THE IRON LADY (Laura Cotta Ramosino)

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Titolo Originale: The Iron Lady
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 201
Regia: Phyllida Lloyd
Sceneggiatura: Abi Morgan
Produzione: DJ Films/ Pathé/ Film4/ UK Film Council/ Canal+/ Cine+/ Goldcrest Film Production Llp
Durata: 105
Interpreti: Meryl Streep, Jim Broadbent, Olivia Colman, Roger Allam, Iain Glen, Richard E. Grant

L’ormai anziana Margaret Thatcher, affetta da una demenza senile che le fa “vedere” l’amato marito Dennis morto ormai da molti anni, ricorda i momenti più importanti del suo passato: l’ingresso in politica in virtù della passione ereditata dal padre bottegaio, l’incontro con Dennis, la carriera nel partito conservatore, l’elezione a Primo Ministro e i contrastati e drammatici anni di governo fino al momento del ritiro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si fatica a cogliere una nota profonda e unificante, che chiarisca l’ipotesi interpretativa di sceneggiatrice e regista: forse il recupero, nel finale, di una dimensione domestica sempre messa in secondo piano a favore di altro, vorrebbe raccontare di un essere umano che ha superato il dramma del potere conquistato
Pubblico 
Adolescenti
Alcune brevi scene di tensione e violenza
Giudizio Artistico 
 
La pellicola di Phyllida Lloyd, forse per un eccesso di timore reverenziale, forse per timore di peccare per eccesso di parzialità, pur non mancando di momenti suggestivi e di una profonda pietas umana, lascia un po’ deluso chi legittimamente si aspettava anche una visione coerente e coraggiosa dell’esperienza politica della protagonista.

Non c’è dubbio che il compito di raccontare una delle donne e dei politici più discussi della storia della Gran Bretagna fosse di partenza assai arduo, farlo in modo equilibrato ma senza timidezze ancora di più.

Godere dell’interpretazione di un’attrice eccezionale come Meryl Streep, capace di totale immedesimazione, fisica, ma anche gestuale e di parola, con il suo personaggio, poi, è di sicuro un grande atout, ma non si può dire che The Iron Lady lo sfrutti fino in fondo, di modo che alla straordinaria mimesi fisica non corrisponde un’altrettanto profonda visione interiore della donna che guidò per prima e per ben undici anni la Gran Bretagna, guadagnandosi da molti amore e odio (forse più il secondo che il primo).

La pellicola di Phyllida Lloyd (la cui sceneggiatura è firmata dall’autrice del bello e problematico Shame), forse per un eccesso di timore reverenziale (che di sicuro la Thatcher originale era in grado di ispirare), forse per timore di peccare per eccesso di parzialità, pur non mancando di momenti suggestivi e di una profonda pietas umana, lascia un po’ deluso chi legittimamente si aspettava anche una visione coerente e coraggiosa dell’esperienza politica della protagonista.

Invece quella che ci aspetteremmo essere solo una cornice, con l’anziana Thatcher, nel presente ormai debilitata dall’Alzheimer e solo parzialmente cosciente di se stessa, spesso tormentata da allucinazioni che le fanno vedere ancora vivo il marito defunto Dennis, finisce per occupare uno spazio narrativo quasi pari a quello riservato al passato e, sebbene abbia in se stessa un forte impatto emotivo, rischia di essere statica e ripetitiva.

Non può lasciare indifferenti, a prescindere, paradossalmente, dalla sua identità, la condizione di questa donna, ormai fuori dal tempo senza saperlo, che si affanna a trattenere il ricordo di un coniuge troppo spesso trascurato a favore dell’ambizione, accudita da una figlia altrettanto messa da parte, e dimenticata da un figlio forse non sufficientemente amato,

L’espediente della cornice, a tratti forse un po’ statica e ripetitiva, serve anche a giustificare i salti temporali nella folgorante carriera di una donna che per riuscire dovette superare i pregiudizi nei confronti del suo sesso, ma anche della sua provenienza sociale. Risulta però un po’ deludente che, a parte le difficoltà iniziali e la guerra delle Falkland, il periodo di governo venga affrontato solo con un breve montage che dai fasti dell’alleanza con Reagan porta immediatamente al triste finale, con una Thatcher incapace di riconoscere il momento di abbandonare il comando, ridotta ad essere una maestra saccente e poco amata dei suoi colleghi di partito e governo.

In tutto questo si fatica a cogliere una nota profonda e unificante, che chiarisca l’ipotesi interpretativa di sceneggiatrice e regista: forse il recupero, nel finale, di una dimensione domestica sempre messa in secondo piano a favore di altro, vorrebbe raccontare di un essere umano che ha superato il dramma del potere conquistato, trattenuto e perso, ma il processo è talmente immerso nelle ombre e nei fantasmi della demenza che non si è certi che sia quella la giusta direzione interpretativa.

Non mancano, tuttavia, momenti di intensa introspezione, adeguatamente valorizzati dalle interpretazioni (Streep in testa), e non si può non rimanere colpiti dal rapporto di profonda fiducia e affetto che la pellicola tratteggia per i coniugi Thatcher. Come si dice, dietro ad ogni grande uomo c’è una grande donna, ma forse è altrettanto, se non più, vero il contrario.

 

Autore: Laura Cotta Ramosino


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