LEBANON

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Titolo Originale: Levanon
Paese: Israele
Anno: 2008
Regia: Samuel Maoz
Sceneggiatura: Samuel Maoz
Produzione: Metro Communications, Ariel Films
Durata: 94'
Interpreti: Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss

Guerra del Libano, 1982. In un tank israeliano ci sono tre soldati e un ufficiale, tutti giovani e tutti, tranne uno, alla loro prima battaglia. Ygal è il guidatore, Samuel l'artigliere, Herzl l'inserviente al pezzo, Assi il comandante. Il carro si deve unire a una squadra di soldati che ha il compito di ripulire dai terroristi un villaggio già "spianato" dall'aviazione israeliana. Tutta la missione viene vista in soggettiva dall'interno del carro è l'unico mezzo di contatto con l'esterno è il visore dl cannoniere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I quattro protagonisti non mostrano alcun odio nei confronti dei loro nemici e il loro senso di solidarietà abbraccia commilitoni e avversari
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di ferite di guerra possono impressionare i più piccoli. Una rapida scena di nudo femminile. L'agonia di un asino mortalmente ferito. Un racconto a sfondo erotico. VM 14
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di tutti i protagonisti e originale messa in scena che consente allo spettatore di sentirsi al centro della battaglia

Lebanon è il frutto di un desiderio prolungatosi 26 anni di Samuel Maoz,  regista esordiente israeliano.  Aveva venti anni quando fu arruolato come artigliere in un carro armato e mandato a combattere in Libano. Come Ari Forman per il suoValzer con Bashir, Maoz ha sentito il bisogno di liberarsi da una esperienza  traumatica che  ha  segnato  la sua giovinezza.

L'autore utilizza un approccio sicuramente originale nel cercare di ricostruire con il massimo realismo ciò che a quel tempo aveva provato. La prima soluzione è sta quella di una rigorosa soggettiva all'interno del carro armato, di cui con il tempo finiamo per conoscere tutti gli angoli: dal pavimento perennemente coperto di gasolio dove galleggiano mozziconi di sigarette ai contenitori sigillati, sparsi alla rinfusa, usati dai carristi per urinare.  La seconda nota realistica è quella dell'incertezza, della confusione, dell'errore. Il piano della giornata in territorio libanese era stato definito al minuto da comando militare, ma la squadra di soldati con il tank di appoggio finisce per  perdersi nel territorio nemico, per raggiungere un paese sbagliato, per attendere comandi e chiarimenti che non arrivano.

All'interno di questa scatola sporca e maleodorante quattro uomini si parlano e litigano in modo totalmente trasversale rispetto alle loro funzioni ufficiali: il comandante, alla sua prima missione, è proprio quello più insicuro, geloso del servente al pezzo che ha molta più esperienza. L'artigliere, uscito dal campo perfettamente addestrato, si emoziona al momento di dover uccidere sul serio un essere umano mentre  il pilota, che non sa mai dove realmente sta andando, ha un solo desiderio: comunicare a sua madre che sta bene. Nel mondo che sta al di fuori, visto attraverso il mirino del cannone, si svolge la guerra con le sue  atrocità: civili uccisi per sbaglio, soldati che giacciono a terra con orribili ferite, animali in agonia La grazia di un rapido nudo femminile sembra inserito apposta dal regista per spezzare la monotonia  dei tanti primi piani dei volti sudati e sporchi dei quattro carristi.

Se possiamo apprezzare l'inventiva con cui il regista ha voluto ricostruire per se e per noi spettatori, quell'esperienza vissuta tanti anni fa, globalmente il film non sembra affatto realistico.

C'è qualcosa di strano, di irrealistico appunto, nel comportamento di questi quattro soldati. Vanno alla guerra totalmente ignari di dove stanno andando e perché. Non c'è mai astio verso il nemico e la parola palestinese non viene mai pronunciata; nell'attraversare un paese libanese fanno riferimento a "possibili terroristi". Addirittura uno dei ragazzi chiede: "chi sono i falangisti?"
Un siriano che è stato fatto prigioniero dopo aver danneggiato seriamente il carro con un razzo, viene trattato con grande umanità e gli viene procurata della morfina per lenire il dolore delle ferite. Il comandante dell'intera operazione, totalmente impegnato a gestire una situazione diventata critica, ha il tempo di chiedere, per telefono, che venga avvisata la mamma del guidatore Ygal.

Sono tutti dettagli che hanno fatto salutare questo film come un'opera contro la guerra, contro tutte le guerre.
Non vorrei deludere gli entusiasmi di tanti pacifisti, ma la mia opinione è leggermente differente.

Per tanti anni ci siamo assuefatti ai film di guerra di produzione americana: da Okinawa a I berretti verdi, al più recente  Pearl Harbor,  dove i nostri eroi, intrepidi e  un po' spacconi, riescono ad aver la meglio contro "gli sporchi musi gialli" e in questo modo celebrano le glorie del loro paese.

Mi sembra  di poter dire che i registi  israeliani hanno introdotto un nuovo stile nei film di guerra, dove però il fine è lo stesso: l'apologia del proprio paese. Mi riferisco. oltre che a Lebanon,  alla loro produzione più recente come Valzer con Bashir e  Kippur.

Rivolgendosi ai giovani d'oggi, questi registi comprendono bene che il militarismo è totalmente estinto grazie anche a una maggiore sensibilità verso il valore dell'essere umano, in divisa o civile che sia. Le guerre e le incomprensioni, le ostilità però continuano in quella tormentata terra, adesso come 27 anni fa  e in questi film si evita di affrontare con coraggio il tema delle cause che tuttora permangono e di cosa può essere fatto per evitarle.
La guerra, per brutta che sia, è vista come un dato di fatto e per questi autori non resta altro di positivo da fare che avere la massima comprensione verso chi ne rimane coinvolto.

E' sintomatico il fatto che in Lebanon come in Valzer con Bashir gli unici veramente cattivi siano i cristiano-libanesi (per fortuna nella versione italiana non sono state sottotitolate le minacce che un falangista fa in arabo al prigioniero siriano: la sensazione sarebbe stata più netta). Anche l'atteggiamento di Maoz verso i palestinesi è dicotomico: grande sensibilità verso le popolazioni civili vittime della guerra ma appena si trova a fronteggiare dei palestinesi in armi questi, etichettati come terroristi, usano delle donne come scudo umano.

Va molto bene non nascondere le atrocità della guerra, ma occorrerebbe avere più coraggio. Questa mancanza di autocritica o almeno l'impegno di guardare con imparzialità  la realtà delle guerre in Medio Oriente non contribuisce a mio avviso a  fare passi avanti verso la pace.

Autore: Franco Olearo


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