IL VILLAGGIO DI CARTONE (Claudio Siniscalchi)

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Titolo Originale: IL VILLAGGIO DI CARTONE
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Produzione: Cinema Undici, Raicinema
Durata: 87
Interpreti: Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Alessandro Haber

Un povero e vecchio parroco assiste impotente alla spoliazione degli arredi sacri della sua chiesa. I fedeli che un tempo gremivano lo spazio sacro sono svaniti. Quindi si chiudono i battenti. Il grande crocifisso posto in alto, al di sopra dell’altare, viene fatto scendere in terra, impacchettato e riposto in una cassa, da accatastare nel magazzino polveroso del passato. Ma nella chiesa spogliata dei sacri arredi trova immediatamente riparo un nutrito gruppo di clandestini, arrivati dopo un viaggio in mare periglioso e in transito verso la Francia. Inaspettatamente il vecchio sacerdote scopre il significato autentico del sacerdozio (fino ad ora mai provato), e apprende anche quanto il mondo sia diventato ingiusto e vigliacco, poiché scaglia leggi odiose, rifiuto, disprezzo e persecuzione contro i poveri fuggitivi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Olmi non ha dubbi: più delle fede può il bene e ha dichiarato «Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari».
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
L’incipit è sconvolgente ma una premessa così forte avrebbe meritato bel altro svolgimento e conclusione e il film si trasforma in una sorta di teatro brechtiano, con il bene e il male separati con l’accetta

“Il villaggio di cartone” di Ermanno Olmi ha un’apertura lucida quanto inquietante, come il precedente film “Centochiodi” (2007).
Quest’ultimo prendeva avvio con la disturbante crocifissione dei preziosi volumi di una biblioteca gestita da un vecchio religioso. A metterli in croce era stato un giovane sacerdote molto moderno: fine intellettuale, ben vestito, curato nell’aspetto, auto sportiva, carta di credito. D’un tratto gettava nella spazzatura l’insieme della modernità, per mescolarsi con un drappello di poveri, accasatisi sul greto del fiume, in una baraccopoli autosufficiente, popolata da esseri felici, certo un po’ fuori moda nell’aspetto fisico ma perfetti in quello morale.
Ovviamente questa piccola porzione paradisiaca terrestre, era combattuta delle forze del maligno: il capitalismo selvaggio, che per bassi fini distrugge, se ne ha bisogno, anche del poco che garantisce la felicità. Il mai troppo rimpianto don Gianni Baget Bozzo assestò all’indirizzo di “Centochiodi” una delle sue micidiali stilettate, accusando Olmi di esprimere una visione religiosa gnostica.
Don Gianni si fermava ai libri inchiodati, scrutandovi, a ragione, una metafora gnostica. Così facendo però vedeva la polpa autentica di una sola metà della mela marcia, tralasciando di scrutare nell’altra metà. Olmi, con ritardo davvero imperdonabile, si faceva interprete (volontariamente o non poco importa) della «priorità dei poveri» che aveva dato vita alla «teologia della liberazione», alla quale anche don Gianni era stato attratto. Dai semplici ma puri di “Centochiodi” siamo così passati ai migrati derelitti dalla pelle scura di “Il villaggio di cartone”.

L’incipit, anche stavolta, è sconvolgente. Un povero e vecchio parroco assiste impotente alla spoliazione degli arredi sacri della sua chiesa. I fedeli che un tempo gremivano lo spazio sacro sono svaniti. Quindi si chiudono i battenti. Il grande crocifisso posto in alto, al di sopra dell’altare, viene fatto scendere in terra, impacchettato e riposto in una cassa, da accatastare nel magazzino polveroso del passato. La messa è davvero finita.
Sul vecchio sacerdote cala all’improvviso la disperazione. Avverte vivissima e bruciante l’approssimarsi della fine. Dolore, disperazione, impotenza. Splendida visualizzazione di una condizione temporale. Il tempo della desertificazione dello spazio religioso, che sta riempiendo di metastasi, almeno dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo passato, il corpo del cristianesimo occidentale.
Una premessa così forte avrebbe meritato bel altro svolgimento e conclusione. Nella chiesa spogliata dei sacri arredi trova immediatamente riparo un nutrito gruppo di clandestini, arrivati dopo un viaggio in mare periglioso e in transito verso la Francia. Inaspettatamente il vecchio sacerdote scopre il significato autentico del sacerdozio (fino ad ora mai provato), e apprende anche quanto il mondo sia diventato ingiusto e vigliacco, poiché scaglia leggi odiose, rifiuto, disprezzo e persecuzione contro i poveri fuggitivi.
Nelle ormai inutili mura di recinzione di una brutta chiesa di cemento, sorge il villaggio di cartoni. Da questo punto il film si trasforma in una sorta di teatro brechtiano, con il bene e il male separati con l’accetta. Fuori sono raffiche di mitra, elicotteri in volo, sirene spiegate, movimenti e luci di segugi armati e grida di aiuto. La Legge dei forti sta assediando i deboli al riparo nella casa di Dio. Anche fra i buoni c’è di tutto: prostitute dal cuore grande, fanatici della religione, kamikaze, saggi e colti, padri di famiglia, atei e devoti, sciacalli che approfittano delle debolezze dei propri fratelli. C’è chi ama l’intera umanità e chi invece ne disprezza una parte accusandola di avergli rubato il presente.
Il vecchio sacerdote è il solo a difendere il branco dei disperati. Lo ha persino tradito, come Caino, il vecchio sacrestano. I medici dell’ospedale sono delatori. Meglio rivolgersi allora al medico del luogo, scampato da bambino al campo di sterminio. Lui cura i bisognosi e non bada al colore della pelle o alla condizione di clandestinità.

Olmi non ha dubbi: più delle fede può il bene. Conclude il film una riflessione sulla necessità che gli uomini debbano cambiare il corso della Storia altrimenti sarà la Storia a cambiare gli uomini. Del film il cardinale Gianfranco Ravasi (amico e consulente di Olmi per il film insieme a Claudio Magris) ha detto: «È una forte ed emozionante parabola con una netta impronta umana e civile ma anche con iridescenze cristologiche (…) ogni film di Olmi e ogni sua ricerca sono simili a una spada di luce che trapassa l’epidermide della storia per coglierne la carne e scendere fino al midollo delle ossa» (“L’Osservatore Romano”, 24 luglio 2011).
E il regista ha dichiarato «Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari». Nel suo film Olmi non si pone il problema di come mai il parroco abbia perso il gregge. Riduce una crisi epocale e drammatica - la secolarizzazione dell’Occidente cristiano - alla contingenza dei flussi migratori. Quando cinquant’anni fa le chiese cristiane (e non solo cattoliche) del Canada e dell’Inghilterra cominciavano a svuotarsi, la povertà nel frattempo stava scemando verticalmente (il meraviglioso boom economico) e l’immigrazione non esisteva.
La «teologia della liberazione», con la quale Joseph Ratzinger si scontrò, aveva lo scopo di scardinare la Chiesa come istituzione, per andare incontro alla realtà, scegliendo l’opzione dei poveri e degli ultimi, preferendo il bene alla fede, esattamente come il vecchio parroco, incarnazione di una visione della religione come pura immanenza terrena (i poveri, oggi sostituti da una nuova categoria sociologica, i migranti). La liberazione del mondo non può essere ridotta alla mera liberazione dalla povertà o dall’immigrazione: la vera liberazione è dal peccato. Anche il vecchio Olmi vuole scardinare l’istituzione ecclesiastica (custode della fede) per cercare la salvezza nella barca spezzata e alla deriva dei fuggitivi. Oggi alla deriva è la barca di Pietro. Pensandoci bene, in conclusione, don Gianni aveva ragione. L’ultimo cinema di Ermanno Olmi è gnostico. 

Autore: Claudio Siniscalchi


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