ARGO

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Titolo Originale: Argo
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Ben Affleck
Sceneggiatura: Chris Terrio
Produzione: GK FILMS, SMOKE HOUSE, WARNER BROS. PICTURES
Durata: 120
Interpreti: Ben Affleck, John Goodman, Alan Arkin

Iran, 4 novembre 1979. L’ambasciata americana di Teheran viene presa d’assalto da una folla inferocita e 52 funzionari sono presi in ostaggio. Sei di loro riescono a rifugiarsi nell’ambasciata canadese. La situazione è critica, gli americani rischiano di venir scoperti e la CIA, nella persona di Tony Mendez mette in piedi un piano molto audace: far credere che i sei rifugiati non sono altro che i componenti di una troupe cinematografica…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Persone non direttamente coinvolte nell'incidente dell'ambasciata americana di Teheran mostrano generosità ed altruismo nel contribuire alla liberazione degli ostaggi
Pubblico 
Adolescenti
Per la tensione che si crea a seguito della rivoluzione iraniana e il turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Film carico di suspense perché ben realizzato ma anche interessante per i risvolti umani

“Esfiltrare”, cioè togliere le persone da una situazione difficile: è questo il neologismo che avremo imparato alla fine di “Argo” il nuovo film diretto ed interpretato da Ben Affleck sulla liberazione di sei americani che erano riusciti a rifuguarsi nell’ambasciata canadese il giorno dell’assalto di una folla inferocita all’ambasciata americana di Teheran, il 4 novembre 1979.

Una storia forse troppo minima, considerata segreto di Stato fino al 1997? Non per Ben Affleck che per nostra fortuna ha confezionato con grande maestria un film pieno di suspence ma anche di valori umani.

Sfiora l’incredibile il successo di un'operazione di salvataggio costruita inorno a una “copertura” basata su di un film di fantascienza che prevedeva delle riprese in Iran da parte di una troupe canadese,  costituita appunto da sei ostaggi, “convertiti” in due giorni in sceneggiatori, operatori e registi,  mentre l’ambasciata canadese aveva ormai avuto l’ordine di chiudere e lo stesso governo statunitense aveva all’ultimo momento deciso di annullare l’operazione.

Anche se già dal momento in cui entriamo in sala sappiamo che il lieto fine è scontato, restiamo con il fiato sospeso proprio per la bravura  del regista di farci immedesimare in quei sei anonimi funzionari di ambasciata costretti a simulare estrosità creativa davanti a dei guardiani della rivoluzione, fanaticamente sospettosi. Se Affleck ha probabilmente calcato un po’ la mano nel costruire situazioni di tensione maggiori di quelle che in realtà ci sono state, è facilmente perdonabile, perché la storia, nella sua essenza, è vera.

Il film è molto più ricco di un semplice meccanismo ad orologeria; il suo pregio maggiore è il lavorare su più piani di contrasto: la commedia e il dramma; la finzione del cinema e la realtà del sequestro; il lavoro in prima linea a Teheran e in retroguardia a Washington, la pesantezza dell’apparato burocratico e l’iniziativa individuale.

Scrupolosa anche la ricostruzione dei drammatici eventi intorno all’ambasciata e il “look” fine anni ’70, nei vestiti come nelle acconciature.

Il film ha un retrogusto di propaganda pro-Cia e pro-USA, inutile negarlo. Affleck evita di giudicare il contesto geopolitico in cui i fatti avvennero (la scelta USA di sostenere lo Scià,  l’inefficieanza della CIA per non aver compreso la gravità della situazione, la decisione poco realistica di Carter di accogliere Reza Pahlavi in USA quando ormai si era già rifugiato in Egitto) ma neanche nega, con rapidi accenni, l’esistenza di questi problemi.

Addirittura, nei titoli di coda, si accenna alla liberazione per via diplomatica degli ostaggi dell’ambasciata dopo 444 giorni di prigionia ma neanche una riga sulla fallimentare operazione “Desert One” del 1980.

Non è infatti ìl contesto politico l’interesse principale su cui si concentra il film e in fondo neanche l’esaltazione dell’efficienza dell’apparato e dei funzionari della CIA: ciò che risalta sopra tutto è l’iniziativa di singole, generose persone. L’ambasciatore canadese, accogliendo i sei americani, sapeva che avrebbe corso dei rischi personali e avrebbe innescato un incidente diplomatico con Teheran (l’ambasciata inglese li aveva in effetti rifiutati), eppure l’ha fatto. La domestica dell’ambasciata, al corrente della situazione, avrebbe potuto mostrarsi una diligente cittadina denunciando i rifugiati  eppure ha taciuto, per rispetto verso chi l’ospitava. Ma soprattutto i due simpatici personaggi di Hollywood, il truccatore John Goodman e il produttore Alan Arkin che potevano continuare tranquillamente a fare il loro mestiere e invece si sono appassionati a questa vicenda così assurda (ma ad Hollywood tutto è finzione), organizzando perfino una conferenza stampa per comunicare l’inizio delle riprese del film fantasma.

Autore: Franco Olearo


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