127 ORE

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Titolo Originale: 127 Hours
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Danny Boyle, Simon Beaufoy
Produzione: Cloud Eight Films/Everest Entertainment/ Darlow Smithson Productions/Pathé
Durata: 94
Interpreti: James Franco, Kate Mara, Amber Tamblyn

Quando Aron Ralston si avventura da solo tra i canyon senza dire a nessuno dove va, non immagina che un incidente imprevedibile lo condannerà a cinque giorni di solitudine e sofferenza, un braccio bloccato da un masso e nessuna possibilità di comunicare con il resto del mondo. Provato dalla fame e dalla sete, tormentato da allucinazioni e rimpianti, alla fine Aron trova il coraggio per compiere un gesto estremo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
la storia di Aron è di quelle che obbligano a riflettere. Il suo cercare di liberarsi coincide con la ricerca di una verità più profonda su di sé per cui valga la pena di continuare a lottare.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di forte tensione, turpiloquio. Da evitare per le persone più impressionabili
Giudizio Artistico 
 
Un meccanismo narrativo estremo che esalta il virtuosismo della regia. Ottima interpretazione di James Franco e colonna sonora di grande efficacia

Idealmente a metà strada tra l’esplorazione filosofica in solitaria di Into the Wild e il meccanismo narrativo estremo che esalta il virtuosismo della regia e dell’interpretazione di un titolo come Buried, 127 ore è un film che parla di molte cose importanti senza mai perdere il contatto con la storia vera da cui è tratto. La roccia che la mano di Aron all’inizio quasi inconsapevolmente accarezza, diventa infatti la realtà dura e ineludibile di una prigione che se lo blocca fisicamente lo costringe anche ad un viaggio “spirituale” in avanti e indietro nella sua vita. In questo senso anche il titolo del memoir di Ralston (between a rock and a hard place  è un modo di dire che corrisponde grossomodo al nostro “essere tra l’incudine e il martello”) vale come suggestione, ma anche come dura realtà.

La personalità esuberante e individualista di Aron (sempre cordiale, ma di fatto impermeabile a un reale contatto umano) ci guida al ritmo di una colonna sonora di grande efficacia all’interno di una vicenda che mette alla prova lo spettatore, ma lo coinvolge in un difficile, ma autentico percorso personale, quello di Aron, che è anche metafora non didascalica del dilemma di un’intera società.

L’individualismo esasperato di Aron (che pure, a quel che capiamo, è vissuto in un famiglia affettuosa e presente), il suo gusto per l’avventura estrema vista come una continua sfida a se stessi, in cui l’autentica meraviglia per la bellezza di ciò che lo circonda rischia di perdersi nell’autocompiacimento per la propria performance, tutto questo è, secondo il regista Danny Boyle, lo stesso “difetto fatale” di fronte a cui si trova l’America, alla quale il nostro prospetta la necessità di un sacrificio doloroso in nome della possibilità di costruirsi un avvenire.

Ma al di là delle metafore, la storia di Aron è di quelle che obbligano a riflettere, come fa il protagonista in una  chiave che riesce ad essere di volta in volta giocosa, tragica o commovente (sfruttando i moduli espressivi più vari e valorizzando l’uso che il protagonista fa della telecamerina come luogo in cui trasferire il proprio testamento spirituale e i propri pensieri, ma anche mezzo per impedirsi di impazzire).

Il rapporto con la natura che Aron ci racconta ha qualcosa in comune con quello in un certo senso “ingenuo” del protagonista di Into the Wild (che lo paga con la vita), ma la sua spavalderia, che convive con la cordialità un po’ superficiale che riserva al collega di lavoro e alle ragazze incontrate per strada, va incontro a una profonda trasformazione nelle lunghe ore della prigionia. Lo spettacolo del sole, della pioggia, degli animali, tutto potrebbe diventare occasione di rabbia e rimpianto (e per un momento lo è), ma a poco a poco la forzata solitudine spinge il giovane protagonista ad andare a fondo di se stesso, alla ricerca non solo di una via concreta per liberarsi, ma anche di una verità più profonda su di sé per cui valga la pena di continuare a lottare.

È la verità profonda di questa battaglia, fisica e spirituale, che dà alla pellicola, pur nella sua durezza, la forza di traghettare lo spettatore in un viaggio in solitaria reso possibile anche dall’ottima interpretazione di James Franco. Nei suoi occhi trascorre l’insolenza della giovinezza, la superficialità di chi non dà il giusto valore ai rapporti e agli incontri (come quello con una ragazza che ha lasciato andar via per paura di legarsi), ma poi anche la determinazione di chi ha finalmente trovato un punto a cui agganciare la propria esistenza.

Le presenze che circondano Aron nella sua prigione da allucinazione beffarda si fanno richiami alla vita fino alla liberazione, mentre una volta fuori dal canyon l’incontro con persone qualunque disposte ad aiutarlo come meglio possono racconta con semplicità ed efficacia la conclusione di una parabola in cui il riconoscimento della propria “mancanza” (di cui gli resterà una dolorosa memoria con la menomazione) va di pari passo con la coscienza che l’accaduto non è una tragica disgrazia, ma il passaggio di un percorso (“quel masso era lì ad aspettarmi da sempre…” dice lo stesso Aron) attraverso cui trovare una nuova vita.  

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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