IL PROFETA

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Titolo Originale: un prophète
Paese: FRANCIA
Anno: 2009
Regia: Jacques Audiard
Sceneggiatura: Abdel Raouf Dafri, Nicola Peufaillit, Thomas Bidegain, Jacque Audiard
Produzione: Why not Productions/Chic Films/ Page114/BIM/France 2 Cinéma/UGC Image
Durata: 149'
Interpreti: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif

Malik El Djebena entra in carcere per scontare una condanna a 6 anni per l’aggressione a un  poliziotto. Vorrebbe farsi i fatti suoi, ma viene costretto dal leader dei prigionieri còrsi, il vecchio ergastolano Luciani, a uccidere un altro prigioniero arabo, testimone in un processo a carico di un amico del boss. In questo modo Malik finisce sotto la protezione di Luciani, che in realtà lo disprezza, mentre il fantasma del morto comincia a visitarlo, dapprima come un incubo, poi sempre più come una compagnia nei lunghi giorni di carcere. Grazie ad un altro prigioniero arabo, Ryad, Malik impara a scrivere e far di conto e, quando una parte dei prigionieri còrsi viene trasferita altrove, Lucani lo “promuove”. Allo scadere dei primi tre anni Malik ottiene così alcuni ore di uscita, che usa per portare avanti gli affari del boss, ma anche per iniziarne di suoi con Ryad, che nel frattempo è stato rilasciato e si è fatto una famiglia. Ma non è così facile districarsi tra i poteri delle varie gang dentro e fuori il carcere e Malik dovrà fare ancora molta strada prima di farsi valere…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista si adatta darwinianamente all'ambiente carcerario, uccide per necessità e si potrebbe venire indotti a dimenticare che le scelte compiute da Malik sono solo in parte obbligate e il suo trionfo nella carneficina che gli ha commissionato Luciani segna la perdita della sua profonda umanità.
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza, scene erotiche, uso di droghe.
Giudizio Artistico 
 
Un resoconto di precisione documentaristica (che però il regista ha sapientemente movimentato attraverso la colonna sonora e la presenza di alcune interessanti sequenze oniriche). Superlativa interpretazione dei due protagonisti

Vincitore del Gran Prix al Festival di Cannes, il film di Audiard si inserisce a pieno titolo nel genere carcerario, che ripercorre con crudezza attraverso tutte le fasi dall’iniziazione di un giovane arabo francese senza radici, che prima subisce la sua condizione tenendosi lontano dai gruppi di potere del carcere e poi, grazie ad un’istintiva intelligenza e a una spietatezza che affina negli anni, riesce a farsi strada in un mondo dove le uniche leggi sembrano essere la violenza e la sopraffazione. I pochi rapporti umani positivi (come quello con Ryad che gli insegna a leggere) finiscono anch'essi per  sfociare in attività criminali.

L’atmosfera è soffocante perché, nonostante le celle singole (sporche sì, ma lontane dagli affollamenti che siamo abituati a vedere nei servizi tv e in tante pellicole americane), nonostante le attività di riabilitazione, nonostante i guardiani non siano degli aguzzini (ma comunque collaborino con i potentati interni all’istituto penitenziario), nonostante tutto, gli anni a cui Malik è condannato, il delitto che viene costretto a compiere (altrimenti sarà lui ad essere ucciso), segnano la sua vita in un modo irreversibile.

La scansione in capitoli dedicati alle varie fasi di questo anomalo “romanzo di formazione” conduce lo spettatore a percorrere icon il protagonista una parabola di “dannazione” che tale è solo se si ragiona nei termini della morale esterna alla prigione e al mondo criminale, per la quale invece Malik esce dal carcere vincitore grazie alle sue risorse di intelligenza e spregiudicatezza, proponendosi come un nuovo modello di leader criminale, svincolato dalle appartenenze di razza e religione, capace di adattarsi agli alle persone e alle circostanze, assorbendo gli urti (non mancano le violenze fisiche subite fin quasi alla fine) e trovando infine la sua strada nei meandri della criminalità.

Audiard, traccia un percorso che sembra avere una deterministica necessità: per non essere ucciso Malik deve uccidere, per sopravvivere deve adattarsi a fare da servo ai còrsi che lo disprezzano e per questa ragione viene rifiutato dai suoi. Tutti elementi che, come un animale particolarmente intelligente (impara a leggere e scrivere, ma soprattutto impara il còrso per rendersi utile a Luciani) , Malik saprà gradualmente volgere a suo favore.

In un resoconto costruito con precisione documentaristica (che però il regista ha sapientemente movimentato attraverso la colonna sonora e la presenza di alcune interessanti sequenze oniriche) si potrebbe venire indotti a dimenticare che le scelte compiute da Malik sono solo in parte obbligate,e il suo trionfo nella carneficina che gli ha commissionato Luciani (una sparatoria da cui il nostro esce con un sorriso soddisfatto) segna la perdita della sua umanità.

Non bastano gli squarci di amicizia con Ryad, non basta il rimorso del primo, goffo, omicidio (con il morto che torna a tormentarlo ma che poi si trasforma in un fantasma benevolo, scomparendo non a caso quando Malik prende definitivamente la via del crimine ad alto livello), non basta che il giovane delinquente diventato faticosamente adulto varchi per l’ultima volta le porte del carcere per riabbracciare la famiglia dell’amico morto di cui si prenderà cura; tutto questo non basta per evitare che allo spettatore resti la sensazione che la condanna di un istituto penitenziario (che, lungi dall’offrire riabilitazione sembra dare la spinta a carriere criminali) giustifichi la logica che guida la vita di Malik, non a caso dipinto come anomalo trionfatore nella scena finale.

Autore: Franco Olearo


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