ACCIAIO

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Titolo Originale: Acciaio
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Stefano Mordini
Sceneggiatura: Giulia Calenda, Stefano Mordini, Silvia Avallone
Produzione: CARLO DEGLI ESPOSTI PER PALOMAR, RAI CINEMA
Durata: 95
Interpreti: Michele Riondino, Vittoria Puccini, Anna Bellezza, Matilde Giannini

Piombino. Anna e Francesca, amiche inseparabili, sono due adolescentidi quattordici anni che vivono nelle case popolari sullo sfondo delle acciaierie che danno lavoro e disperazione a mezza città. Provengono da situazioni familiari disastrate (una ha in padre in carcere, l’altro è un violento) e in balia di loro stesse finiscono per fare scelte sbagliate o frettolose. Solo Alessio, il fratello di Anna, non disprezza di fare l’operaio nell’acciaieria e non cerca di fuggire da Piombino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nell’ambiente degradato in cui vivono le ragazze, Anna ha un rapporto con un ragazzo a 14 anni con il beneplatito del fratello, mentre Francesca, vittima di un padre violento, si prostituisce. Lo stesso Alessio arrotonda rubando cavi di acciaio dalla sua fabbrica
Pubblico 
Maggiorenni
una scena di sesso, scene sensuali, turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Il regista trova la strada di un “neo neorealismo” rendendo credibili i volti e le situazioni

Uno alla volta, tutti i successi recenti dell’editoria italiana arrivano sul grande schermo. È la volta di Acciaio, tratto dal romanzo d’esordio di Silvia Avallone (che collabora qui alla stesura della sceneggiatura) e che, nonostante i difetti, rappresenta in ogni modo un caso riuscito di trasposizione da romanzo a film. Merito del regista Stefano Mordini, che ha esperienza come autore di documentari e che trova la strada di un “neo neorealismo” rendendo credibili i volti e le situazioni e la cui regia sa creare senso con le immagini, soprattutto attraverso il contrasto tra il largo orizzonte dei paesaggi naturali e il cupo, incombente scenario, quasi da inferno dantesco, dell’interno dell’acciaieria di Piombino (in provincia di Livorno, di fronte all’Isola d’Elba, già “personaggio” del film La bella vita di Paolo Virzì).

Acciaio compie un affondo nel disagio sociale di una classe operaia che vive, anzi sopravvive, in una periferia italiana quasi identica a come poteva essere venti o trenta anni prima (internet e i telefonini? Ci sono, certo, ma non sono diffusi ovunque allo stesso modo, come credono gli abitanti dei centri delle grandi città.
E, soprattutto, cosa te ne fai di facebook quando esiste un mezzo molto più efficace come il citofono?). Lo sguardo del film accoglie la dignità di chi lavora onestamente, con senso della realtà e del dovere, senza grilli per la testa (posizione incarnata dal personaggio interpretato da Michele Riondino, a suo modo saggio, schietto e sincero) e si apre a un giudizio generalmente positivo sulla famiglia, descrivendola come realtà zoppicante o disastrata (le famiglie che vediamo nel film sono tutt’altro che felici) ma definendola come un bene assente e sempre invocato, desiderato, bramato (un’adolescente che si illumina al solo pensiero di poter fare una vacanza con suo fratello ed entrambi i genitori).

Purtroppo, però, il film è intriso anche di un dimesso pessimismo. Se Mordini accoglie la lezione del Neorealismo  da un punto di vista stilistico, il romanzo di partenza non gli permette di esplorare al meglio le possibilità pedagogiche insite in ogni storia drammatica. Rispetto al libro della Avallone, il film è bravo ad asciugare, eliminare le ridondanze, i personaggi, e a concentrarsi su pochi temi. Si costringe, però, ad accumulare alla questione del disagio giovanile (adolescenti e giovani che vivono e crescono senza prospettive, completamente impreparati di fronte alla vita e ai suoi drammi, compreso l’innamoramento) anche la tragedia, che giunge – per certi versi inaspettata proprio quando il film sembrava potersi aprire alla speranza – a chiudere tutta la storia e il suo significato nella tagliola dell’ineluttabilità. 

Autore: Raffaele Chiarulli


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