Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

BROTHERS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 11:50
Titolo Originale: Brothers
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Jim Sheridan
Sceneggiatura: David Benioff dal film Non desiderare la donna d’altri di Susanne Bier e Anders Thomas Jensen
Produzione: Columbia Pictures/Relativity Media/Michael de Luca Productions
Durata: 108'
Interpreti: Natalie Portman, Jake Gyllenhaal; Tobey Maguire

Sam Cahill è un marine degli Stati Uniti e soprattutto l’affettuoso marito di Grace, padre amorevole di Maggie e Isabel, figlio devoto del severo Hanck. Appena prima di ripartire per l’Afghanistan Sam riaccoglie a casa, dopo un periodo in galera per rapina, il fratello Tommy, su cui pesa la mancanza di stima del padre.Quando Sam viene dato per morto in un attacco talebano (ma invece è prigioniero e vittima di torture fisiche e psicologiche terribili), Tommy si fa inaspettatamente avanti per sostenere il dolore pieno di dignità di Grace e per stare vicino alle nipotine, riconquistando così anche la sua dignità.Forse tra lui e Grace potrebbe nascere qualcosa, ma Sam ritorna a casa, traumatizzato da quanto ha subito e incapace di riprendere la vita di prima. Tormentato dalla gelosia verso la moglie e il fratello, incapace di perdonarsi per ciò che ha fatto in Afghanistan, Sam rischia di cadere nel baratro portando con sé tutti i suoi cari…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Solo la forza del rapporto fraterno e dell’unione matrimoniale, sono capaci dare la forza di perdonare e por fine alla guerre che alimentiamo dentro noi stessi
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di forte tensione, uso di droga, linguaggio crudo.
Un’intensa e misurata Natalie Portman, convincente come moglie e madre; bravi anche Jake Gyllenhaal e Tobey Maguire: Il film resta all'altezza del suo originale danese Non desiderare la donna d'altri
Testo Breve:

Un intenso dramma sugli effetti della guerra ma soprattutto le sue conseguenze sulla psiche degli uomini che vi prendono parte, costretti a confrontarsi con una mentalità spietata che non riconosce il valore della vita umana.

Per il remake americano del dramma di Susanne Bier, Jim Sheridan (In America, The Boxer) sceglie la via del dramma familiare e, rinunciando all’esclusivo punto di vista della donna al centro del dramma (qui un’intensa e misurata Natalie Portman, convincente come moglie e madre), costruisce un racconto corale che insiste, oltre che sulle relazioni familiari, sul nervo scoperto della società americana di oggi: la guerra, ma soprattutto le sue conseguenze sulla psiche degli uomini che vi prendono parte, costretti a confrontarsi con una mentalità spietata che non riconosce il valore della vita umana.

La pellicola ricostruisce con semplicità ed efficacia i momenti della vita familiare dei Cahill, il legame tra Sam e Grace e le loro figlie, lo squilibrio nel trattamento che Hanck riserva ai due figli (lo stesso che potenzialmente si intuisce tra le due bimbe di Sam), ma anche la gratuità dell’amore che Elsie (seconda moglie di Hanck, che deve averlo sposato dopo la morte della moglie maltrattata) riversa sui figliastri e il commovente tentativo di Tommy di rimettersi in carreggiata e sostenere la cognata e le nipotine.

Non c’è nulla di morboso nel legame che si stabilisce tra Grace e Tommy, ma certo il contrasto tra il faticoso ritorno alla vita della famiglia a casa e la brutalità del trattamento subito da Sam fa sì che ogni istante sia vissuto come sospeso, in un’altalena di sentimenti (la pietà per il prigioniero, ma anche per chi ne soffre la perdita, la comprensione per il tentativo di tornare alla normalità) che lo spettatore condivide fino allo scoppio della tragedia.

Perché se il ritorno di Sam  è salutato con sincera gioia da tutti, è chiaro che per il reduce il peso delle azioni commesse è tale da avvelenare lo sguardo su tutto ciò che lo circonda, spezzando quei legami familiari che fino a quel momento, pur nella loro imperfezione, avevano consentito a tutti i personaggi di non annegare nella disperazione.

Alla fine è comunque solo l’evidenza di quel rapporto fondamentale (“io sono tuo fratello” urla Tommy a Sam per convincerlo a desistere dalla violenza verso gli altri e se stesso) che può fare la differenza, così come quella dell’unione matrimoniale, capace di andare oltre l’istintività del momento, la fatica del ricostruire e l’orrore per ciò che è accaduto.

E se il film si arresta prima di dare una risposta definitiva sul destino di Sam e dei suoi, è certo però che dice chiaramente della necessità di riconoscere la verità e perdonare per poter vedere la fine di una guerra che non è solo quella che si combatte nella desolazione dell’Afghanistan, ma prima di tutto nei cuori degli uomini in ogni luogo del pianeta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: JOI
Data Trasmissione: Lunedì, 4. Aprile 2011 - 21:00


Share |

IO, LORO E LARA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 11:16
Titolo Originale: IO, LORO E LARA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Carlo Verdone
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Francesca Marciano, Pasquale Plastino
Produzione: Warner Bros. Italia
Durata: 115'
Interpreti: Carlo Verdone, Laura Chiatti, Anna Bonaiuto, Angela Finocchiaro, Marco Giallini, Sergio Fiorentini

Carlo Mascolo, da 10 anni missionario in Africa, rientra a Roma perché teme di aver perso la vocazione.  I suoi superiori lo invitano a prendersi una pausa di riflessione e a rientrare per un certo periodo in seno alla sua famiglia. L'impatto non potrebbe essere più drammatico: i suoi fratelli sono interessati solo al denaro, il padre si è sposato con la sua giovane badante, perfino le ragazze di colore che  anni prima aveva peparato alla prima comunione ora, arrivate a Roma, si sono messe a fare le prostitute. Anche l'incontro con Lara, la figlia della badante-moglie del padre finisce per indebolire  le difese del sacerdote...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Padre Mascolo compie alcune opere buone nei cofronti dei suoi familiari e di chi gli sta vicino; il film si è però voluto caricare dell'impegno di fare il punto sulla condizione del sacedozio al giorno d'oggi, ma confonde la missione sacedotale con quella di un operatore sociale.
Pubblico 
Maggiorenni
Un sacerdote coinvolto in situazioni sempre più imbarazzanti, un uso eccessivo del turpiloquio, una rapida immagine di un nudo parziale femminile, alcuni dialoghi con dettagli sessuali
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a costruire una serie di situazioni comiche grazie alle capacità mimiche di Verdone e alla sapiente direzione dei comprimari, tutti nella parte.

Nelle più recenti produzioni  italiane sembrano essere di  gran voga personaggi che, similmente al Candido di Voltaire, si trovano impreparati ad affrontare un mondo diventato per loro troppo complesso e malvagio.
In Io & Marilyn il protagonista Gualtiero, desideroso solo di riappacificarsi con la moglie che ancora ama,  si trova  spiazzato di fronte alla realtà delle famiglie allargate e ingabbiato nella sua rinunciataria bonomia, si consola chiacchierando con una persona che non c'è (il fantasma di Marilyn) parlando di un mondo che non esiste più.

In questo film padre Mascolo, dopo dieci anni vissuti in Africa, ritorna alla famiglia di origine calandosi in un mondo di egoisti, avidi, sazi dei loro vizi  ma al contempo depressi e quando, ormai ritornato nella pace (psicologica) della sua Africa,   fa gli auguri di Natale con la webcam alla sua famiglia finalmente riunita, il suo sorriso di saluto,  carico di affetto, è al contempo "melanconico e rassegnato" come ha giustamente osservato Vittorio Messori sul Corriere della Sera dell' 8 gennaio, privo quindi di quella speranza che è caratteristica fondante della fede cristiana.  Il "mondo civilizzato" resta imprigionato nel suo degrado, perché così vanno le cose, mentre  in quest'Africa di maniera (le donne sono vestite con i colori sgargianti della feste anche solo per andare a fare la spesa) viene perpetuato il mito opposto del buon selvaggio.

Il dibattito che si è sviluppato intorno al film penso stia tutto qui: se guardiamo il film relativamente alla recente produzione comica ed in particolare agli ultimi cinepanettoni, occorre riconoscere che presenta una dose di volgarità e di turpiloquio sicuramente inferiore (ma si tratta di un ben triste confronto) pur riuscendo ugualmente a divertire grazie alle capacità mimiche di Verdone e alla sapiente direzione dei comprimari; se invece gli chiediamo (cosa che implicitamente pretende) un'analisi della fede oggi e del servizio sacerdotale, nonchè dei rapporti Africa-Occidente, non possiamo che essere contrari con le sue conclusioni.

Il Don Carlo che vediamo all'inizio del film tornare in Italia in crisi per la perdita di senso della sua missione ("Io non so più chi sono: sono sciamano, idraulico,... penso che (in Africa) ci sia più bisogno della protezione civile che della protezione divina) mostra di aver dimenticato l'obiettivo principale della sua missione, quello della evangelizzazione, ma forse non appare chiaro neanche all' autore, che sembra  riferisi  più allo stereotipo del sacerdote visto come "brava persona ed utile operatore sociale". Lo si nota anche dal fatto che arrivato a Roma,  vediamo don Carlo completamente immerso nei problemi della sua famiglia ma neanche una volta  entra in  chiesa  per fermarsi a pregare ad invocare l'aiuto di cui ha bisogno per ritrovare la fede.
In un'altra sequenza Verdone cerca di chiarire la sua visione di un sacerdote più moderno, più presente nel mondo: dice don Carlo a Lara:  "tu hai un'immagine trita e ritrita della figura del sacerdote. Noi non siamo così, noi siamo persone normali, normalissimi, noi non parliamo con voce vellutata di pace e serenità; io ascolto il rock e non soltanto i salmi" . Alla fine però la cosidetta modernizzazione di don Carlo consiste nel dimostrare di saper dire tante parolacce quante ne dice Lara.
Appare chiaro che la figura dl sacerdote serve al regista per innescare  una serie di situazioni di imbarazzo, quindi comiche: lui e il linguaggio esplicito in questioni di sesso, lui e la droga, lui di fronte a una ragazza nuda (inutile dire che l'ipotesi di un sacerdote che vive in una casa da solo con una giovane donna sarebbe semplicemente assurda, ma si tratta di una licenza artistica dell'autore).
I vizi dei suoi parenti  a cui è costretto ad assistere vertono tutti, immancabilemente, con "the best game in town": il sesso. Il padre converte le sue giovani badanti prima in amanti e poi in spose, pronto a vantarsi delle sue rinnovate prestazioni sessuali; il fratello e la sua compagna riescono ad accoppiarsi solo quando sono completamente "fatti"; anche Lara, fra una fugace storia d'amore e l'altra, arrotonda le sue entrate esibendo le sue grazie su Internet .
Verdone sembra anche aver assorbito le recenti polemiche frutto delle grossolane semplificazioni  dei media: le grandiose iniziative della Chiesa sul continenete africano si riducono anche per lui al problema dell'uso di profilattici: "occorre sottostare a certe regole che la Chiesa ci impone" dice padre Mascolo a Lara.
Più decisa e costruttiva la sua reazione sul tema del celibato sacerdotale: quando una donna, interessata a lui,  definisce tale pratica un inutile sacrificio, lui ribatte con decisione: "è un percorso di autodisciplina, una scelta"

Alla fine, don Carlo, buon "operatore sociale",  salverà dalla strada tre ragazze di colore che riporterà in Africa; riappacificherà la sua litigiosa famiglia;  contribuirà con la sua mediazione  a far si che Laura abbia di nuovo l'affido di suo figlio. Qualcosa di "umanamente valido" è sicuramente riuscito a fare. Ha agito dall'esterno, come bravo mediatore; non ha operato una "conversione del cuore" non ha fatto riflettere nessuno dei suoi familiari sul senso dei loro atti e sull'orientamento da dare alla loro esistenza.
Ma questa è un'altra storia: sarebbe stata la storia di un sacerdote vero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SOUL KITCHEN

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 11:05
Titolo Originale: Soul Kitchen
Paese: Germania
Anno: 2009
Regia: Fatih Akin
Sceneggiatura: Adam Bousdoukos e Faith Akin
Produzione: Corazón International
Durata: 99'
Interpreti: Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtrau

Zinos, giovane tedesco di origine greca, gestisce alla meglio il suo ristorante ricavato in un quartiere periferico di Amburgo: cucina semplice, clientela di bocca buona, poche pretese, almeno finché un vecchio compagno di scuola, Neumann, mette gli occhi sul fabbricato in vista di una speculazione immobiliare.
Ma intanto Zinos ha ben altri problemi da risolvere: l’altolocata fidanzata Nadine parte per Shangai, lui rimane con la schiena bloccata, suo fratello Illias ha bisogno di lavorare da lui per ottenere la semilibertà, mentre il sostituto cuoco è un genio pazzoide che finisce per allontanare i clienti storici.
Ma Zinos è deciso a non arrendersi e piano piano le cose cominciano a rigirare per il verso giusto: nuovo stile, nuovi clienti, grandi progetti per il futuro…ma il disastro è di nuovo dietro l’angolo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film presenta uno sguardo ottimista e fiducioso nelle capacità degli individui di dare il meglio di sé nonostante i propri limiti e i propri errori
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene a contenuto sensuale, accenni di nudo, uso di droghe.
Giudizio Artistico 
 
Un buon esempio di quel cinema di intrattenimento in formato europeo, capace di sfruttare le occasioni di racconto che i cambiamenti in atto nella società del vecchio continente offrono a piene mani

Dopo il dramma etnico La sposa turca Fatih Akin sorprende il suo pubblico decidendo di darsi alla commedia (il film è stata una delle migliori sorprese del Festival di Venezia 2009 dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria) e sfruttando al meglio un melting pot in salsa tedesca che normalmente fa da sfondo a drammi e storie di emarginazione.

Qui invece il volonteroso protagonista Zinos è un immigrato ben integrato (tanto da avere una ricca fidanzata tedesca, una premessa invero un po’ bizzarra, ma che si accetta grazie alla spigliatezza del protagonista), un uomo dai molti progetti e dagli affetti solidi, circondato da amici e collaboratori anche loro pieni di sogni: il barista rockettaro, la cameriera pittrice, il cuoco fondamentalista della buona cucina e in fondo anche il fratello scassinatore che si vergogna di essere stato in galera.

Zinios si arrabatta in una città caotica, ma non ostile, dove prevedibilmente gli ostacoli vengono da uomini d’affari opportunisti e burocrati del fisco e dell’ufficio d’igiene, anche loro tuttavia in qualche modo affascinati dall’allegra autarchia del locale di periferia.

Accompagnata da una musica trascinante ed eclettica la pellicola esplora un mondo dove si può passare dal fallimento al successo (e ritorno…) in una manciata di ore, ma dove tutto sommato regna una certa solidarietà tra poveracci, ma pure una curiosa forma di romanticismo a misura di tempi moderni (discreta e intelligente la linea che condurrà il protagonista verso una nuova storia d’amore).

Akin non disdegna di descrivere anche gli aspetti più grossolani di questo mondo colorato e caotico, dove la cucina raffinata del cuoco paranoico prima crea diffidenza e poi dà vita a una nuova bizzarra comunità nel vecchio magazzino abbandonato che sembra diventare un baluardo contro la disumanizzante modernizzazione delle città.

Per una volta, tra avventure tragicomiche e situazioni a un passo dal paradossale, a trionfare è uno sguardo ottimista e fiducioso nelle capacità degli individui di dare il meglio di sé nonostante i propri limiti e i propri errori e se qualche passaggio un po’ greve suggerisce cautela rispetto a un pubblico di giovanissimi, la pellicola tedesca offre un buon esempio di quel cinema di intrattenimento in formato europeo, capace di sfruttare le occasioni di racconto che i cambiamenti  in atto nella società del vecchio continente offrono a piene mani.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CINEMA 1
Data Trasmissione: Domenica, 27. Marzo 2011 - 21:10


Share |

IL RICCIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:56
Titolo Originale: Le Hérisson
Paese: Francia, Italia
Anno: 2009
Regia: Mona Achache
Sceneggiatura: Mona Achache dal romanzo L’eleganza del riccio di Muriel Barbery
Produzione: Les Films des Tournelles/France 2 Cinéma/Pathé/Topaze Bleue/Eagle Pictures
Durata: 100'
Interpreti: Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet

Paloma, undici anni, vive a Parigi in uno dei cinque magnifici appartamenti di uno stabile per ricchi borghesi e ha deciso di suicidarsi nel giorno del suo dodicesimo compleanno, per non vivere, come tutti gli adulti da cui è circondata, come un pesce in una boccia. Renée, la portinaia anziana e soprappeso dello stabile, nasconde dietro i suoi modi bruschi il segreto di una cultura raffinata e varia. Queste due esistenze sono destinate ad incrociarsi quando nell’edificio arriva il signor Ozu, un garbato giapponese che sembra intuire nelle due “donne” molto più di quello che rivelano al mondo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questa pellicola è elogio della cultura come risorsa nascosta , capace di mettere in contatto persone apparentemente diversissime, di liberarle da un destino già determinato dalla vita
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il desiderio di suicidio di una ragazza di 11 anni, potrebbe impressionare qualche bambino più sensibile
Giudizio Artistico 
 
La Achache ha qualche momento di regia un po’ troppo consapevole, che denuncia l’ansia della giovane regista di dare un’impronta “sua” ad un romanzo noto ma la pellicola si fa amare per la capacità di tratteggiare tre personaggi affascinanati
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LA PRIMA COSA BELLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:40
Titolo Originale: LA PRIMA COSA BELLA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Produzione: Indiana Production Company, Medusa Film, Motorino Amaranto
Durata: 116''
Interpreti: Valerio Mastrandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Giacomo Bibbiani

Bruno Michelucci è insegnante di liceo ma ha poco interesse per il lavoro: si porta dentro un malessere esistenziale che lo spinge a fuggire da tutti, compresa la donna con cui vive. Lo raggiunge la sorella Valeria: vuole che lui la accompagni a Livorno perché  Anna, la loro madre, ha ormai pochi giorni di vita. Il soggiorno nella città natale è l'occasione per ricordare la loro giovinezza; Anna, troppo bella per non scatenare pettegolezzi, era stata cacciata di casa da suo marito  e da quel momento lei e i suoi figli si erano spostati da una casa all'altra, in funzione delle "amicizie" che la madre aveva incontrato, senza che mai Anna smettesse di circondarli di attenzioni e di affetto...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La madre, espressione di un amore esuberante e libero, se è apprezzabile per la cura con cui accudisce i propri figli, non è giustificabile per la sua decisione di partorire un figlio su commissione
Pubblico 
Maggiorenni
Per i riferimenti all'uso di droga, per una scena di incontro amoroso fra adolescenti, per il caso di un figlio concepito su commissione
Giudizio Artistico 
 
Il film conferma la capacità di Paolo Virzì di imprimere vitalità alle sue storie grazie anche alla bravura di tutti gli attori. Qualche eccesso di patetismo nella parte finale.

La mamma è sempre la mamma, sempre affettuosa e mai dimentica dei figli, anche quando si comporta in modo disinvolto nelle sue relazioni amorose.
Potrebbe essere questa la sintesi emotiva del film che ruota interamente intorno alla figura di Anna (interpretata da giovane da Micaela Ramazzotti e in vecchiaia da Stefania Sandrelli), ma in realtà il simbolo che si coglie in questa figura femminile  è ancora più ampio: sembra rappresentare, con la sua vitalità inesauribile, la sua esuberanza generosa e ingenua quasi la forza vitale di Cibele o di altre antiche divinità che rappresentavano la fecondità della natura. Anche l'episodio finale, il più scabroso, quando Anna accetta di procurare, con la sua gravidanza,  una prole a una coppia sterile, sembra rispecchiare questo simbolo.
Paolo Virzì ribadisce che il film non è autobiografico (anche se pesca inevitabilmente nel suo vissuto giovanile nella città toscana) e in effetti il simbolismo di cui è carico la figura di Anna sembrano tradire la voglia di trasmetterci la sua idea di donna-madre più che un personaggio reale.
Nel  2009 altri due autori, Giuseppe Tornatore con Baaria e Sergio Rubini con L'uomo nero, hanno realizzato  film realmente autobiografici e si vede: i personaggi che rappresentano le loro madri da giovani sono trattati con grande cura ed affetto, tutti i loro gesti sono addolciti dal ricordo e sono tenuti lontani da qualsiasi comportamento che possa minimamente esser considerato  disdicevole.
Inoltre  entrambi gli autori racchiudono in un unico ricordo inscindibile sia la madre che il padre, nel loro relazionarsi fra di loro e con i figli, visti  entrambi responsabili della loro formazione umana.

Nel racconto di Virzì la situazione è più dolorosa: il padre è un carabiniere che mal tollera le attenzioni degli altri verso la bella moglie e quel suo gesto di cacciarla di casa diventa un altro simbolo del film, quello dell'intolleranza e della grettezza di vedute (l'unico momento in cui Virzì  devia verso la satira mordace è quando realizza un contrappunto di sequenze dove si mostrano prima i figli accuditi in modo affettuosamente anarchico dalla madre e poi, nel breve periodo in cui questi restano con il padre, li vediamo costretti a recitare la preghiera prima dei pasti e poi seguire una processione religiosa, simbolo, secondo il regista, di bigotta ipocrisia).

Sarebbe comunque errato valutare il film esclusivamente per i riferimenti simbolici che il regista ci vuole comunicare: Virzì ha  indubbie capacità di portare sullo schermo  personaggi realistici,  coadiuvato in questo da ottimi attori. Possiamo anzi dire che il regista è un degno erede della tradizione della commedia all'italiana proprio per quel suo mescolare personaggi simpaticamente reali, un'ottima sceneggiatura e mordaci rappresentazioni dei costumi della società.

Virzì ha intelligentemente costruito il personaggio del figlio Bruno come contraltare alla solarità  imbarazzante della madre, proprio a sottolineare che certi comportamenti non sono neutri e si riflettono sui propri figli.

Ragazzo sensibile ed introverso, soffre delle attenzioni di cui è oggetto la madre da parte di troppi uomini: ascolta in silenzio i loro  apprezzamenti  espliciti. Cresce taciturno, anaffettivo, sfugge a tutti quegli incontri che potrebbero procurargli sofferenza, è un consumatore occasionale di stupefacenti, come lui stesso si definisce. Solo con la morte della madre, quasi a segnare la fine di un'epoca, sembra che sia giunto per lui il momento di prender le redini della propria vita.
Anche la sorella di Bruno non sembra discostarsi molto dalla linea della madre: finisce per stancarsi di suo marito per accettare le attenzioni del suo datore di lavoro.

Nella scena finale dove tutti si sono riuniti intorno al capezzale della madre morente incluso il figlio partorito su commissione, non si può non constatare il naturale approdo della rappresentazione di Virzì verso la famiglia allargata, logica conseguenza della non volontà dei protagonisti di impegnarsi in legami stabili.  Anche Francesca Comencini con il suo Lo spazio bianco, in modo anche più radicale di Paolo Virzì, aveva esaltato la bellezza assoluta della maternità ma con pari forza aveva affermato la libertà della protagonista di vivere liberamente la propria sessualità senza legami stabili. Morta la famiglia monogamica, sembrano dire questi autori, gli unici legami forti restano quelli di sangue. 

Per fortuna Baaria e L'uomo nero ci hanno raccontato storie diverse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

TRA LE NUVOLE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:27
Titolo Originale: Up in the Air
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Jason Reitman
Sceneggiatura: Sheldon Turner, Jason Reitman
Produzione: Montecito Picture Company, Rickshaw Productions
Durata: 108''
Interpreti: George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick

Ryan Bingham lavora per un'azienda che ha il compito di gestire il licenziamento dei  dipendenti per conto di aziende terze. Si sposta continuamente da una città all'altra, gli alberghi sono la sua casa, è contento di questa sua vita passata nel confort delle trasferte a piè di lista e di non aver alcun tipo di legame. Qualcosa però potrebbe cambiare: accetta all'inizio controvoglia di partecipare al matrimonio di sua sorella minore ma sopratutto nelle sue trasferte conosce Alex, una donna avvenente  che vive continuamente "tra le nuvole", come lui....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista realizza un'analisi lucida e tagliente della single society americana ma non è in grado di proporre reali alternative
Pubblico 
Adolescenti
Un breve nudo femminile di schiena
Giudizio Artistico 
 
Un'ottima sceneggiatura, forse un po' troppo cosciente di esserlo, tende verso la fredda accademia. Il personaggio di Ryan sembra perfettamente ritagliato sull'ineffabile George Cloney

Il tema dello scapolo impenitente che non ha alcun interesse a sposarsi è stato affrontato varie volte al cinema. Il più noto è probabilmente The Family Man (2000): un giovane aveva abbandonato la fidanzata per cercare carriera e successo; quando si è ormai abituato a vivere da solo, una specie di incantesimo gli fa provare tutte le gioie (ma anche i sacrifici) della vita in famiglia a cui ha voluto rinunciare.

Ora il tema viene riproposto nove anni dopo ma la situazione pare come peggiorata: in questo film sembra che il cuore di questi business men e women, si sia come ibernato; la loro capacità di relazionarsi è nulla (ci si lascia con la fidanzata o ci si licenzia dall'azienda con un semplice SMS), le famiglie, quando raramente vengono costituite, finiscono per disgregarsi;i vecchi genitori vengono mandati in pensioni dorate, dove finiscono per  morire da soli.
In ambito lavorativo le aziende che debbono licenziare dei dipendenti fanno fare "il lavoro sporco" ad anonime agenzie che svolgono sbrigativamente il loro compito (magari a distanza, tramite un collegamento video) limitandosi a  qualche vuota parola di incoraggiamento.

 Il nostro protagonista, oltre a fare il tagliatore di teste, partecipa a vari convegni come conferenziere per diffondere la sua filosofia del disimpegno: si porta  con sè uno zaino, invita  gli uditori a riempirlo con l'immaginazione di tutte le cose che  stanno loro a cuore (l'automobile come la casa, ma anche degli affetti più cari) per poi  provare a sentire come ci si sente liberi togliendosi lo zaino dalle spalle.
Rayan è il primo a seguite alla lettera questa filosofia: la sua casa sono gli alberghi, la sua auto i taxi, non ha mai pensato a sposarsi, vive di incontri occasionali e si lascia coccolare dai privilegi che gli vengono concessi come cliente abituale, dalle compagnie aeree e dagli alberghi.

L'ottima sceneggiatura scandisce senza pietà i dialoghi di Ryan e dei suoi simili della single society ,  brillanti, sagaci, cortesi quanto impersonali; il momento chiave del film è proprio quando Ryan, si, proprio lui, è invitato a far cambiare idea al promesso sposo di sua sorella che il proprio il giorno prima del matrimonio mostra di avere  profondi ripensamenti.

"Non penso che sarò in grado di arrivare in fondo- dice il giovane- stiamo comprando casa, andremo a vivere insieme, avremo un figlio, e poi un altro figlio, poi Natale, il giorno del Ringraziamento, le vacanze scolastiche. Tutto a un tratto si stanno laureando, trovano lavoro e si sposano. Poi divento nonno, vado in pensione, perdo i  capelli, ingrasso e prima che me ne accorga sono morto. Non faccio che pensare: a che serve? Che sto mettendo in piedi qui?".
Ryan deve assolutamente trovare una risposta convincente: " il matrimonio può essere un inferno e hai ragione: tutte quelle cose porteranno alla tua eventuale dipartita. Il tempo passa per tutti e finiremo tutti nello stesso posto. Quindi non serve a niente. Ma se tu ripensi ai ricordi più importanti della tua vita, eri forse da solo? Sicuramente no. La vita è pure compagnia. A tutti serve un copilota".

Per i personaggi del film, che debbono imparare l'ABC dell'amore, lo scoprire che l"avere un copilota" è almeno un riparo nelle avversità della vita è sicuramente molto poco, ma per loro è già qualcosa.

Il difetto di questo film è proprio questo: ottimo nella lucida analisi della disumanizzazione cortese della nostra società, non ha una vera proposta alternativa: nel prosieguo della storia vediamo che anche chi ha deciso di costruirsi una famiglia finisce per separarsi o per tradire.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RETE 4
Data Trasmissione: Martedì, 24. Febbraio 2015 - 21:15


Share |

BACIAMI ANCORA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 14:07
Titolo Originale: BACIAMI ANCORA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino
Produzione: Fandango, Mars Film, Medusa
Durata: 140''
Interpreti: Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Marco Cocci, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Primo Reggiani

Ritroviamo, dieci anni dopo, gli stessi protagonisti de L'ultimo bacio: Carlo e Giulia che si erano sposati ma ora sono in attesa della separazione ognuno con un nuovo partner;  Adriano, che aveva lasciato la moglie Livia e il figlio di un anno per sfuggire alle proprie responsabilità, ora è tornato e cerca di porre rimedio ai suoi errori; Marco, che  avevamo conosciuto felicemente sposato con Veronica, sta attraversando un periodo di profonda crisi perché il figlio tanto atteso non arriva; Paolo non riesce a riprendersi dalle sue periodiche crisi depressive, confortato solo in parte da Livia,  mentre Alberto, coerente con la sua scelta di non avere nessun legame, desidera solo di ripartire questa volta per il Brasile....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Muccino riesce a fotografare l'attuale generazione dei quarantenni in tutta la sua fragilità che appare però come costitutiva della sua essenza, senza possibilità di riscatto
Pubblico 
Maggiorenni
Due scene di rapporti amorosi, uno con breve nudità integrale
Giudizio Artistico 
 
Muccino è sempre molto bravo nel valorizzare al meglio le prestazioni degli attori e nel non far cadere l'attenzione dello spettatore; ma il suo stile personalissimo rischia di diventare maniera

Una generazione di quarantenni  oscilla intorno a un punto di equilibrio che non riesce mai a raggiungere. Per fortuna ci pensa madre natura  a far nascere dei figli e a portarli su delle scelte che non saprebbero prendere da soli. Potrebbe essere questa la morale che emerge dall'ultimo film di Muccino.

Sono passati 10 anni dalle vicende de l'Ultimo bacio e in effetti qualcosa è cambiato in  questi uomini e donne che sembravano spinti da un'unica motivazione:  dilatare all' infinito il tempo della ricerca spensierata di nuove sensazioni forti, senza farsi incastrare da troppi impegni e responsabilità. Adesso che il futuro è diventato presente e  si è ripiegato sui loro destini, non corrono più, si sentono stressati  e appesantiti dal rimorso degli errori commessi e il loro cuore é sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori nuovi mai completamente accettati.

E' nuova rispetto al precedente film, la presenza di due bambini (la figlia di Carlo e Giulia e il figlio di Adriano e Livia): segni concreti che la responsabilità tanto evitata, ora è una presenza  viva ma che ha assunto per i genitori l'aspetto disumano della ricerca  per i loro figli di una purezza e una non contaminazione dalla loro vita scombinata, impossibile da raggiungere.
Ugualmente nuova è la preoccupazione per la salute, che genera tanto più ansia  quanto le cause dei loro mali sono spesso ignote; la fine, come racconta il medico a Carlo, può arrivare in qualsiasi momento.

Anche se i personaggi sono tanti, sono in realtà  varianti di una sola autobiografia, quella di Muccino, che si racconta all'arrivo dei suoi quarant'anni. Nanni Moretti aveva compiuto un percorso simile alla stessa età: aveva raccontando l'ansia per la sua prossima paternità in  Aprile-1998 mentre in Caro diaro- 1994 aveva ironizzato sull'inutilità delle tante cure a cui si era sottoposto per una sua misteriosa allergia.

Se l'ultimo bacio è stato un film importante per la sua capacità di raccontarci in forma viva quella strana forma di adolescenza prolungata dell'allora nuova generazione dei trentenni, bisogna comprendere se anche questa volta Muccino ha colto nel segno nel riuscire a generalizzare il profilo degli attuali quarantenni attraverso questi figli di una media borghesia romana dove a quanto pare è molto più facile trovare dei single delusi che delle coppie felici.

In realtà se sono state delineate, come abbiamo visto, alcune caratterizzazioni generazionali, sono molto più evidenti le similitudini fra i due film per quel modo specifico di essere uomini e donne che Muccino ci vuole raccontare. I protagonisti sembrano come sospinti da una tempesta di sensazioni che non possono controllare: si rincorrono e si lasciano, cedono all'isteria e si abbandonano alla tenerezza, manifestano desiderio di possesso ma anche dipendenza emotiva l'una dall'altro.

L'antropologia di Muccino è angosciante: si tratta di esseri umani che sono un fascio scomposto di istintività ed emotività che non possono  controllare; hanno perso ogni capacità superiore di ragionare, di riflettere, di controllare il proprio futuro e programmarlo. Negli affetti si godono l'attimo dell'amore corrisposto che è solo un attimo perché domani è già un altro giorno: il tradimento è in agguato. Le banche del cuore sono state tutte chiuse: non ci sono garanzie, non ci sono impegni,  non ci sono responsabilità.

Incapaci di vivere uno senza l'altra, sono altrettanto incapaci di combattere contro il proprio  orgoglio, le proprie pulsioni sessuali e la  barca della loro vita va perennemente alla deriva. L'unico che fa eccezione nel gruppo è Alberto perché ha scelto di non giocare la partita: è sereno semplicemente perché non ha legami e puerilmente continua a spostare in avanti  i propri sogni.
Dobbiamo riconoscere che ancora una volta (ma senza grosse novità rispetto al primo film) Muccino traccia un quadro vivido ma desolante di uomini e donne di oggi che paiono delle amebe, prive di struttura portante. Il film non mostra alcuna evoluzione nell'atteggiamento dei personaggi (generando così qualche momento di stanchezza nella parte centrale) e se poi approda a un finale positivo ciò è dovuto all'intervento benigno di madre natura, che ricorda loro che quando ci si ama possono anche nascere dei figli.

In linea con altri film della più recente produzione italiana (la prima cosa bella, lo spazio bianco) , c'è rimasto un solo valore su cui si può puntare: quello della maternità e della paternità, ora che la ricchezza del rapporto uomo-donna ha perso l'attributo della stabilità.

Solo a tratti, timidamente, si  intravede  la nostalgia di altri mondi, altre soluzioni: quando Adriano per il suo nuovo lavoro,  deve trasportae un enorme crocifisso, si attarda per un momento a guardare il Cristo sofferente; lo pianta solidamente, soddisfatto  al centro dell'abside della chiesa; una immagine che ricorda l'enorme statua dl Cristo che viene portato via da Roma in elicottero nell'incipit de La dolce Vita, esattamente cinquant'anni fa, forse l'inzio simbolico di quella disgregazione di cui Muccino ne constata le conseguenze.

Muccino è molto bravo come sempre nel far recitare gli attori (in prima fila Vittoria Puccini e Sabrina Impacciatore) e con una tecnica di ripresa e di montaggio molto dinamici riesce a tenere desta l'attenzione: si è costruito ormai uno stile molto personale che però, replicato per la durata di due ore e venti del film, rischia di diventare maniera.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

BACIAMI ANCORA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:53
Titolo Originale: BACIAMI ANCORA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino
Produzione: Fandango, Mars Film, Medusa
Durata: 140''
Interpreti: Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Marco Cocci, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Primo Reggiani

Ritroviamo, dieci anni dopo, gli stessi protagonisti de L'ultimo bacio: Carlo e Giulia che si erano sposati ma ora sono in attesa della separazione ognuno con un nuovo partner;  Adriano, che aveva lasciato la moglie Livia e il figlio di un anno per sfuggire alle proprie responsabilità, ora è tornato e cerca di porre rimedio ai suoi errori; Marco, che  avevamo conosciuto felicemente sposato con Veronica, sta attraversando un periodo di profonda crisi perché il figlio tanto atteso non arriva; Paolo non riesce a riprendersi dalle sue periodiche crisi depressive, confortato solo in parte da Livia,  mentre Alberto, coerente con la sua scelta di non avere nessun legame, desidera solo di ripartire questa volta per il Brasile....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Muccino riesce a fotografare l'attuale generazione dei quarantenni in tutta la sua fragilità che appare però come costitutiva della sua essenza, senza possibilità di riscatto
Pubblico 
Maggiorenni
Due scene di rapporti amorosi, uno con breve nudità integrale
Giudizio Artistico 
 
Muccino è sempre molto bravo nel valorizzare al meglio le prestazioni degli attori e nel non far cadere l'attenzione dello spettatore; ma il suo stile personalissimo rischia di diventare maniera

Una generazione di quarantenni  oscilla intorno a un punto di equilibrio che non riesce mai a raggiungere. Per fortuna ci pensa madre natura  a far nascere dei figli e a portarli su delle scelte che non saprebbero prendere da soli. Potrebbe essere questa la morale che emerge dall'ultimo film di Muccino.

Sono passati 10 anni dalle vicende de l'Ultimo bacio e in effetti qualcosa è cambiato in  questi uomini e donne che sembravano spinti da un'unica motivazione:  dilatare all' infinito il tempo della ricerca spensierata di nuove sensazioni forti, senza farsi incastrare da troppi impegni e responsabilità. Adesso che il futuro è diventato presente e  si è ripiegato sui loro destini, non corrono più, si sentono stressati  e appesantiti dal rimorso degli errori commessi e il loro cuore é sovraccarico di amori lasciati ma mai dimenticati e di amori nuovi mai completamente accettati.

E' nuova rispetto al precedente film, la presenza di due bambini (la figlia di Carlo e Giulia e il figlio di Adriano e Livia): segni concreti che la responsabilità tanto evitata, ora è una presenza  viva ma che ha assunto per i genitori l'aspetto disumano della ricerca  per i loro figli di una purezza e una non contaminazione dalla loro vita scombinata, impossibile da raggiungere.
Ugualmente nuova è la preoccupazione per la salute, che genera tanto più ansia  quanto le cause dei loro mali sono spesso ignote; la fine, come racconta il medico a Carlo, può arrivare in qualsiasi momento.

Anche se i personaggi sono tanti, sono in realtà  varianti di una sola autobiografia, quella di Muccino, che si racconta all'arrivo dei suoi quarant'anni. Nanni Moretti aveva compiuto un percorso simile alla stessa età: aveva raccontando l'ansia per la sua prossima paternità in  Aprile-1998 mentre in Caro diaro- 1994 aveva ironizzato sull'inutilità delle tante cure a cui si era sottoposto per una sua misteriosa allergia.

Se l'ultimo bacio è stato un film importante per la sua capacità di raccontarci in forma viva quella strana forma di adolescenza prolungata dell'allora nuova generazione dei trentenni, bisogna comprendere se anche questa volta Muccino ha colto nel segno nel riuscire a generalizzare il profilo degli attuali quarantenni attraverso questi figli di una media borghesia romana dove a quanto pare è molto più facile trovare dei single delusi che delle coppie felici.

In realtà se sono state delineate, come abbiamo visto, alcune caratterizzazioni generazionali, sono molto più evidenti le similitudini fra i due film per quel modo specifico di essere uomini e donne che Muccino ci vuole raccontare. I protagonisti sembrano come sospinti da una tempesta di sensazioni che non possono controllare: si rincorrono e si lasciano, cedono all'isteria e si abbandonano alla tenerezza, manifestano desiderio di possesso ma anche dipendenza emotiva l'una dall'altro.
L'antropologia di Muccino è angosciante: si tratta di esseri umani che sono un fascio scomposto di istintività ed emotività che non possono  controllare; hanno perso ogni capacità superiore di ragionare, di riflettere, di controllare il proprio futuro e programmarlo. Negli affetti si godono l'attimo dell'amore corrisposto che è solo un attimo perché domani è già un altro giorno: il tradimento è in agguato. Le banche del cuore sono state tutte chiuse: non ci sono garanzie, non ci sono impegni,  non ci sono responsabilità.
Incapaci di vivere uno senza l'altra, sono altrettanto incapaci di combattere contro il proprio  orgoglio, le proprie pulsioni sessuali e la  barca della loro vita va perennemente alla deriva. L'unico che fa eccezione nel gruppo è Alberto perché ha scelto di non giocare la partita: è sereno semplicemente perché non ha legami e puerilmente continua a spostare in avanti  i propri sogni.
Dobbiamo riconoscere che ancora una volta (ma senza grosse novità rispetto al primo film) Muccino traccia un quadro vivido ma desolante di uomini e donne di oggi che paiono delle amebe, prive di struttura portante. Il film non mostra alcuna evoluzione nell'atteggiamento dei personaggi (generando così qualche momento di stanchezza nella parte centrale) e se poi approda a un finale positivo ciò è dovuto all'intervento benigno di madre natura, che ricorda loro che quando ci si ama possono anche nascere dei figli.

In linea con altri film della più recente produzione italiana (la prima cosa bella, lo spazio bianco) , c'è rimasto un solo valore su cui si può puntare: quello della maternità e della paternità, ora che la ricchezza del rapporto uomo-donna ha perso l'attributo della stabilità.

Solo a tratti, timidamente, si  intravede  la nostalgia di altri mondi, altre soluzioni: quando Adriano per il suo nuovo lavoro,  deve trasportae un enorme crocifisso, si attarda per un momento a guardare il Cristo sofferente; lo pianta solidamente, soddisfatto  al centro dell'abside della chiesa; una immagine che ricorda l'enorme statua dl Cristo che viene portato via da Roma in elicottero nell'incipit de La dolce Vita, esattamente cinquant'anni fa, forse l'inzio simbolico di quella disgregazione di cui Muccino ne constata le conseguenze.

Muccino è molto bravo come sempre nel far recitare gli attori (in prima fila Vittoria Puccini e Sabrina Impacciatore) e con una tecnica di ripresa e di montaggio molto dinamici riesce a tenere desta l'attenzione: si è costruito ormai uno stile molto personale che però, replicato per la durata di due ore e venti del film, rischia di diventare maniera.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

AN EDUCATION

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:37
Titolo Originale: An Education
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2009
Regia: Lone Sherfig
Sceneggiatura: Nick Hornby, basato sulle memorie autobiografiche di Lynn Barber
Produzione: Finola Dwyer e Amanda Posey per Finola Dwyer Productions/Wildgaze Films
Durata: 100''
Interpreti: Peter Sarsgaard, Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike, Olivia Williams, Emma Thompson

1961: Jenny, sedicenne figlia di una coppia piccolo borghese che ha investito tutto per la sua educazione, è totalmente assorbita dagli studi per ottenere quei risultati che le garantiranno l’ingresso alla prestigiosa università di Oxford, ma intanto sogna Parigi. Un giorno però incontra l’affascinante e gentile David, molto più grande di lei, che le spalanca un mondo fatto di musica, arte, ristoranti, e amore. Jenny è conquistata da quest’educazione “diversa” che sembra mettere sotto sopra tutto quello in cui ha creduto fino a quel momento. Ma forse anche David non è quello che sembra…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
la storia è quella di una "perdizione", una disillusione dolorosa che fa mettere in crisi ogni cosa ma nel finale la protagonista, anche grazie all'aiuto di una insegnante sensibile e coraggiosa, ritrova le ragioni per riprendere a studiare e a vivere
Pubblico 
Maggiorenni
Scene sensuali e di nudo, linguaggio esplicito.
Giudizio Artistico 
 
E' un racconto di formazione che coglie con grande sensibilità un momento cruciale di trasformazione non solo di una ragazza, ma anche di un intero paese. Personaggi ben tratteggiati
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

PARANORMAL ACTIVITY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:14
Titolo Originale: paranormal activity
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Oren Peli
Sceneggiatura: Oren Peli
Produzione: Blumhouse Productions
Durata: 86'
Interpreti: Katie Featherston, Micah Sloat

Katie e Micah si sono trasferiti nella loro nuova abitazione. Lui è un esperto di elettronica e decide di  installare nella camera da letto una telecamera per tranquilizzare Katie che ritiene che di notte ci sia un "essere" che viene a far loro visita...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non c'è nessun "messaggio"da cogliere in questo film se non la furbizia di cercar di sapventare lo spettatore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il racconto può crere apprensione nei più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Produzione a basso costo di modesta qualità

“Paranormal Activity” suscita l’emozione degli eventi. Dal settembre scorso non si parla di altro.
Come può un film costato appena 15.000 dollari incassarne più di 100 milioni negli Stati Uniti, e tenere testa a megaproduzioni costate diecimila volte tanto? Come può un film girato in una casa su due piani, davvero piccola, con la telecamera a mano, sulle spalle o fissa davanti ad un letto, convincere gli spettatori a mettersi in fila a frotte e pagare il prezzo del biglietto?

Evidentemente è possibile. L’esordiente di origini israeliane Oren Peli, con due attori soltanto (un terzo appare brevemente solo due  volte), sfrutta al meglio un’antica paura, degna della festa di Halloween, sperimentata in passato con successo in “The Blair Witch Project”. Già la letteratura romantica e gotica, nella seconda metà dell’Ottocento, aveva trasferito all’interno della casa borghese la paura per mostri, fantasmi, presenze disturbanti, macchine umane. Sigmund Freud, addirittura, analizzò un breve racconto di E.T.A. Hoffmann, “L’uomo della sabbia”, per ragionare attorno al concetto di “perturbante”, cioè l’inquietudine suscita da qualcosa ritenuto comunque familiare.

E familiare è l’ossessione raccontata in “Paranormal Activity”. Una coppia di ragazzi, sin troppo normali, vive in una casa a San Diego. Sono una coppia felice: si amano. Abitano in un bell’appartamento con piscina. Lei studia per laurearsi; lui ha una padronanza dell’elettronica. Lo vediamo installare una costosissima telecamera nella stanza da letto. A cosa serve? La ragazza avverte strane presenze nella casa. Sin da bambina convive con questo problema. Solo che adesso sta diventando una angosciosa nevrosi. Quindi la telecamera dovrà registrare, mentre dormono le notte, eventuali presenze altrimenti impercettibili. Si parte dunque da un’esagerazione, abbastanza improbabile: nell’epoca della riproducibilità tecnica, le immagini sono chiamate a testimoniare l’esistenza dell’invisibile.

Eppure immagine dopo immagine, la preoccupazione si trasforma in ossessione; il timore in paura; l’incertezza in certezza. Uno spirito demoniaco vive accanto a loro, tormenta le loro notti, li sta riducendo a brandelli. Ci sarebbe bisogno di un esorcista per allontanare lo spirito maligno.

“Paranormal Activity” è l’essenza purissima di un grande “imbroglio mediatico”. Il cinema americano distrugge ogni concorrente con la forza della tecnologia, come dimostra Avatar. Come si può resistere alla tridimensionalità, ai meravigliosi effetti speciali, al romanticismo fuso nell’ecologismo? Infatti non si può resistere. Ma non si riesce a resistere neppure al contrario di tutto ciò. Basta realizzare, senza troppi sforzi, “Paranormal Activity”.

Basta servirsi della rete, per far capire che i fantasmi esistono, e si possono riprendere con la telecamera. Mettere in giro la notizia che Spielberg, addirittura Steven Spielberg, si è spaventato alla visione del film. Il gioco, quando si sa giocare, è fatto.

Poi che “Paranormal Activity” si possa considerare un film, dal valore di sette euro la poltrona, è tutto da dimostrare. Quando si accendono le luci, molti spettatori pensano che lo spettacolo non sia ancora finito. Qualcuno sospetta un inceppamento della pellicola. Altri, certi che la storia debba ancora andare avanti,  si domandano dove sono i titoli di coda.

Ma dove possono essere? Ci sono due attori, una casa, una telecamera e un fantasma. E il fantasma non ha neppure un nome.         

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |