VENUTO AL MONDO

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Titolo Originale: Venuto al mondo
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Sergio Castellitto
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Sergio Castellitto
Produzione: Picomedia, Alien Produzioni, Medusa Film, Telecinco Cinema, Mod Producciones, in collaborazioen con Sky Cinema e Mediaset Premium
Durata: 127
Interpreti: Penélope Cruz, Emile Hirsch, Adnan Haskovic, Saadet Aksoiy, Pietro Castellitto, Luca De Filippo, Jane Birkin

La giornalista italiana Gemma torna a Sarajevo, accompagnata da suo figlio Pietro, diciannove anni dopo aver vissuto da spettatrice, ma in prima linea, gli eventi drammatici della guerra. L'occasione è una mostra fotografica in cui vengono esposti anche degli scatti di Diego, il ragazzo americano che Gemma aveva conosciuto a metà degli anni Ottanta, nell'allora Jugoslavia, e che aveva amato appassionatamente, cercando invano di costruire con lui una normalità familiare. Guardare il mondo attraverso le foto, e quindi attraverso lo sguardo di Diego, nel frattempo deceduto in un incidente, riapre in Gemma ferite mai cicatrizzate. Complice la presenza del poeta Gojiko, con cui Gemma e Diego avevano vissuto, prima e durante la guerra nei Balcani, momenti drammatici ma anche di grande bellezza e intensità, Gemma ripercorre la sua tragica storia d'amore

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista, nella sua pretesa di avere un figlio “a tutti i costi”, non fa che collezionare tutti i luoghi comuni sul “diritto alla maternità”, ovverosia tutto ciò che va contro i diritti – quelli sì che lo sono – di ogni essere umano di essere il frutto di un gesto di amore e di gratuità
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza e di tensione, scene di sesso e di nudo, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
I problemi maggiori riguardano la scrittura: si percepisce la mancanza di un asse narrativo stabile, un affastellamento di eventi che impedisce di entrare pienamente nell'universo del racconto.Un altro limite del film è l'inesperienza attoriale di Pietro Castellitto ma molto brava Penelope Cruz

 

Per la quarta volta dietro la macchina da presa, Sergio Castellitto (che come attore si ritaglia qui un ruolo minore, anche se di grande importanza) ha adattato il romanzo omonimo della moglie Margaret Mazzantini, con cui ha scritto anche la sceneggiatura. Si tratta di un melodramma molto intenso, che da un punto di vista stilistico si concede troppe sottolineature retoriche e ridondanze. I problemi maggiori riguardano la scrittura: se nel romanzo i continui andirivieni temporali dal presente al passato, e la conduzione di due vicende parallele, riescono a portare avanti la storia in maniera coinvolgente, nel film si percepisce la mancanza di un asse narrativo più stabile. Un altro limite del film è l'inesperienza attoriale di Pietro Castellitto, figlio del regista e della scrittrice, che esordisce sul grande schermo in un ruolo non facile per cui ci sarebbero volute spalle più larghe. Penélope Cruz, bravissima, regge il film quasi da sola ma sembra l'unica a credere davvero nel suo personaggio. Molto meno bravo uno dei suoi partner maschili, Emile Hirsch, ottimo attore ma qui fuori parte, o fuori forma.

Abbondano purtroppo le gratuità, non solo stilistiche (ossessiva la presenza della musica, troppi colpi di scena, troppe scene madri, troppi ralenti) ma anche alcune di contenuto: la protagonista ha avuto una bruciante storia d'amore con un uomo, ma ha cresciuto suo figlio con un altro. Forse non era necessario aggiungere un terzo uomo, per un'eccessiva fedeltà al romanzo, e fare di lei anche una divorziata: che senso ha quel primo matrimonio con una persona che evidentemente Gemma non ama? Nelle pagine di un romanzo è possibile raccontare la vita intera di un personaggio e approfondirne tutti gli snodi problematici, ma la scrittura cinematografica esige più precisione e sintesi. L'impressione, invece, è di un affastellamento di eventi che impedisce di entrare pienamente nell'universo del racconto.

La storia, a metà tra il dramma politico e quello esistenziale, mette troppa carne al fuoco, sorvolando su questioni fondamentali lasciate al giudizio dello spettatore: amore, matrimonio, divorzio, sterilità, fecondazione assistita, adozione, suicidio, agnizioni incredibili, stupri di massa, rapporti padre-figlia, maternità interposte, paternità negate... Ne esce un ritratto di una donna attaccata alla vita e alle sue passioni profonde, ma troppo egoista e miope perchè ci si possa affezionare del tutto a lei. Eppure il regista sceglie di guardare tutto attraverso il suo punto di vista, tralasciando alcuni personaggi cruciali proprio lì dove sarebbe servito un approfondimento. Risultato: lo spettatore si sente un estraneo.

L'impressione è che una certa élite culturale – di cui la coppia Mazzantini-Castellitto fa parte – sia convinta che per raccontare la vita vera e per affondare nelle passioni autentiche delle persone, sia sufficiente raccontare storie estreme in cui accadono fatti truci (come nello sgradevole Non ti muovere). Che basti questo, quindi, per non essere tacciati di qualunquismo e banalità (meglio aveva fatto la coppia nel precedente La bellezza del somaro, una presa in giro sincera e intelligente della classe sociale e generazionale a cui i due appartengono). Resta, però, la speranza: il film si chiude su note positive di conciliazione con il mondo, con la vita e con la propria anima. Si affida, insomma, alla verità il compito, nonostante le ferite e il dolore, di essere lenitiva e di dare riposo al cuore. Non basta questo principio a fare di questo film un buon film, però testimonia la volontà di non dare l'ultima parola alla morte e al nichilismo, e ci preme sottolinearlo.

Per contro, questa riappacificazione finale giunge davvero a caro prezzo: la storia di Gemma, della sua sofferenza e della sua pretesa di avere un figlio “a tutti i costi”, non fa che collezionare tutti i luoghi comuni sul “diritto alla maternità”, ovverosia tutto ciò che va contro i diritti – quelli sì che lo sono – di ogni essere umano di essere il frutto di un gesto di amore e di gratuità. Difficile da accettare come madre una donna disposta a qualunque compromesso (tanto da non fare quasi una piega a che il proprio uomo faccia un figlio con un’altra donna). Manca, al di là di una vaga sofferenza di cui siamo certi che i personaggi soffrano, un giudizio netto sul tipo di azioni che essi commettono. Anche il finale “alla luce del sole”, da questo punto di vista, non fa che ammantare di un’enigmatica ambiguità morale una storia talmente estrema da andare ben oltre la volontà di realismo inseguita dagli autori.

Autore: Raffaele Chiarulli


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