NESSUNO MI PUO' GIUDICARE

Titolo Originale: NESSUNO MI PUO' GIUDICARE
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Massimiliano Bruno
Sceneggiatura: Massimiliano Bruno, Edoardo Falcone, Fausto Brizzi
Produzione: Fulvio e Federica Lucisano per IIF/Rai Cinema
Durata: 95
Interpreti: Paola Cortellesi, Raoul Bova, Rocco Papaleo, Lucia Ocone, Anna Foglietta

Alice, donna superficiale e un po’ classista, viene lasciata vedova e piena di debiti alla scomparsa improvvisa del ricco marito imprenditore di sanitari ed è costretta a trasferirsi con il figlioletto nel quartiere popolare del Quarticciolo dove la accoglie una comunità multietnica e calorosa. Ma i debiti premono e per non rischiare che i servizi sociali le portino via il figlio, Alice è costretta a reinventarsi escort con l’aiuto della simpatica Eva, da tempo nel ramo…Un rimedio estremo e temporaneo, che però rischia di pregiudicare il rapporto nascente tra Alice e Giulio, ruspante ma sincero gestore di un internet point della zona.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film finisce per trasmettere il messaggio che fare la escort è un problema sociale e politico, ma non psicologico e morale. Il vero problema è che avendo il mondo contemporaneo perso la capacità di perdonare (un po’ come Giulio), non è più in grado di giudicare nulla.
Pubblico 
Adolescenti
Diverse scene scabrose senza nudità, linguaggio volgare
Giudizio Artistico 
 
Il film ha diversi buchi di sceneggiatura e un set up colpevolmente assente ma ha dalla sua un ottimo cast, capeggiato da Paola Cortellesi, Rocco Papaleo e stupisce piacevolmente la performance di Raul Bova

Uscito non troppo casualmente in un momento in cui in Italia la parola escort è diventata comune su quotidiani e tv, ma scritto almeno un anno prima, questo esordio alla regia di Massimiliano Bruno, cosceneggiatore di tanti successi di Fausto Brizzi (che qui ricambia il favore), ha dalla sua un ottimo cast, capeggiato da Paola Cortellesi, credibile sia nella parte dell’arricchita razzista più per superficialità che per cattiveria, sia in quella della madre messa alle strette dai debiti e costretta a trasformarsi in escort per non perdere il figlio.

Mentre stupisce piacevolmente la performance di Raul Bova, non è una sorpresa Rocco Papaleo (già divertentissimo nei panni del padre di Checco Zalone in Che bella giornata), qui portinaio un po’ razzista ma di buon cuore che si scaglia contro il buonismo pro-extracomunitari del nemico-amico Giulio, prendendosela con una mentalità “alla Nanni Moretti”, che quando si tratta di immigrazione in realtà anima un po’ tutto il cinema italiano, non esclusa questa pellicola. Basti pensare all’evitabile fallimento dell’attività di Giulio, che sorridendo non fa pagare gli immigrati che si servono da lui e dà lavoro a un amico depresso, salvo poi dover chiudere perché non riesce a pagare l’affitto del locale…

Attorno a loro un mondo fatto di gente cafona ma di buon cuore, si tratti di borgatari o di immigrati dalle più varie provenienze, di escort che rinverdiscono senza vergogna il cliché della “puttana di buon cuore” , o di servizievoli gay pronti a offrire istruzioni per la vita sentimentale contemporanea.

La storia, se non si presta troppa attenzione ai diversi buchi di sceneggiatura e a un set up colpevolmente assente, fila via piacevole tra situazioni esilaranti anche se spesso sopra le righe (i “clienti” di Alice sono tutti dei personaggi, dal maniaco dei fumetti a quello che vuole essere insultato) e una solidarietà di fondo che intenerisce anche quando non convince del tutto. Particolarmente riuscita la linea dedicata all’amico-dipendente di Giulio, che la ex fidanzata fedifraga cerca di riconquistare con ogni mezzo sotto gli occhi del disilluso Giulio, ferito dalla vita e poco incline al perdono.

Se è vero che a una commedia non si può chiedere un’analisi sociologica di un fenomeno ahinoi ormai diffuso, non si può non rimanere delusi di fronte alla mancanza di reale approfondimento psicologico della protagonista. A parte una piccola reticenza iniziale, Alice sembra passare indenne attraverso i sei mesi di “professione” e l’unica crisi avviene solo nel momento in cui (fin troppo casualmente), Giulio la scopre. A suo tempi Pretty Woman, che pure era quasi una favola, pur condendo la sua storia di romanticismo, non faceva sconti sul modo in cui la prostituzione minava la concezione e il rispetto di sé della protagonista Vivian.

Il film di Bruno, dal titolo, sottolinea che il comportamento della sua protagonista non può essere né giudicato né condannato, e in effetti Alice (sulla linea di tante eroine romantiche costrette ad un infame compromesso per amore) fa quello che fa per la più nobile e “perdonabile” delle ragioni, non perdere suo figlio. Non è però il caso della sua amica Eva, che di queste costrizioni non ne ha, ma di sicuro è affezionata al suo attico vista Colosseo e che considera gli uomini come dei bancomat il cui codice è contenuto nei loro ormoni. Anche lei non la possiamo giudicare, e infatti, Alice la fa riconciliare, senza grossi problemi e con un’ellissi quanto meno sospetta, con i genitori che a suo tempo non avevano condiviso la sua scelta “professionale”.

Il rischio, alla fine, è che si abdichi a qualunque tipo di giudizio, come se fare la escort potesse essere un problema sociale e politico, ma non psicologico e morale. Forse il problema invece è che avendo il mondo contemporaneo perso la capacità di perdonare (un po’ come Giulio), non è più in grado di giudicare nulla. 

Autore: Laura Cotta Ramosino


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