Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

GIU' LE MANI DALLE NOSTRE FIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/20/2018 - 08:36
Titolo Originale: Blockers
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Kay Cannon
Sceneggiatura: Jon Hurwitz, Brian Kehoe, Jim Kehoe, Eben Russell, Hayden Schlossberg
Produzione: POINT GREY PICTURES, DMG ENTERTAINMENT, GOOD UNIVERSE
Durata: 102
Interpreti: Leslie Mann, Ike Barinholtz, John Cena, Kathryn Newton, Geraldine Viswanathan, Gideon Adlon

Julie, Kayla e Sam sono amiche da sempre. Arrivate a diciott’anni, nel giorno del gran ballo della scuola, decidono di fare un patto tra loro: tutte e tre perderanno la verginità quella stessa notte. La madre di Julie e i padri di Kayla e Sam scoprono l’accordo e cercano in tutti i modi di sabotarlo…

 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Di fronte alla decisione di consumare la “prima volta”in modo concordato nella stessa serata da tre ragazze dicissettenni, i rispettivi genitori si preoccupano solo, egoisticamente, di dover restare presto soli, mentre qualcuno di loro finisce per auspicarlo, indicandola come conquista femminile. Le ragazze intanto non mostrano dubbi, paure e dilemmi nel prendere a freddo una decisione simile
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, scene di sesso, uso di droghe, scene volgari, scene di nudo. Genitori irresponsabili
Giudizio Artistico 
 
Il film è infarcito di stereotipi, soprattutto sul rapporto genitori-figli e usa situazioni volgari per strappare qualche risata al pubblico
Testo Breve:

Tre ragazze diciassettenni hanno deciso di perdere la loro verginità durante la serata del ballo di fine corso. I genitori cercano di fermarle. Un film sguaiato e pieno di stereotipi

Giù le mani dalle nostre figlie potrebbe essere descritto come una sorta di American Pie al femminile, vissuto però dal punto di vista dei genitori. 

Lisa è una mamma single, che ha cresciuto da sola la sua Julie, con cui vive quasi in simbiosi. Quando però scopre che la figlia le ha tenuta segreta la sua iscrizione alla UCLA a Los Angeles, dopo averle promesso di studiare a Chicago, non troppo lontana da casa e quindi da lei, il suo mondo va in crisi. Mitchell, invece, è il padre di Kayla. È un omone sportivo e muscoloso (non a caso è interpretato dal wrestler John Cena) che però, a dispetto dell’apparenza, è molto sensibile e di lacrima facile e non accetta che la sua piccola si stia facendo donna. Hunter, infine, è il padre di Sam, ragazzina insicura e malinconica, che si scopre omosessuale. Hunter è divorziato: tutti, compresi Lisa e Mitchell, l’hanno allontanato da quando si è lasciato con la moglie e l’uomo cerca di recuperare il rapporto con la figlia, che si vergogna dei suoi modi stravaganti e sempre fuori dalle righe.  

Le tre amiche hanno motivazioni diverse per perdere la verginità: Julie ha un fidanzato e crede che sia “quello giusto”; Kayla ha deciso che è grande abbastanza e si sceglie, seduta stante, il “cavaliere” che la porterà al ballo e con cui consumerà la sua prima notte; Sam, infine, non vuole sentirsi diversa dalle amiche ed è intenzionata a fare sesso con un ragazzo per capire se è veramente omosessuale.

Il tema della verginità, unito a quello della “prima volta”, è trattato con enorme superficialità.  Non ci sono dubbi, paure e dilemmi, tanto che risulta poco credibile che le tre ragazze, qui raffigurate come delle adolescenti superficiali, volgari nel linguaggio e un po’ stupide, siano ancora vergini. Inoltre, è vero che i genitori sono preoccupati che le figlie compiano scelte azzardate, ma alla fine la loro vera paura è che le loro piccole crescano, diventino donne e di conseguenza li abbandonino. Un timore comprensibile, ma anche un po’ egoistico. L’unico che sembra avere un briciolo di razionalità e che si dimostra più sensibile nell’interpretare i comportamenti della figlia è proprio Hunter, all’apparenza il più sconclusionato, il padre che nessuno vorrebbe avere. 

Il film consegna allo spettatore una facile morale: è tempo per i genitori di farsi da parte, accettare le scelte dei propri figli e non aver paura che crescano perché, comunque vada la vita, li ameranno e saranno amati da loro per sempre.

Giù le mani dalle nostre figlie non resiste infine a imboccare un filone pseudo-femminista e di critica all’ipocrisia patriarcale. Mentre i genitori del fidanzato di Julie, si dilettano in giochi erotici di coppia che poi raccontano al figlio (tanto è un maschio), la mamma di Kayla, nonché moglie di Mitchell, difende la scelta della figlia di perdere la verginità, perché è ora che anche le ragazze raggiungano la parità sessuale. Poco importa se la figlia si stia per concedere a un perfetto sconosciuto, per di più spacciatore di droga.

Il film di Kay Cannon, sceneggiatrice, qui al suo esordio registico, è dimenticabile (tanto quanto il doppiaggio e la traduzione italiana dei dialoghi), ricco di allusioni sessuali e riferimenti volgari che puntano a suscitare la risata facile e gag infantili, caotiche e demenziali (tra tutte una scena in cui i personaggi si vomitano addosso a vicenda, a getto, dentro una limousine e una in cui John Cena assume dell’alcol per via rettale, in seguito a una scommessa con alcuni adolescenti).

Anche gli effetti speciali realizzati al computer, come le lacrime copiose di Lisa nel salutare la figlia Julie in partenza per il college, sono palesi e realizzati in modo grossolano e artefatto.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MAFIA UCCIDE SOLO D'ESTATE - CAPITOLO 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/16/2018 - 13:50
Titolo Originale: La mafia uccide solo d'estate - Capitolo 2
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Luca Ribuoli
Sceneggiatura: Pif, Stefano Bises, Michele Astori
Produzione: Wildside, Rai Cinema
Durata: 12 episodi di 50min su RaiUno a partire dal 26 aprile 2018
Interpreti: Claudio Gioè, Anna Foglietta, Nino Frassica, Francesco Scianna, Angela Curri

Palermo 1979. Mentre la mafia continua a eliminare chiunque sia di ostacolo ai propri affari, Lorenzo Giammaresi non si sente affatto tranquillo e comunica alla sua famiglia che ha chiesto il trasferimento. Questa notizia getta tutti nello sconforto. La moglie Pia, che da anni attende un incarico di ruolo come insegnante, rompe ogni indugio e chiede a suo fratello Massimo, che ha legami con la mafia, di ottenere una cattedra. La figlia adolescente Angela, si stringe più vicino al suo fidanzato Marco, forse anche troppo. Solo il piccolo Salvatore ha ben altro a cui pensare: continua a soffrire per la partenza di Alice che si è trasferita in Svizzera o almeno così crede lui..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è permeato di un forte senso civico e manifesta il grande valore di una lotta decisa contro la mafia ma nella cronaca familiare che si sviluppa in parallelo non traspare il valore della vita che sta per nascere
Pubblico 
Adolescenti
Alcune rapide nudità e un caso di aborto procurato
Giudizio Artistico 
 
Il regista sa abilmente alternare fatti derivati dalla cronaca vera a movimenti da commedia nello sviluppo della storia della famiglia Giammaresi. Buona l’interpretazione di tutti ma in particolare di Anna Foglietta.
Testo Breve:

La famiglia Giammaresi si trova a risolvere i tanti problemi di ogni giorno mentre a Palermo pochi eroi solitari cercano di contrastare l’efficiente  organizzazione mafiosa. Cronaca e commedia convivono in un racconto spesso divertente

Dopo il film omonimo del 2013, il primo diretto, sceneggiato e interpretato da Francesco Diliberto e dopo la prima stagione del serial televisivo, RaiUno trasmette ora la seconda annata. Potrebbe sembrare un po’ troppo ma la formula trovata da Pif risulta particolarmente indovinata. La serie si appoggia su di un forte senso civile: mentre partecipiamo alle vicende della famiglia Giammaresi, veniamo a conoscere più da vicino tanti grandi uomini che hanno avuto il coraggio di contrastare la mafia, pagando con la morte. Primo fra tutti il governatore della regione Piersanti Mattarella ma anche, in quell’anno, i magistrati Rocco Chinnici e Cesare Terranova, il maresciallo Lenin Mancuso. Sullo sfondo compaiono anche i più importanti capi mafiosi del tempo (Totò Riina, Leoluca Bagarella, Tommaso Buscetta) e originale è la rappresentazione che Pif ha voluto fare di loro: i mafiosi sono quasi sempre colti in incontri collettivi, dove di comune accordo decidono  le nuove opportunità di guadagno e come eliminare gli ostacoli che si pongono davanti al loro cammino, in forte contrasto con i rappresentanti  del diritto e dell’ordine, che sembrano esser stati lasciati in drammatica solitudine.

In primo piano resta la cronaca familiare dei Giammaresi, raccontata con ironia e qualche spunto veramente divertente, che alleggerisce la cronaca dei fatti realmente accaduti. Non si tratta però di due piani paralleli non comunicanti ma cronaca vera e fiction familiare si intrecciano. Se è molto bello il ricordo della visita del Presidente della Repubblica Pertini alla regione per mostrare un sostegno visibile a Piersanti Mattarella, le difficoltà di ogni giorno rendono facile la tentazione di risolverle come fanno tutti. E’ quello che succede alla signora Pia, che accetta di farsi raccomandare attraverso i canali mafiosi per ottenere il posto da insegnante. E’ la stessa fragilità, anche più grave, che colpisce Massimo, il fratello di Pia, che aspirando a vantaggi personali, si lega a filo stretto con Tommaso Buscetta, anche se non ha assolutamente l’animo per venir utilizzato come killer. Si crea così una racconto a due piani, costituito da esseri umani fragili, sempre in bilico fra l’aderenza ai principi e l’urgenza di risolvere problemi contingenti. e  da coloro  che non tentennano: gli eroi del coraggio civile da una parte e i mafiosi dall’altra.

Anche le vicende personali della famiglia Giammaresi hanno risvolti drammatici: la figlia Angela, di 17 anni, resta incinta (quando, in un qualunque serial televisivo che vediamo oggi, ci accorgiamo che uno dei protagonisti è un’adolescente, l’unico dubbio che possiamo avere è se resterà incinta fin dalla prima puntata o in quelle successive). Per la giovane, la notizia che le ha dato il dottore assume i caratteri di una vera e propria tragedia e assieme al suo ragazzo, Marco, decide di abortire. Si tratta di una delle sequenza più drammatiche: Angela, completamente sola, si trova in sala operatoria circondata da uomini sconosciuti in camice bianco, senza sapere esattamente cosa le sta per succedere. Solo a cose fatte ha il coraggio di confidarsi con la madre. Nel dialogo che intercorre fra loro due, traspare il pensiero dell’autore. “Perché non me lo hai detto subito?” “Perché mi vergognavo: mi avevi detto di stare attenta. E poi ho avuto paura che mi avreste costretta a tenerlo”. “Sei pentita?”  “Moltissimo: di non essere stata più attenta e poi di averlo fatto senza di voi”.  Questo dialogo sembra esprimere la visione dell'aborto come un male necessario, in alcune circostanze.   Non c’è nessun segno di attenzione verso quell’essere umano che stava per nascere. Le cose che non hanno funzionato in questa vicenda, secondo Angela, sono non aver preso le adeguate precauzioni e aver dovuto affrontare l’intervento senza il sostegno dei genitori.

Particolarmente negativa è anche la figura di fra Giacinto verso il quale Pif lascia trasparire tutto il suo disprezzo. Non si tratta solo di descrivere un frate sacerdote colluso con la mafia ma sono particolarmente sgradevoli i momenti in cui il frate mostra di manipolare il messaggio cristiano, per creare forse, nelle intenzioni dell’autore, una situazione spiritosa. Quando Pia si rivolge in confidenza a lui, tormentata dalla decisione se accettare una raccomandazione per il posto da insegnante oppure no, fra Giacinto risponde che la raccomandazione deve essere intesa come un segno della provvidenza.  Se è verosimile che a quell’epoca un frate dalla coscienza debole possa essere entrato in collusione con i capi della mafia, lo è molto di meno pensare che abbia perso tutto il suo bagaglio di credenze che hanno alimentato la sua vocazione. Più verosimile è scorgere, in questo e in altri episodi simili, l’indifferenza verso la fede dello stesso autore.

In complesso il serial appare ben recitato ma una menzione speciale va data ad Anna Foglietta per quel suo modo sensibile e appassionato di aver costruito la figura di Pia, come madre, moglie e insegnante.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Loro 1 e 2

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/14/2018 - 22:43
Titolo Originale: Loro
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Produzione: INDIGO FILM PER L'ITALIA. COPRODOTTO DA JÉRÔME SEYDOUX, ARDAVAN SAFAEE, MURIEL SAUZAY PER PATHÉ E FRANCE 2 CINÉMA PER LA FRANCIA
Durata: 204
Interpreti: Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak

Sergio Morra, faccendiere tarantino, affitta una villa in Sardegna vicino alla residenza estiva di Berlusconi per raggiungerlo attraverso le escort che gestisce. Il politico intanto sta attraversando un periodo di crisi dopo la perdita delle elezioni e la pubblicazione di compromettenti intercettazioni. Nella residenza in Sardegna Berlusconi cerca di recuperare il potere e, con meno impegno, il suo matrimonio con Veronica

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Viene rappresentata una civiltà dell'apparenza, con ritratti di donne impegnate a ottenere favori con il proprio corpo e uomini che accettano quei corpi come moneta corrente
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di nudo e di atti sessuali anche orgiastici, continui riferimenti al sesso, ripetuta assunzione di droghe
Giudizio Artistico 
 
Del tutto incomprensibile, almeno in un’ottica drammaturgica, la scelta di dividere il film in due parti asimmetriche e squilibrate. Le involate surreali di Sorrentino, al solito innescate da evanescenti comparse di animali, suonano autoreferenziali e ai limiti del parodistico, incapaci di sollevarsi da un’immanenza fatta di sgargiante volgarità.
Testo Breve:

L’uomo Berlusconi e i personaggi che girano intorno a lui sono parte di una farsa surreale e il presidente non sembra essere un uomo, ma un’eterna messinscena, come gli rinfaccia la moglie Veronica

Dopo Il Caimano di Moretti, un altro vate del cinema italiano si cimenta con il ritratto di Silvio Berlusconi, impresa sempre insidiosa per la vicinanza temporale alle vicende trattate che spesso ne impedisce una visione d’insieme che si emancipi dall’immanenza. Sorrentino sceglie però un taglio squisitamente personale e, senza ambire a sviscerare le conseguenze dell’era berlusconiana sul tessuto sociale del Paese, risucchia il suo personaggio nell’immaginario sorrentiniano rendendolo una maschera che ben incarna la sua cifra estetica.

Del tutto incomprensibile, almeno in un’ottica drammaturgica, risulta invece la scelta di dividere il film in due parti asimmetriche e squilibrate, la prima della quali dedicata a un personaggio secondario di scarso interesse, Morra (Riccardo Scamarcio), assorbito dal mediocre sogno di arrivare al deus ex machina Berlusconi e sedere insieme a Loro (coloro che contano) su un Olimpo di squallida opulenza.

Nei primi 50 minuti di Loro 1 ciò che passa sullo schermo è la rappresentazione di una civiltà dell’apparenza già largamente fotografata dieci anni fa dal Videocracy di Gandini. L’unica novità di questa lunga intro (per altro volutamente appiattita da regia e fotografia su un registro trash e patinato) risiede nell'abile presentazione in absentia di Berlusconi, adombrato da scenografici indizi e inafferrabile come una divinità pagana.

In questa prima parte persino le involate surreali di Sorrentino, al solito innescate da evanescenti comparse di animali, suonano autoreferenziali e ai limiti del parodistico, incapaci di sollevarsi da un’immanenza fatta di sgargiante volgarità. Quando finalmente il protagonista entra in scena, il film comincia davvero, e conferma il quadro seminato: Berlusconi è sin da subito un’entità che trascende l’umano, una forza della natura.

Impermeabile a qualsiasi psicologia e incapace di essere ferito dal prossimo, non possiede nessun contatto con la sua interiorità, senza per questo presentare una personalità scissa è disturbata: semplicemente egli non sembra essere un uomo, ma un’eterna messinscena, come gli rinfaccia la moglie Veronica (Elena Sofia Ricci, perfettamente algida come prescrive la parte della radical-chic) in una vibrante scena coniugale.

L’interpretazione di Servillo lavora in questa direzione, napoletanizzando Berlusconi in una commedia dell’arte e privandolo della sua biografia umana, del legame con l’humus milanese e brianzolo. 

In questo senso il Berlusconi di Sorrentino non è un personaggio ma una maschera di pura vita, monolitico e coincidente con se stesso. Una scelta drammaturgica netta in direzione della farsa che, a tratti affascinante, penalizza però l’elemento drammatico, pur presente in Loro 2 nello spaesamento del protagonista che rischia, come tutti, di essere superato dai tempi che corrono, destinando il suo corpo e il mondo che conosce allo sfaldamento. Al contrario, la cifra farsesca fa dirompere la vis comica e dà vita a situazioni finemente costruite, grottesche e nere come uno sketch dei Monthy Python.

Come ne La grande bellezza e in Youth, Sorrentino non osa consegnarsi del tutto alla disperata derisione e, in chiusura, riprende i toni del dramma, lasciando la maschera di Berlusconi per aprire al collettivo dell’umanità vera. Il regista sceglie così una citazione dei primi istanti de La Dolce Vita felliniana per chiudere il film: il Cristo Redentore sollevato su Roma diventa però un Cristo della Pietà adagiato sulle macerie del terremoto. E non si può negare che una sfumatura di pietas, pur se inquinata dalla celebrazione affascinata di un patetico vitalismo, si annidi nelle pieghe del film e del suo punto di vista su un uomo che non si è permesso di vivere come tale.

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/07/2018 - 17:20
Titolo Originale: Rimetti a noi i nostri debiti
Paese: Italia, Polonia, Svizzera
Anno: 2018
Regia: Antonio Morabito
Sceneggiatura: Antonio Morabito, Amedeo Pagani
Produzione: LOTUS PRODUCTION
Durata: 1,32 su NETFLIX
Interpreti: Marco Giallini, Claudio Santamaria, Jerzy Stuhr, Flonja Kodheli

Guido è un tecnico informatico che ha perduto il lavoro per il fallimento della sua azienda. Prova a proporsi come magazziniere ma anche questa esperienza fallisce. Carico di debiti, non gli resta che presentarsi negli uffici della società di recupero crediti che non gli sta dando un attimo di pace, offrendosi di lavorare per loro finché non avrà saldato il suo debito. Inizia il suo tirocinio affiancandosi a Franco, esperto in quel tipo di lavoro sgradevole, ma la sua esperienza sarà drammatica. Unico suo conforto è andare la sera a bere del whiskey in un bar dove può fare due chiacchiere con la barista, Rina, una ragazza dell’Est che aspetta solo il momento giusto per tornare in patria e un amico, che lui chiama “professore” con il quale fa due chiacchiere e una partita di biliardo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film denuncia con forza il modo, spesso illegale, con cui viene compiuto il recupero dei crediti. Semplicistica attribuzione di un atteggiamento ipocrita a chi pratica la fede.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Azioni di violenza su persone inermi
Giudizio Artistico 
 
Buona regia e bravi i due protagonisti; la sceneggiatura risente di un eccetto di polemica rabbiosa
Testo Breve:

Guido, carico di debiti, accetta di lavorare senza salario per una società di recupero crediti dai metodi sbrigativi. Un film di denuncia ben realizzato ma eccessivamente manicheo

Il primo personaggio che ci viene presentato è quello di Franco (Marco Giallini): la mattina esce di buonora dalla sua bella casa, bacia la moglie e porta i due figli piccoli in una scuola cattolica. Affida i figli alla suora che trova all’ingresso e si avvia al lavoro. Un incipit di questo genere non può certo far pensare a un film di ispirazione religiosa ma all’opposto, c’è subito odore di ipocrisia. In seguito vediamo Franco inginocchiato davanti a un confessionale: che si limita a sciorinare qualche peccato veniale ma trascura di citare le sue prodezze notturne: pedinare  i debitori per farli poi gambizzare a suon di manganellate. E’ sicuramente questo un punto debole del film: una denuncia forte e giusta su certi modi sbrigativi con cui è affrontato il tema del recupero dei debiti (un impegno civile uguale a quello mostrato nel precedente lavoro di Antonio Morabito, Un venditore di medicine, sul fenomeno del comparaggio) ma fatta con rabbia, con spirito manicheo. Franco, il cattivo della situazione, sembra all’inizio venir, se non giustificato, almeno compreso: non dà tregua soprattutto ai grossi debitori, che hanno sicuramente i soldi necessari a saldare i loro debiti, si dimostra leale con Guido che con il suo aiuto riesce a chiudere il suo debito e preserva la serenità della sua vita privata con una regola ferrea: “a casa non si parla di lavoro”. In seguito però mostra il suo ingiustificabile cinismo vessando anche chi ha solo i soldi necessari per portare avanti una vita di stenti.  Morabito finisce così per distruggere quella costruzione di un personaggio negativo ma dai risvolti umani che aveva portato avanti fino a quel momento.
Più coerente la figura di Guido (Claudio Santamaria) che accetta per necessità il nuovo lavoro, inclusi i risvolti più sgradevoli, ma il suo disincanto e il suo pessimismo nei confronti del mondo vengono attenuati dalla vicinanza di un vero amico (il “professore”) che sa  distrarlo facendogli una divertente lezione di economia sui poteri che non si possono toccare  e la barista Rina, l’unica con cui riesce a confidarsi pienamente.
E’ proprio nei periodici incontri fra Guido e Rina la parte più esteticamente fascinosa del film, perché Morabito, con l’aiuto della fotografia di Duccio Cimatti e della scenografia di Marcello di Carlo, realizza delle vere e proprie “sequenze Hopper”. Guido è ritratto frontalmente al bancone, ripreso da lontano, a testa bassa, con un bicchiere in mano; dietro di lui una grande vetrata fa intravedere un esterno serale, con macchie blu. In primo piano Rina è intenta a pulire dei bicchieri colorati.

Sono queste inquadrature e la bravura dei protagonisti la parte più riuscita del film inclusa una certa melanconia e fatalità di fondo che pervade tutti i personaggi, ritratti molto spesso di notte. Peccato che l’efficacia della denuncia venga attenuata da una schematizzazione troppo semplicistica fra i cattivi da una parte e i poveri diavoli.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix ed è il primo film della casa realizzato in Italia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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END OF JUSTICE: NESSUNO E' INNOCENTE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/04/2018 - 18:59
Titolo Originale: Roman J. Israel, Esq.
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Dan Gilroy
Sceneggiatura: Dan Gilroy
Produzione: BRON STUDIOS, CROSS CREEK PICTURES, ESCAPE ARTISTS, LSTAR CAPITAL, MACRO, TOPIC STUDIOS COMPANY
Durata: 122
Interpreti: Denzel Washington, Colin Farrell, Carmen Ejogo

Roman J Israel, afroamericano, di mezza età, lavora da anni nel back office di uno studio legale. Roman è un uomo scrupoloso, con una memoria di ferro, virtù ideali per il lavoro di preparazione dei casi giudiziari e lascia che sia il suo socio, William Jackson ad andare nei tribunali a sfoderare tutta l’abilità retorica necessaria per vincere una causa. Willian si ammala gravemente e siccome lo studio è in deficit, i proprietari decidono di venderlo, lasciando Roman in mezzo a una strada. Questi cerca prima di venir assunto da un’organizzazione no-profit che si batte per i diritti civili delle persone di colore ma constatata l’impossibilità di questa soluzione, accetta di tornare a lavorare nel precedente studio, dove il nuovo capo, George Pierce, è uno squalo che si occupa poco di ideali ma molto di realizzare profitti. Roman viene messo in prima linea a difendere in tribunale ragazzi coinvolti nella malavita di Los Angeles ma la sua inesperienza e la mancanza di flessibilità finiscono per metterlo nei guai. Roman pensa allora di uscire dalla situazione in cui si è cacciato con un’iniziativa rischiosa e illegale…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Interessante confronto etico fra due uomini, uno dotato di buoni principi ma con una volontà senza virtù e l’altro di pochi principi ma con buone virtù
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un serio approfondimento della psicologia dei due protagonisti coadiuvato dalla bravura di Denzel Washington che gli ha fatto meritare una candidatura all’Oscar ma il racconto procede in modo farraginoso, con poco senso dello spettacolo
Testo Breve:

Un uomo solitario, molto bravo a preparare cause legali nel backoffice, si trova di fronte a un grosso dilemma etico. Ottima interpretazione di Denzel Washington per un legal  thriller che fornisce poche emozioni

Il protagonista assoluto di questo film è Denzel Washington che per questa sua interpretazione è stato candidato a due premi: al Golden Globe 2018 e all’Oscar 2018. Una scelta oculata, perché il film è impegnativo proprio attorialmente; la sua caratteristica infatti, insolita nel panorama attuale, è quella di volerci raccontare una storia non centrata su ciò che accade ma sulle trasformazioni dell’animo del protagonista.  Anche se si può parzialmente definire un legal thriller, il film si concentra soprattutto nel dilemma etico di Roman, incerto se continuare a perseguire i suoi ideali o rompere gli schemi di vita che fino a quel momento si è imposto.

Né tantomeno il film è la storia di un avvocato che si riscatta (come lo era invece il film Michael Clayton, scritto e diretto da Tony Gilroy, fratello dell’autore di questo film). Ci viene presentato un uomo modesto, meticoloso, che prepara la documentazione necessaria per ogni caso giudiziario dello studio, archivia tutto ancora in forma cartacea e conosce il codice a memoria. Vive da solo, veste in modo trasandato, non ha la macchina e la sua unica passione è ascoltare la musica andando a piedi in ufficio o tornando a casa. Timido e introverso, ogni tanto sembra parlare a vanvera, perché troppo immerso nei suoi pensieri. Legato in gioventù ai movimenti per i diritti civili degli afroamericani, ora grigio impiegato di uno studio di avvocati, è rimasto sensibile a quegli ideali ed è convinto che occorre modificare profondamente l’istituto del patteggiamento. Per chi è povero come la maggior parte delle persone di colore, quindi incapace di affrontare le spese di un processo, il patteggiamento finisce per essere l’unica scelta e passare qualche anno in carcere diventa un passaggio obbligato. Al contempo lo vediamo reagire prontamente quando una sera trova per terra un barbone che crede morto. Quando arriva la polizia, si offre prontamente di pagare la sepoltura di quello sconosciuto, perché non vuole che finisca in una fossa comune. La sua nobiltà d’animo non è però sufficiente ad affrontare la nuova situazione che si è creata da quando il nuovo capo dello studio, George Pierce, lo manda direttamente in aula a difendere i loro clienti. Commette degli errori e George lo redarguisce severamente minacciando di licenziarlo. E’ a questo punto che Roman medita di compiere un atto illegale che può procurargli molti soldi. Perché questo brusco cambiamento di rotta nella sua vita? Una lettura superficiale del film potrebbe indurre a seguire il filone giallo del racconto, in particolare i rischi che il protagonista corre per aver turbato i piani della malavita, ma è l’evoluzione dell’istanza etica, la parte più interessante, che viene ben evidenziata dal confronto fra Roman (Denzel Washington) George (Colin Farrell). Il primo è un uomo di grandi ideali ma poche virtù. Il secondo non si muove in base a grandi ideali ma ha solide virtù. Roman ha definito dei principi di giustizia fondamentali sui quali impegnarsi ma la sua visione, troppo ideologica, finisce per far usare quegli stessi principi come un’arma offensiva contro chi non è dalla sua parte. In più momenti del film vediamo come il suo atteggiamento intollerante finisce per metterlo in conflitto con i giudici, arrecando in questo modo, danno agli stessi imputati che dovrebbe difendere. Allo stesso modo la sua reazione sproporzionata all’errore giudiziario commesso (quindi la sua decisione di procurarsi dei soldi in modo illegale), non deriva da reali esigenze economiche ma dalla forte umiliazione che aveva subito il suo ego, perché tutto il suo mondo è se stesso. Un atteggiamento opposto ha George: appena insediatosi come capo dello studio, non fa mistero di voler prima di tutto risollevare le sue finanze disastrate ma ha un grande vantaggio su Roman: è aperto agli altri, sa ascoltarli. Sa chiedere scusa a Roman per averlo ripreso in un momento di rabbia e comprende anche che è giusto seguire le idee di Roman praticando anche cause pro-bono, per un maggior prestigio della studio.

In questo modo George affronta la realtà sapendosi correggere, mentre Roman, che parte con buoni principi, resta bloccato in se stesso.  E’ forse esagerato (ma non troppo) citare la parabola che compare in Matteo 21, 28-31: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi". Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò.  Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò.  Quale dei due fece la volontà del padre?»

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOLLY'S GAME (Luisa Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/27/2018 - 15:41
Titolo Originale: Molly's Game
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Aaron Sorkin
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Produzione: THE MARK GORDON COMPANY
Durata: 139
Interpreti: Jessica Chastain, Idris Elba, Kevin Kostner, Michael Cera, Jeremy Strong

Molly Bloom, passato di sciatrice stroncato da una caduta, si trasferisce a Los Angeles convinta di diventare avvocato, ma sulla strada si imbatte in una carriera differente, quella da organizzatrice di serate di poker e lì investe il suo innegabile talento. Ma il rischio non è solo sul tavolo da gioco e presto Molly deve prendere decisioni difficili sull’integrità della sua impresa, decisioni che la porteranno a un arresto e a un processo. Per affrontarlo dovrà fare i conti con tutta la sua vita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Negli ambienti del poker di lusso si vince e si perde a seconda del proprio talento e del proprio carattere ma in definitiva si parla sempre di dipendenza, la stessa in cui alla fine cade anche Molly,
Pubblico 
Maggiorenni
Consumo di droga, scene di violenza, dipendenza dal vizio del gioco
Giudizio Artistico 
 
La Chastain dà vita a un personaggio convincente. La regia è efficace nel raccontare il mondo del gioco di lusso ma alla fine non potrà non piacere questo pezzo di bravura in cui la posta in gioco non sono fiche ma l’anima di una persona.
Testo Breve:

Molly Bloom, ex campionessa di sci, investe il suo innegabile talento come organizzatrice di serate di poker. Il grande sceneggiatore Aaron Sorkin, ora anche regista, ci regala un magnifico ritratto di donna, forte e fragile allo stesso tempo 

È la protagonista a raccontarci la sua storia nel film debutto alla regia del geniale sceneggiatore Aaron Sorkin (basterebbe ricordare che è il creatore di una delle serie televisive più belle di sempre, West Wing, oltre che la firma di pellicole come Codice d’onore, Social Network e Steve Jobs). Lo fa intersecando presente (il processo per gioco d’azzardo e coinvolgimento con rappresentanti della mafia russa che sedevano ai suoi tavoli da poker), passato (l’adolescenza burrascosa di Molly, in conflitto con un padre psicanalista e sempre in cerca dell’eccellenza, ma anche i passi della sua carriera di organizzatrice di partite esclusive tra Los Angeles e New York), il tutto condito con commenti e riflessioni filosofiche che rispecchiano, oltre alla straordinarietà del personaggio, la virtuosità dello scrittore.

La pellicola, infatti, ha indubbiamente il suo punto di forza nella sceneggiatura, che ci sfida a entrare nella psicologia della protagonista, indovinando la sua strategia e i suoi bluff, un po’ come fa il suo avvocato, l’integerrimo Charlie Jaffey di Idris Elba, deciso a capire la donna che deve difendere.

Molly, infatti, ha dei segreti, che ci rivela a poco a poco, esibendo con pudore la sua fragilità e le sue paure, le cui radici verranno svelate solo in un intenso confronto con il padre (bravo in questo ruolo Kevin Costner).

L’arena di questi confronti è quella del poker di lusso: si gioca in suite esclusive con personaggi famosi a fare da specchio per le allodole, si vince e si perde a seconda del proprio talento e del proprio carattere, non ci sono polli, ma in definitiva si parla sempre di dipendenza…la stessa in cui alla fine cade anche Molly, forse proprio perché in quel mondo di perversioni cerca di mantenere una sorta di integrità, giudicando se stessa molto prima che lo faccia la giustizia americana.

La Chastain dà vita a un personaggio convincente, forte e fragile allo stesso tempo, complesso nelle sue motivazioni e nelle sue convinzioni, anche se in definitiva Sorkin ci regala uno scioglimento che non è cervellotico, ma profondamente emotivo.  La regia, e non potrebbe essere diversamente, è al servizio del racconto e delle performance, ma è comunque efficace nel raccontare un mondo, e se a qualcuno il film potrà apparire forse un po’ lungo, a chi ama i confronti forti su temi e dilemmi umani non potrà non piacere questo pezzo di bravura in cui la posta in gioco non sono fiche ma l’anima di una persona.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LORO 1

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/25/2018 - 20:33
Titolo Originale: Loro 1
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Umberto Contarello, Paolo Sorrentino
Produzione: INDIGO FILM, IN COPRODUZIONE CON PATHÉ
Interpreti: Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Bentivoglio, Kasia Smutniak, Ricky Memphis

Prima parte. Il faccendiere Tarantini (Riccardo Scamarcio) è abile nell’ottenere favori per certi suoi appalti pubblici fornendo in cambio prestazioni sessuali delle sue “ragazze” ma ora vuole puntare più in alto: vuole arrivare a “Lui”. Apprende dalla scuola di Ricucci (Ricky Memphis) come si organizza una squadra di olgettine e a sua volta seleziona le più belle ragazze disponibili e con queste affitta una casa in Sardegna di fronte alla villa di Berlusconi, nell’attesa della buona occasione.
Seconda parte Berlusconi, con sua moglie Veronica si trova in Sardegna in stato di forzata inattività. Ha ormai 70 anni, ha appena terminato il suo terzo mandato. Chiacchiera con il suo nipotino ma soprattutto cerca di riconquistare la moglie, che pur conoscendo che tipo di uomo infedele ha sposato, non tollera che sia messa in discussione la sua dignità. Silvio vede a distanza il motoscafo noleggiato da Tarantini ed è incuriosito dalle tante belle ragazze che si affollano sul ponte…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ritratto crudo e acritico di ragazze che usano con disinvoltura il proprio corpo come merce di scambio per ipotetici favori
Pubblico 
Maggiorenni
Uso continuo di droghe. Accoppiamenti con nudità complete. Molte nudità parziali.
Giudizio Artistico 
 
Sorrentino, in questo numero 1, ha realizzato un lavoro altamente discontinuo, solo a tratti brillante, non solo nello sviluppo del racconto ma anche nello stile adottato
Testo Breve:

Per avvicinarsi a “Lui”, occorre mettere in piedi una squadra di escort, dal momento che è questa la moneta di scambio più utilizzata per ottenere favori. Un film molto discontinuo, non di satira politica ma sulla fascinazione del potere  

Diciamo subito che è un impegno inutile cercare di recensire Loro 1. Non si tratta della prima parte di un racconto organizzato in due puntate. Loro è un film di quattro ore che è stato brutalmente tagliato in due, lasciando, nella prima parte, più domande che conferme. Come se non bastasse, Loro 1 è diviso in due capitoli non comunicanti: nel primo si parla di “loro”, coloro che si trovano o cercano di entrare, alla corte di “Lui”; il secondo è tutto incentrato su di Lui e su sua moglie, tranquillamente chiamata con il suo nome, Veronica.

Non resta quindi, in attesa che esca Loro 2 (il 10 maggio) che analizzare singolarmente i due capitoli.

Dopo Il Divo, dopo The Young Pope e ora con il dittico Loro, è evidente che al regista-sceneggiatore Paolo Sorrentino interessa il mistero che si nasconde, non dietro ma dentro gli uomini che hanno potere, qualunque forma prenda. Cerca di cogliere la fascinazione che emana da questi personaggi, in grado di influenzare milioni e milioni di persone, pronte a seguirli, qualunque maldicenza venga formulata nei loro confronti.

Sorrentino però non è un narratore, ma un pittore. Non è interessato all’evoluzione, alle possibili trasformazioni degli uomini che dipinge ma cerca di catturare, di fermare la rappresentazione visiva di quel potere magico e fascinoso che loro emanano. Sorrentino non condanna, non è interessato ai risvolti politici né tantomeno a tematiche etiche ma è affascinato dalla figura del superuomo che è al di là del bene e del male e vuole coglierne il segreto. In questa prospettiva era stato dichiarativo in Il Divo quando aveva fatto dire ad Andreotti “la nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta”. Ora è di nuovo Toni Servillo, questa volta nei panni di Berlusconi, in un colloquio con il suo nipotino a dire che “la verità è solo la convinzione e il tono con cui si fa un’affermazione”. C’è quindi qualcosa di “divino” nei suoi personaggi perché definiscono loro cosa sia la verità; resta quindi da scoprire in che modo gestiscono il potere. Se ne Il Divo, Sorrentino non faceva mistero di ritenere che Andreotti si fosse alleato con la mafia, nel caso di Berlusconi il regista deve essere rimasto affascinato dal modo con cui questo personaggio ha trasferito comportamenti tipici del mondo televisivo a quello politico. Se alle porte di uno studio televisivo si affollano attricette, ballerine, ansiose di essere notate e certi dirigenti dicono di offrire loro quello che desiderano in cambio di prestazioni sessuali, ora questo tipo molto particolare di “moneta”, ne deduce Sorrentino,  si è trasferito alla politica. E’ il tema trattato nella prima parte del  film. Tutto il  processo viene descritto in dettaglio: da quando le ragazze vengono selezionate,  al momento in cui vengono “presentate” alle persone che contano e infine come loro  siano abili nel ricattare chi ha usufruito delle loro prestazioni.

La prima parte è indubbiamente la più pesante: Sorrentino cerca di rendere tutto esplicito attraverso numerose nudità, scene di accoppiamento e un uso ininterrotto di droghe. Se la analizziamo dal punto di vista del pubblico più adatto, il film andava vietato ai minori di 14 anni proprio per questa prima parte, cosa che scandalosamente non è avvenuto; se la osserviamo da un punto di vista artistico, è strano che proprio Sorrentino, maestro dell’immagine come sintesi fulminante, abbia realizzato una descrizione così compiaciuta e ripetitiva dei vizi sessuali del sottobosco politico, che non sembra neanche di scorgere la sua calligrafia.

La seconda parte è totalmente differente. Silvio e Veronica conversano sul loro passato, prospettano un futuro dove (almeno lui) spera in un loro riavvicinamento. Non c’è nessuna “cattiveria” né satira deformante in questa seconda parte. Probabilmente è il frutto delle due conversazioni avute dal regista con Veronica, (che ha anche scelto chi l’avrebbe interpretata: Elena Sofia Ricci) e Sorrentino non ha avuto intenzione di infierire.

Nel complesso si tratta di un lavoro brillante solo a tratti, con un eccesso di simbolismi compiaciuti (la pecora, il bisonte, il topo), molto disomogeneo.

Molto negativo è il ritratto che il regista ha fatto di tante ragazze, che utilizzano con disinvoltura il loro corpo per cercare di ricavarne dei vantaggi. Questo fenomeno non è ritratto come negativo ma semplicemente come pura registrazione di una realtà del mondo moderno.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CONTROMANO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 16:31
Titolo Originale: Contromano
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Antonio Albanese
Sceneggiatura: Antonio Albanese, Andrea Salerno, Stefano Bises, Marco D'Ambrosio
Durata: 102
Interpreti: Antonio Albanese, Alex Fondja, Aude Legastelois

Mario Cavallaro si è sempre reputato un uomo per bene. Fiero proprietario di un negozio che vende calze di qualità in centro a Milano, fatica ad accettare i cambiamenti di una città sempre più multietnica. Gli affari non vanno molto bene e, a peggiorare la situazione, un ragazzo africano si mette a vendere calze ai passanti proprio di fronte al suo negozio. Esasperato dalla concorrenza di Oba – così si chiama il ragazzo – e da un mondo che non riconosce più, Mario elabora una teoria tanto assurda quanto concreta: se al problema dell’immigrazione molti rispondono con lo slogan “rimandiamoli a casa loro”, Mario ha intenzione di prendere la proposta sul serio e di riportare Oba a casa sua. In Senegal. Inizia così uno strano viaggio in macchina, a cui si aggiungerà anche l’affascinante sorella di Oba, Dalida …

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Albanese mette un punto a favore dell’integrazione con gli immigrati ma quello che manca è proprio un ritratto approfondito che rispetti, come persone, chi si trova in un paese che non è il suo
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni accenni di nudo. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore. Manca inoltre un approfondimento sui personaggi
Testo Breve:

Una sorta di favola comica sul tema dell’integrazione razziale. Ma un Antonio Albanese mattatore assoluto e i due fratelli di colore ridotti a puri accessori, smentiscono l’assunto di base

 

Con Contromano, Antonio Albanese torna dopo 16 anni dietro la macchina da presa. Del film non è, dunque, solo l’attore protagonista, ma anche regista e sceneggiatore. La storia raccontata è, di fatto, espressione (didascalica) di quello che è il suo punto di vista sul tema dell’immigrazione.

Lo spunto narrativo che vede il protagonista convincere un ragazzo africano emigrato illegalmente in Italia, a farsi riaccompagnare “a casa sua”, in Africa, è originale e sicuramente fonte di situazioni comiche. Il regista, però, spreca molte delle occasioni per generare nel pubblico una sana risata, optando per un tono da commedia agrodolce che rallenta molto il ritmo del racconto.

La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore.

A questo si aggiunge la costante (e mai piacevole) sensazione che il film abbia intenzione di insegnare qualcosa al pubblico. Fin dalle prime immagini l’intento di parlare dell’incontro/scontro con “il diverso” è dichiarato ma, se nella prima parte il lungometraggio riesce abbastanza a tenere viva l’attenzione dello spettatore, nella seconda parte – o comunque dal momento in cui i protagonisti si mettono in viaggio – lo sviluppo  della storia non si dimostra all’altezza dell’idea di partenza.

Al di là dell’assoluta prevedibilità degli avvenimenti (che in una commedia si può perdonare), quello che manca è un approfondimento sui personaggi. Mario, anche se in modo piuttosto superficiale, vive un percorso personale in cui si mette in discussione, ma Oba e Dalida risultano completamente accessori. Delle loro paure e dei loro sogni… insomma del loro vero io ci viene detto pochissimo. Così le scelte che compiono – come quella per niente scontata di accettare il “passaggio” di Mario per l’Africa senza avere la certezza assoluta di riuscire a tornare eventualmente in Europa – appaiono poco motivate e comunque senza ricadute reali sulla loro vita. Tra far prendere ai propri protagonisti decisioni (importanti) alla leggera e raccontare situazioni anche complicate con una sana leggerezza c’è una grande differenza. Una differenza che in Contromano va, purtroppo, completamente persa.

Autore: Rachele Mocchetti
In Televisione
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MOLLY'S GAME (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 11:21
Titolo Originale: Molly's Game
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Aaron Sorkin
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Produzione: THE MARK GORDON COMPANY
Durata: 140
Interpreti: Jessica Chastain, Idris Elba, Kevin Costner, Michael Cera

Il film è basato sulla storia vera di Molly Bloom, una ragazza che, spinta da un padre esigente e severo a eccellere nello studio e nello sport, stava per essere selezionata, a 22 anni, come campionessa di sci alle Olimpiadi ma una brutta caduta aveva dissolto il suo sogno. Decisa a concedersi un anno di pausa prima di iscriversi all’università di legge, si trasferisce a Los Angeles dove, dopo un primo lavoro come cameriera di cocktail in un bar di prestigio, entra nel giro delle scommesse clandestine di alto livello. Mentre lei è la discreta segretaria dei tavoli da gioco, vede passare attori famosi, campioni dello sport e altre persone in grado di giocarsi migliaia di dollari per serata. Molly si rivela ben presto molto dotata per gestire questo tipo di serate e si mette in proprio, trasferendosi a New York e diventando ben presto la direttrice della più famosa sala da gioco clandestina degli Stati Uniti e forse del mondo. A 26 anni viene arrestata dall’FBI perché accusata di aver accolto ai suoi tavoli componenti della mafia russa che avevano trovato, con il gioco, un modo per riciclare denaro sporco…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film, raccontando nei dettagli la vita di giocatori d’azzardo, sembra volerci trasmettere il piacere sinistro di una vita giocata in un solo istante
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema trattato è adatto a persone mature. Uso di droga, vizio del gioco, una scena violenta.
Giudizio Artistico 
 
Una Jessica Chastain mette i suoi talenti al servizio di una storia raccontata con ritmo impeccabile da un Aaron Sorkin per la prima volta anche alla regia
Testo Breve:

Una ragazza mette i suoi molti talenti al servizio di una causa insolita: essere la prima nel mondo milionario del gioco d’azzardo.  Una storia ben recitata e raccontata con un fascino particolarmente sinistro

“Possiede la più grande collezione privata di quadri del mondo, valutata tre miliardi di dollari”: così Molly descrive uno dei clienti del suo tavolo da gioco. Non dice quali fossero le firme di prestigio collezionate: sintetizza il tutto con il valore in dollari dei quadri. “Ero stata cresciuta per diventare campionessa il mio obiettivo era vincere. In cosa e contro chi? Era solo un dettaglio”: è la descrizione che Molly fa di se stessa. Da questi due esempi si può chiaramente comprendere che la storia che Aaron Sorkin ha voluto raccontare, poteva svolgersi solo negli Stati Uniti e in nessun’altra parte del mondo. Per la prima volta nelle vesti di regista oltre che di sceneggiatore, Aaron ci introduce nel mondo del gioco d’azzardo dei super ricchi, entra nei dettagli di quali carte ha un giocatore e quale l’altro, quanto puntano e a quanto rilanciano, anche quando sono indebitati fino al collo. In perfetta coerenza con la storia e con l’ambiente, veniamo informati dell’aumento progressivo del conto in banca di Molly, almeno fino al suo sequestro da parte dell’FBI.

Ci sono uomini che le fanno la corte ma il film non approfondisce la sua vita privata perché, in effetti, l’“essere Molly” corrisponde a una sola cosa: l’aumento progressivo dei guadagni e della sua fama.

Conosciamo, con un po’ più di dettaglio, solo i suoi rapporti con il padre, uno psichiatra di fama, con il quale è in perenne conflitto: gli è riconoscente per come l’ha portata a pretendere il massimo da se stessa ma al contempo in perenne ricerca di un modo per affrancarsi dalla sua influenza. Un colloquio fra loro due che si svolge verso la fine del film, dovrebbe spiegare il perché Molly, con tutto il suo talento, non aveva cercato di avere successo come avvocato e di costituirsi una famiglia. Una spiegazione tutta impostata sulla psicologia che convince molto poco perché non possiamo accettare che una persona adulta non sia in grado di distinguere liberamente il bene dal male ma sia solo condizionata da come ha trascorso l’infanzia.

Il film porta il tratto inconfondibile di Aaron Sorkin, uno dei più bravi sceneggiatori (ora anche regista) disponibili sul mercato, che abbiamo già conosciuto in  fiction Tv come The West Wing e The Newsroom e in film del calibro di The Social Network o Steve Jobs. Ancora una volta il piatto forte sono i dialoghi che lo sceneggiatore riesce a imbastire, serrati, rivelatori delle personalità che ne sono coinvolte mentre Jessica Chastain aggiunge un’altra notevole performance attoriale alla sua carriera. Il film è stato infatti candidato ai Golden Globes 2018 per la migliore attrice protagonista e la sceneggiatura e all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

Come giudicare la persona Molly? Il film cerca di riscattare la donna con la sua correttezza durante il processo (la condanna fu in effetti mite) ma non dobbiamo dimenticare il suo mestiere è consistito proprio nell’alimentare e portare all’esasperazione la dipendenza dal gioco. Oppure, come Sorkin fa dire a uno dei giocatori: “non mi piace giocare: mi piace distruggere vite”. Il film non sorvola su situazioni estreme di famiglie rovinate e di suicidi. Anche la sua correttezza finale davanti ai giudici ci lascia dubbiosi perché dopo due ore di proiezione abbiamo imparato a conoscere Molly sappiamo che lei era abile a spremere dollari da qualsiasi situazione. Aveva già scritto un libro sui suoi successi “insoliti”, intitolato "Molly's Game: The True Story of the 26-Year-Old Woman Behind the Most Exclusive, High-Stakes Underground Poker Game in the World” ed anche ora che è uscito il film, è stata proprio lei a suggerire al regista che fosse la Chastain a interpretare se stessa, c’è il sospetto che la sua “industria” non cessi di generare dollari.

In fondo lo stesso Sorkin, nel raccontarci i brividi di partite definitive quasi fossero una sfida all’OK Corral, sembra esser anche lui affascinato da quel principio, molto americano, di vincere e guadagnare soldi. “In cosa e contro chi? E’ solo un dettaglio”

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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IO SONO TEMPESTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 10:04
Titolo Originale: Io sono Tempesta
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Giulia Calenda, Daniele Luchetti, Sandro Petraglia
Produzione: CATTLEYA, CON RAI CINEMA
Interpreti: Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco

Numa Tempesta è un finanziere iperattivo: appena sveglio, mentre fa jogging per i corridoi dell’albergo vuoto che ha appena comprato, telefona alle persone importanti che ha invitato a una cena d’affari per quella sera. Il sole si è appena alzato quando Numa si reca in aeroporto per raggiungere, con un aereo privato, il Kazakistan. Qui presenta alle persone influenti del paese il suo progetto per la costruzione dal nulla di una città intera. Al ritorno, viene informato che, a causa di una vecchia condanna per frode fiscale, dovrà scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza. Numa non si perde d’animo: pensa di riuscire a fare in modo che la pena si riduca a una pura formalità utilizzando i suoi soliti metodi ma si trova davanti Angela, la direttrice, che gli sequestra subito il cellulare e lo invita a utilizzare bene quell’anno per familiarizzare e rendersi utile ai tanti senza tetto che frequentano il centro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nessun valore, tanto meno quello religioso, viene posto a contrasto di un finanziere che presume (non a torto) che tutti abbiano un prezzo
Pubblico 
Adolescenti
Alcune studentesse universitarie arrotondano le loro entrate facendo le escort. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura presenta delle debolezze nel profilare i personaggi; ottima, ancora una volta, l’interpretazione di Marco Giallini
Testo Breve:

Un finanziere miliardario è condannato a prestare servizio per un anno in un centro di accoglienza. Il contrasto ricchezza-povertà diventa uno spunto poco sfruttato e le conclusioni sono amare

Che lo spunto del film sia stato, per gli sceneggiatori, la condanna ai servizi sociali inflitta a Berlusconi, è evidente. Che il pubblico, andando a vedere il film, si aspettasse una conversione, una sorta di presa di coscienza, da parte dell’incallito finanziere, sul valore di tutte le persone, anche quelli posti ai margini della società, era facilmente prevedibile. Invece nulla di tutto ciò si compie. Presupposto indispensabile a uno sviluppo del genere doveva essere un forte contrasto fra due personalità: quella incallita e abituata alla corruzione di Numa e Angela, espressione di valori forti, acquisiti grazie a una vita passata al servizio degli altri.

E’ questa la prima, forte, delusione dello spettatore. Angela appare sostenuta da una fede un po’ esaltata, infarcita di slogan sull’amore e il “fare gruppo” e la scena dove invita tutti gli ospiti del centro a gridare assieme a lei: “il Signore ci salverà” è veramente sgradevole. Numa saprà approfittare dei suoi complessi di donna insoddisfatta e il peso di quel personaggio ai fini del racconto, finirà per ridursi a zero. Una sorte non molto diversa subiranno gli altri protagonisti, gli ospiti del centro. Sono in grado di dimostrare il loro valore umano, pur nella povertà, in contrasto con la spregiudicatezza del tycoon italiano? Niente di tutto questo: a loro interessa solo avere in tasca un po’ di soldi e sono subito pronti a seguire incondizionatamente Numa appena questi fa sventolare davanti ai loro occhi qualche pezzo da cento euro. Anche Bruno, interpretato da Elio Germano, non si discosta molto da questo profilo utilitaristico. La sceneggiatura non si preoccupa molto di caratterizzare gli ospiti del centro, con l’eccezione di Nicola, il figlio del senzatetto Bruno, che ha imparato la lezione meglio degli altri ed è l’unico a restituire a Numa pan per focaccia. Alla fine, protagonista indiscusso resta solo Numa (Marco Giallini), che sovrasta tutti non solo per la sua intraprendenza, ma anche perché riesce a diventare amico, senza problemi, di tutti questi poveri, non perché è avvenuta la conversione che ci si poteva aspettare, ma semplicemente perché mostra una gamma di comportamenti umani molto più ampia degli altri e riesce così a “vincere facile”, trovando anche il modo di sfruttare l’amicizia che si è creata, a proprio vantaggio. Solo alla fine si riesce a scoprire ciò che ha realmente interessato Daniele Lucchetti: nessun tono predicatorio al capitalismo d’assalto ma piuttosto parlare della corruzione che alligna nella politica italiana, tornando così a quei temi a lui cari, già espressi ne  Il Portaborse (1991)  che gli aveva fatto guadagnare due David di Donatello.

In conclusione un’occasione mancata, con non pochi buchi di sceneggiatura che lascia l’amaro in bocca perché tratteggia non tanto un’imprenditoria spregiudicata o una classe politica corrotta (temi facilmente prevedibili) ma uomini e donne qualunque, senza molti valori e facilmente condizionabili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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