C'ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA

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Titolo Originale: Bir Zamanlar Anadolu'da
Paese: Turchia, Bosnia Erzegovina
Anno: 2011
Regia: Nuri Bilge Ceylan
Sceneggiatura: Ercan Kesal, Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan
Produzione: ZEYNO FILM, PROD2006, 1000 VOLT, TURKISH RADIO TV CORPORATION (TRT), IMAJ, FIDA FILM, NBC FILM
Durata: 157
Interpreti: Muhammet Uzuner, Yilmaz Erdogan, Taner Birsel

Tre macchine percorrono le strade dell’Anatolia: trasportano un commissario di polizia, un procuratore, un medico legale, alcuni poliziotti e un omicida che ha accettato di mostrare dove ha seppellito il corpo della vittima. La ricerca si svolge per una sera e tutta una notte senza frutto perché il profilo della campagna sembra sempre uguale. Solo all’alba viene individuato il luogo dove giace il corpo della vittima…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
E’ difficile determinare il valore del film dal momento che non è chiaro il messaggio che vuole trasmetterci
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni dettagli sull'ispezione di un cadavere sconsigliano la visione ai più impressionabili
Giudizio Artistico 
 
L’autore padroneggia la macchina cinematografica ma rischia di essere prolisso e inconcludente

Quando si “soggiorna” in una sala cinematografica per più di due ore e mezza come nel caso di questo film di Nuri Bilge Ceylan, viene da chiedersi se opere con l’etichetta di “film d’autore”, tanto più insidiose quanto insignite di qualche premio (in questo caso il gran prix ex-equo a Cannes 2011),  siano da scartarsi a priori o ci sia qualche possibilità recupero.

L’etimologia  “film d’autore” sottolinea la presenza di una forte personalità del regista/sceneggiatore che in vari modi ha impresso il suo io a tutta l’opera. Ciò di per sè può essere un fatto positivo, purché l’autore si ricordi che il suo obiettivo non è esternare se stessi, ma comunicare qualcosa in modo fruibile allo spettatore.

Questo film conferma i molti pregi di Nuri Bilge Ceylan, già autore di “Uzak” (2002-gran premio della giuria a Cannes 2003), “le tre scimmie” (2008) e “Il piacere e l’amore” (2006).

Vorrei citare innanzitutto la fotografia, sempre nitida, in un gioco di contrasto fra le luci dei fari di tre macchine che si muovono in una strada di campagna prima al tramonto, poi in piena notte e dopo all’imbrunire (il film ha una forte unità di tempo). Anche la visione notturna delle calde luci che filtrano dalle finestre delle poche case isolate di uno sperduto villaggio dell’Anatolia è rassicurante ma desolante al contempo.

Notevole la caratterizzazione dei personaggi: l’autore si prende tutto il tempo necessario per lasciarli parlare anche di cose banali (c’è una lunga disquisizione sullo yogurth migliore), per far emergere, non senza ironia, le loro piccolezze di uomini della burocrazia (una discussione sull’esatta linea di delimitazione fra due comuni per comprendere se potranno usufruire del rimborso della trasferta; le lamentele, prima di iniziare ad effettuare una autopsia, sul fatto che altri ospedali sono stati preferiti nel rinnovo delle attrezzature). C’è in questo una implicita classificazione dei personaggi: loquaci e lamentosi i subalterni; di poche parole, molto riflessivi i funzionari che come veniamo a scoprire durante lo sviluppo della storia, si portano il peso di tristi vicende familiari.

La storia si sviluppa in un quasi tempo reale e i lunghi primi piani, i dialoghi, facilitano la messa a fuoco dei personaggi ma Ceylan si dimentica che non può abusare della pazienza dello spettatore: le lunghe stesure, parola per parola, dei verbali prima del procuratore, poi del dottore durante l’autopsia fanno precipitare il livello di attenzione, soprattutto quando si perde il senso generale di ciò che si sta vedendo.

Le tre macchine che vediamo percorrere le strade dell’Anatolia trasportano un commissario di polizia, un procuratore, un medico legale, alcuni poliziotti e un omicida che ha accettato di mostrare dove ha seppellito il corpo della vittima. Si tratta quindi di un giallo, anche se Celyan sembra interessato più ad approfondire i caratteri di questa eterogenea compagine di uomini dello stato che non a svelarci i retroscena, il movente di quel gesto che in seguito si rivelerà essere stato particolarmente crudele.
Il film mantiene tutti questi interrogativi in sospeso e alla fine Celyan snobba completamente qualsiasi regola elementare dell’intrattenimento, lasciando il libro della storia  aperto alla stessa pagina dalla quale era iniziata.

C’è chi ha supposto che il film sia una unica, grande metafora della Turchia d’oggi, con la sua burocrazia  farraginosa, la solidità immobile delle tradizioni antiche e un poco di modernità.

Tutto ciò è plausibile ma se occorre riconoscere a Celyan di avere buoni ferri del mestiere utili per raccontarci delle storie, deve ricordarsi di rispettare le regole dello spettacolo per comunicarci  qualcosa di meno indeterminato, senza sfidare troppo la nostra pazienza.

Autore: Franco Olearo


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