DAWSON'S CREEK

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Titolo Originale: Dawson's Creek
Paese: USA
Anno: 1999
Produzione: Columbia Tristar
Durata: Italia 1 - dall'anno 2000
Valutazioni

 

 

Dawson’s Creek: del senno azzardato e del nobile    struggimento.

 

La serie Dawson’s Creek (prodotta dalla Columbia Tristar Television e trasmessa dal network della Warner Bros a partire dal gennaio 1998), ricorrentemente ospitata dal palinsesto di Italia 1, merita tutta l’attenzione di chi sia interessato alle pieghe dell’immaginario giovanile. Se Friends è il successo mondiale che ha imposto il mito dell’ilare compagnia di ragazzi dalla superficialità effervescente, impermeabili a qualsiasi interrogativo sul futuro, Dawson’s ne è la controparte notturna e sofferta: è la fiction interprete delle angosce di crescita delle generazioni in erba. La formula dei celeberrimi precedenti Beverly Hills 90210 e Melrose Place ha trovato in Dawson’s il suo supremo inveramento quanto ad intensità problematica e ad accattivante curiosità d’introspezione sui protagonisti.

La serie racconta ebbrezze e frustrazioni di un gruppo di teenagers intimamente sodali che, in una provincia americana solo apparentemente idilliaca (il titolo significa “la baia di Dawson”), si affacciano loro malgrado alla maturità. L’amicizia sempre sul crinale dell’innamoramento tra Dawson, cinefilo aspirante emulo di Spielberg, dai nobili sentimenti, diviso tra high school e gestione di una videoteca, e Joey, sua delicata confidente già duramente provata dalla vita, è l’asse narrativo della serie. Le oscillazioni del loro rapporto dettano forme e modi dei legami in continuo assestamento con gli altri protagonisti: Pacey, caratterialmente e sessualmente estroverso, Jen, newyorkese delusa avvezza alle sofisticazioni metropolitane, Andie, interiormente ferita dall’instabilità psichica della madre, e Jack, suo fratello, omosessuale tormentato dalla propria diversità.

L’interesse per Dawson’s si comprende meglio se si pensa che il suo successo nasce dalla creatività di Kevin Williamson, alla cui fantasia si deve anche la saga horror Scream, trilogia miliardaria che ha nell’ultimo quinquennio rilanciato un genere cinematografico di tradizionale presa sugli spettatori più giovani. L’en plein artistico dello sceneggiatore Williamson costringe a pensarlo come il cantore planetario della crisi adolescenziale, come un profondo conoscitore delle leve emotive più efficaci per accattivarsi una certa fascia di pubblico, e perciò anche come un avveduto professionista del mondo dello spettacolo americano. Non a caso l’autore occupa oggi stabilmente le primissime posizioni delle classifiche appositamente stilate per valutare le persone più potenti a Hollywood.

Nonostante nelle interviste a Williamson il leitmotiv sia la componente autobiografica della sua opera, l’autore non fatica ad ammettere di aver sempre considerato la tappa adolescenziale, con relative paure e incertezze, la materia più consona al roller-coaster (letteralmente “montagne russe”), cioè la tecnica di scrittura tesa ad enfatizzare alti e bassi delle sorti del personaggio. Ad ulteriore onta di ogni realismo psicologico, Williamson aggiunge che il segreto di Dawson’s consiste in una precisa strategia nella costruzione dei caratteri: “I miei teenagers sono autoconsapevoli, intelligenti, e parlano come se avessero alle spalle dieci anni di psicoterapia: hanno tutte le risposte. Ma il loro comportamento contraddice completamente tutto questo. Il loro comportamento è quello di quindicenni inesperti e insicuri ogni volta del prossimo passo”. Così, se i personaggi cui maggiormente Williamson ha prestato parti di sé sono Dawson (la giovinezza in una cittadina di provincia, l’amore per il cinema di Spielberg) e Jack (l’omosessualità), lo sceneggiatore si affretta a precisare che ai tempi del liceo lui stesso era ben lungi dalla capacità di dissezionamento dell’Io che è prerogativa dei beniamini della sua serie.

In effetti, se non si considerano i colpi bassi, del resto frequentissimi, di facile morbosità (citiamo soltanto la relazione sessuale tra Pacey e la sua insegnante di inglese nel corso della prima serie), per lo spettatore adolescente il gusto di visione risiede nel ritrovare la propria emotività vantaggiosamente rispecchiata, ingigantita e complessificata in Dawson e compagni. La politezza cosmetica degli attori, mistificata dal vestiario casual morbidamente oversize - indizio di agio perpetuo senza sforzo apparente - si somma infatti allo scarto anagrafico che li separa dai rispettivi personaggi (gli interpreti sono mediamente più grandi di quattro anni) per renderli attraenti. A ciò si aggiunga il poderoso psichismo di cui s’è detto e si capirà come i liceali di Dawson’s possano essere spacciati per autorevoli testimoni del travaglio del crescere. L’attendibilità di questi personaggi si deve proprio all’overdose di sofferto e ipercoscienzioso scavo psicologico che si accompagna a sembianze gentili, inermi ma sottilmente premature, per cui essi si presentano insieme acerbi e provati, apprendisti e imparati: simili ai loro fan, ma subdolamente più affascinanti.

Le ambasce interiori vengono agli adolescenti di Dawson’s da un campionario di problemi (la vocazione professionale, il ritrovo hippy, le elezioni scolastiche) immancabilmente intrecciati con i temi dominanti della maturità sessuale e del rapporto di coppia. Lo schema attuato in filigrana dalla serie è sempre il medesimo. Posta l’esautorazione completa dei loro genitori, alternativamente alcuni dei personaggi sono investiti di una causa che definiamo dell’“esperienza diretta”, mentre altri sono loro affiancati quali portatori di un motivo solo apparentemente antitetico che definiamo del “senno azzardato”.

Si tratti della scelta di un partner o del modo per reagire ad un torto da parte di un coetaneo, la voce del senno si appellerà, per arginare la sofferenza dell’amico, a una supposta legge di vita, eco confusa ma convinta di un patrimonio morale e pedagogico eterogeneo (Freud e Darwin paiono esercitare l’ascendente più forte). I suggerimenti tenderanno immancabilmente ad evitare che il malcapitato tradisca la propria ispirazione emotiva più profonda, condannandosi a vivere, divenuto grande, emozioni solitarie. Questo senno, che ora blandisce ora sferza l’interlocutore, apparirà però “azzardato” allo spettatore in quanto esso è incapace di sollevare con un consiglio definitivamente centrato l’intimità di chi sta male.

Per chi sperimenta direttamente i patemi d’animo (il sesso senza l’amore, l’outing dall’omosessualità segreta), infatti, il piccolo maestro che vorrebbe istruirlo ha un bel dire: lo struggimento è strettamente personale e solo grazie ad esso e agli incidenti di percorso della crescita si può distillare quell’ispirazione profonda inneggiata dal maestro. Così, alla fine, l’esperienza diretta supera sempre il senno, e questo serve solo a mettere in risalto il valore dello struggimento, nobile struggimento, unica vera sicurezza contro l’emozione solitaria. Per l’animo tormentato la conclusione obbligata è che il rovello sentimentale  che egli prova non è inutile e resterà anzi sempre a sigillare la sua compiuta personalità. Quel rovello, che ora lo accomuna agli altri iniziandi alla vita adulta, gli appare il viatico, l’unica, autentica garanzia che anche in futuro egli sarà capace di comunicazioni autentiche. Naturalmente un simile ideale comunicativo non riguarda una condivisione razionale di valori, ma una vicinanza “empatica”, “emotivamente fusionale”, con gli altri. 

Si comprende come un meccanismo drammatico di questo tipo sia ricorsivo e faciliti la scrittura di un prodotto seriale a lunga gittata: l’esperienza supera il senno, ma, essendo struggente, essa va lenita, di qui l’ansia per una fantomatica ricetta di vita di cui sadicamente la serie agita qualche brandello, salvo ritrarlo immediatamente, consentendo al dispositivo di riattivarsi e distribuire diversamente i ruoli del piccolo maestro e dell’animo tormentato.

I registri su cui si giocano i dialoghi rispecchiano e chiariscono questo andamento. La base dell’interloquire tra i personaggi di Dawson è un “motteggio” fatto di sarcasmo familiare non lesivo, di eufemismi frutto di erudizione psicologica per cui i protagonisti si punzecchiano vicendevolmente parlando di “pensieri associativi” invece che di “distrazione”, di “pulsione” invece che di “voglia”.

Da questo fondo vivacemente verboso  volta a volta si eleva il lamento del personaggio cui tocca la contingenza di struggersi. Le sue parole producono una sintomatologia del sentimento fatta di analogie, di similitudini melanconiche, di “come se” più o meno lancinanti.

All’interlocutore, il piccolo maestro, tocca allora il non facile compito di tradurre il lamento, per sé e per lo spettatore, in parole più chiare: il tipico intercalare della sua esegesi sarà un iterato “vuoi dire che …”, prima titubante, poi sempre più audace. Quando però il maestro avrà guadagnato la sicurezza per una diagnosi, ricorrendo alle spoglie di competenza antropologica di cui dispone, l’altro avrà ormai tanto discettato sulle sua emozione, da averla depurata da ogni scoria di considerazioni altre rispetto al sentimento puro. Sarà cioè già passato, dopo il motteggio e il lamento, al terzo registro: quello del “nitore emotivo”, quello della frequenza perfettamente sintonica con il proprio stato d’animo vibrante. A questo punto non c’è più senno che tenga e l’unica è ammettere, almeno per il momento, la realtà struggente.

Sfruttando con dovizia fantasie tipicamente adolescenziali come quella di un destino già tracciato rispetto a cui si vive il timore di mancare irrimediabilmente l’appuntamento, Dawson’s Creek, complici commenti musicali pop intonati all’umore dei singoli, riesce a creare un mondo attuale e tuttavia trascorso. Sembra un mondo visto, anche se non dichiaratamente, attraverso gli occhi di un adulto. Un flusso inesauribile di passioni è tollerato dai personaggi grazie al velato sentore di un’Entità Superiore, un regista ironico, necessariamente severo, ma pedagogicamente consapevole, che sapientemente li conduce verso la meta agognata della definitiva e totale autoespressione.

Sulla soglia dei quarant’anni Kevin Williamson dichiara di sentirsi ancora un adolescente, anzi, di non avere mai superato la sua adolescenza.

 

Per gentile concessione di Studi Cattolici

 

 

Autore: Paolo Braga


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