THE LAST STAND - L'ultima sfida

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Titolo Originale: The Last Stand
Paese: Usa
Anno: 2013
Regia: Kim Jee-Won
Sceneggiatura: Andrew Knauer
Produzione: Di Bonaventura Pictures
Durata: 107
Interpreti: Arnold Schwarzenegger, Forest Whitaker, Johnny Knoxville, Jaimie Alexander, Rodrigo Santoro, Eduardo Noriega, Peter Stormare, Luis Guzmán

Un pericolosissimo narcotrafficante sfugge all’FBI e, a bordo di un’automobile superaccessoriata che può raggiungere la velocità di un jet, si dirige spedito verso il confine con il Messico. Ammanettata al suo fianco, una donna è tenuta in ostaggio come garanzia sulla propria vita. Alle sue dipendenze, c’è un esercito di bruttissimi ceffi che gli spianano la strada ed eliminano ogni ostacolo che si frappone tra lui e la fuga. Al suo inseguimento, una squadra di federali che più fessi non si può. Tutto facile per il cattivo? Certo, almeno finché non incoccia in Ray Owens, lo sceriffo della sonnolenta Sommerton, l’ultimo avamposto da attraversare prima di raggiungere il confine.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Con la sua ironia, il suo granitico senso della giustizia, la sua morale inattaccabile che non scende a nessun compromesso, l’eroe incarnato da Schwarzenegger si staglia all’orizzonte come un moderno John Wayne
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza efferata
Giudizio Artistico 
 
Arnold Schwarzenegger è tornato. Questo è il senso di questo poliziesco fortemente imparentato con il western, che si fa beffe della logica e della verosimiglianza, viaggiando a tutta velocità sui sentieri della nostalgia e del citazionismo più spinto.

He’s back. Arnold Schwarzenegger è tornato. Questo è il senso di questo poliziesco fortemente imparentato con il western, che si fa beffe della logica e della verosimiglianza, viaggiando a tutta velocità sui sentieri della nostalgia e del citazionismo più spinto.

La trama è semplice e lineare, presa di peso dai polizieschi che furoreggiavano qualche tempo fa: Ray Owens è un eroico ex piedipiatti – ormai avanti negli anni – che, stanco del sangue e della violenza che erano il pane quotidiano quando lavorava nella squadra narcotici di Los Angeles, si è ritirato a fare lo sceriffo in un tranquillo paesino di frontiera. A Sommerton – questo il nome del villaggio – il peggio che può capitare è di dover salvare un gatto intrappolato sui rami di un albero: il luogo ideale dove trascorrere gli anni della pensione. Nella sua unica giornata libera, quando il grosso della popolazione è fuori città per festeggiare una vittoria della locale squadra di football, un boss del narcotraffico decide di organizzare la fuga del secolo, la cui ultima tappa – prima di spiccare il volo in Messico – è proprio dove il poliziotto amministra, senza troppi problemi, la legge. Con una premessa così, il film si scrive e si commenta da solo: quante volte abbiamo visto un ex ufficiale a riposo, stanco e con un grave peso sul cuore, essere costretto a dissotterrare l’ascia di guerra per far trionfare ancora una volta la giustizia?

Terminata l’esperienza come governatore della California, a Schwarzenegger è tornata la voglia di mettersi in gioco davanti alla macchina da presa con il più classico degli action movie, forse seguendo la strada del suo compare Sylvester Stallone, che con la serie di The Expendables (in cui anche Schwarzenegger ha un ruolo, ma di secondo piano) sta racimolando non pochi soldi al botteghino, facendo leva sui sentimenti di nostalgia degli spettatori cresciuti a “pane e Rambo”.  Così The Last Stand – che però non ha avuto altrettanto successo presso il pubblico americano – sembra essere prelevato di peso dalla decade in cui l’attore menava le mani, e svuotava il caricatore di qualsiasi arma da fuoco, in film come Commando o Codice Magnum

Qualcosa, però, è cambiato. Non si tratta solo dell’età del protagonista, su cui molte battute del film ruotano in modo sinceramente autoironico. Neanche si può parlare di “aggiornamento” solo perché al plot anni Ottanta si aggiungono i vezzi stilistici di un regista in trasferta dalla Corea (Kim Jee-Won, uno che comunque sa il fatto suo). Il senso di questo tipo di film è che, in un’era di diffuso disincanto e fatalismo, viene proposto un genere di eroismo senza chiaroscuri e sfumature che nel cinema del nuovo secolo (anche in quello di genere), è raro riuscire a trovare ma di cui si sente un gran bisogno. Il ritorno di Schwarzenegger ispira più simpatia di quello di Sylvester Stallone in John Rambo (troppo serioso) e di quello di Mel Gibson in Viaggio in paradiso (troppo cinico). Sembra quasi, piuttosto, imparentarsi con quello di Captain America, il supereroe della Marvel proveniente, non a caso, da un altro tempo.

Con la sua ironia, il suo granitico senso della giustizia, la sua morale inattaccabile che non scende a nessun compromesso, l’eroe incarnato da Schwarzenegger si staglia all’orizzonte come un moderno John Wayne, un mito americano limpido, benché invecchiato, capace anche di scherzare in sceneggiatura sul Paese di nascita dell’attore (unico ostacolo, secondo lui, a impedirgli di diventare, dopo che governatore, anche presidente degli Stati Uniti).

Un film di nicchia, certo, per soli uomini adulti, troppo violento per la prima serata e il bollino verde (il sangue scorre a fiumi), ma siamo ben lontani dal solito sottoprodotto in cui l’unica soddisfazione è vedere i cattivi saltare in aria come i barattoli del tiro a segno. Piuttosto, il grintoso ritorno alla ribalta di un attore dal carisma e dal magnetismo unici, che al cattivo che gli propone di ricoprirlo d’oro in cambio del lasciapassare per la libertà, dice una frase da cineteca: “il mio onore non è in vendita”, accompagnata da un bel calcio nel sedere. Ce ne fossero eroi così!

Autore: Raffaele Chiarulli


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