Commedia

INSTANT FAMILY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/18/2019 - 15:42
 
Titolo Originale: Instant Family
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Sean Anders
Sceneggiatura: Sean Anders
Produzione: PARAMOUNT PICTURES
Durata: 118
Interpreti: Mark Wahlberg, Rose Byrne, Gustavo Quiroz, Octavia Spencer

Pete e Ellie Wagner sono una coppia sposata da diversi anni. Hanno sempre rinviato la decisione di diventare genitori e lui ha un timore: se avessero un figlio adesso, sarebbero troppo vecchi per gestirlo nell’età più critica, quella dell’adolescenza. Pete però ha un’idea: perché non adottare un figlio che ha già cinque anni o anche più?. L’idea piace a Ellie ma quando ormai si sono decisi ad adottare Lizzi, una ragazza sudamericana di 15 anni, scoprono ha anche due fratelli più piccoli dai quali non si vuole separare: Juan e Lita. I coniugi si trovano davanti a un bivio: o tutti e tre o nessuno….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia mostra un grande affiatamento e rispetto reciproco, che consente loro di affrontare insieme un progetto bello e generoso ma complesso come quello di adottare tre bambini. Il film mostra, in modo acritico, l‘estensione del diritto all’adozione, presente nella legislazione di certi stati americani, anche a persone single e a coppie omosessuali
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il linguaggio è a volte esplicito
Giudizio Artistico 
 
Il film scorre con scioltezza e ironia ma ciò non impedisce al regista di mostrare con realismo le difficoltà in cui si può incorrere nell’ adottare ragazzi non più piccoli
Testo Breve:

Croci e delizie di una coppia non più giovane che decide di adottare tre fratelli. Un racconto ispirato a una storia vera che mostra il doppio beneficio di questo nobile gesto: per i ragazzi ma anche per gli stessi genitori adottivi

Ci sono delle storie che ci presentano personaggi e fatti inventati anche se verosimili. Altri, come questo Instant Family esprimono un’esperienza realmente vissuta, in questo caso dallo stesso regista Sean Andrers, e la differenza si vede. Il tono del film è da commedia, ci sono molte situazioni divertenti, soprattutto quando la casa si riempie dei tre ragazzi scatenati ma il film è molto serio quando ritrae in dettaglio la progressiva trasformazione dei due protagonisti, che passano da una impostazione idealista e un po’ superficiale alla cocente delusione di scoprire che ad ogni piccolo progresso c’è una immediata regressione il giorno dopo, fino a meditare di riportare i tre ragazzi all’orfanatrofio. Una decisione che però cozza con il loro sentirsi sempre più maturi e responsabili, perché hanno il coraggio, ad ogni sconfitta, di ripartire daccapo, sempre più coinvolti in questa avventura che sta dando spessore alla loro esistenza.

Non si parla di fede nel film, ma il modo con cui Pete e Ellie, assieme ai loro familiari, festeggiano il Natale tenendosi per mano, la sensibilità con cui guardano questi bambini dell’orfanatrofio, nel momento della scelta, spesso dalle vite ferite da abusi e dall’abbandono dei genitori, denota una sensibilità che rimanda a una formazione cristiana.

L’aspetto più bello del film è l’affiatamento della coppia: nessuno dei due è disposto a prendere una decisione senza il consenso dell’altro. Discutono spesso sul da farsi, di fronte a una situazione così delicata, ma entrambi, pur con idee diverse, guardano solo al bene della loro nuova famigliai. Il film è interessante anche perché mostra, in situazioni così delicate, il valore del sostegno dell’intera famiglia, madri, padri e sorelle anche se spesso con qualche costruttivo bisticcio. E’ proprio la madre di lui, in questo caso, ad avere una visione e una sensibilità “fuori dalle parti” che risulta decisiva per ricomporre i dissidi con la ribelle Lizzy.

Anche le due signore dell’agenzia incaricata per le adozioni (una di queste è interpretata da Octavia Spencer) svolgono un ruolo importante e le periodiche tavole rotonde fra i potenziali genitori per scambiarsi esperienze e avere consigli, tradisce l’esperienza che lo stesso regista ha avuto.

Fra i candidati genitori, coerentemente con le leggi della maggior parte degli stati U.S.A. troviamo anche una coppia di omosessuali e una signora single. Il regista non manifesta nessuna particolare presa di posizione nei confronti di questa concezione allargata dei requisiti di adottabilità; non manca però di esprimere una certa ironia nei confronti della donna single che si ostina a cercare un ragazzo robusto perché lo vuole far diventare un campione sportivo. In questo caso il regista ci vuole ricordare il pericolo latente che si cela sotto certe aspirazioni all’adozione: soddisfare i propri desideri invece di porsi al servizio del bambino.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON SPOSATE LE MIE FIGLIE 2

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/04/2019 - 17:53
Titolo Originale: Qu'est-ce qu'on a encore fait au bon Dieu?
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Philippe de Chauveron
Produzione: LES FILMS DU 24
Durata: 99
Interpreti: Christian Clavier, Chantal Lauby, Ary Abittan, Medi Sadoun, Frédéric Chau, Noom Diawara,

Nel primo film della serie avevamo visto Claude e Marie, una coppia alto borghese di cultura cattolica che vive nella campagna della Touraine rassegnarsi a vedere le loro quattro figlie sposate con uomini di origini e culture molto distanti dalla loro: un musulmano di origini algerine, Chao, un cinese ateo un ebreo e un senegalese. In questo secondo film si ritrovano ad affrontare una nuova prova: le quattro famiglie hanno deciso di trasferirsi nei rispettivi paesi di origine dei mariti, ma Claude e Marie non si perdono d’animo: escogitano un piano ed invitano i quattro generi a passare un weekend con loro senza le mogli. Intanto arrivano in Francia i loro consuoceri senegalesi per il matrimonio della loro unica femmina; non hanno ancora conosciuto il futuro marito e una grande sorpresa li attende...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I valori della famiglia, anche in caso di coppie miste, viene confermato in questo sequel ma il film dimostra di banalizzare il valore della fede, ponendolo alla strega di retaggio di tradizioni senza valore dei vari paesi
Pubblico 
Adolescenti
E’ necessaria una certa maturità critica per decifrare il messaggio del film
Giudizio Artistico 
 
I due padri, Christian Clavier e Noom Diawara tengono alto, quasi da soli, la comicità del film. La sceneggiatura riesce ad a aggiungere ben poco rispetto al precedente lavoro
Testo Breve:

Questo sequel di un film francese di successo non riesce a essere originale rispetto al predentee, anzi peggiora alcuni difetti che erano latenti nella prima versione

Il primo film della serie è stato indubbiamente un grande successo di botteghino (12 milioni di spettatori): era stato capace di far ridere, costruendo una situazione paradossale, sul tema dei matrimoni misti che in Francia costituisce un fenomeno importante e a mettere alla berlina il pregiudizio razziale. Nel recensire il primo film avevamo già sottolineato, al di là del successo, la fragilità dell’impostazione. Niente a che vedere, con un altro grande successo che aveva affrontato ridendo un tema serio: quello dell’infermità (Quasi amici- FilmOro). Claude e Marie, ormai-nonni, hanno ben poco di cui lamentarsi: i quattro generi sono dei professionisti affermati, ben inseriti nella buona borghesia francese. Siamo lontani dai problemi delle banlieu parigine. Inoltre le frecciate contro le diverse culture erano state, nel primo film, molto bonarie, e ci si era limitati a ironizzare sull’attaccamento a certi costumi locali, dovuti per lo più alle tradizioni religiose (la circoncisione, il non mangiare maiale per ebrei e arabi, lo spirito commerciale e l’incapacità di sorridere dei cinesi).

Con queste deboli premesse, costruire un sequel diventava un’operazione delicata. Il secondo film si mantiene infatti ben attento a non deviare dalla strada maestra che ha attirato la simpatia del pubblico (nei pranzi domenicali che vedono tutta la grande famiglia riunita, si ripetono le prese in giro nei confronti dei cliché con cui sono identificati arabi, ebrei, cinesi) e non mancano alcuni comici giochi al malinteso, determinati dal timore per il terrorismo. Ma occorreva al contempo inventarsi qualche nuovo pretesto narrativo ed è qui che si manifesta la debolezza del film. I quattro generi decidono all’unisono di trasferirsi nei loro paesi di origine nell’aspettativa di nuove opportunità di lavoro, con grande sgomento da parte dei due nonni, che rischiano di trovarsi soli nella loro grande casa di campagna. L’evoluzione del racconto costituisce un’apologia della bellezza della Francia (con tanto di visita ai castelli della Loira) e un’esaltazione delle sue opportunità di lavoro, quindi un tema poco interessante al di fuori dei suoi confini ma ciò che soprattutto dispiace è la perdita della chimica all’interno delle coppie, presente nel primo film. Si può anzi dire che questo secondo sia caratterizzato da una certa misoginia: la decisione di andare all’estero viene presa dai soli mariti, con le mogli francesi che accettano acriticamente.

C’è un altro aspetto che peggiora in questo sequel ed è il valore che viene attribuito alla fede religiosa.Avevamo già visto nel precedente film che la religione non era altro che una componenente del folklore di un determinato paese, un pretesto per imbastire piacevoli feste comunitarie, come la messa di Natale o la cerimonia della circoncisione per gli ebrei. Adesso anche questo film si allinea sul tema più gettonato nel cinema contemporaneo: quello dell’omosessualità.  Se la figlia di Koffi è arrivata fino in Francia per potersi sposare con un’altra donna e se il padre è svenuto nell’apprendere la notizia, è giusto aspettarsi che il padre senta l’impegno di stare vicino a sua figlia, sempre e comunque, ma il film banalizza il problema, mostrando due ragazze vestite entrambe in bianco con tanto di velo che si presentano in municipio secondo un cerimoniale che vuole scimmiottare le tradizioni plurisecolari del matrimonio fra un uomo e una donna. A rincarare la dose, viene riproposto il personaggio del giovane parroco del luogo, che troviamo allegramente a ballare alla festa di nozze delle due sposine.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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10 GIORNI SENZA MAMMA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/10/2019 - 21:54
 
Titolo Originale: 10 giorni senza mamma
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Alessandro Genovesi, Giovanni Bognetti
Produzione: COLORADO FILMS CON MEDUSA FILM
Durata: 100
Interpreti: Fabio De Luigi, Valentina Lodovini, Antonio Catania, Angelica Elli, Bianca Usai

Carlo e Giulia sono sposati da tredici anni. Lui lavora in una società che opera nel settore della distribuzione alimentare, lei ha deciso di abbandonare il mestiere di avvocato per dedicarsi ai loro tre figli: Camilla, di tredici anni, in piena ribellione adolescenziale; Tito di dieci, che ha il gusto di inventare, con i suoi amici, scherzi “sadici” e infine Bianca, di due anni, che parla poco ma combina tanti guai. C’è qualche problema aperto per entrambi: Carlo è stato affiancato in ufficio da un nuovo collega più giovane che ha tutta l’aria di volergli soffiare il posto; Giulia sente il bisogno, dopo tanti anni dedicati a figli, di cambiare capitolo. E’ esattamente ciò che fa: si organizza una vacanza di dieci giorni con sua sorella a Cuba e lascia Carlo a gestire casa e figli…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia di sposi riesce a risolvere una serie di problemi familiari contando sull’affetto reciproco e far progredire il rapporto con i propri figli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Alessandro Genovesi riesce a confezionare un film che non tradisce le giuste esigenze di entertainment ma al contempo affronta temi non banali che riguardano i rapporti all’interno di una famiglia
Testo Breve:

La moglie decide di concedersi 10 giorni di vacanza mentre il marito deve occuparsi dei tre figli e dei non pochi problemi che ha sul lavoro. Un film che diverte ma che riesce anche ad affrontare con serietà temi sulla famiglia e sul mondo del lavoro

A leggere il titolo, un brivido di terrore scorre per la schiena: ancora un altro film che scherza sull’incapacità degli uomini di badare ai figli e di prendersi cura della casa? Film che esplorano l’anatomia della famiglia sono molto rari ma quando vengono prodotti, o hanno i toni della tragedia (genitori separati, figli drogati/alcoolizzati) oppure, nelle leggere vesti di una commedia per tutti, ecco che bambini pestiferi scatenano cataclismi inarrestabili di fronte a genitori impotenti. La geografia della famiglia è tutta qui? In effetti questo film di Alessandro Genovesi ha rischiato grosso: non ci sono genitori separati, non ci sono figli sulla via dell’autodistruzione ma una coppia che si vuol bene con tre figli da crescere e dove, addirittura, lei aveva deciso di lasciare il lavoro di avvocato per dedicarsi alla crescita dei figli e dopo tredici anni non era pentita di quel gesto.  E’ proprio questo il valore del film: esplora con grande realismo come una coppia che si vuol bene possa volerlo ancora di più con il trascorrere degli anni e migliorare il rapporto con dei figli che cambiano giorno dopo giorno sotto i loro occhi. Ovviamente le esigenze di entertainment vengono rispettate: ci sono gag, battute, scene, come quella finale, di una comicità irrefrenabile ma all’interno di questo involucro non ci sono personaggi-cliché ma persone vere e situazioni reali.

All’inizio del film c’è un colloquio fra Carlo e Giulia che da solo vale tutto il film. Finalmente da soli in camera da letto, lei dichiara di essere stanca: non si tratta di stanchezza fisica quanto psicologica: per troppo tempo ha preparato lei la colazione e tutti i pasti, portato e ripreso i bambini da scuola, li ha aiutati a fare i compiti. Quella mattina lui aveva declinato l’invito a preparare la colazione dichiarandosi inesperto e quanto era stato invitato a correggere i compiti dei figli, aveva avuto sempre in mano qualche carta più importante per l’ufficio.  Non si tratta di incapacità cronica dei maschi di svolgere questi compiti (il regista evita da subito di incanalarsi in questo troppo facile escamotage comico) ma di assuefazione alla specializzazione nei comportamenti di coppia. Succede, fra un uomo e una donna impegnati a gestire una famiglia, che qualcuno si manifesti più dotato dell’altro nel coprire una mansione e così uno si impegna e l’altro si atrofizza. Carlo si difende, facendo notare che in fondo anche lui è stanco dopo una giornata passata in ufficio e che in fondo lei ha dei momenti di tranquillità quando i ragazzi vanno a scuola ma in questo modo dimostra di non aver compreso l’essenza del contendere: lei sta rivendicando il diritto di vedere la famiglia e i figli in tre dimensioni e non dall’angolo angusto di una specializzazione di mansioni. Anche il tema delicato della nascita dei tre figli viene posto sotto analisi in questo colloquio.  Carlo cerca di dare una risposta razionale a quello che è successo: Tito sarebbe nato per dare un fratellino a Camilla; l’ultima nata, Bianca, sarebbe poi arrivata per non lasciare Tito solo nella sua crescita…Ancora una volta è lui a sbagliare: non c’è retorica nel film ma appare chiaro che una coppia affiatata come in fondo è la loro, non poteva non essere feconda. Altri temi seri vengono affrontati in questo film: il rapporto fra il padre e l’adolescente Camilla:  tenuti inizialmente a distanza  da grossolane ideologie (vecchi-che-non-capiscono/giovani-che-rinnovano-il-mondo),  alla fine sapranno esprimere affetto e aiuto reciproci.

Anche il mondo del lavoro non è trascurato.  Al di là della figura un capo paternalista troppo da caricatura e della classica contesa fra il giovane in carriera e il veterano troppo seduto sulla sua poltrona, vengono introdotti temi delicati come la responsabilità professionale e umana di chi si assume la responsabilità di  licenziare un  dipendente per mancanze trascurabili.

In complesso il film soddisfa in pieno la legge del “show don’t tell” perché evita ogni forma di retorica e riesce a trasmettere messaggi seri all’interno di una confezione leggera e divertente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/17/2019 - 12:07
Titolo Originale: L'AMORE IL SOLE E LE ALTRE STELLE
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Fabrizio Costa.
Sceneggiatura: Marco Bonini, Edoardo Leo, Giacomo Bisanti e Matteo Visconti
Produzione: Pepito Production
Durata: 120 su RaiPlay
Interpreti: Vanessa Incontrada, Ricky Memphis, Marco Bonini, Chiara Ricci, Elisa Visari, Edoardo Pagliai

Primo e Michela sono due ragazzi quindicenni, amici da quando erano piccoli (i loro genitori si conoscono da anni). Una mattina a scuola scoprono una novità: la loro classe fruirà di un corso sperimentale di educazione sessuale ed è previsto anche il coinvolgimento dei genitori. Durante un pranzo con le due famiglie riunite, i ragazzi mostrano il questionario che debbono compilare assieme ai genitori. Parlare di un tema così delicato destabilizza ulteriormente Michele e Sabrina, i genitori di Michela che sono sull’orlo del divorzio per via dei continui tradimenti di lui ma anche Corinne e Pietro, i genitori di Primo, stanno vivendo un momento critico perché lei è insoddisfatta per le scarse attenzioni del marito. Michela comprende che i genitori stanno pensando soprattutto a loro stessi e provocatoriamente dichiara che lei e Primo hanno deciso di fare sesso insieme. La notizia si sparge presto anche fra i compagni di classe e adesso i due ragazzi hanno tutti gli occhi puntati su di loro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film affronta con serietà il tema dell’educazione sessuale che non può prescindere dall'educazione sentimentale ma certe conclusioni sono fataliste, soprattutto per quel che riguarda il divorzio
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di incontro sessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film sviluppa bene il tema proposto e gli attori si comportano secondo lo standard atteso da una commedia all’italiana
Testo Breve:

Nessuno dà molta retta, nemmeno i genitori, a due quindicenni che a questo punto dichiarano ufficialmente di voler fare sesso insieme. Uno spunto per trattare, con serietà il tema dell’educazione sentimentale

“Voi siete la prima generazione ad avere un accesso totale e gratuito alla pornografia” dichiara la professoressa alla sua prima lezione di educazione sessuale.  In effetti questo film TV, L’amore, il sole e le altre stelle” trasmesso su RaiUno all’interno della serie Purché finisca bene 3, ora disponibile su RaiPlay, tratta un tema di indubbia attualità.

E’ lo stesso tema che viene affrontato nella serie di Netflix  Sex Education ma in questo caso si tratta di una parodia sul tema, in una scuola dove ormai, o l’educazione non serve più perché i ragazzi praticano rapporti sessuali  da anni, nelle forme di un esercizio  sportivo  oppure c’è qualcuno, soprattutto fra i maschi, che ancora non ha varcato la fatidica soglia e allora la situazione è grave, bisogna ricorrere a un sessuoterapeuta.

Il film italiano affronta il tema con maggiore serietà e mostra come gli stessi ragazzi hanno compreso che più che di educazione sessuale c’è bisogno per loro di educazione all’affettività.

Nel film si alternano momenti trascorsi in aula dove si ascoltano le lezioni della professoressa ad altri dove possiamo seguire l’evolversi del rapporto fra i due ragazzi e dei genitori fra di loro, con frequenti rimandi fra ciò che viene dichiarato in teoria e ciò che si sviluppa realmente.

L’insegnante propone ai ragazzi principi molto validi, soprattutto quando sottolinea l’importanza del rispetto reciproco e del non fare niente senza comune accordo, ma poi non riesce ad andare oltre, al valore superiore della persona che esercita la propria sessualità e si ferma a osservazioni scientifiche sul comportamento degli animali ( è la femmina che sceglie il partner; il maschio è sempre tendenzialmente poligamo,….

Al contempo anche i genitori hanno poco da insegnare ai ragazzi, anzi sono proprio Primo e Daniela a sgridarli, perché percepiscono, più di loro, le istanze morali che vanno rispettate nel rapporto a due. Daniela rimprovera il padre che continua fare il farfallone con altre donne perché deve prima di tutto, al di là dei suoi desideri, rispettare sua madre. Primo fa riflettere suo padre, che ritiene giusto, per salvaguardare il matrimonio, rinunciare alle proprie passioni: “se tu ami una persona non voglio che tu rinunci a qualcosa perché più rinunci e meno sei te stesso”.

I due ragazzi restano quindi da soli a riflettere su un tema così impegnativo ma l’età li protegge ancora da un serio coinvolgimento emotivo e ormonale. E’ proprio Primo a dare alla professoressa la migliore risposta  sul tema della poligamia naturale: “l’amore ti fa essere fedele perché l’altro diventa, per te,   un essere speciale e se va con tutti vuol dire che io non valgo niente”

Alla fine le conclusioni degli autori, nonostante i buoni messaggi, sono alquanto fataliste: non c’è stabilità nei rapporti amorosi, per i grandi come per i giovani, ci si attrae e ci si respinge compulsivamente in uno stato di perenne instabilità. Negativa anche la conclusione sulla necessità del divorzio anche quando fra due persone che si  amano, sarebbe sufficiente un maggiore impegno per controllare le proprie debolezze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA STORIA SENZA NOME

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/18/2018 - 15:04
Titolo Originale: Una storia senza nome
Paese: Italia, Francia
Anno: 2018
Regia: Roberto Andò
Sceneggiatura: Roberto Andò, Angelo Pasquini, Giacomo Bendotti
Produzione: BIBI FILM, CON RAI CINEMA, COPRODOTTO CON PATRICK SOBELMAN PER AGAT FILMS & CIE - PARIGI
Durata: 110
Interpreti: Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Laura Morante, Vittorio Gassamann

Il produttore cinematografico Vitelli sollecita lo sceneggiatore Pes a consegnargli il soggetto del nuovo film che sta aspettando da mesi. In realtà, da anni, Pes ha perso ogni ispirazione ed è Valeria, la segretaria di Vitelli, la sua ghost writer: lo fa perché segretamente innamorata di lui. Proprio quando per lei è urgente trovare qualche buona idea per il nuovo film, viene contattata da un uomo misterioso che le offre una storia molto intrigante, una storia legata al furto della Natività, tela del Caravaggio sottratta dalla mafia nel 1969 dall'Oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai ritrovata. Il soggetto piace al produttore ma la notizia si sparge presto e la mafia non ha nessuna voglia che il film venga prodotto, perché si è accorta che c’è qualcuno che è troppo ben informato su quel furto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel pieno di un’indagine investigativa si scoprono affetti familiari e si rinsaldano amori
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una breve sequenza di nudo
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Roberto Andò realizza un film con grande unità di stile, uno stile leggero perché il tema è leggero. Selezionato dall’Italia per l’Oscar 2019
Testo Breve:

Uno sceneggiatore che non riesce più a scrivere e una segretaria che invece scrive in segreto per lui, si trovano coinvolti in faccende di mafia. Un film sviluppato con una leggerezza coerente con il contenuto

Il primo atteggiamento da assumere per gustarsi questa storia senza nome, è quella di non prenderla troppo sul serio. Il film è un omaggio al cinema, un po’ come era stato fatto con Il cinema Paradiso ma in particolare alla sceneggiatura, a quei magici momenti creativi dove si parte da una pagina bianca e poi idea dopo idea, intrigo dopo intrigo, la storia prende forma. Si può criticare che il colpi di scena, i personaggi che fanno il doppio gioco, i cambi di prospettiva siano troppi ma il film non ha ambizioni realiste, non si occupa di conquistarsi il famoso patto di credibilità con lo spettatore; vuole soprattutto stupirlo, che è poi l’essenza del cinema.

E’ il prodigio dello scrivere, adesso dello sceneggiatore, nei suoi film precedenti dello scrittore, il tema che focalizza l’interesse del regista-sceneggiatore e più ancora il dilemma irrisolto, se sia più importante la verità nuda e cruda o la finzione che ci costruiamo intorno a noi e che esprime la nostra creatività.

In Il manoscritto del principe (2000) sugli ultimi anni di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, lo scrittore, parlando con un giovane, sembra porsi a favore della realtà: “I discorsi sono una maschera pudica della verità -e poi conclude che -c’è molta più verità in un suo piccolo gesto che di tutta la sua impeccabile intelligenza con cui parla di Conrad”.

Sotto falso nome (2004) è un’altra storia che ruota intorno a uno scrittore ma questa volta viene sottolineata la fascinazione del mistero che viene svelato, delle cose non dette: ” non avrei mai iniziato a scrivere senza un segreto. Raccontare è semplicemente questo: è un patto, un incantesimo, un filo invisibile che ci lega al ricordo. Il giorno in cui lasceremo l’incantesimo e avremo finalmente voglia di raccontare la verità, noi stessi saremo già soltanto un ricordo”.

Ora, con questo Una storia senza nome la fantasia dello sceneggiatore è più mostrata che dichiarata ma anche questa volta, verso la fine, c’è una stoccata contro la ruvidezza della verità. Dice Valeria: “la verità spesso uccide ma noi ci salviamo con la finzione”.

Il regista riesce comunque a trasfigurare queste istanze un po’ astratte, mettendo in scena una storia gradevole e divertente, un citazionismo di film famosi quasi continuo, dove la mafia appare più maldestra che cattiva, gli investigatori si trovano sempre nel posto giusto al momento giusto per spiare le mosse dei cattivi e anche coloro che sono in coma finiscono presto per riprendersi. Simpatici e nella parte, Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassmann e Laura Morante.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME TI DIVENTO BELLA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/04/2018 - 19:45
Titolo Originale: I feel Pretty
Paese: Cina, USA
Anno: 2018
Regia: Abby Kohn, Marc Silverstein
Sceneggiatura: Abby Kohn, Marc Silverstein
Produzione: HUAYI BROTHERS PICTURES, VOLTAGE PICTURES
Durata: 110
Interpreti: Amy Schumer, Michelle Williams, Tom Hopper, Rory Scovel, Emily Ratajkowski

Reneè e una donna giovane ed esuberante che lavora in uno scantinato di Manhattan per il sito Internet di una famosa azienda di cosmetici. E’ affascinata da questo mondo glamour affollato da donne bellissime ma ha un grosso problema: ha qualche chilo di troppo e ogni impegno in palesta sembra non produrre risultati. Renèe sogna l’impossibile: trasformarsi in una ragazza da copertina di quelle riviste che lei sfoglia ogni giorno. Alla fine qualcosa accade: dopo essersi ripresa da una caduta, le sembra di avere il look tanto desiderato e si presenta, piena di speranze, alla sede centrale della sua ditta, per candidarsi come receptionist...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film denuncia il condizionamento che molte ragazze subiscono da una pubblicità che impone corpi perfetti ma non è in grado di graffiare più di tanto e risponde con un generico credere in se stessi
Pubblico 
Adolescenti
Qualche nudità parziale
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura si muove fin dall’inizio verso un finale prevedibile, brava Amy Schumer ma il suo protagonismo eccessivo va a discapito degli altri personaggi
Testo Breve:

Cosa succede se dopo anni vissuti con il complesso della propria taglia, una ragazza crede di aver acquisito il corpo di una modella? Un favola edificante con un finale prevedibile

 

Di film che narrano di ragazze incerte e complessate perché sovrappeso ne sono stati fatti tanti, primo fra tutti l’ormai classico Il diario di Bridget Jones del 2001; ugualmente esplorato è stato il mondo del glamour (indimenticabile Il diavolo veste Prada del 2006). Questo Come ti divento bella si pone a cavallo fra le due situazioni: la favola edificante con tanto di magia (o meglio di botta in testa) di una ragazza esuberante ma con taglia large che crede, dopo esser  caduta da una cyclette, di esser diventata snella e inizia ad affrontare la vita con grande entusiasmo, fino a intrecciare finalmente una relazione sentimentale e a dare il suo contributo originale di idee per l’azienda di cosmetici per cui lavora, per poi  accorgersi che i suoi successi sono indipendenti dal suo aspetto fisico.

Il film sembra, a prima vista, trasmettere un messaggio positivo: un atto di accusa contro l’ondata di stereotipi sessisti, costruiti attraverso immagini perfette di supermodelle, che diventano il riferimento irrinunciabile per indossare un abito, per il trucco o per frequentare corsi di fitness.  Un’analisi più accurata mostra come il messaggio trasmesso sia un po’ diverso: Renèe è totalmente affascinata dal mondo della moda e non desidera altro che farne parte, anche come semplice receptionist. Appena crede di esser diventata snella, il suo pensiero non va solo alle maggiori opportunità di cui ora dispone perché un ragazzo possa essere interessato a lei, ma ostenta una sicurezza da modella di Victoria’s Secret ed è desiderosa di impiegare il suo corpo a suo piacimento: partecipare a un bikini contest di un club per soli uomini o affacciarsi nuda dalla finestra. Anche il finale, che non riveliamo, va nella direzione di una ragazza che non si accorge delle false seduzioni che il mondo del fascion crea, ma anzi ne diventa attiva collaboratrice.

Siamo lontani dalla sofisticata costruzione realizzata da Il Diavolo veste Prada. Anche in quel film Miranda, la direttrice dell’atelier di moda, diceva che “tutti vorrebbero essere come noi” ma poi si sviluppa una doppia conversione della protagonista Andy e della stessa Miranda, che prendono coscienza del come il mondo della moda, sia un ambiente quasi spietato, dove si viene interpellati in coscienza ad accettare o a scartare certi comportamenti  eticamente scorretti.

Un altro aspetto debole del film è il protagonismo eccessivo della pur simpatica e divertente Amy Schumer, che finisce per limitare gli altri protagonisti a pallide e fugaci apparizioni.

Primo fra tutti Ethan (Rory Scovel), il ragazzo che più che innamorarsi di Renèe, sembra risucchiato in una relazione dall’esuberanza di lei. Altre due donne, Mallory (l’indossatrice Emily Ratajkowski; Naomi Campbell fa solo una breve apparizione) e Avery (Michelle Williams) sembrano inserite con l’esclusivo obiettivo  di dimostrare che anche donne molte belle hanno i loro momenti infelici e le loro insicurezze da superare.

Complessivamente il film risulta divertente e godibile nel suo prevedibile sviluppo ma non possiamo concludere che trasmetta messaggi particolarmente profondi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OVERBOARD

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/18/2018 - 15:46
 
Titolo Originale: Overboard
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Rob Greenberg
Sceneggiatura: Bob Fisher, Rob Greenberg
Produzione: PANTELION FILMS, 3PAS STUDIOS, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM)
Durata: 112
Interpreti: Eugenio Derbez, Anna Faris, Eva Longoria

Leonardo passa la maggior parte del suo tempo sul suo lussuoso yatch circondato da belle ragazze. Se lo può permettere perché è l’unico figlio maschio di una delle più ricche famiglie messicane. Kate è invece una mamma single con tre figlie di cui prendersi cura, che si sta preparando a un concorso per nursery e nel frattempo barca il lunario con lavori di pulizia. Viene chiamata allo yacht di Leonardo per pulire la moquette ma ha un diverbio proprio con lui che non esita a licenziarla in malo modo, spingendola giù dalla nave. Qualche giorno dopo, Kate viene a sapere che Leonardo è in ospedale, trovato ubriaco sulla spiaggia e incapace di ricordare chi sia. Kate medita una vendetta che le può risultare utile: fa finta di essere sua moglie e lo porta a casa dandogli molti incarichi domestici, in modo che lei abbia il tempo libero necessario per prepararsi all’esame….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo ricco che pensa solo a se stesso, scopre il vero amore e la bellezza della famiglia
Pubblico 
Adolescenti
Presenza di un incontro premaritale senza nudità. Linguaggio a volte esplicito
Giudizio Artistico 
 
Il film risulta ben costruito e ha momenti divertenti, si percepisce poca chimica di coppia fra i due protagonisti, Eugenio Derbez e Anna Faris
Testo Breve:

Un uomo ricco e gaudente, una donna con pochi mezzi e tre figlie da far crescere, si incontrano in condizioni eccezionali. Un bel racconto di conversione ai valori familiari

Il film inizia mostrandoci un uomo e tre belle ragazze che volteggiano divertite fra le onde con le moto d’acqua e poi si dirigono verso un lussuoso yacht. Sembra l’imitazione di quelle immagini che vengono pubblicate su Istagram, di giovani rampolli di famiglie ricchissime (in genere sono russi o arabi) che non sanno più come spendere i soldi e come divertirsi. E’ la giusta introduzione per questo remake dell’omonimo film del 1987 (overboard in inglese, Una coppia alla deriva in italiano) che però gioca a parti invertite: ora è l’uomo colui che è ricco, mentre la povera è lei, con tre figlie a carico (vedova? Divorziata? Non si sa) e un esame da sostenere. Il racconto, pur presentando alcune forzature (lui che cade in acqua e viene colpito da amnesia, lei che inventa una sottile vendetta fingendosi sua moglie), appare, in questa seconda edizione meglio definita nei dettagli e quindi più verosimile. E’ anche più chiaro l’obiettivo che si vuole raggiungere: un sereno film familiare che esalta l’importanza del matrimonio (il film precedente si concludeva con il divorzio) e la gioia di allevare dei figli. L’espediente narrativo della persona che cade in acqua e che si trova in un contesto totalmente differente, che gli è utile a comprende il valore anche di chi ha una vita diversa dalla sua, è stato utilizzato molte volte. In Capitani coraggiosi del 1937 tocca a un ragazzo ricco e viziato cadere in acqua dallo yacht di suo padre e venir salvato da un gruppo di pescatori, un’esperienza che gli consente di comprendere quali siano le semplici cose che contano nella vita. Su tematiche più propriamente familiari, non possiamo dimenticare The Family man (2000) dove uno scapolo impenitente viene portato per magia indietro nel tempo, per capire cosa sarebbe successo se avesse sposato la donna che amava e avesse avuto dei figli.

In effetti, anche in questo secondo Overlord, se saltiamo il tema, un po’ forzato, del modo con cui il ricco Leonardo si trova a rimboccarsi le maniche per mantenere una famiglia di tre figlie, è la sua progressiva conversione la parte più interessante. Non si tratta solo di scoprire il valore di guadagnarsi il pane con le proprie mani ma molto di più: in lui cambia totalmente il modo con cui si rapporta agli altri.  Non sono più dei servi a cui dare degli ordini o disinvoltamente licenziare, o delle donne utili per passare una notte in compagnia, ma è la scoperta di sentirsi debole e dipendente dagli altri: bisognoso di una donna con cui dividere la propria vita e di figli che diventano il motivo della propria esistenza.

Molti critici hanno storto in naso per il modo sfacciato con cui il film ha voluto essere edificante ma è piacevole sapere che ogni tanto si può andare al cinema e uscirne con un po’ più di ottimismo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GIU' LE MANI DALLE NOSTRE FIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/20/2018 - 08:36
Titolo Originale: Blockers
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Kay Cannon
Sceneggiatura: Jon Hurwitz, Brian Kehoe, Jim Kehoe, Eben Russell, Hayden Schlossberg
Produzione: POINT GREY PICTURES, DMG ENTERTAINMENT, GOOD UNIVERSE
Durata: 102
Interpreti: Leslie Mann, Ike Barinholtz, John Cena, Kathryn Newton, Geraldine Viswanathan, Gideon Adlon

Julie, Kayla e Sam sono amiche da sempre. Arrivate a diciott’anni, nel giorno del gran ballo della scuola, decidono di fare un patto tra loro: tutte e tre perderanno la verginità quella stessa notte. La madre di Julie e i padri di Kayla e Sam scoprono l’accordo e cercano in tutti i modi di sabotarlo…

 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Di fronte alla decisione di consumare la “prima volta”in modo concordato nella stessa serata da tre ragazze dicissettenni, i rispettivi genitori si preoccupano solo, egoisticamente, di dover restare presto soli, mentre qualcuno di loro finisce per auspicarlo, indicandola come conquista femminile. Le ragazze intanto non mostrano dubbi, paure e dilemmi nel prendere a freddo una decisione simile
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, scene di sesso, uso di droghe, scene volgari, scene di nudo. Genitori irresponsabili
Giudizio Artistico 
 
Il film è infarcito di stereotipi, soprattutto sul rapporto genitori-figli e usa situazioni volgari per strappare qualche risata al pubblico
Testo Breve:

Tre ragazze diciassettenni hanno deciso di perdere la loro verginità durante la serata del ballo di fine corso. I genitori cercano di fermarle. Un film sguaiato e pieno di stereotipi

Giù le mani dalle nostre figlie potrebbe essere descritto come una sorta di American Pie al femminile, vissuto però dal punto di vista dei genitori. 

Lisa è una mamma single, che ha cresciuto da sola la sua Julie, con cui vive quasi in simbiosi. Quando però scopre che la figlia le ha tenuta segreta la sua iscrizione alla UCLA a Los Angeles, dopo averle promesso di studiare a Chicago, non troppo lontana da casa e quindi da lei, il suo mondo va in crisi. Mitchell, invece, è il padre di Kayla. È un omone sportivo e muscoloso (non a caso è interpretato dal wrestler John Cena) che però, a dispetto dell’apparenza, è molto sensibile e di lacrima facile e non accetta che la sua piccola si stia facendo donna. Hunter, infine, è il padre di Sam, ragazzina insicura e malinconica, che si scopre omosessuale. Hunter è divorziato: tutti, compresi Lisa e Mitchell, l’hanno allontanato da quando si è lasciato con la moglie e l’uomo cerca di recuperare il rapporto con la figlia, che si vergogna dei suoi modi stravaganti e sempre fuori dalle righe.  

Le tre amiche hanno motivazioni diverse per perdere la verginità: Julie ha un fidanzato e crede che sia “quello giusto”; Kayla ha deciso che è grande abbastanza e si sceglie, seduta stante, il “cavaliere” che la porterà al ballo e con cui consumerà la sua prima notte; Sam, infine, non vuole sentirsi diversa dalle amiche ed è intenzionata a fare sesso con un ragazzo per capire se è veramente omosessuale.

Il tema della verginità, unito a quello della “prima volta”, è trattato con enorme superficialità.  Non ci sono dubbi, paure e dilemmi, tanto che risulta poco credibile che le tre ragazze, qui raffigurate come delle adolescenti superficiali, volgari nel linguaggio e un po’ stupide, siano ancora vergini. Inoltre, è vero che i genitori sono preoccupati che le figlie compiano scelte azzardate, ma alla fine la loro vera paura è che le loro piccole crescano, diventino donne e di conseguenza li abbandonino. Un timore comprensibile, ma anche un po’ egoistico. L’unico che sembra avere un briciolo di razionalità e che si dimostra più sensibile nell’interpretare i comportamenti della figlia è proprio Hunter, all’apparenza il più sconclusionato, il padre che nessuno vorrebbe avere. 

Il film consegna allo spettatore una facile morale: è tempo per i genitori di farsi da parte, accettare le scelte dei propri figli e non aver paura che crescano perché, comunque vada la vita, li ameranno e saranno amati da loro per sempre.

Giù le mani dalle nostre figlie non resiste infine a imboccare un filone pseudo-femminista e di critica all’ipocrisia patriarcale. Mentre i genitori del fidanzato di Julie, si dilettano in giochi erotici di coppia che poi raccontano al figlio (tanto è un maschio), la mamma di Kayla, nonché moglie di Mitchell, difende la scelta della figlia di perdere la verginità, perché è ora che anche le ragazze raggiungano la parità sessuale. Poco importa se la figlia si stia per concedere a un perfetto sconosciuto, per di più spacciatore di droga.

Il film di Kay Cannon, sceneggiatrice, qui al suo esordio registico, è dimenticabile (tanto quanto il doppiaggio e la traduzione italiana dei dialoghi), ricco di allusioni sessuali e riferimenti volgari che puntano a suscitare la risata facile e gag infantili, caotiche e demenziali (tra tutte una scena in cui i personaggi si vomitano addosso a vicenda, a getto, dentro una limousine e una in cui John Cena assume dell’alcol per via rettale, in seguito a una scommessa con alcuni adolescenti).

Anche gli effetti speciali realizzati al computer, come le lacrime copiose di Lisa nel salutare la figlia Julie in partenza per il college, sono palesi e realizzati in modo grossolano e artefatto.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CONTROMANO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 16:31
Titolo Originale: Contromano
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Antonio Albanese
Sceneggiatura: Antonio Albanese, Andrea Salerno, Stefano Bises, Marco D'Ambrosio
Durata: 102
Interpreti: Antonio Albanese, Alex Fondja, Aude Legastelois

Mario Cavallaro si è sempre reputato un uomo per bene. Fiero proprietario di un negozio che vende calze di qualità in centro a Milano, fatica ad accettare i cambiamenti di una città sempre più multietnica. Gli affari non vanno molto bene e, a peggiorare la situazione, un ragazzo africano si mette a vendere calze ai passanti proprio di fronte al suo negozio. Esasperato dalla concorrenza di Oba – così si chiama il ragazzo – e da un mondo che non riconosce più, Mario elabora una teoria tanto assurda quanto concreta: se al problema dell’immigrazione molti rispondono con lo slogan “rimandiamoli a casa loro”, Mario ha intenzione di prendere la proposta sul serio e di riportare Oba a casa sua. In Senegal. Inizia così uno strano viaggio in macchina, a cui si aggiungerà anche l’affascinante sorella di Oba, Dalida …

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Albanese mette un punto a favore dell’integrazione con gli immigrati ma quello che manca è proprio un ritratto approfondito che rispetti, come persone, chi si trova in un paese che non è il suo
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni accenni di nudo. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore. Manca inoltre un approfondimento sui personaggi
Testo Breve:

Una sorta di favola comica sul tema dell’integrazione razziale. Ma un Antonio Albanese mattatore assoluto e i due fratelli di colore ridotti a puri accessori, smentiscono l’assunto di base

 

Con Contromano, Antonio Albanese torna dopo 16 anni dietro la macchina da presa. Del film non è, dunque, solo l’attore protagonista, ma anche regista e sceneggiatore. La storia raccontata è, di fatto, espressione (didascalica) di quello che è il suo punto di vista sul tema dell’immigrazione.

Lo spunto narrativo che vede il protagonista convincere un ragazzo africano emigrato illegalmente in Italia, a farsi riaccompagnare “a casa sua”, in Africa, è originale e sicuramente fonte di situazioni comiche. Il regista, però, spreca molte delle occasioni per generare nel pubblico una sana risata, optando per un tono da commedia agrodolce che rallenta molto il ritmo del racconto.

La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore.

A questo si aggiunge la costante (e mai piacevole) sensazione che il film abbia intenzione di insegnare qualcosa al pubblico. Fin dalle prime immagini l’intento di parlare dell’incontro/scontro con “il diverso” è dichiarato ma, se nella prima parte il lungometraggio riesce abbastanza a tenere viva l’attenzione dello spettatore, nella seconda parte – o comunque dal momento in cui i protagonisti si mettono in viaggio – lo sviluppo  della storia non si dimostra all’altezza dell’idea di partenza.

Al di là dell’assoluta prevedibilità degli avvenimenti (che in una commedia si può perdonare), quello che manca è un approfondimento sui personaggi. Mario, anche se in modo piuttosto superficiale, vive un percorso personale in cui si mette in discussione, ma Oba e Dalida risultano completamente accessori. Delle loro paure e dei loro sogni… insomma del loro vero io ci viene detto pochissimo. Così le scelte che compiono – come quella per niente scontata di accettare il “passaggio” di Mario per l’Africa senza avere la certezza assoluta di riuscire a tornare eventualmente in Europa – appaiono poco motivate e comunque senza ricadute reali sulla loro vita. Tra far prendere ai propri protagonisti decisioni (importanti) alla leggera e raccontare situazioni anche complicate con una sana leggerezza c’è una grande differenza. Una differenza che in Contromano va, purtroppo, completamente persa.

Autore: Rachele Mocchetti
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO SONO TEMPESTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 10:04
Titolo Originale: Io sono Tempesta
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Giulia Calenda, Daniele Luchetti, Sandro Petraglia
Produzione: CATTLEYA, CON RAI CINEMA
Interpreti: Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco

Numa Tempesta è un finanziere iperattivo: appena sveglio, mentre fa jogging per i corridoi dell’albergo vuoto che ha appena comprato, telefona alle persone importanti che ha invitato a una cena d’affari per quella sera. Il sole si è appena alzato quando Numa si reca in aeroporto per raggiungere, con un aereo privato, il Kazakistan. Qui presenta alle persone influenti del paese il suo progetto per la costruzione dal nulla di una città intera. Al ritorno, viene informato che, a causa di una vecchia condanna per frode fiscale, dovrà scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza. Numa non si perde d’animo: pensa di riuscire a fare in modo che la pena si riduca a una pura formalità utilizzando i suoi soliti metodi ma si trova davanti Angela, la direttrice, che gli sequestra subito il cellulare e lo invita a utilizzare bene quell’anno per familiarizzare e rendersi utile ai tanti senza tetto che frequentano il centro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nessun valore, tanto meno quello religioso, viene posto a contrasto di un finanziere che presume (non a torto) che tutti abbiano un prezzo
Pubblico 
Adolescenti
Alcune studentesse universitarie arrotondano le loro entrate facendo le escort. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura presenta delle debolezze nel profilare i personaggi; ottima, ancora una volta, l’interpretazione di Marco Giallini
Testo Breve:

Un finanziere miliardario è condannato a prestare servizio per un anno in un centro di accoglienza. Il contrasto ricchezza-povertà diventa uno spunto poco sfruttato e le conclusioni sono amare

Che lo spunto del film sia stato, per gli sceneggiatori, la condanna ai servizi sociali inflitta a Berlusconi, è evidente. Che il pubblico, andando a vedere il film, si aspettasse una conversione, una sorta di presa di coscienza, da parte dell’incallito finanziere, sul valore di tutte le persone, anche quelli posti ai margini della società, era facilmente prevedibile. Invece nulla di tutto ciò si compie. Presupposto indispensabile a uno sviluppo del genere doveva essere un forte contrasto fra due personalità: quella incallita e abituata alla corruzione di Numa e Angela, espressione di valori forti, acquisiti grazie a una vita passata al servizio degli altri.

E’ questa la prima, forte, delusione dello spettatore. Angela appare sostenuta da una fede un po’ esaltata, infarcita di slogan sull’amore e il “fare gruppo” e la scena dove invita tutti gli ospiti del centro a gridare assieme a lei: “il Signore ci salverà” è veramente sgradevole. Numa saprà approfittare dei suoi complessi di donna insoddisfatta e il peso di quel personaggio ai fini del racconto, finirà per ridursi a zero. Una sorte non molto diversa subiranno gli altri protagonisti, gli ospiti del centro. Sono in grado di dimostrare il loro valore umano, pur nella povertà, in contrasto con la spregiudicatezza del tycoon italiano? Niente di tutto questo: a loro interessa solo avere in tasca un po’ di soldi e sono subito pronti a seguire incondizionatamente Numa appena questi fa sventolare davanti ai loro occhi qualche pezzo da cento euro. Anche Bruno, interpretato da Elio Germano, non si discosta molto da questo profilo utilitaristico. La sceneggiatura non si preoccupa molto di caratterizzare gli ospiti del centro, con l’eccezione di Nicola, il figlio del senzatetto Bruno, che ha imparato la lezione meglio degli altri ed è l’unico a restituire a Numa pan per focaccia. Alla fine, protagonista indiscusso resta solo Numa (Marco Giallini), che sovrasta tutti non solo per la sua intraprendenza, ma anche perché riesce a diventare amico, senza problemi, di tutti questi poveri, non perché è avvenuta la conversione che ci si poteva aspettare, ma semplicemente perché mostra una gamma di comportamenti umani molto più ampia degli altri e riesce così a “vincere facile”, trovando anche il modo di sfruttare l’amicizia che si è creata, a proprio vantaggio. Solo alla fine si riesce a scoprire ciò che ha realmente interessato Daniele Lucchetti: nessun tono predicatorio al capitalismo d’assalto ma piuttosto parlare della corruzione che alligna nella politica italiana, tornando così a quei temi a lui cari, già espressi ne  Il Portaborse (1991)  che gli aveva fatto guadagnare due David di Donatello.

In conclusione un’occasione mancata, con non pochi buchi di sceneggiatura che lascia l’amaro in bocca perché tratteggia non tanto un’imprenditoria spregiudicata o una classe politica corrotta (temi facilmente prevedibili) ma uomini e donne qualunque, senza molti valori e facilmente condizionabili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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