ultimi due con i figli) è di maniera, tanto quanto l’umorismo del McClane Senior e l’epica muscolare che dovrebbe caratterizzare il personaggio del McClane Junior.

In più, ci sembra che da poliziotto problematico e a suo modo fallibile, ironico ma anche autoironico, John McClane si sia trasformato negli anni – in questa puntata e nella precedente – in una banale macchina da guerra, solo più scomposta e disordinata di altre. Nei primi tre Die Hard, insomma, la situazione costringeva l’eroe a un percorso di risalita e l’eliminazione dei cattivi era funzionale al plot e alla posta in gioco in palio, che era sempre molto alta (di solito, la sopravvivenza di sé, dei propri cari e di decine di persone tenute in ostaggio). In questo film la violenza sembra più autocompiaciuta e anche l’esecuzione finale del malvagio di turno non ha niente di catartico, quanto piuttosto di gratuito.

In conclusione, un film che vorrebbe strizzare l’occhio al passato (con molte citazioni anche letterali da Trappola di cristallo) ma che dei film che si giravano vent’anni fa conserva solo l’estetica da pop corn senza preservarne l’anima onesta. Un buon prodotto d’intrattenimento, comunque, girato bene con tutti i crismi, per gli amanti del cinema d’azione. Per noi, che non certi film siamo cresciuti, rimane il rimpianto per una generazione di autori che avevano fatto grande Hollywood e che non esiste più. Alcuni attori attempati – che evidentemente non trovano cineasti altrettanto capaci nelle nuove leve – s’incaponiscono a rifare gli stessi film come se il tempo non fosse passato, scambiando l’autoreferenzialità per l’autoironia.

Autore: Raffaele Chiarulli


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