HARRY POTTER E I DONI DELLA MORTE - PARTE 2 (C. Siniscalchi)

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Titolo Originale: Harry Potter and the Deathly Hallows: Part II
Paese: USA, Gran Bretagna
Anno: 2011
Regia: David Yates
Sceneggiatura: Steve Kloves
Produzione: WARNER BROS. PICTURES, HEYDAY FILMS
Durata: 130
Interpreti: Daniel Radcliffe, Emma Watson, Ralph Fiennes, Rupert Grint

Harry, Ron ed Hermione decidono di andare alla ricerca degli ultimi horcrux, ma Voldemort scopre la loro missione. Avrà così luogo l'ultima, decisiva battaglia che cambierà per sempre l'esistenza dei tre maghi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Prosegue la lotta fra la Vita e la Morte, fra il Bene e il Male con riferimenti cristiani all'espiazione tramite il sacrificio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene impressionanti e di violenza o che possono generare spavento nei più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Lo spettacolo è davvero imponente anche se la CG è spesso trabordante

  Ma funziona ancora Harry Potter al cinema? Senza ombra di dubbio. Corre. La seconda parte di “Harry Potter e i doni della morte” di David Yates somiglia a un rullo compressore. O a un ciclone. O forse a un tornado, capace di spazzare tutto quanto si trova davanti al suo passaggio. Negli Stati Uniti ha fatto registrare l’incasso in un weekend più alto di tutti i tempi, toccando la cifra astronomica di 168 milioni di dollari. Nel resto del mondo dove la pellicola è uscita, dalla Germania all’Italia, dall’Australia alla Corea del Sud, gli incassi sono ragguardevoli. Quindi i delusi sicuri di aver assistito all’ultimo episodio della serie sono seriamente autorizzati a sperare. E quelli che invece non ne potevano proprio più, e già stavano tirando un sospiro di sollievo per l’uscita di scena del “maghetto”? Ebbene, un brivido gli sta attraversando la schiena. Si staranno domandando: si può chiudere la baracca dopo questi fuochi d’artificio? Che l’addio allo schermo del personaggio Harry Potter andasse bene non c’erano dubbi. Ma era difficile prevedere un così clamoroso trionfo. Il primo “Harry Potter” uscì nel 2001 (317 milioni di dollari in USA, 657 nel mondo), al quale sono seguiti altri sei film, nel 2002 (261 e 616), nel 2004 (249 e 546), nel 2005 (290 e 605), nel 2007 (292 e 646), nel 2009 (301 e 632) nel 2010 (295 e 660). In dieci anni i risultati non sono cambiati: il 30% negli Stati Uniti il 70% nel mondo intero (dati confermati anche dall’ottavo episodio). Se a ciò aggiungiamo i risultati economici ottenuti dalla vendita dei DVD, dai passaggi televisivi, dai videogiochi e dai diritti di sfruttamento abbinati ad altri oggetti commerciali, e se ci mettiamo anche il business dei romanzi (stiamo parlando di milioni e milioni di copie, ovunque vendute), arriviamo all’ammontare complessivo di una finanziaria italiana, o al bilancio annuale di un piccolo paese industriale.

Nell’ultimo decennio “Harry Potter” ha dominato in largo e in lungo. Un fatto viene sempre dimenticato: il successo delle storie del “maghetto” non è una tipica operazione hollywoodiana, costruita in fabbrica, tagliata su misura per le esigenze dell’industria culturale globalizzata. A scrivere il libro più veduto in un solo giorno (15 milioni di copie) dall’invenzione della stampa, è stata una giovane donna inglese, separata con una bambina e priva di un lavoro redditizio. Dopo vari rifiuti a causa della lunghezza, il romanzo fu accettato nel 1997 da una casa editrice non solidissima, la Bloomsbury. Il successo fu imprevisto e clamoroso tanto da spingere la Warner Bros che quella storia così inglese, dall’ambientazione all’abbigliamento dei ragazzi, sarebbe diventata un fenomeno planetario. L’ideatrice dice di voler smettere. Joanne “Jo” Rowling (la ragazza madre diventata la donna più ricca d’Inghilterra, più di Elisabetta II), ha fatto soldi a palate con la vendita dei romanzi (sette) e con le trasposizioni cinematografiche (otto). Dietro a lei, e grazie al parto della sua fervida inventiva, il mondo di Harry Potter, girano tanti, troppi interessi economici. Difficile che un tratto di penna venga tirato su questa multinazionale del divertimento e dei quattrini. Molti commentatori, anche per l’ottavo film, hanno rilevato debolezze tecniche, azzardato introspezioni relative alla solitudine del personaggio, ed altro ancora, compresa la cristianità della storia e del protagonista, esistenti solo nella fantasia di chi scrive. Provano cioè a fare quello che i critici cinematografici dovrebbero fare. Ma è tempo perso. Spazio sprecato. Basta andare al cinema, insieme alla frotta di ragazzi e ai non pochi adulti, e ascoltare, compulsare gli umori della platea. Harry Potter è stato (ed è) un fenomeno certamente generazionale. Sono stati i giovanissimi a decretarne il successo, prima sulla pagina e poi, soprattutto, sullo schermo. Chi non appartiene a questa categoria che fa? Si traveste, e comincia ad eccitarsi fintamente come un adolescente? Oppure si corazza, e respinge sdegnato la pietanza: cibo scadente per appassionati del fast-food. Una via alternativa esiste. Dimenticarsi il romanzo, la saga, le vendite, gli incassi, i gadget. Dimenticarsi chi è Harry Potter. E provare a vedere il film come se si fosse entrati per caso, senza sapere nulla (o davvero poco) di quanto accadrà sullo schermo. Allora si scopre il vero segreto del film. Vedendo la seconda parte di “Harry Potter e i doni della morte” lo spettacolo è davvero imponente. Gli effetti speciali stavolta debordano, e servono per rendere ancora più drammatico lo scontro tra Harry Potter e il nemico di sempre Voldemort. La favole, un tempo affidate al fascino dell’oralità, trasferitosi successivamente nei caratteri tipografici dei libri, oggi si raccontano con le immagini.

 

Autore: Claudio siniscalchi


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