CESARE DEVE MORIRE

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Titolo Originale: Cesare deve morire
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Vittorio Taviani, Paolo Taviani
Sceneggiatura: Vittorio Taviani, Paolo Taviani con la collaborazione di Fabio Cavalli
Produzione: Grazia Volpi per Kaos Cinematografica/ Stemal Entertainment/ Le Talee /La Ribalta-Centro Studi Enrico Maria Salerno/ Rai Cinema
Durata: 76
Interpreti: Salvatore Striano, Cosimo Rega, Giovanni Arcuri, Fabio Cavalli

All'interno del braccio di massima sicurezza del carcere di Rebibbia il laboratorio teatrale, con la messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare, diventa l'occasione di un confronto sulla modernità del dramma, che si rispecchia nel vissuto dei carcerati che lo interpretano.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è l’incontro dei due registi con una materia umana dolorosa che è stata punto di partenza per trovare delle verità universali ma anche per costruire una relazione affettiva con gli interpreti-carcerati
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche situazione carica di tensione fra carcerati
Giudizio Artistico 
 
Senza mai cadere nel patetico i Taviani "tirano fuori" la verità dei personaggi Shakespeariani, così come quella dei carcerati sfidando il pubblico a intrecciare queste verità psicologiche per trovare la propria personale interpretazione del testo e delle storie individuali.

 Sono due sorprendenti ottantenni gli artefici di un docufilm che ha vinto l'Orso d'Oro al Festival di Berlino. La messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare all’interno del carcere di Rebibbia ha per  interpreti uomini che hanno sulle spalle pene che vanno fino all’ergastolo per delitti di mafia, camorra e similari, ed è raccontata attraverso un intenso bianco e nero che per i registi rappresenta una voluta mediazione rispetto al puro naturalismo documentaristico del colore.

Non un semplice documentario, dunque, ma nemmeno un film di finzione, l'esperimento dei Taviani è di quelli che sfidano lo spettatore a fare un incontro simile a quello che ha fatto nascere il progetto. Che è prima di tutto l’incontro dei registi con un’esperienza messa in piedi dall’attore Fabio Cavalli, l’incontro con una materia umana dolorosa che è stata punto di partenza per trovare delle verità universali, ma anche per costruire una relazione affettiva con gli interpreti.

Di qui anche la scelta dell’opera da mettere in scena: secondo i Taviani “il Giulio Cesare ha il merito di contenere delle naturali  consonanze con le esperienze del carcere: i concetti di potere, tradimento, congiura, omicidio sono parte dell’esperienza dei carcerati (ma anche della nostra), parte del loro dramma così come del dramma dei personaggi di Shakespeare”.

Un’intuizione da cui sono nati, nel corso delle riprese, intensi rapporti umani, che per altro non fanno venire meno il giudizio su ciò che gli attori improvvisati hanno fatto. Il passato dei carcerati, il loro presente nella situazione drammatica delle carceri italiane di oggi, tutto diventa parte di questo lavoro. Il modo di espressione è diretto ed emotivo, soprattutto quando a recitare è un ex carcerato e oggi attore come Salvatore Striano (nel curriculum anche Gomorra e FortApasc), che nel film ha la parte di Bruto.

Non si tratta certamente di un film "facile", e tuttavia la sintesi operata rispetto al testo da rappresentare (di cui però vengono astutamente messi in scena alcuni passaggi chiave, quelli più familiari a un pubblico vasto), l'uso dei dialetti degli interpreti, nonché le trovate nella scelta degli ambienti che fanno da sfondo alle varie scene (il cortile dell'ora d'aria, i corridoi e le scale, ma anche le celle con le loro finestre bloccate) rendono dinamica e interessante la costruzione.

Senza mai cadere nel patetico i Taviani "tirano fuori" la verità dei personaggi Shakespeariani, così come quella dei carcerati e degli ex-carcerati diventati attori, sfidando il pubblico a intrecciare queste verità psicologiche (ma non solo) per trovare la propria personale interpretazione del testo e delle storie individuali.

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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