IL PRIMO UOMO

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Titolo Originale: Le premier homme
Paese: ITALIA, FRANCIA, ALGERIA
Anno: 2011
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio
Produzione: CATTLEYA, MAISON DE CINEMA, SOUDAINE COMPAGNIE, FRANCE 3 CINÉMA, RAI CINEMA, LAITH MEDIA, CANAL + , CINÉ + , FRANCE TÉLÉVISIONS, MINISTÈRE ALGÉRIEN DE LA CULTURE
Durata: 98
Interpreti: Jacques Gamblin, Maya Sansa, Catherine Sola, Denis Podalydès, Nino Jouglet

Algeri, 1957. Jacques Cormery, affermato scrittore francese di origine algerina, viene invitato dall’Università di Algeri a tenere un discorso: la situazione è molto tesa, gli attacchi terroristici del FNL si susseguono e la citta è stata posta sotto il controllo dei militari. La sua posizione conciliante fra musulmani e pieds noirs viene decisamente rigettata. Questo viaggio nella terra in cui Jacques ha trascorso la sua fanciullezza è per lui un’occasione di ricordare quei tempi, andare a trovare la madre e a incontrare il vecchio maestro delle elementari…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film mostra l’affetto del protagonista per la madre e i suoi vecchi amici d’infanzia ma la sua posizione è distante, da intellettuale, nei confronti della crisi algerina
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Gianni Amelio conferma il suo stile rigoroso e calibrato in ogni inquadratura, la rievocazione di Algeri prima della rivoluzione è particolarmente curata ma il film mostra un approccio intimo e autoriale non lo rendono adatto al grande pubblico

Albert Camus  (1913-1960) non riuscì mai a conoscere suo padre che morì nella prima battaglia della Marna nel 1914. Trascorse la sua infanzia in Algeria, con la madre e una inflessibile nonna materna e nonostante vivessero in forti ristrettezze economiche, riuscì a laurearsi in filosofia alla Università di Algeri.

Gianni Amelio (Catanzaro, 1945) non vide mai da piccolo suo padre che si era trasferito in Argentina subito dopo la sua nascita; Gianni crebbe con la nonna materna che riuscì a sostenerlo negli studi fino vederlo laureato in filosofia all’Università di Messina.

Debbono esser state queste le incredibili assonanze che hanno spinto il regista di Ladro di bambini, Lamerica, Le chiavi di casa a portare sullo schermo l’ultimo romanzo, autobiografico e incompiuto, del filosofo, saggista, scrittore e drammaturgo francese.

Nel Il primo uomo ritroviamo così lo stile inconfondibile di Amelio, rigoroso e calibrato  in ogni  inquadratura, dove i sentimenti si disvelano in ogni minuta espressione del volto, in ogni pausa nel dialogo, che riesce a entrare in assonanza con  i toni lucidi ma sofferti dell’autore di Lo straniero e La peste.

Il film, come il libro, ambienta la vicenda nel 1957, quando Jacques Cormery, affermato scrittore francese di origine algerina, viene invitato dall’Università di Algeri a tenere un discorso: la situazione è molto tesa, gli attacchi terroristici del FNL si susseguono e la citta è stata posta sotto il controllo dei militari. Lo scrittore si pronuncia a favore di una convivenza pacifica fra i mussulmani e i pieds-noirs ma viene fortemente contestato da coloro che vogliono che l’Algeria resti francese. Il ritorno alla terra dove ha passato la sua infanzia è l’occasione per Jacques per andare a trovare sua madre, tornare a chiederle, come ha fatto tante volte in passato, notizie su come era quel padre che non ha mai potuto conoscere  e  a fare un tuffo nei ricordi. Inizia una serie di flashback  dove Jacques rivive la rigida educazione impostagli dalla nonna, gli incontri con il maestro che crederà il lui e lo spingerà a continuare a studiare, le incomprensioni e le lotte con i compagni di fede mussulmana.

Il film risulta particolarmente sensibile alla tematica del ricordo, al recupero degli affetti di un tempo. La profonda intesa con la madre non ha bisogno di molte parole: per entrambi è sufficiente una affettuosa vicinanza; ritorna dal suo vecchio professore e ritrova con lui il gusto della discussione, il chiacchierare sui destini dell’Algeria e sul significato dell’ esistenza umana; non esita a entrare nella Casbah per andare a trovare il suo vecchio compagno-avversario mussulmano che ora ha bisogno del suo aiuto.

Un percorso nel passato impreziosito dall’estrema cura che il regista impiega nella ricostruzione storica e nelle riprese fatte nei luoghi originali (il percorso che il protagonista compie nei vicoli della casbah rimanda significativamente alla sequenze più drammatiche di La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo) ma risulta molto meno affascinante quando cerca di affrontare il nodo politico dell’indipendenza algerina.

Non certo perché Amelio non sia rispettoso del pensiero di Albert Camus: anzi, proprio perché lo è, rende manifesto l’atteggiamento dell’intellettuale che sa costruire delle belle frasi senza però sentirsi emotivamente coinvolto né impegnato in prima persona a trovare una soluzione pacifica al conflitto.

Jacques, in un colloquio con il suo vecchio maestro, manifesta chiaramente il pensiero del Camus esistenzialista ateo, passato dal marxismo ortodosso all’anarchia. “La fortuna è come Dio: non esiste” dice Jacques-Camus e non è alieno da una certa simpatia verso la rivoluzione violenta. “E' la violenza del colonialismo che giustifica la violenza della ribellione; l’ errore non è la rivoluzione ma è quando gli oppressi si rassegnano e abbassano la testa” : dichiara il suo vecchio maestro e confidente, in coerenza con i suo saggio L'uomo in rivolta (1951) dove la rivoluzione era vista come uno modo per dare un senso a un mondo dominato dal  non-senso.

Sia pur in un contesto diverso, la figura di Aung San Suu Kyi, proposta recentemente nel film The Lady (2011) è in grado di mostrarci cosa vuol dire un animo ricco di umanità e profonda fede buddista in grado di restare per anni coerente, con coraggio e costanza, all’ideale di una soluzione sempre pacifica  dei conflitti sociali.

Autore: Franco Olearo


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