ROMANZO DI UNA STRAGE (Armando Fumagalli)

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Titolo Originale: ROMANZO DI UNA STRAGE
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Marco Tullio Giordana
Sceneggiatura: Marco Tullio Giordana, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Produzione: Cattleya per Raicinema
Durata: 130
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Laura Chiatti, Michaela Cescon

L’Italia nel 1969 è attraversata da molteplici tensioni, manifestazioni, attentati. Muoiono civili innocenti e poliziotti. Ci sono le manifestazioni anche violente di operai e studenti di sinistra, ma anche gli anarchici, i neofascisti, probabilmente supportati da chi teme una avanzata comunista e non vuole che l’Italia esca dallo schieramento occidentale. In questo contesto il Commissario Luigi Calabresi tiene sotto controllo gli anarchici e in particolare Giuseppe Pinelli. Quando scoppia la bomba di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, che uccide diciassette persone e ne ferisce ottantotto, Calabresi vuole sapere qualcosa dagli anarchici, perché i sospetti si addensano su uno di loro, Pietro Valpreda. Pinelli, interrogato per tre giorni in questura, precipita dalla finestra della stanza dell’interrogatorio schiantandosi al suolo. È solo l’inizio di una escalation che porterà all’assassinio di Calabresi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un commosso tributo a due innocenti che hanno pagato una guerra che si è giocata anche, tragicamente, sulle loro teste.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il film potrebbe creare qualche problema di comprensione allo spettatore che non abbia una qualche preparazione di massima sugli eventi storici di cui si tratta
Giudizio Artistico 
 
Un' opera di grande impegno umano e civile che non ha cali di tensione e coinvolge dall’inizio alla fine, anche con scelte di regia che indagano molto il volto dei protagonisti, per metterne in rilievo i sentimenti, le intenzioni e –nel bene e nel male- l’umanità.

Giordana e gli sceneggiatori Petraglia e Rulli, che già avevano scritto per lui La meglio gioventù, uno dei film italiani più intensi degli ultimi decenni, ci offrono un’altra opera di grande impegno umano e civile. Al di là della ricostruzione della storia e dei molti depistaggi, delle molte ipotesi, delle molte domande che lasciano aperte le vicende di questi anni, emergono dal film le figure di due uomini buoni (e, con loro, le rispettive mogli), che sono stati travolti da tensioni e da giochi più grandi di loro. Pinelli (un sincero, coinvolgente Pierfrancesco Favino), un anarchico che non credeva alla violenza e che allontanava dal gruppo le teste calde, e Calabresi (reso con dolente understatement da Valerio Mastandrea), un integerrimo servitore della giustizia, un uomo tutto d’un pezzo che non accetta mai di venir meno ai dettami della sua coscienza (il film non accenna mai alla sua fede, ma di Calabresi è stato anche aperto il processo di beatificazione).

Intorno a loro si svolge una girandola impressionante di interessi divergenti e di doppi giochi: dai numerosi infiltrati della polizia e della destra estrema fra gli anarchici, ai funzionari dello Stato che sembrano obbedire a padroni diversi dalle istituzioni democratiche, fino al “miliardario rosso” Giangiacomo Feltrinelli, che verrà trovato morto in circostanze di cui non tutti ancora oggi accettano la spiegazione ufficiale. Il film drammaturgicamente è una tragedia, e vediamo i nostri due eroi, il semplice Pinelli e il consapevole Calabresi, andare incontro a testa alta al loro destino. È molto bella la stima e la comprensione umana che emerge chiaramente nel rapporto fra questi due uomini che si trovano in campi opposti, ma che riconoscono e apprezzano la reciproca umanità. Il ruolo delle loro mogli è reso senza enfasi emotive, ma risalta per compostezza e dignità. Un’altra positiva sorpresa, per autori che non sono mai stati teneri nei confronti della Democrazia Cristiana, è la figura di Aldo Moro: consapevole della complessità dei fattori in gioco e che l’obiettivo di chi mette le bombe è preparare una reazione emotiva che porti alla dittatura, tenta sempre di calmare le acque e di far sì che non si ceda a queste tentazioni autoritarie; lo stesso Moro fa svolgere una indagine parallela da un generale dei carabinieri di sua fiducia, e mostra sempre grande consapevolezza, dignità e senso del bene del Paese, anche quando decide, d’accordo con il Presidente Saragat, di non divulgare per il momento i risultati della sua indagine. L’inserimento della storia narrata dal film nel contesto di un conflitto internazionale fra due blocchi opposti, di cui l’Italia di quegli anni era campo di battaglia, fornisce una chiave di lettura che viene giocata un po’ in extremis (“ una ‘favola’ con un fondo di verità troppo duro da accettare") e forse con un certo semplicismo: alla fine viene citata quasi solo la Cia, quando si sa che gli interessi in gioco e gli attori internazionali in campo erano molteplici, anche solo in campo occidentale (per es., si veda, fra i libri più recenti che ricostruiscono anche quegli anni, M.J. Cereghino – G.Fasanella, Il golpe inglese).

I personaggi del film sono molti e questo potrebbe creare qualche problema di comprensione allo spettatore che non abbia una qualche preparazione di massima sugli eventi storici di cui si tratta. Ma il film non ha cali di tensione e coinvolge dall’inizio alla fine, anche con scelte di regia che indagano molto il volto dei protagonisti, per metterne in rilievo i sentimenti, le intenzioni e –nel bene e nel male- l’umanità.

Non spetta a noi giudicare nei dettagli la completezza storica delle vicende narrate: Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato e attuale direttore di La stampa, ha lamentato alcune imprecisioni sull’aspetto umano del padre (che era più ironico, più allegro di come lo dipinge il film) e soprattutto il fatto che la furibonda campagna di Lotta Continua contro “Calabresi assassino” è ridotta a pochi accenni. Non sorprende per es. che gli autori del film abbiano sorvolato sulla lettera aperta inviata al settimanale l’Espresso da più di settecento intellettuali dell’epoca, dove si parlava di “commissari torturatori”: fra i firmatari moltissima intellighenzia di sinistra e non solo della sinistra estrema. Solo per fare qualche nome del mondo del cinema, troviamo Carlo Lizzani, Nanni Loy, Giuliano Montaldo, i fratelli Taviani, Cesare Zavattini e –sorprendentemente addirittura Federico Fellini… Il fatto che l’elenco dei firmatari includa questi nomi, testimonia proprio la forza della campagna stampa e come il clima politico-culturale avesse portato persone altrimenti equilibrate a posizioni estreme come queste.

Ma se le inesattezze fossero davvero solo queste, il film si pone come documento importante di un’epoca e come commosso tributo a due innocenti che hanno pagato una guerra che si è giocata anche, tragicamente, sulle loro teste.

 

Autore: Armando Fumagalli


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