IL CASTELLO NEL CIELO (Raffaele Chiarulli)

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Titolo Originale: Tenkû no shiro Rapyuta
Paese: GIAPPONE
Anno: 1986
Regia: Hayao Miyazaki
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Produzione: Studio Ghibli, Tokuma Shoten
Durata: 124

Galles, fine Ottocento. Non riesce a credere ai suoi occhi il giovanissimo minatore Pazu, che si distrae dal lavoro per seguire la scia di una strana luce accesasi all’improvviso nel cielo notturno. Ne discende dolcemente, come in un sogno o in una favola, la graziosa coetanea Sheeta, orfana come lui di entrambi i genitori e inseguita da una risma di brutti ceffi che le vogliono sottrarre un ciondolo magico. Grazie a questo, un minerale dalla provenienza sconosciuta conservato per secoli dalla famiglia della ragazzina, è possibile non solo sfidare misteriosamente le leggi di gravità ma anche ottenere la rotta per Laputa, una leggendaria città perduta che fluttua nel cielo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'amicizia fra i due bambini è descritta in modo profondo e autentico, che contempla concretamente l’avere a cuore il bene dell’altro e l’essere disponibili per questo al sacrificio.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un’animazione perfetta, risultato di disegni realizzati ancora tutti a matita, in cui spicca un senso dello spazio degno dei migliori western americani . Un'estrema attenzione alla storia e ai personaggi che emozionano perché evocano con realismo la meraviglia, l’incoscienza, e gli altri tratti tipici dell’infanzia,

 Arriva solo ora nelle sale italiane, dopo un fugace passaggio in dvd nel 2004, uno dei primi film diretti dal giapponese Hayao Miyazaki, venerato maestro dell’animazione di cui è un grandissimo estimatore, per intenderci, il capo della Pixar John Lasseter. Il castello nel cielo, che la Lucky Red ha distribuito dopo aver ripescato dalla soffitta negli anni scorsi anche Il castello di Cagliostro, Porco rosso e Il mio amico Totoro, è una vera e propria boccata d’ossigeno proveniente dagli anni Ottanta. A chi è cresciuto in quel decennio, infatti, basteranno pochi fotogrammi e la stupenda sequenza dei titoli di testa (ispirata forse alle incisioni dell’artista francese Moebius), per aprire il cuore alla nostalgia e catapultarsi all’indietro in un periodo magico fatto di pomeriggi infiniti trascorsi in compagnia di cartoni animati come Heidi, Conan – il ragazzo del futuro, Lupin III e Il fiuto di Sherlock Holmes (una rilettura canina del personaggio di Conan Doyle di gran lunga superiore al coevo e disneyano Basil l’investigatopo).

Se uno dei criteri per giudicare la riuscita di un film è il suo grado d’impermeabilità agli anni, allora non c’è dubbio che questo Castello nel cielo meriti le stimmate del capolavoro. Lo prova un’animazione perfetta, risultato di disegni realizzati ancora tutti a matita, in cui spiccano la cura dei particolari e un senso dello spazio degno dei migliori western americani (e che non ha bisogno di becere “riconversioni” in 3D per creare negli spettatori l’illusione di entrare davvero a far parte dell’universo narrativo). Lo provano, soprattutto, l’estrema attenzione alla storia e ai personaggi – quelli sì, tridimensionali – che emozionano perché evocano con realismo la meraviglia, l’incoscienza, e gli altri tratti tipici dell’infanzia, compreso quell’elettrizzante ribollire di vita ancora inesploso che solo i grandi poeti riescono a descrivere. La vicenda scorre veloce nel solco della classicità, solidamente piantata in modelli sempreverdi che richiamano qua e là grandi archetipi cinematografici come Guerre stellari ma in cui trovano posto riletture dei classici di Charles Dickens, Jules Verne e Jonathan Swift (fu lui il primo a parlare di Laputa, nei Viaggi di Gulliver, citato espressamente nel film, e dopo di lui Chesterton, en passant, nelleAvventure di un uomo vivo).

Come in altri film di Miyazaki, anche in questo si parla di un’amicizia e di un miracolo. L’amicizia, quella tra i due bambini, è una cosa seria. Il legame, che per la tenera età dei protagonisti non può sbocciare ulteriormente, è un sentimento descritto in modo profondo e autentico, che contempla concretamente l’avere a cuore il bene dell’altro e l’essere disponibili per questo al sacrificio. Il miracolo è l’accadimento di qualcosa di sorprendente che turba la regolarità della vita per innalzarla su un piano superiore. Così l’avventurosa ricerca di questa Atlantide dei cieli, condotta non senza fremiti di paura su un asse verticale tra il rischio di cadere e la possibilità di volare, è innanzitutto una sfida alla solitudine dell’infanzia che asseconda un desiderio di crescita.

Tra pericoli mortali, fughe e inseguimenti, navi da combattimento in fiamme e castelli erranti, non manca, in un momento di particolare pericolo per i nostri eroi, anche una preghiera. Il cuore prende il largo e, a film finito, si abbandonano i protagonisti con la stessa ritrosia con cui si saluta un amico che parte. Questo è grande cinema.

Autore: Raffaele Chiarulli


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