Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

THE HAPPY PRINCE - L'ULTIMO RITRATTO DI DORIAN GRAY

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/15/2018 - 10:24
Titolo Originale: The Happy Prince
Paese: Italia/Belgio/Germania/Gran Bretagna
Anno: 2017
Regia: Rupert Everett
Sceneggiatura: Rupert Everett
Produzione: MAZE PICTURES, ENTRE CHIEN ET LOUP IN CO-PRODUZIONE CON PALOMAR, CINE PLUS FILMPRODUKTION, TELE MÜNCHEN GROUP,RADIO TÉLÉVISION BELGE FRANCOPHONE, PROXIMUS
Durata: 105
Interpreti: con Rupert Everett, Colin Morgan, Colin Firth, Miranda Richardson, Emily Watson, Tom Wilckinson;

Malato e sul lastrico, Oscar Wild trascorre a Parigi l’ultima parte della sua vita, tra i ricordi della gloria e le memorie dolorose della sua caduta: il rapporto distruttivo con il capriccioso Alfred Douglas, le sofferenze inflitte alla moglie, la rovina economica legata al processo per omosessualità e alla sua incapacità di resistere alle tentazioni. Fino all’ultimo Wilde, sostenuto dall’amicizia di Robbie Ross e Reggie Turner, si divide tra la sua vocazione artistica, la ricerca del piacere e il rimorso per i peccati commessi….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo sincero (Turner) che non volta mai le spalle all’amico Oscar. Un Wilde fragile, diviso tra la volontà di rimediare ai propri errori (soprattutto al dolore causato alla moglie e ai figli) e il cedere ad abitudini autodistruttive ma sempre alla ricerca di perdono a cui non è estranea la dimensione religiosa
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di nudo maschile e femminile, scene a contenuto sessuale omosessuale, scene di violenza.
Giudizio Artistico 
 
C’è una brutale e commovente onestà nel ritratto che Rupert Everett offre di un Wilde distrutto dalla malattia eppure ancora in grado di affascinare con le sue storie. Una pellicola di grande potenza emotiva, ben al di là della maniera del semplice biopic, ma alla ricerca di un significato autentico della vita di un uomo.
Testo Breve:

Un ritratto brutale ma commovente che Rupert Everett ha fatto sugli ultimi anni di Oscar Wilde. Un uomo fragile, che conserva alcune abitudini autodistruttive ma è alla ricerca di perdono

C’è una brutale e commovente onestà nel ritratto che Rupert Everett offre di un Wilde distrutto dalla malattia eppure ancora in grado di affascinare con le sue storie (in questo caso la struggente vicenda del Principe felice e della rondine sua amica, che lo scrittore racconta a un suo giovanissimo amante e al fratellino di lui).

L’alternarsi dei piani temporali copre gli anni all’indomani della scarcerazione di Wilde dopo la prigione seguita al processo per omosessualità fino agli ultimi tempi a Parigi dove morirà e ci presenta un personaggio segnato dalla sofferenza, diviso tra la volontà di rimediare ai propri errori (soprattutto al dolore causato alla moglie e ai figli), tenendosi lontano dalla relazione con il capriccioso Douglas non solo per ragioni di opportunità, ma anche in un tentativo di riscatto.

Ma le conseguenze del passato non tardano a presentargli il conto: non solo perché la gente fatica a dimenticare, ma anche perché lo stesso Wilde, come in uno dei suoi detti più famosi, decide che cedere è il miglior modo di resistere alle tentazioni.

La rappresentazione della vita di Wilde insieme a Douglas nel sud Italia è cruda e sicuramente non adatta a un pubblico giovane, ma la regia di Everett evita il compiacimento e invece preferisce sottolineare le contraddizioni dei comportamenti di Wilde, il suo meditare autoironico, ma sempre più radicale.

L’immagine dei suoi ultimi tempi parigini è durissima, il corpo distrutto, i belletti usati per coprire il disfacimento fisico, che non gli impedisce di indulgere fino all’ultimo in abitudini che appaiono chiaramente distruttive.

Resta tuttavia indubbio il fascino dell’uomo: non tanto quello superficiale della fama che attira Douglas, ma quello più profondo, che fa sì che uomini buoni come Ross e Turner (Colin Firth) non gli voltino mai le spalle. È il fascino di chi, pur continuando a sbagliare, sente anche profondo il richiamo di un Altro misericordioso, di un Bene capace di riscattare la miseria umana, come intuiamo dalla presenza discreta di una dimensione religiosa (dalla scena in cui Wilde si rifugia in una chiesa per sfuggire a un gruppo di giovani inglesi ostili fino al momento della confessione e della somministrazione degli ultimi riti), una ricerca di perdono che si fa più forte nel finale fino alla conversione al cattolicesimo.

Il film di Everett, evidentemente un progetto in cui l’attore/regista ha investito profondamente, non teme di mostrare le contraddizioni di un uomo e un artista in lotta con se stesso e in questo regala una pellicola di grande potenza emotiva, ben al di là della maniera del semplice biopic, ma alla ricerca di un significato autentico della vita di un uomo.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I SEGRETI DI WIND RIVER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/10/2018 - 19:07
Titolo Originale: Wind River
Paese: USA, Canada, Regno Unito
Anno: 2017
Regia: Taylor Sheridan
Sceneggiatura: Taylor Sheridan
Produzione: ENTERTAINMENT, FILM 44, SAVVY MEDIA HOLDINGS, THUNDER ROAD PICTURES, VOLTAGE PICTURES
Durata: 111
Interpreti: eremy Renner, Elizabeth Olsen, Graham Greene, Hugh Dillon

Nel rigido inverno di Wind River, riserva indiana del Wyoming, Cory è un agente federale incaricato di cacciare la fauna selvatica pericolosa per la popolazione. Un giorno, mentre segue le tracce di un puma, trova il cadavere di una ragazza stuprata, morta a causa del freddo mentre fuggiva dal suo aggressore. L’ FBI invia Jane, giovane agente alla sua prima indagine che, impreparata al freddo e alla violenza della riserva, chiede l’aiuto di Cory. L’uomo non può tirarsi indietro, assetato di giustizia per una tragedia del passato che ha colpito la sua famiglia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In un contesto violento una scintilla dell’umano rimane, come un seme sotto la neve, in qualcosa che va al di là dalle parole e si cela negli sguardi, negli abbracci, in gesti densi di un pudore antico
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene di cruda violenza, continui riferimenti alla violenza sessuale.
Giudizio Artistico 
 
Il film realizza una materializzazione molto esplicita della wilderness americana: un regno di neve e gelo in cui le baracche degli uomini affondano sconfitte dalla natura e dalla società. Premio Un Certain Regard come Miglior regia a Cannes
Testo Breve:

Nel rigido inverno della riserva indiana di Wind River, occorre far giustizia per un efferato omicidio che è stato commesso. Un film western e un thriller al contempo dove una natura incontaminata fa da contrasto alle forze selvagge che agitano l’uomo.

Sheridan dimostra una singolare connessione col cuore profondo dell’America concludendo la trilogia della frontiera da lui ideata e sceneggiata, iniziata con Sicario e Hell-High Water. Per Wind River l’autore decide di occuparsi anche della regia, meritando il premio Un Certain Regard come Miglior regia a Cannes.

Dopo il Messico di Sicario e il Texas di Hell, stavolta la location è la materializzazione più esplicita della wilderness americana, la riserva indiana di Wind River (Wyoming), un regno di neve e gelo in cui le baracche degli uomini affondano sconfitte dalla natura e dalla società.

La struttura del film è quella di un thriller classico, con una linea di detection semplice e pulita, ma la scelta di un protagonista cacciatore (un Jeremy Renner granitico come un vecchio eroe del western) stabilisce da subito il tono estetico ed emotivo, creando una forte coesione tra elementi visuali e narrativi. La regia serrata e una colonna sonora raffinata e al contempo primitiva non lasciano tregua, facendo appello alla dimensione istintuale dello spettatore, allo stato primigenio di predatore o vittima.

La scelta di una giovane agente alle prime armi (Elizabeth Olsen) come co-protagonista della linea investigativa ricalca i celebri e felici passi de Il silenzio degli innocenti, assicurando il contrasto di sicuro effetto tra un femminile non ancora sporcato dall’orrore del male e un mondo di soli uomini dominati da un’istintualità animale. In questo modo thriller e western si intrecciano al romanzo di formazione, guadagnando tutta la forza narrativa dell’archetipo dell’iniziazione e del rapporto tra mentore e allievo. La domanda fondamentale che nasce dal conflitto riguarda, prima ancora che la sostanza della giustizia, la posizione dell’uomo in un mondo segnato dal cieco e incontrastabile potere della natura. Una domanda forse desueta, nella modernità del delirio d’onnipotenza scientifico, eppure così profondamente iscritta nel DNA umano.

La linearità della trama lascia spazio agli sguardi e alle parole misurate dei personaggi, rivelando con pudore ma nettezza la loro visione del mondo. Un mondo di esuli, dimenticati dalla complessità del postmoderno, abbandonati in un territorio dove la violenza selvaggia della natura, dentro e fuori dall’uomo, fa strage di ogni mezzo termine. Una scintilla dell’umano però rimane, come un seme sotto la neve, in qualcosa che va al di là dalle parole e si cela negli sguardi, negli abbracci, in gesti densi di un pudore antico. E così, quando il cow-boy siede vicino all’indiano, al di là della storia, al di là della cultura, qualcosa di più originario unisce i due uomini, soli in un territorio indifferente eppure amato, portatori della condizione drammatica di creature libere e mortali.

 

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GIOVANE KARL MARX

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/08/2018 - 11:36
Titolo Originale: Le jeune Karl Marx
Paese: FRANCIA, GERMANIA, BELGIO
Anno: 2017
Regia: Raoul Peck
Sceneggiatura: Pascal Bonitzer, Raoul Peck
Produzione: AGAT FILMS & CIE, VELVET FILM, IN COPRODUZIONE CON BENNY DRECHSEL PER ROHFILM, PATRICK QUINET
Durata: 112
Interpreti: August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Hannah Steele, Olivier Gourmet

Nel 1843, il giovane Karl Marx, giornalista e scrittore, è costretto a lasciare la Germania e si rifugia a Parigi assieme a sua moglie Jenny. Qui conosce un suo coetaneo, Friedrich Engels, figlio di un ricco industriale di Brema e tra di loro si stabilisce una salda unità d’intenti che ha l’obiettivo di costituire una base ideologica solida per le nascenti organizzazioni che cercano di sostenere le classi operaie d’Europa che vengono sfruttate in quel tumultuoso periodo della prima industrializzazione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista ha compiuto un lavoro onesto, di valore didattico, sulla ricostruzione della formazione del partito comunista, riuscendo anche ad accennare alle conseguenze nefaste di una impostazione materialista della vita
Pubblico 
Adolescenti
Si può avere un Interesse scolastico per questo film a partire dagli adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il regista riesce a ricostruire con efficacia didattica il progresso delle idee comuniste a metà ottocento: è meno dettagliato nel disegnare le tensioni della società del tempo e nell’approfondire la vita privata e sentimentale dei due protagonisti
Testo Breve:

Scrupolosa ricostruzione del successo di Karl Marx (assieme a Friedrich Engels ) nel far prevalere le sue idee all’interno dei movimenti comunisti sorti ai tempi della rivoluzione industriale. Poco approfondito il ritratto della società del tempo e dei legami affettivi dei giovani protagonisti

Apparso solo come personaggio secondario in qualche sceneggiato, Karl Marx diventa il protagonista in questo film del regista tahitiano Raoul Peck, nel bicentenario della sua nascita. Peck ci presenta un Marx giovane, innamorato della moglie Jenny, di nobili origini, con la quale condivide gli stessi ideali e assieme, nonostante i due figli, si spostano continuamente per le capitali europee, inseguiti dalla polizia dei regimi assolutistici del tempo. Appare ben presto chiaro come la vita privata del pensatore sia solo un subplot di alleggerimento, rispetto all’interesse primario del regista, che è quello di seguire la progressiva conquista da parte di Marx, con le sue idee, dei principali movimenti del tempo fautori di una rivoluzione a favore della classe operaia e lo fa con una ricostruzione rigorosa dei tempi e degli avvenimenti  che accaddero realmente.

Ecco quindi Marx al Rheinishe Zeitung nel 1843 che litiga con i suoi colleghi giornalisti,  appartenenti al movimento dei giovani hegeliani perché secondo lui parlano solo di vaghi aneliti alla rivoluzione senza il sostegno di una base solida di principi ispiratori. Bauer (hegeliano di destra) gli risponde che é un arrogante e in effetti Marx non risulterà molto simpatico, anche a noi, per tutto il film. Lo vediamo impegnato a discutere con i massimi pensatori di sinistra del tempo e lui è abile a dare colpi di fioretto, punzecchiature argute e pungenti, secondo i modi tipici di un intellettuale ma alla fine la conclusione è una sola: lui è l’unico ad aver ragione mentre gli altri sono solo dei teorici velleitari.

Il regista riproduce con rigore l’incontro-scontro che avvenne a Bruxelles nel 1846 fra Marx, fiancheggiato dall’amico Engels, e Weitling, l’ideologo della Lega dei Giusti, che proponeva una sollevazione generalizzata del proletariato per abbattere la tirannia borghese (il dialogo riproduce con fedeltà quanto annotato dal russo Pavel Annekov, che fu presente alla riunione). Mark risponde accusandolo di velleitarismo pericoloso, perché sollevare i lavoratori senza le basi di una dottrina solida, sarebbe stato disonesto. Marx fronteggia anche Prudhon, verso il quale ha un atteggiamento di rispetto (di vent’anni più vecchio, si era ormai guadagnato fama e rispetto) ma anche con lui non riesce a trovare un accordo non condividendo il suo approccio anarchico e idelista, che non tiene conto delle forze in campo. Si arriva così al  1° giugno 1847, quando al congresso londinese della Lega dei Giusti, viene scelto un nuovo nome: Lega dei Comunisti. Marx riesce così a spostare i membri della Lega, la più importante organizzazione multinazionale di lavoratori del tempo, da una visione di giustizia e di uguaglianza universale al brutale concetto di lotta di classe, vista come unica soluzione realistica per il riscatto dei lavoratori. La guida dottrinale, necessaria a dare l’inquadramento teorico necessario a dare lucidità d’azione ai comunisti europei viene pubblicata nel 1848, con il nome di: Manifesto del Partito Comunista. Marx aveva 29 anni. Qui si ferma il racconto del film, un momento prima  dell’inizio, lo stesso anno, di quella  rivoluzione che sconvolgerà tutta l’Europa.

Se il film è rigoroso nella ricostruzione dei incontri, delle riunioni che portarono Marx ad avere il primato delle idee rispetto alle altre correnti di ispirazione comunista, è più  frettoloso nel tratteggiare la situazione dei lavoratori del tempo (vi sono brevi sequenze di operai che lavorano nelle fabbriche) e la classe degli industriali è tipizzata grossolanamente: sono tutti carnefici senz’anima, che riconoscono lecito far lavorare anche i bambini di giorno e di notte.

Il regista è stato invece onesto nel tratteggiare anche i risvolti più fanatici della rivoluzione materialista. In un colloquio con Jenny, Mary, la donna che vive con Engels, ritiene del tutto naturale non desiderare avere figli perché vuole essere libera di combattere; se Friedrich vorrà dei figli, potrà procurarglieli la sorella stessa di Mary, che ormai ha già 16 anni.

Anche lo stesso Prudhon, nell’allontanarsi dalle posizioni di Marx, gli da’ un avvertimento che risulta particolarmente profetico, sia pur nella sua visione atea: “non fate come Lutero che dopo aver distrutto i dogmi cattolici, ha istituito una religione ancora più  intollerante”

Occorre attendere il 1891 per la pubblicazione della Rerum Novarum di Leone XIII e molti altri decenni ancora, prima che il comunismo reale finisca per mostrare il suo vero volto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO C'E'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/02/2018 - 07:27
Titolo Originale: Io c'è
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Aronadio
Sceneggiatura: Renato Sannio, Alessandro Aronadio, Edoardo Leo, Valerio Cilio
Produzione: VISION DISTRIBUTION
Durata: 110
Interpreti: Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston, Massimiliano Bruno, Giulia Michelin

Massimo (Edoardo Leo) è proprietario insieme alla sorella Adriana (Margherita Buy) di un bed&breakfast nel centro di Roma, ereditato dal ricchissimo padre. Purtroppo però, vuoi la crisi, vuoi una gestione non brillante della struttura, l’attività si ritrova sull’orlo del fallimento, anche a causa della concorrenza delle case di ospitalità religiose che hanno clienti tutto l’anno e non pagano le tasse. Da qui l’idea: trasformare il bed&breakfast in un luogo di culto, per attrarre nuovi avventori e far quadrare i conti. Preti, rabbini, imam e persino testimoni di Geova: nessuno però sembra voler aderire all’assurda iniziativa. E allora a Massimo, con l’aiuto della sorella commercialista e di uno scrittore fallito a fare da “teologo”(Giuseppe Battiston), non rimane altro che un’ultima disperata soluzione: fondare una religione tutta sua…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista. Inoltre la battuta scherzosa è fatta in modo non intelligente ma ignorante, perché non occorre approfondire ciò che è una favola, anche se milioni di persone la seguono.
Pubblico 
Sconsigliato
Per le tematiche affrontate, che necessitano di buone capacità citiche. Perchè suggerisce che la religione va contrastata senza sviluppare alcuna critica informata, ma è sufficiente un pregiudizio grossolano
Giudizio Artistico 
 
Il film ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, ma la sceneggiatura è scorretta, per la pressoché totale mancanza di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista alternativo che sia portatore credibile del contro tema di fede che viene affrontato
Testo Breve:

Se i centri di accoglienza a carattere religioso sono esentasse, sarà sufficiente inventarsi una nuova religione per entrare nel business della ristorazione. Il film che gioca sulla comicità del paradosso ma manca di un reale contraddittorio sviluppando una tesi a senso unico

Dopo Che vuoi che sia, Alessandro Aronadio ed Edoardo Leo tornano a lavorare insieme in un’altra commedia, anche se stavolta tocca al primo mettersi dietro alla macchina da presa.

Lo spunto di partenza ha una sua originalità e un indubbio potenziale comico, avvalorato e sostanziato da un buon cast, costruito attorno al solito Leo, ormai quasi una maschera nell’essere sempre uguale a se stesso, ma proprio per questo una garanzia nell’interpretare ogni volta la parte del giovane spiantato e immaturo che combatte contro crisi e precarietà.

Questa volta però la storia travalica i confini del solito tema e il disagio sociale ed economico che affligge questa generazione è solo il pretesto per affrontare un altro ambito dell’esistenza umana: la religione.

Pur nei canoni della commedia dell’assurdo, un genere che può più o meno piacere (anche qui sono svariate le situazioni divertenti, a prescindere dai gusti in fatto di commedia), il film si fa prendere un po’ la mano saltando presto, molto presto, a conclusioni astruse, fondate su una visione molto personale della vita e di alcuni suoi importanti aspetti, come appunto la fede e la spiritualità in generale, infarcendo trama e dialoghi di luoghi comuni e discutibili preconcetti.

Il film d’altronde ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, dove nel giro di poche scene si viene trascinati subito nel vivo della storia e del meccanismo comico che è anche il motore narrativo della vicenda, ma nonostante questo è alienante e disturbante – perché drammaturgicamente scorretta, oltre che tendenziosa - la pressoché totale mancanza all’interno della sceneggiatura di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista altro e alternativo che sia portatore credibile e plausibile del contro tema (chiamiamolo così), appartenente a chi la fede ce l’ha e in Dio crede per davvero.

Il doppio ribaltamento finale nelle vedute del protagonista sulla vita e in particolare sulla moralità delle sue scelte, sopperisce solo parzialmente al delirante percorso fatto da Massimo, e al generale andamento della trama del film che comunque, essendo una farsa costellata da personaggi e situazioni surreali, non si prende mai troppo sul serio, nonostante l’importanza del tema. Il problema vero però è che scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista.

 

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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READY PLAYER ONE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/31/2018 - 22:20
Titolo Originale: Ready Player One
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Zak Penn, Ernest Cline
Produzione: AMBLIN PRODUCTION, DE LINE PICTURES
Durata: 140
Interpreti: Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn

Nel 2045 a Columbus, nello stato dell’Ohio. L’umanità vive di stenti in un mondo inquinato e afflitto da una pesante crisi economica e si rifugia nella realtà virtuale di Oasis, un gigantesco game creato dal geniale James Halliday, dove ognuno si presenta sotto la falsa identità di un avatar. Alla sua morte, Halliday ha invitato tutti a cercare la Easter Egg che ha nascosto nel suo universo: chi saprà trovarla avrà le chiavi di accesso al gioco e ne diventerà il legittimo proprietario. Fra i tanti, raccolgono la sfida il giovane Wade (Parsifal come avatar) e la misteriosa Ar3mis ma sopratutto Nolan Sorrento, capo della società IOI che vuole impossessarsi del business che ruota intorno a Oasis...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alla fine i buoni vincono contro i cattivi ma Spielberg non fa una critica esplicita della play-dipendenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere sci-fi
Giudizio Artistico 
 
Grande perfezione delle immagini e buon ritmo della storia
Testo Breve:

Spielberg si è immerso totalmente nel mondo dei videogiochi, anzi il suo film è tutto un video gioco con il rischio di filtrare, a causa anche dell’elevato citazionismo, il pubblico a cui può interessare.

Se non siete  dei nerd nè dei geek, temo che l’ultimo lavoro di Spieberg non sia  per voi. Il film è zeppo di citazioni a eroi ed eroine dei game più famosi e per la maggior parte del film assistiamo a movimentati combattimenti virtuali tipici di un videogioco di ottima qualità, dove occorre fuggire all’assalto di un  T-Rex, di un  Mechagodzilla a bordo di una DeLorean (quella che compare in Ritorno al futuro) o della rossa moto della mitica Akira.

 Il film è ambientato nel 2045, quindi in un futuro non molto lontano e le attrezzature che impiegano i nerd impegnati nella caccia all’Easter Egg nascosto da Halliday non sono molto più evolute di quanto oggi è già disponibile. Vengono utilzzati dei visori 3d , che già stanno invadendo i nostri principali siti archeologici ma dispongono anche di guanti che simulano le sensazioni tattili (ad es la carezza fatta a una avatar donna) e di una tuta integrale che consente di riprodurre un colpo ricevuto quando si ingaggia una lotta corpo a corpo. A completare la quasi-realtà la tuta può venir agganciata a dei cavi appesi al soffitto dando l'illusione di  librarsi nell’aria.

A cosa serve tutta questa tecnologia? A essere ciò che si vuole nel mondo che si vuole. Ognuno dei protagonisti si crea il suo Avatar  e con esso partecipa ad avventure entusiasmanti oppure frequenta Basement, uno spazio sociale dove si fanno nuove conoscenze.  Si tratta di una passione per il virtuale che non va affatto sottovalutata già oggi: il business dei videogiochi è superiore a quello del cinema, della televisione e della musica messi insieme. Ma perché nel 2045 prospettato da Spielger tutti si rifugiano in un mondo che non c’è?  Una crisi economica e una catastrofe ecologica hanno ridotto i più alla povertà e ora vivono in case-container impilate, una sull’altra, su strutture metalliche. “La realtà serve solo per mangiare e per dormire” ma poi per il resto della giornata, incluso il nostro Wade,  tutti vanno a vivere in Oasis. Un tale contrasto richiama alla mente altri film di fantascienza dove il mondo è sotto un regime totalitario e vengono organizzate competizioni crudeli come diversivo ma alcuni giovani sono pronti a organizzzare una rivolta (stiamo citando la trilogia di Hunger Games) per costruire un mondo migliore. Niente di tutto questo traspare in Ready Player One, anzi uno dei suoi difetti è proprio quello di mostrarci poco o nulla del mondo reale: quartieri squallidi, un cielo sempre grigio mentre l’intervento della Polizia in una delle sequenze finali lascia intendere che il “mondo al di fuori” è ancora ordinato, ma nulla di più. 
Da alcune frasi dette dal protagonista, sembra che il regista voglia “farci la morale” ricordando che la realtà è molto più bella e coinvolgente ma anche questa ipotesi va scartata.  

Il mondo virtuale viene presentato con colori molto più brillanti e sappiamo che il nostro eroe, Wade, ha al massimo l’intenzione di sospendere Oasis per due giorni alla settimana, il martedì e il giovedì: siamo ben lontani da una denuncia radicale.

Forse perché ciò che ci prospetta il regista è molto più grave e definitivo: in un mondo dove non si muore di fame ma dove non ci sono neanche opportunità di crescita, l’”economia reale” si è ormai trasferita in Oasis. I punti acquisiti nel gioco possono esser venduti ad altri e il ricavato può esser convertito in moneta corrente o viceversa questa viene usata per comperare “armi” che consentono di vincere più facilmente.  L’organizzazione IOI specula sugli ingenui proprio concedendo prestiti e quando i giocatori non riescono più a restituirli, diventano degli schiavi condannati ai lavori forzati.

E’ evidente che Spielberg ha voluto divercirci raccontando gli sviluppi di questo grande gioco, citando continuamente la cultura pop degli anni ’80, incluso un lungo omaggio a Shining del suo maestro  Stanley Kubrick e che il film conferma ancora una volta la sua grande professionalità, impegnata a rendere al meglio la tecnica della performance capture. Tuttavia, dopo che si esce dal cinema, dopo aver apprezzato l’impegno di Spielberg come futurologo più che narratore di fantascienza, il film è subito dimenticato, perché sembra che non abbia un'anima.

Spielberg ci ha infiammato tante volte con le sue passioni civili (contro il razzismo, contro l’olocausto, a favore della libertà di stampa)  o ci ha fatto provare il gusto dell’intrattenimento fantastico (E.T., Jurassic Park)  ma questa volta non riesce ad affascinarci con quel mondo colorato che è riuscito a creare, se poi non ci mostra dei protagonisti,  dotati di cuore e passione, che affrontano, anche senza risolverli, i problemi umani e sociali che sono sottesi (era successo qualcosa di simile con A.I. -Intelligenza artificiale).

Avevano detto all’inizio che si tratta di un film che va bene per dei  nerd e proprio di questo si tratta: grande interesse per una brillante soluzione degli enigmi proposti dal gioco, mentre l’intreccio amoroso diventa di secondaria importanza, nè i problemi del mondo reale, per chi sta incollato delle ore alla playstation, suscitano un particolare interesse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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HOSTILES - OSTILI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/27/2018 - 18:14
Titolo Originale: hostiles
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Scott Cooper
Sceneggiatura: Scott Cooper e Donald Steward
Produzione: WAYPOINT ENTERTAINMENT, IN COLLABORAZIONE CON BLOOM, LE GRISB
Durata: 127
Interpreti: : Christian Bale, Rosamund Pike, Wes Studi, Adam Beach, Ben Foster, Jesse Plemons, Rory Cochrane, Q'orianka Kilcher

Ambientato nel 1892, HOSTILES - Ostili di Scott Cooper racconta la storia di un capitano dell'esercito, Joseph Blocker (Christian Bale), che accetta con riluttanza di scortare un capo guerriero Cheyenne, un tempo sanguinario e violento, ora anziano e in punto di morte, (Wes Studi) e la sua famiglia fino alle loro terre natie. I due rivali affrontano un viaggio lungo e faticoso da Fort Berringer, un isolato accampamento nel Nuovo Messico, alle praterie del Montana. Durante il viaggio incontrano una giovane vedova, Rosalee Quaid (Rosamund Pike), colpita e spezzata nell’intimo da una tragedia causata dalla brutalità delle ostili tribù Comanche.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ottima riflessione sul valore degli affetti, dei legami familiari, dell’amicizia e delle tradizioni. Interessante analisi delle diverse componenti implicate nella questione dell’integrazione razziale
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Scott Cooper narra una storia sfaccetta e complessa, a volte lunga, ma nel complesso ben raccontata e chiara soprattutto nella descrizione degli aspetti emotivi del racconto. Splendida fotografia e ottima interpretazione soprattutto dei protagonisti
Testo Breve:

Un film al tramonto dell’epopea western, quando gli indiani, ormai sconfitti, debbo venir trasferiti nelle riserve a loro destinate. Un film duro che è un viaggio che trasforma l'ostilità fra bianchi e nativi americani in reciproca comprensione

Un western ma rivisitato con la mentalità dei giorni nostri in cui il tema della discriminazione razziale è percepito con rinnovata sensibilità e implica sfumature sottili e considerazioni non semplici. Cooper propone una storia carica di aspetti controversi, in cui i personaggi escono dai classici schemi.

La tempra vigorosa e forte della protagonista, la vedova Rosalee, è uno dei primi aspetti che salta agli occhi. Rosalee trova la forza di superare la paura e il dolore più grande in cui una donna possa incorrere attraverso un rinnovato coraggio e una lucida determinazione. Il suo è un viaggio oltre che materiale anche interiore che parte dalla sofferenza più oscura a profonda e arriva a riscoprire il valore umano della vita, anche della propria, anche quando privata di tutto sia al livello materiale che morale.

Attraverso l’esperienza del capitano Blocker invece Cooper trova la chiave giusta per raccontare un sentimento sfaccettato e complesso come l’odio. Anni di violenza feroce, di lotte e battaglie hanno forgiato in questo personaggio un animo duro, severo e quasi spietato. Eppure il contatto umano con il dolore, tanto quello della vedova quanto quello delle famiglie delle tribù indiane piagate da una guerra selvaggia e crudele, riesce ad aprire un varco nella sensibilità del capitano.

Tra violenza, affetti, tradizioni e riscoperta di comuni virtù umane, il viaggio dei soldati bianchi al fianco di una famiglia indiana e di una vedova porterà a riflettere sulla complessità della questione razziale, che vendette, morti e prevaricazioni non potranno mai risolvere, e sull’importanza di riuscire a trovare un punto di incontro tra civiltà e culture differenti. Al tempo stesso Cooper riesce trovare nei sentimenti umani e nei valori più semplici dell’amicizia e della famiglia quel comune denominatore che avvicina ogni uomo all’altro, qualunque sia la sua apparenza razziale.

Una fotografia stupefacente impreziosisce il film di colori, luci, ombre e panorami affascinanti, nonostante l’impiego di numerose scene di esplicita e a volte atroce violenza. Su tanti pregi del film solo il finale, che giunge in modo un po’ esasperato e scontato, lascia una certa delusione.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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TRANGER THINGS (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/26/2018 - 21:59
Titolo Originale: Stranger Things
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Matt e Ross Duffer
Produzione: Matt e Ross Duffer
Durata: disponibile su Netflix
Interpreti: Winona Ryswr, David Harbour, Millie Bobby Brown, Natalia Dyer, Charlie Heaton, MIchael Wheeler, Matthew Modine

Nel 1983, nella cittadina di Hawkins, nell’Indiana, quattro inseparabili amici di dodici anni trascorrono la giornata fra la scuola, le scorribande in bici e giocando a Dungeons & Dragons ma in rapida successione accadono due eventi incomprensibili: uno di loro, Will, scompare senza lasciare traccia e mentre i tre amici si apprestano a cercarlo, si presenta  loro una ragazza, loro coetanea, che non parla, si fa chiamare solo Undici e si rifugia nel loro scantinato perché ha paura di venire rintracciata. La ragazza è infatti  fuggita da un laboratorio top secret del governo statunitense. La madre di Will riceve delle strane telefonate; si convince che il ragazzo stia cercando di mettersi in contatto con lei e chiede aiuto allo sceriffo della contea, Jim Hopper. Anche i ragazzi si convincono che Will non è morto e che Undici può aiutarli nella ricerca, perché dotata di poteri psichici eccezionali….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il serial sviluppa la sua trama horror in una comunità dove fra gli adulti le relazioni familiari sono fragili e fra i giovani si sviluppano frequenti casi di bullismo. Solo i tre ragazzi danno il buon esempio di un’amicizia che si esprime attraverso una concreta solidarietà
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Il serial presenta scene spaventose e angoscianti che coinvolgono una ragazza dodicenne. Situazioni di conflitto familiare. Un rapporto prematrimoniale fra adolescenti. Netflix: VM14
Giudizio Artistico 
 
Buona recitazione da parte di tutti i coprotagonisti, anche i più piccoli. Efficace disvelamento progressivo del mistero
Testo Breve:

In una cittadina che ricorda tanto quella del film ET-l’Extraterrestre, accadono eventi misteriosi e scompare un dodicenne. Un Serial ben realizzato ma troppo spaventoso per un pubblico che si potrebbe identificare con i protagonisti

Quando i gemelli Matt e Ross Duffer, ideatori e produttori di Stanger Things, nacquero nel 1984, E.T. – l’Extraterrestre di Steven Spielberger era uscito due anni prima;  Halloween - la notte della streghe di John Carpenter, nel ’78  e Aliens di James Cameron del 1979.  Nelle loro interviste i gemelli non hanno fatto mistero di aver voluto omaggiare i classici del cinema e della letteratura fantastica degli anni ottanta, cercando di trasmettere agli spettatori quello stimolo all'immaginazione e il desiderio di avventura che anche loro avevano provato.

A ciò occorre aggiungere la nostalgia per un mondo dove non si usavano i cellulari (i ragazzi in molte sequenze impugnano dei walkie talkie) e c’era più tempo per stare insieme. Al contempo si era ancora nel periodo della Guerra fredda e circolavano strane notizie su sinistri esperimenti portati avanti dalla CIA sulla psiche umana (nostalgia artisticamente ricercata anche di recente, dal premio Oscar La forma dell’acqua).

In effetti i richiami a ET sono molti: anche il film di Spielberg iniziava mostrandoci i ragazzi intenti a giocare a Dungeons and Dragons, a correre in bicicletta fra una loro casa e l’altra, tutte di tipo monofamiliare immerse nel verde. Anche nel serial c’è un’apparizione misteriosa: questa volta non si tratta di ET ma di una ragazza che si fa chiamare Undici, che parla pochissimo e che loro nascondono in cantina. Ma anche lei, come ET, fa levitare gli oggetti.

I riferimenti al film di Spielberg finiscono qui. ET- L’Extraterrestre era un capolavoro di poesia, l’esaltazione dei sogni dell’infanzia, della purezza e della fantasia dei bambini, Stranger Things appartiene invece al genere horror, non solo per il timore di quella “cosa aliena” che ogni tanto compare e rapisce dei ragazzi, ma per le sequenze dove una bambina viene sottoposta a esperimenti sempre più pericolosi e traumatizzanti. Anche le trame di contorno presentano situazioni che poco hanno a che fare con il mondo innocente di Spielberg. Gli ambienti familiari in cui vivono i ragazzi non sono sereni. Sono molte le separazioni e i conflitti fra coniugi e quando finalmente ci viene presentata una coppia tranquilla, quella dei genitori di Nancy, è lei la prima a costatare che si è trattato di un matrimonio di pura convenienza. E’ proprio Nancy, un’adolescente irrequieta, incapace di relazionarsi in modo sereno con sua madre, che si organizza la sua prima notte con un ragazzo che le piace. Si tratta quindi di un serial disarmonico, di genere horror, che tratta tematiche da maggiorenni ma pone come protagonisti dei dodicenni ed è stato questo il motivo per cui il lavoro è stato respinto da tutti i principali canali televisivi. Alla fine solo Netflix ha accettato di programmarlo vietandolo però in Italia, ai minori di 14 anni.

Il racconto si sviluppa, nella prima stagione, su otto puntate e gli autori sono stati abili nel diluire il disvelamento della verità lungo tutto l’arco narrativo, mantenendo sempre alta la curiosità dello spettatore. I personaggi sono tutti ben caratterizzati con una certa preferenza verso i nerd posti ai margini per la loro sensibilità: fra tutti Jonathan, il fratello del ragazzo scomparso, cresciuto senza un padre che si è allontanato presto da casa e Mike, il ragazzo che più degli altri riesce a comprendere e a stare vicino alla “diversa” Undici. In contrasto con loro ci sono i seguaci della pura ragione: Jim, il capo della polizia, che non ha alcun pregiudizio e avanza diritto verso la verità, meticoloso nel cercare prove e indizi, forse il personaggio più riuscito. Simile a lui è Lucas, il ragazzino afroamericano, che non fa passi avanti nella ricerca finché non riconosce l’esistenza di solide garanzie di credibilità.

Brava anche Wynona Rider (un altro omaggio agli anni ’80) anche se la parte di madre addolorata di Will la porta spesso a recitare sopra le righe.

Il serial ha vinto nel 2017 il Golden Globe come miglior serie televisiva drammatica e fra gli Emmy Awards ha raccolto cinque premi: miglior casting, miglior tema musicale e miglior montaggio sia audio che video.

Il serial (sia nella prima che nella seconda stagione) è disponibile sulla piattaforma Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL SOLE A MEZZANOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/25/2018 - 21:14
Titolo Originale: Midnight Sun
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Scott Speer
Sceneggiatura: Eric Kirsten
Produzione: Boies, Schiller Film Group
Durata: 91
Interpreti: Bella Thorne, Patrick Schwarzenegger, Rob Riggle, Quinn Shephard, Suleka Mathew

Una rara malattia costringe la diciassettenne Katie Price ad evitare scrupolosamente l’esposizione alla luce solare. La ragazza vive confinata nella sua stanza, osservando gli altri dalle finestre oscurate, potendo uscire soltanto di notte. Proprio durante un’uscita notturna incontra di persona Charlie, il ragazzo di cui è innamorata da sempre. Tra i due nasce una storia e Katie ha l’occasione di recuperare quello che ha perso negli anni. Ma la sua malattia metterà alla prova questa storia d’amore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’amore dona speranza e passione per la vita anche nei casi più difficili ma il modo con cui viene affrontato il tema del fine vita non è pienamente condivisibile
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene con leggeri riferimenti sessuali. Il giudizio in U.S.A. è stato PG-13 perché il tema trattato del fine vita richiede maturità di giudizio
Giudizio Artistico 
 
Nel film si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero
Testo Breve:

Dopo I passi dell’amore e Colpa delle stelle   un altro film del filone “amore e malattia”: una romatica  storia di amore e compassione che affronta in modo discutibile il tema delicato del fine vita

 

Ispirato ad un film giapponese (Song to the sun, del 2006), Il sole a mezzanotte appartiene al genere “amore e malattia” e racconta le vicende di Katie, affetta da Xeroderma Pigmentoso, che costringe ad evitare le radiazioni solari, causa di danni neurologici fatali per il malato.

Orfana di madre, cresciuta da un padre attento e premuroso, Katie ha condotto un’esistenza diversa da quella dei suoi coetanei. Ha studiato tra le mura domestiche e non ha potuto vivere le normali esperienze di tutti. La sua vita fuori di casa può essere solo notturna ed è prevalentemente legata alla sua passione: esibirsi, cantando e suonando le sue canzoni, nella stazione del piccolo paese. Proprio in una di queste serate Charlie la incontra e si innamora di lei.

Lo sviluppo della storia d’amore in realtà non è davvero soddisfacente. È difficile intuire perché Charlie venga folgorato così velocemente e profondamente da una sconosciuta, tanto da insistere nel volerla re-incontrare dopo una fuga alla Cenerentola di lei. I personaggi sono costretti a rivelarci a parole quello che arrivano a rappresentare l’uno per l’altro e non troviamo corrispondenza nel loro vissuto.

Per Katie la novità del rapporto con Charlie risiederebbe nel non essere guardata, per una volta, a partire dalla sua malattia, un disagio che però non viene adeguatamente presentato come punto dolente per lei. Charlie invece sente di essere stato salvato da Katie. Dopo un incidente e un’operazione chirurgica, la sua carriera di nuotatore è messa a rischio e con essa la sua stessa identità: tutti lo hanno sempre identificato come “quello della piscina” (anche se non abbiamo riscontro di questa opinione in nessun personaggio). Katie è la prima che conosce il “vero Charlie” e a partire da questo, lo sprona a perseverare nella sua passione.

L’incontro con Charlie è per Katie il motore per vivere esperienze mai provate prima, anche se in molti casi il tutto risulta poco credibile (era necessario Charlie perché Katie potesse assistere ad un concerto, vedere una città di notte o passare la serata ad una festa?). Per il resto Katie sembra quasi un personaggio risolto. Rimane in superficie, stranamente, il suo rapporto con la malattia, col fatto che, avendo i giorni contati, non può fare scelte per il futuro come tutti quelli della sua età. Ha sempre la risposta pronta per le paure di Charlie, una saggezza che le viene da non si sa dove. Le domande del compagno non hanno una ricaduta su di lei. Il dramma portato da questa malattia non viene messo in gioco davvero (se non appena in un dialogo del padre con il medico di Katie). La malattia rischia di essere ridotta ad un mero espediente per strappare qualche lacrima, senza che si riesca ad immedesimarsi nella sofferenza dei personaggi.

Nemmeno il ruolo della musica viene sfruttato bene. Le canzoni interpretate da Bella Thorne non incidono particolarmente e il loro ruolo drammaturgico rimane purtroppo superficiale, nonostante siano parte della caratterizzazione di Katie.

Il risultato è un po’ confusionario. Si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANNIENTAMENTO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/18/2018 - 20:42
Titolo Originale: Annihilation
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Alex Garland
Sceneggiatura: Alex Garland
Produzione: DNA Films, Paramount Pictures, Scott Rudin Productions, Skydance Media
Durata: 115 su NEFLIX
Interpreti: Natalie Portman,Jennifer Jason Leigh, Gina Rodriguez

Kane, un militare dei corpi speciali, è partito per una missione segreta ma non è più rientrato. La moglie Lena, che non si è mai rassegnata alla sua perdita, lo vede un giorno ricomparire alla porta di casa. E’ lui ma ricorda poco o nulla e sta male: deve essere ricoverato immediatamente in ospedale. Lena viene informata che tempo prima, nella zona costiera della Florida, un “bagliore” è apparso nel cielo e ha colpito un faro. Da quel momento l’area, ribattezzata Zona X, è risultata come contaminata e nessuna spedizione ha fatto più ritorno, se non il solo Kane. Lena, di mestiere biologa e con 7 anni di servizio militare alle spalle, decide di partire assieme ad altre quattro donne per capire cosa sta succedendo: una psicologa, un fisico, un paramedico e un geologo...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il racconto è gravato da un senso di smarrimento e di pessimismo sui destini dell’esistenza umana
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene raccapriccianti non rendono il film adatto ai più piccoli. USA: restricted ; Netflix Italia: VM14
Giudizio Artistico 
 
Il regista Alex Garland riesce a creare un’atmosfera di mistero e di incertezza, particolarmente riuscita l’interpretazione di Natalie Portman
Testo Breve:

Una biologa cerca di scoprire i misteri di un’area contaminata da dove il marito soldato è tornato. Il film realizzato dallo specialista della fantascienza Alex Garland risulta essere forse troppo celebrale per attirare un vasto pubblico

 

“Questa è una cellula e come tutte le cellule si sviluppa da una già esistente. Per estensione tutte le cellule sono nate da un microrganismo. Un organismo unico, solo, del pianeta terra, forse nell’universo. Circa quattro miliardi di anni fa quell’uno divenne due, due divennero quattro, poi otto, …questa continua suddivisione ha dato vita a quella che è diventata la struttura di ogni microbo, filo d’erba creatura marina o terrestre, di ogni essere umano” In una sequenza all’inizio del film Lena sta insegnando ai suoi allievi che c’è un mistero, quello della vita, in ogni essere vivente che popola la terra e che probabilmente quella cellula primordiale che ha originato il tutto proviene dallo spazio.

Questo invito a concentrarsi sul piccolo per meditare sulla complessità e il mistero dell’universo in cui viviamo è la giusta premessa per introdurci in un film di fantascienza che non vuole limitarsi a sorprenderci e a spaventarci, ma invitarci a riflettere sulle condizioni della nostra esistenza su questo mondo. Si tratta di un obiettivo fin troppo ambizioso e mentre tanti critici lo hanno osannato, i distributori hanno annusato odore di scarso successo; lo hanno definito troppo celebrale e dopo l’uscita nelle sale degli Stati Uniti, Canada e Cina, il film è stato acquistato da Netflix per tutto il resto del mondo.

Il film è tratto dal libro omonimo di Jeff VanderMeer, primo volume della trilogia Southern Reach ed è diretto da Alex Garland che si è fatto conoscere per un altro film di fantascienza: Ex Machina, sull’insolita relazione fra un uomo e una donna robot.

In entrambi i film è facile riconoscere lo stile del regista: i personaggi sono pochi per non disperdere l’attenzione (due uomini e due donne robot nel primo, cinque donne nel secondo), lo sviluppo è lento perché, anche se le sorprese fantascientifiche non mancano, l’autore preferisce registrare le emozioni, le lente prese di coscienza di ciascuno.

Anche la struttura di questo Annientamento risulta alla fine complessa perché si muove su più piani.

C’è la componente del mistero, che si presenta come fredda minaccia aliena, in grado di trasformare dall’interno gli esseri viventi (Alien di Scott?); c’è il cammino nell’ignoto delle cinque esploratrici (Cuore di tenebra di Conrad?), che è visto come riflesso delle loro singole infelicità (sapremo qualcosa in più di loro man mano che si avvicinano al centro della zona X) . Ci sono infine i continui flash back su alcuni momenti intimi vissuti da Kane e Lena. Sono funzionali per affrontare un altro tema, quello dell’identità e della trasformazione. Un dettaglio che ci viene rivelato getta scompiglio nel poco ordine che lo spettatore aveva cercato di comporre. Quando Lena e Kane si incontrano di nuovo, sono veramente loro stessi?  O non sono mai stati veramente loro stessi?

E’ opportuno non dire altro ma per quanto serio sia stato l’impegno di Alex Garland, forse qualche maggiore concessione alla chiarezza e allo spettacolo avrebbe giovato al film.

Il Film è disponibile sulla piattaforma NETFLIX

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL CHE NON SO DI LEI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/06/2018 - 22:28
Titolo Originale: D'apres une histoire vraie
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Roman Polansky
Sceneggiatura: Olivier Assayas, Roman Polanski
Produzione: WY PRODUCTIONS, RP PRODUCTIONS, MARS FILMS
Durata: 110
Interpreti: Emmanuelle Seigner, Eva Green

L’ultimo libro di Delphine ha avuto molto successo. Questo ha comportato per lei diventare l’attrazione principale dei molteplici incontri con il pubblico organizzati dalla sua casa editrice, firmare il proprio libro e dire qualcosa di carino a tutti i fan che si son messi pazientemente in coda. Si è trattato di un impegno dal quale ne è uscita completamente svuotata e quando, tornata nella sua casa di Parigi, ha cercato di iniziare a scrivere un nuovo romanzo, la pagina è rimasta inesorabilmente bianca. L’uomo con cui convive, un giornalista, è dovuto partire per un lungo viaggio all’estero e così ha accettato di buon grado l’aiuto di una vicina di casa sua ammiratrice, Leila, che si è offerta di aiutarla a liberarsi dei suoi prossimi impegni pubblici per consentirle di trovare la serenità necessaria per iniziare a scrivere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I personaggi presenti in questo film di genere sono dei puri ingranaggi utili a far muovere il meccanismo della suspence ed è inutile giudicarli come riferimenti plausibili di comportamenti reali
Pubblico 
Adolescenti
L’atmosfera di tensione e di minaccia che pervade il film non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il grande regista Roman Polansky non è stato in grado di dare al film quel ritmo che aveva conferito, alle sue opere precedenti, la giusta tensione
Testo Breve:

Una scrittrice famosa ha perso l’aspirazione necessaria per scrivere un nuovo romanzo. Le viene in aiuto una sua ammiratrice che sembra avere un suo secondo fine. Questa volta Polansky non riesce a ricostruire quell’atmosfera di mistero irrisolto che aveva caratterizzato tante sue opere precedenti

Il film, tratto dal romanzo Da una storia vera della scrittrice Delphine De Vigan, ha consentito a Polansky di tornare alle sue atmosfere preferite, quelle del sospetto irrisolto, della trasformazione progressiva del rapporto fra due persone che diventano sempre più intime non per amicizia ma  per l’indebolimento dell’una e il rafforzamento dell’altra, anche se questa volta il confronto a due non riguarda  un uomo e una donna come in Venere in pelliccia ma fra due donne, interpretate da attrici di talento come Emmanuelle Seigner e Eva Green. Il film  è come diviso in due parti. Nella prima,  l’ insicurezza della scrittrice, il suo  vuoto decisionale viene riempito progressivamente da Leila, che prende inizialmente le parti della solerte segretaria in grado di gestire (annullandoli) i suoi appuntamenti ma poi la sua influenza si estende fino a proporsi di sostituirla nei suoi impegni pubblici. Ci sono in questa fase non pochi riferimenti al capolavoro di Polansky, Rosemary’s baby, per il modo con cui anche in quel film, dei vicini solerti si insinuavano progressivamente nella vita della protagonista fino a travolgerla. Nella seconda parte, che si svolge in un villino isolato di campagna,  Delphine è in balia di Leila, non più solo psicologicamente ma a anche fisicamente  (si è fratturata una gamba ed è costretta a muoversi appoggiandosi a delle stampelle ) e anche in questo caso si intravedono gli echi di un altro film, questa volta non suo, Misery non deve morire (ricavato dal romanzo omonimo di Stephen King): vengono riproposte le angosce di chi, limitato nel fisico, è costretto  a fidarsi di una persona di cui poco o nulla si conosce del suo passato. Una somiglianza che diviene ancora più stretta se si considera che il motivo del contendere, fra il carnefice e la vittima, è proprio l’ispirazione per la scrittura di un nuovo romanzo.

Ovviamente Roman Polansky è libero di ispirarsi a qualsiasi lavoro del passato, purchè il risultato sia  originale e porti la sua firma inconfondibile di creatore di atmosfere di sospetto e di minacce indefinite ma palpabili. Il risultato, questa volta, è ottenuto solo parzialmente. Gli ingredienti ci sono tutti ma il modo con cui sono stati messi in tavola, con cui i fili sono stati imbastiti per tessere la trama, non convince.

I confronti fra le due donne, sopratutto nella parte centrale del film, appaiono ripetitivi, c’è una certa trascuratezza nel ritmo, che in film di suspence come questo risulta determinante. Il modo con cui un preciso meccanismo giallo riesce a trasformarsi in atmosfera di sospetto e pericolo è sempre qualcosa di magico ma questa volta l’autore sembra aver perso la bacchetta che aveva utilizzato in Rosemary’s baby. Il film si riscatta solo per la bravura delle due attrici che si mostrano adatte ai loro ruoli anche nel fisico. Eva Green ha nel suo sguardo intenso ma freddo, da cui scaturiscono a volte lampi di cattiveria, la giusta rappresentazione di  qualcosa di minaccioso; Emmanuelle Seigner, appesantita nelle forme, spesso senza trucco e trascurata nel vestire, esprime molto bene lo stato in cui si trova una donna che non riesce più a controllare se stessa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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