CLOUD ATLAS - Tutto è connesso

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Titolo Originale: Cloud Atlas
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Andy Wachowski Lana Wachowski Tom Tykwer
Sceneggiatura: Andy Wachowski Lana Wachowski Tom Tykwer
Produzione: X-FILME CREATIVE POOL, ARD DEGETO FILM, MEDIA ASIA GROUP, FIVE DROPS, ANARCHOS PICTURES, ASCENSION PICTURES, A COMPANY FILMPRODUKTIONSGESELLSCHAFT
Durata: 172
Interpreti: Tom Hanks, Halle Berry,Jim Broadbent, Hugo Weaving, Jim Sturgess

Nel 1849, di ritorno da un viaggio d’affari su un’isola del Pacifico, un avvocato idealista (Jim Sturgess) offre protezione a uno schiavo clandestino che saprà ricambiare tanta generosità. Nel 1936, uno spiantato ma talentuoso compositore (Ben Whishaw) caracolla tra la Gran Bretagna e il Continente offrendo i suoi servigi a un vecchio musicista in crisi d’ispirazione, che farà di tutto per oscurarne i meriti e rubargli il capolavoro. 1973. Una cocciuta giornalista di San Francisco (Halle Berry) indaga sui pericolosi esperimenti di un magnate dell’energia nucleare (Hugh Grant) che non mancherà di darle filo da torcere. 2012. Un editore inglese (Jim Broadbent), in fuga dai creditori, finisce prigioniero in un inquietante ospizio in cui vigono regole da lager nazista. Ne capitanerà la rivolta. 2144. Nella metropoli futuristica di una società distopica, una ragazza-clone progettata in laboratorio (Doona Bae) scopre di avere un’anima e si unisce ai ribelli che guidano la rivoluzione contro l’oppressore. 2321. Futuro bucolico e post-apocalittico. Un rozzo capraio (Tom Hanks), già impegnato nel difendere la sua gente da una sanguinaria tribù rivale, non sa se fidarsi di una bella scienziata che forse ha la chiave della salvezza dell’universo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un pastrocchio di chiaro stampo New Age che, oltre che fortemente ostile nei confronti del cristianesimo, si rivela essere prono, invece, nei confronti delle “nuove religioni”
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di sesso e di nudo, etero e omosessuale, scene di violenza.
Giudizio Artistico 
 
Un pasticcio mistico-filosofico, non completamente privo di fascino ma totalmente vuoto di emozioni e ispirazione

Sei linee temporali s’intrecciano tra passato, presente e futuro. Il tema comune è, o vorrebbe essere, quello della libertà, o meglio quello della ribellione contro ogni tipo di oppressione e di condizionamento culturale. Di fondo, l’idea che ogni cambiamento (in meglio) è possibile grazie all’azione del singolo, alla sua presa di coscienza, alle sue scelte morali. Il tema viene distillato in un pasticcio mistico-filosofico, non completamente privo di fascino ma totalmente vuoto di emozioni e ispirazione. È l’adattamento ambizioso del romanzo L’atlante delle nuvole dello scrittore inglese David Mitchell, un’articolata intelaiatura narrativa costruita usando la figura del labirinto. Come suggerito da alcuni dialoghi dei personaggi, narra della trasmigrazione di alcune anime da un corpo all’altro, da un’epoca all’altra, tra corsi, ricorsi storici e dejà-vù , nel giro di cinquecento anni. Il concept forte è l’idea che un gesto morale possa avere ripercussioni positive che nel montare dei secoli possono salvare interi popoli, intere civiltà.

Non così comprensibile, nel suo svolgimento, insegue una struttura narrativa che vorrebbe essere audace ma rischia di essere solo confusa, in un montaggio che accosta episodi ambientati in luoghi ed epoche diverse, sottolineandone i nessi ma disorientando ugualmente lo spettatore. La ribellione alle regole costituite, che dovrebbe fare da filo conduttore dei vari eventi, assume tinte ambigue quando equipara le conquiste di civiltà dell’uomo (la lotta contro il razzismo, l’abolizione della schiavitù) al sovvertimento dell’ordine costituito da Dio (così viene enunciato il tema in una delle prime scene: “cosa è giusto cambiare del mondo così come ce l’ha consegnato Dio e cosa no?”).

L’elenco degli “ordini” da sovvertire è presto detto: nell’episodio ambientato nell’Ottocento si combatte contro il razzismo e lo schiavismo; in quello ambientato nel primo Novecento si difendono le ragioni degli omosessuali; in quello degli anni Settanta si combatte contro le regole del “mercato” che per profitto accetterebbe un’ecatombe nucleare; nell’episodio ambientato ai giorni nostri si critica l’istituzione delle case di riposo, quando gli anziani vi vengono “rottamati”; gli episodi ambientati nel futuro sono due esercizi di “distopia” abbastanza ovvi, se non fosse che – in maniera plateale – l’istituzione contestata è quella della religione rivelata: nell’episodio ambientato nella megalopoli futuristica, debitore di Matrix e Blade Runner , ma anche del misconosciuto gioiello degli anni Settanta Soylent Green (noto in Italia come 2022: I sopravvissuti), gli oppressi del 2100 obbediscono a “comandamenti” e a un “catechismo”; viene promessa loro una “ascensione” per conto di un sistema di controllo chiamato “alleluja”. Nel caso le metafore non fossero abbastanza chiare…

A voler essere generosi, alcuni elementi positivi potrebbero essere evidenziati: innanzitutto la premessa, che affida a una buona azione la possibilità di risonare nel futuro e ispirare gesti di nobiltà di popoli diversi e generazioni lontane. Inoltre, l’idea, anche se ormai non più di primissimo pelo nella fantascienza al cinema (Blade Runner, A.I., The Island, Non lasciarmi…) che l’essere umano non può essere ridotto a un numero o una macchina, e che si agiterà sempre e comunque in lui un’anima immortale. Ancora, che come emblema del desiderio di libertà e di ribellione a delle regole ingiuste venga scelto lo scrittore dissidente russo Aleksandr Solženicyn. Per il resto, siamo in presenza di un pastrocchio di chiaro stampo New Age che, oltre che fortemente ostile, come già detto, nei confronti del cristianesimo, si rivela essere prono, invece, nei confronti delle “nuove religioni” (l’amore omosessuale su tutte). Una ragazza-clone tra tante, che ha detto sì al sentimento che albergava nel suo cuore e ha saputo dargli spazio, diventa una dea, duecento anni dopo, nell’equivoco tecnologico-digitale di una tribù semibarbara di un medioevo prossimo venturo che ne aveva scoperto le tracce. Sottilmente, s’insinua l’idea che i messaggi delle religioni rivelate siano giusti ma che sono anche affidati a veicoli casuali che niente hanno a che fare con la vera divinità (che non esiste) e, di conseguenza, si suggerisce che le “chiese” che ne custodiscono la dottrina sono costrutti umani autoreferenziali e privi valore. Sono lontanissimi, per i fratelli Wachowski (che scrivono e dirigono a sei mani, con il tedesco Tom Tykwer), i tempi del capolavoro Matrix, ma anche di quel film bizzarro e simpaticamente pro-family che era Speed Racer. Il box-office americano, impietoso, ha tributato al film pollice verso. A ragione.   

Autore: Raffaele Chiarulli


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