LA VITA FACILE (Laura Cotta Ramosino)

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Titolo Originale: LA VITA FACILE
Paese: Italia
Anno: 2011
Regia: Lucio Pellegrini
Sceneggiatura: Stefano Bises, Andrea Salerno
Produzione: Domenico Procacci per Fandango con Medusa Film
Durata: 102
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Stefano Accorsi, Vittoria Puccini

Mario, chirurgo di successo in un’importante clinica privata romana, raggiunge in Africa l’amico Luca, che da quasi dieci anni lavora lì come medico di una Ong. Ufficialmente Mario è alla ricerca del “senso della vita”, in realtà sulle sue spalle pende il coinvolgimento in un affare di tangenti. Nonostante le ovvie difficoltà di Mario ad adattarsi alla precarietà delle strutture sanitarie e agli usi locali, l’amicizia tra lui e Luca rifiorisce come anni prima, almeno finchè dall’Italia non arriva Ginevra, moglie di Mario, amata anche da Luca. Conflitti a lungo sopiti, bugie e segreti sono destinati ad esplodere…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lascia stupiti la mancanza, da parte non solo dei protagonisti, ma anche degli altri personaggi che li circondano, di un serio interrogarsi su senso delle cose,La vita facile, forse proprio perché implicherebbe una domanda su quel “senso della vita” che qui sfugge a tutti.
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, qualche accenno di nudo e scene sensuali
Giudizio Artistico 
 
è soprattutto la bravura d’attori e le facce perfette di Favino e Accorsi a salvareil film dal più banale degli stereotipi.

Cos’è la “vita facile” del titolo? È quella di chi mette il proprio mestiere al servizio di interessi privati e poi riesce a zittire la coscienza con una bella barca o una macchina di lusso? O quella di chi per far tacere il senso di colpa e spinto da ideali sin troppo fragili scappa in un altro continente a vivere sempre precario ma con l’illusione di dare un senso a quello che fa? O quella di una donna che non sa stare sola e per non rinunciare a nulla è pronta a tradire il suo uomo non solo fisicamente?

Sono tutti e tre ben più che imperfetti i protagonisti del film di Lucio Pellegrini, che mette a confronto due tipi umani che, con la sociologia d’accatto della satira odierna, potremmo definire “di destra e di sinistra” e che, almeno all’inizio, è soprattutto la bravura d’attori e le facce perfette di Favino e Accorsi a salvare dallo stereotipo.

Medico tangentista senza molti rimpianti (un personaggio alla Alberto Sordi aggiornato al dopo Tangentopoli, ma forse meno colpevole di quanto lo vogliono fare apparire), razzista da manuale, Mario arriva in Africa con le scarpe di marca, i maglioncino di cashmere, l’arroganza e la diffidenza di chi crede che fuori dal raccordo anulare sia “hic sunt leones” e poca concretezza. Un po’ alla volta, però, si fa coinvolgere dal lavoro da fare e soprattutto dalle persone, senza perdere il tocco da “figlio di puttana” che lo contraddistingue.

Il suo amico Luca all’apparenza è la faccia pulita e idealista della professione medica: per senso di giustizia ha lasciato la carriera sicura che la clinica paterna (la stessa dove ora lavora Mario) gli destinava, lotta come può contro povertà e malattie in condizioni estreme, ma senza perdere l’allure da giovane eroe, gira per le pianure del Kenia con una moto stile Che Guevara e una decina di mamme grate hanno già dato il suo nome ai loro bambini.

Ma questa appunto è solo l’apparenza. Come per tanto Occidente idealista odierno, ci suggeriscono gli autori attraverso una serie di tattici flashback,  dietro la generosità si nasconde spesso il senso di colpa e la vita facile, appunto, potrebbe semplicemente essere quella di chi non affronta il suo passato.

Inutilmente, perché il passato arriva direttamente, seppure con qualche mal d’aria, a bussare alla sua porta e a rimescolare gli equilibri. Quando in scena entra Ginevra, moglie viziata che pensa di poter correre la maratona nella savana senza conseguenze, la situazione precipita e per un attimo si ha l’impressione di trovarsi di fronte ai triangoli litigiosi di tanti film di Muccino (la produzione e gli attori sono gli stessi di Baciami ancora), per poi scivolare, forse un po’ troppo precipitosamente, in un’atmosfera alla Italian Job, quando Mario spedisce moglie ed amico a recuperare i soldi delle sue tangenti con la promessa di destinarne una parte allo scalcagnato ospedale di Luca. Operazione rischiosa, non solo e non tanto per i controlli alla frontiera, ma perché rimette in gioco le tensioni tra i tre e finisce per rimescolare le carte del destino. Come tanti anni prima Luca e Ginevra avevano tradito Mario “bloccato” in coma per loro responsabilità, ora possono ripetere quel tradimento nei confronti dell’amico ora “incatenato” alla missione africana per evitare la galera. Alla fine, chi per scelta chi per necessità, tutti e tre si troveranno con una nuova vita, più facile di quella precedente non si sa, anche se non manca una certa ironia in un finale solo in parte consolatorio.

Se non si può non apprezzare la sostanziale onestà (e l’autentico umorismo) con cui sono dipinti i protagonisti di questa storia, che per una volta, pur cadendo qua e là nello stereotipo, cerca di andare oltre i luoghi comuni del terzomondismo italico, lascia però stupiti la mancanza, da parte non solo dei protagonisti, ma anche degli altri personaggi che li circondano, di un serio interrogarsi su senso delle cose, quello che Mario spaccia come motivazione per il suo viaggio in Kenya e che naturalmente dovrebbe sorgere di fronte all’incontro con le contraddizioni africane.

Sarà un po’ colpa anche della fretta con cui sono tratteggiati i personaggi di contorno, un po’ simpaticamente indefiniti gli africani, reperti di un colonialismo anacronistico gli stranieri, vagamente contraddittori gli italiani, a partire da Elsa, simpatica e generosa ostetrica, ex aspirante suora ora incinta di uno svizzero di passaggio, che per sua stessa e gratuita ammissione “ha perso la vocazione ma non la fede”.

Che dedicare la propria vita agli altri possa essere il frutto, anziché del senso di colpa e di una necessità più o meno palese, di un ideale più alto non rientra nell’orizzonte de La vita facile, forse proprio perché implicherebbe una domanda su quel “senso della vita” che qui sfugge a tutti.  

Autore: Laura Cotta Ramosino


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