Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

NON SPOSATE LE MIE FIGLIE 2

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/04/2019 - 17:53
Titolo Originale: Qu'est-ce qu'on a encore fait au bon Dieu?
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Philippe de Chauveron
Produzione: LES FILMS DU 24
Durata: 99
Interpreti: Christian Clavier, Chantal Lauby, Ary Abittan, Medi Sadoun, Frédéric Chau, Noom Diawara,

Nel primo film della serie avevamo visto Claude e Marie, una coppia alto borghese di cultura cattolica che vive nella campagna della Touraine rassegnarsi a vedere le loro quattro figlie sposate con uomini di origini e culture molto distanti dalla loro: un musulmano di origini algerine, Chao, un cinese ateo un ebreo e un senegalese. In questo secondo film si ritrovano ad affrontare una nuova prova: le quattro famiglie hanno deciso di trasferirsi nei rispettivi paesi di origine dei mariti, ma Claude e Marie non si perdono d’animo: escogitano un piano ed invitano i quattro generi a passare un weekend con loro senza le mogli. Intanto arrivano in Francia i loro consuoceri senegalesi per il matrimonio della loro unica femmina; non hanno ancora conosciuto il futuro marito e una grande sorpresa li attende...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I valori della famiglia, anche in caso di coppie miste, viene confermato in questo sequel ma il film dimostra di banalizzare il valore della fede, ponendolo alla strega di retaggio di tradizioni senza valore dei vari paesi
Pubblico 
Adolescenti
E’ necessaria una certa maturità critica per decifrare il messaggio del film
Giudizio Artistico 
 
I due padri, Christian Clavier e Noom Diawara tengono alto, quasi da soli, la comicità del film. La sceneggiatura riesce ad a aggiungere ben poco rispetto al precedente lavoro
Testo Breve:

Questo sequel di un film francese di successo non riesce a essere originale rispetto al predentee, anzi peggiora alcuni difetti che erano latenti nella prima versione

Il primo film della serie è stato indubbiamente un grande successo di botteghino (12 milioni di spettatori): era stato capace di far ridere, costruendo una situazione paradossale, sul tema dei matrimoni misti che in Francia costituisce un fenomeno importante e a mettere alla berlina il pregiudizio razziale. Nel recensire il primo film avevamo già sottolineato, al di là del successo, la fragilità dell’impostazione. Niente a che vedere, con un altro grande successo che aveva affrontato ridendo un tema serio: quello dell’infermità (Quasi amici- FilmOro). Claude e Marie, ormai-nonni, hanno ben poco di cui lamentarsi: i quattro generi sono dei professionisti affermati, ben inseriti nella buona borghesia francese. Siamo lontani dai problemi delle banlieu parigine. Inoltre le frecciate contro le diverse culture erano state, nel primo film, molto bonarie, e ci si era limitati a ironizzare sull’attaccamento a certi costumi locali, dovuti per lo più alle tradizioni religiose (la circoncisione, il non mangiare maiale per ebrei e arabi, lo spirito commerciale e l’incapacità di sorridere dei cinesi).

Con queste deboli premesse, costruire un sequel diventava un’operazione delicata. Il secondo film si mantiene infatti ben attento a non deviare dalla strada maestra che ha attirato la simpatia del pubblico (nei pranzi domenicali che vedono tutta la grande famiglia riunita, si ripetono le prese in giro nei confronti dei cliché con cui sono identificati arabi, ebrei, cinesi) e non mancano alcuni comici giochi al malinteso, determinati dal timore per il terrorismo. Ma occorreva al contempo inventarsi qualche nuovo pretesto narrativo ed è qui che si manifesta la debolezza del film. I quattro generi decidono all’unisono di trasferirsi nei loro paesi di origine nell’aspettativa di nuove opportunità di lavoro, con grande sgomento da parte dei due nonni, che rischiano di trovarsi soli nella loro grande casa di campagna. L’evoluzione del racconto costituisce un’apologia della bellezza della Francia (con tanto di visita ai castelli della Loira) e un’esaltazione delle sue opportunità di lavoro, quindi un tema poco interessante al di fuori dei suoi confini ma ciò che soprattutto dispiace è la perdita della chimica all’interno delle coppie, presente nel primo film. Si può anzi dire che questo secondo sia caratterizzato da una certa misoginia: la decisione di andare all’estero viene presa dai soli mariti, con le mogli francesi che accettano acriticamente.

C’è un altro aspetto che peggiora in questo sequel ed è il valore che viene attribuito alla fede religiosa.Avevamo già visto nel precedente film che la religione non era altro che una componenente del folklore di un determinato paese, un pretesto per imbastire piacevoli feste comunitarie, come la messa di Natale o la cerimonia della circoncisione per gli ebrei. Adesso anche questo film si allinea sul tema più gettonato nel cinema contemporaneo: quello dell’omosessualità.  Se la figlia di Koffi è arrivata fino in Francia per potersi sposare con un’altra donna e se il padre è svenuto nell’apprendere la notizia, è giusto aspettarsi che il padre senta l’impegno di stare vicino a sua figlia, sempre e comunque, ma il film banalizza il problema, mostrando due ragazze vestite entrambe in bianco con tanto di velo che si presentano in municipio secondo un cerimoniale che vuole scimmiottare le tradizioni plurisecolari del matrimonio fra un uomo e una donna. A rincarare la dose, viene riproposto il personaggio del giovane parroco del luogo, che troviamo allegramente a ballare alla festa di nozze delle due sposine.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA PARANZA DEI BAMBINI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/19/2019 - 17:43
Titolo Originale: La paranza dei bambini
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Claudio Giovannesi
Sceneggiatura: Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi
Durata: 110
Interpreti: Francesco Di Napoli, Ar Tem, Alfredo Turitto, Ciro Pellecchia, Ciro Vecchione, Mattia Piano Del Balzo, Viviana Aprea, Pasquale Marotta, Aniello Arena, Renato Carpentieri

Nuovi giovani boss prendono il potere del quartiere Sanità di Napoli. Vivono come se avessero cinquanta anni ma il loro cuore e la loro mente ne ha solo quindici.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film, che non inventa ma registra un fenomeno reale, è un pugno allo stomaco davanti a ragazzi che conoscono solo il linguaggio delle armi e della sopraffazione, senza che nessuno prospetti loro vite alternative.
Pubblico 
Maggiorenni
Uso normale di droga, alcool e violenza mentre il sesso è suggerito, solo leggermente esplicito in una veloce scena.
Giudizio Artistico 
 
Film che ha il grande merito di raccontare una realtà senza ricorrere alla pura adrenalina o alla facile violenza. Orso d’argento per la miglior sceneggiatura all’ultimo festival di Berlino.
Testo Breve:

Un gruppo di adolescenti cerca di prendere il controllo del Rione Sanità perché crede di aver imparato la legge delle armi. Una storia sgradevole ma molto simile al vero

Le regole sono chiare: il potere è per chi sa gestirlo. Per chi ha armi e le sa usare, per chi sa stare al posto suo e non guarda in faccia il debole. Il lavoro e lo studio non sono il futuro per questi quindicenni che dell’amicizia e del rispetto sembrano aver capito tutto. Sfrecciano sugli scooter e vorrebbero entrare nei locali costosi ma non hanno i mezzi economici. Si chiamano con soprannomi Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò, quasi tutti tranne Nicola, il loro capo.

Sognano magliette sportive dispendiose, case kitsch che gridano i soldi che le hanno arredate e orologi costosi. Il presente è troppo difficile e Nicola vuole lavorare, così dice al boss del quartiere Lino Sarnataro, che ha sorpreso lui e i suoi coetanei a rubare orologi nel quartiere protetto da lui.

E se vuole lavorare Nicola, lo vogliono fare anche i suoi amici. Si muove sicuro Nicola, quando sniffa per la prima volta cocaina per saggiare quello che imparerà a tagliare e a vendere. Si muovono sicuri anche i suoi compagni, fieri della guida e del potere che stanno iniziando a guadagnare. Sono talmente fieri che appena il boss Sarnataro viene arrestato insieme ad altri durante la festa del matrimonio della figlia, Nicola non ha dubbi. Spetta a lui il dominio del quartiere. Trova la sua alleanza sempre con il figlio di un ex boss del quartiere e si appropriano, prima maldestramente, poi con ingenua veemenza, di Rione Sanità.

Scacciano i vecchi affiliati di Sarnataro, ricevono armi da un boss agli arresti domiciliari, e dominano.

Sono i soldi quelli che contano per loro. Quelli che non hanno mai avuti, quelli che nel passato li hanno costretti a vivere in pochi metri quadrati di casa, quelli che permettono loro di trascorrere feste notturne con donne. Eppure Nicola, sin dalla prima scena, non riesce a togliere gli occhi di dosso a Letizia, giovane pizzaiola che partecipa a concorsi di Miss Vesuvio. Si innamora, si perde nella sua prima, forse, esperienza d’amore. E contemporaneamente pensa e progetta come ottenere rispetto da quegli adulti che si ritrovano per la prima volta a negoziare con ragazzini armati.

Tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano, La paranza dei bambini è un film inedito nel panorama italiano. La violenza del potere nei quartieri si veste dell’adolescenza, dell’impulsività decisionale, delle scaramucce per pacchetti di merendine utilizzati dai fratelli piccoli, della tenerezza di una madre giovane che sistema la nuova casa per il figlio. La regia di Claudio Giovannesi dimostra ancora una volta come le storie, anche quelle più ripugnanti, hanno un’umanità da codificare ma non da giudicare. I gesti degli adolescenti sono immorali, ma lo spettatore non li guarda dall’alto in basso. Spera in un’apertura alla speranza, in una vita che deve lottare e vincere sulla morte anche quando le pistole decidono chi merita di stare al mondo e chi no.

È un pugno allo stomaco La paranza dei bambini, che necessita di uno sguardo adulto e consapevole. La fotografia di Daniele Ciprì e le musiche originali accompagnano il film, evidenziandone la grandezza registica. Allo stesso tempo, se tutto è perfetto, dalla regia al cast, dalla fotografia alla musica, c’è qualcosa di lieve, nella seconda parte, che priva, per poche scene, il film della sua efficacia drammaturgica. La sceneggiatura rischia infatti di essere deterministica: i regali generosi al boss e il suo stupore conseguente, le armi lasciate ingenuamente nella grotta, la tracotanza dei nuovi boss quasi mai punita. Sono dettagli, lievi, per un film che ha il grande merito di raccontare una realtà senza ricorrere alla pura adrenalina o alla facile violenza.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
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THIS IS US (Stagione 3)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/14/2019 - 20:08
Titolo Originale: This is us
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Dan Fogelman
Sceneggiatura: Dan Fogelman
Produzione: hode Island Ave. Productions, Zaftig Films, 20th Century Fox Television
Durata: 18 episodi di 40 minuti su Fox Life

Continuiamo a seguire, in questa terza stagione di This is us le vicende dei tre fratelli (due naturali: Kate e Nick e uno adottato: Randall, un afroamericano) nati da Jack e Rebecca, ma anche di questi ultimi continuiamo a ricevere informazioni, attraverso dei flash-back, per quel che riguarda la prima volta che si sono conosciuti. Nella terza stagione, Kate e Toby, ormai sposati, non riescono ad avere bambini a causa el sovrappeso di Kate. Decidono quindi di procedere alla fecondazione in vitro, nonostante siano stati informati dei rischi e delle probabilità molto basse che l’intervento abbia successo. Randall è ormai un professionista affermato, sente l’impegno morale di adottare anche lui una bambina e fa la sua proposta all’adolescente Deja, abbandonata da entrambi i genitori. Kevin si accorge di sapere ben poco del passato di suo padre Jack, morto nell’incendio della loro casa, soprattutto del periodo che lo ha visto coinvolto nella guerra in Vietnam. Viene così a scoprire che suo padre aveva un fratello, Nick, che era stato costretto, pur considerandosi un pacifista, ad andare in guerra secondo la logica del reclutamento per estrazione a sorte che veniva applicata a quei tempi. Jack, di fronte allo sconforto del fratello minore, aveva deciso di arruolarsi come volontario per non lasciarlo solo...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il serial esalta ad ogni puntata il valore degli affetti familiari anche se evita di concepire l’amore come ragione ma solo l’amore-sentimento
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche tematica potrebbe non essere adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
I dialoghi, i litigi e poi le richieste di perdono fra familiari sono ben costruite ma alcuni personaggi tendono a venir definiti solo in base ai loro complessi.
Testo Breve:

La terza stagione continua a raccontare storie di famiglia che potrebbero accadere a tutti noi e lo fa ribadendo il valore assoluto e determinante, per la nostra felicità, dei valori familiari

Jack va dal suo medico curante e gli chiede di tenere in sordina alcune sue imperfezioni fisiche per potersi così arruolare e cercare di raggiungere il fratello in Vietnam. “Voglio stargli vicino: è in difficoltà. Voglio andare dove sta lui: è il mio fratellino. Il mio compito è prendermi cura di lui. Anzi, e’ il mio unico compito. Anni prima, vediamo Jack bambino in braccio al papà, intenti a guardare dai vetri della nursery il fratellino Nick, appena nato. In quell’occasione il padre gli dice “Tuo compito sarà prenderti cura del tuo fratello minore”.

Questo episodio, assieme a tanti altri presenti in questa terza stagione, mette ben in chiaro qual è il tema dominante che porta avanti il serial e che coinvolge indistintamente tutti i personaggi: i legami familiari sono al primo posto e le radici che ci siamo costituiti per nascita dai nostri genitori fanno parte della nostra essenza, di ciò che va assolutamente preservato o ricostituito, se è necessario. Ogni azione e ogni sacrificio è pienamente giustificato quando c’è da aiutare un fratello, un genitore, il coniuge, un figlio.
In altri episodi, che vedono coinvolti Randall e Kevin, viene loro detto che debbono sentirsi orgogliosi di somigliare ai loro padri. Si sviluppa in questo modo una vera e propria religione della famiglia, perché ciò che viene percepito come affetto familare ha valore assoluto al di sopra di tutti gli altri. In questo modo gli affetti familiari costituiscono una sana vocazione alla trascendenza rispetto agli egoismi personali ma non si tratta di trascendenza assoluta, di tipo religioso. Sono rivelatrici di questo atteggiamento gli episodi che raccontano, con toni drammatici, le difficoltà di Kate di restare incinta a causa del suo sovrappeso e la sua decisione di ricorrere alla fecondazione in vitro. I fratelli, la madre, sono contrari a causa dei rischi che l’operazione comporta. Il più diretto è Randall: val la pena correre dei rischi elevati, spendere migliaia di dollari, quando ci sono tanti ragazzi che aspettano di avere una famiglia?  La reazione di Kate è rabbiosa: lei vuole un figlio che abbia le fattezze di lei e di suo marito Toby. Desidera moltissimo avere un figlio suo e questo basta per chiudere il discorso. Randall e gli altri fratelli chiederanno poi scusa e faranno di tutto per aiutarla nel suo proposito. In questo episodio è chiarito cosa si intende per amore familiare: stare sempre vicino e sostenere la persona cara, anche se non si è d’accordo ed è sintomatico che non si cercano categorie di verità superiori che trascendano noi stessi (come sarebbe accaduto se Kate avesse optato per una adozione): conta solo ciò che si sente con forza nel proprio cuore. 
Questo atteggiamento ci porta vicino a un’altra peculiarità di questo serial che finisce per diventare un manifesto dell’emotivismo. Ciò che caratterizza i personaggi di questo serial è ciò che sentono, non ciò che pensano. Prima di tutto sono importanti gli affetti familiari ma però loro “sentono” tante altre cose: complessi dovuti al sovrappeso, instabilità emotive, malinconici ricordi del passato, la mancanza di radici familiari: sono tutte situazioni che influenzano, determinano il loro comportamento. Questa tendenza influenza anche lo stile del racconto, che scivola a volte nel patetismo. Unica significativa eccezione è Randall. Randall è una persona equilibrata, presente a se stesso, non ha vizi, riesce a vedere se stesso e gli altri con lucidità. Nel tentativo di convincere Deja di accettare l’adozione, si era preparato un bel discorso ricordandole che anche lui a sua volta era stato adottato; quando Kate aveva pensato di ricorrere alla fecondazione in vitro, come abbiamo già visto, Randall aveva cercato di farla riflettere sul valore superiore dell’adozione. In entrambi i casi la ragione aveva perso contro le emozioni. A questo punto Randall si era limitato a confermare il suo affetto per loro e, almeno nel primo caso, aveva vinto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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IL CORRIERE - THE MULE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/14/2019 - 19:10
Titolo Originale: The Mule
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Nick Schenk
Produzione: Warner Bros
Durata: 116
Interpreti: Clint Eastwood, Bradley Cooper, Micheal Peña, Dianne Wiest, Andy Gargia, Laurence Fishburne

Un viaggio, lungo un’intera vita per riscoprire ciò che è più importante. Più della giustizia e del tempo, una lotta contro i propri limiti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“La famiglia è la cosa più importante. Non fate come me: ho anteposto il lavoro alla famiglia”. Si è disposti a qualsiasi cosa per il bene delle persone che amiamo. Purtroppo il protagonista lo comprende solo alla fine del suo percorso.
Pubblico 
Maggiorenni
Unica scena di nudo (inutile e fuori luogo) ma le tematiche trattate sono per un pubblico adulto.
Giudizio Artistico 
 
La regia di Clint Eastwood è unica ed inimitabile. Dirige maestosamente Bradley Cooper ed Andy Garcia.
Testo Breve:

Il solito personaggio di Clint Eastwood, scorbutico, reduce di guerra, razzista, che fa scelte sbagliate ma che sa anche pentirsi e chiedere perdono 

Il film racconta un fatto realmente accaduto riportato sul New York Times, l'assurdo episodio di un uomo novantenne del Michigan diventato corriere al servizio del narcotraffico.

Dopo il successo di Gran Torino (2008) Clint Eastwood ritorna in veste di attore e regista sul grande schermo con la collaborazione dello stesso sceneggiatore (Nick Schenk) per un altro, forse ultimo, film da ricordare.

Se Walt Kowalski era inizialmente chiuso alla vita, Stone si presenta esattamente l’opposto amando la vita e desiderando di godersela fino alla fine.

Unica sua devozione va alla coltivazione, cura e commercio di una particolarissima pianta, le emerocallidi che fioriscono un solo giorno all’anno con colori splendidi.

Per raggiungere tale perfezione e ricevere l’approvazione e il successo, il protagonista trascura moglie e figlia fino a dimenticare il matrimonio di quest’ultima. Per far fiorire le emerocallidi, fa sfiorire l’amore della sua famiglia.

"Non ho mai capito, perché dedicasti tutto il tuo tempo e i tuoi soldi a quei fiori?" "Adoro i fiori, i fiori sono unici…perché un giorno sbocciano e la storia è finita…si meritano sia tempo che impegno." "Anche la tua famiglia..."

Earl, da uomo determinato e sicuro di sé, reduce dalla guerra in Corea, si ritrova alla sua età vulnerabile e solo.

Dopo aver perso per colpa della tecnologia il lavoro che amava da tutta la vita, Stone ha per puro caso tra le mani la possibilità di riprendersi la casa e di riconquistare le attenzioni della sua famiglia contribuendo economicamente agli studi di sua nipote, l’unica che ancora gli rivolge la parola.

Con il suo pick-up ha viaggiato tanto raggiungendo 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione. Per questo motivo risulterà per i narcotrafficanti il soggetto perfetto per muoversi inosservato e insospettabile agli occhi della DEA (Drug Enforcement Administration).  Gli agenti federali non sono percepiti come minaccia, fanno più che altro da contorno lasciando che il flusso narrativo si concentri sulle emozioni, sulla ricerca del perdono come solo Eastwood riesce a fare nelle sue storie di eroismo tragico e di redenzione.

Ogni corriere che Earl intraprende si allontana sempre di più dalla sua vecchia vita, guardandola dallo specchietto della sua auto nuova mentre canticchia canzoni sulla libertà (splendida la colonna sonora di Arturo Sandoval).

Sarcastico, irriverente, dissacrante ma con l’eleganza di un uomo d’altri tempi, il regista statunitense racconta il coraggio di chi scopre cosa è capace di fare solo alla fine del proprio percorso, ostentando la sicurezza audace chi non ha nulla da perdere.

Un uomo senza filtri, come egli stesso si definisce, aiuta automobilisti e motociclisti in panne non nascondendo i suoi pregiudizi, l’omofobia o il razzismo ma con il giusto equilibrio, uno stile beffardo e mai pesante concedendo allo spettatore risate imbarazzate a ogni appellativo utilizzato. Frequentatore accanito dell'AARP, l'associazione americana dei pensionati, che cerca di aiutare appena gli è possibile. Un “grinch” al contrario che ama piacere agli altri ma non alla propria famiglia.

“Pensavo che fosse più importante essere qualcuno là fuori invece del fallimento che ero a casa mia.”

Lo stesso Eastwood è il protagonista, raccontando un po’ di sé stesso recitando al fianco di Alison, figlia anche nella vita vera.

Come Marcel Proust, Stone è alla ricerca del tempo perduto, quello che ci rimane diventa così più prezioso di qualsiasi altra cosa. Un motivo per chi, come il protagonista, ha smarrito in tutti i sensi la strada di casa e sta cercando il modo per ritornarci anche se per un’ultima volta.

Eastwood batte ogni record con oltre 50 anni di carriera, di cui 30 da regista, confermandosi l’artista cinematografico vivente più completo. Nella sua carriera ha sempre sconfitto il male partendo dai western di Sergio Leone, raccontando la follia dei terroristi e dei criminali, ma anche il rapporto padre figlia, la resilienza, il coraggio e l’amore oltre ogni tempo.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
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IL PRIMO RE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/07/2019 - 10:55
Titolo Originale: Il primo re
Paese: Italia, Belgio
Anno: 2019
Regia: Matteo Rovere
Sceneggiatura: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere
Produzione: Rai Cinema, Groenlandia, Gapbusters
Durata: 127
Interpreti: Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi

La storia di Romolo e Remo come mai raccontata prima. Travolti, in senso non solo metaforico, da una valanga che cambierà per sempre il loro destino e quello del mondo intero.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Unico valore va attribuito al protagonista che fa davvero di tutto per mantenere la promessa fatta alla madre e proteggere costi quel che costi suo fratello
Pubblico 
Maggiorenni
Sebbene i giovani d’oggi siano abituati a film di guerra, gran parte delle scene sono molto violente e sanguinarie.
Giudizio Artistico 
 
Il film costituisce un vero spettacolo grazie alla magistrale fotografia di Daniele Crispì e all’ottima realizzazione delle sequenze in computer grafica. Il film inoltre conferma la bravura di Alessandro Borghi, recentemente molto apprezzato dalla critica anche per il suo ruolo come protagonista in Sulla mia pelle
Testo Breve:

La leggenda del primo re di Roma riproposta in un contesto  epico, violento e brutale. Un film d’autore originale e ambizioso, molto ben realizzato

753 A.C., regioni laziali. Due fratelli, orfani già da tenera età di entrambi i genitori, vengono travolti dopo l’inondazione del Tevere e fatti schiavi dalle genti di Alba.

Romolo e Remo, affiatati e inseparabili, escogitano un piano improvvisato per salvarsi, scatenando una rivolta, coinvolgendo gli altri prigionieri e riuscendo a fuggire.

Facendo loro schiava la vestale portatrice del fuoco sacro Remo si assicura, secondo lui, il volere degli dei; un sostegno indispensabile, proprio ora che per fuggire durante la sommossa è stato ferito gravemente.

Sebbene risulti agli occhi di tutti solo un peso viste le condizioni disperate del fratello, Remo lo difende costi quel che costi, sacrificandosi e portandolo in braccio, caccia per lui e dimostra chi è al suo seguito il suo coraggio, la sua intelligenza e il diritto di essere riconosciuto da tutti come capo.

Un lungo viaggio alla scoperta dei propri limiti, una sfida con sé stesso e contro i suoi nemici fino a quando il destino non gli mostra che dovrà scegliere tra il potere e l’amore per suo fratello.

Aspetti tecnici notevoli con un budget da 9 milioni di euro. Da valutare certamente un capolavoro considerando l’attuale scenario del cinema italiano. Girato completamente in esterni utilizzando prettamente luci naturali. Un vero spettacolo grazie alla magistrale fotografia di Daniele Crispì.

Alla base può sembrare semplicemente qualcosa di già visto e sentito. La storia mitologica più conosciuta da tutti gli italiani ma raccontata diversamente dai libri di scuola, per farci conoscere il lato più umano della vicenda.

Un’avventura terrena, in cui il divino si insinua tra il volere di due fratelli portandoli alla loro separazione. Non una semplice lotta del bene contro il male, del sacro e del profano ma semplicemente cosa l’amore spinge a fare, come sentimento più puro e nobile già dalla preistoria.

Niente a che fare con le sequenze eleganti di The Revenant, a cui si richiama per la cruda brutalità dei conflitti o del Gladiatore che celebrava l’antica gloria di Roma.

Il primo re è da considerare il film che segna l’inizio di qualcosa di nuovo in Italia. L’impossibile che diventa possibile. La più antica storia del mondo narrata con i mezzi moderni diventa una vicenda tutta nuova; senz’altro resa interessante grazie alla straordinaria interpretazione di Alessandro Borghi, recentemente molto apprezzato dalla critica per il suo ruolo come protagonista in Sulla mia pelle che ha  magistralmente raccontato la vicenda di Stefano Cucchi.

Nonostante ciò il film risulta essere, dopo i primi 20 minuti di conflitto e azioni rapidissime che si susseguono come quello stesso fiume che travolge i protagonisti, monotono e lento.

Probabilmente perché il contesto barbaro e la realistica brutalità delle scene si ripete per un’ora senza sosta, senza favorire nessuna identificazione particolare o lasciare un messaggio positivo allo spettatore.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
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ROMA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/31/2019 - 12:40
Titolo Originale: Roma
Paese: Messico, USA
Anno: 2018
Regia: Alfonso Cuarón
Sceneggiatura: Alfonso Cuarón
Produzione: Esperanto Filmoj, Participant Media
Durata: 135
Interpreti: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta

Roma narra la storia autobiografica del regista e premio Oscar Alfonso Cuaron. Cresciuto negli anni '70 durante i disordini studenteschi messicani, la sua famiglia viene colta da un evento improvviso che cambierà le loro vite.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La famiglia è al centro della storia. Sebbene una famiglia abbandonata dal padre ma molto unita
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Nonostante non ci siano scene di violenza, i lunghi piani sequenza e le difficoltà affrontate dalla protagonista possono essere comprese solo da un pubblico adulto. Una scena di nudo integrale (forse l’unica fuori contesto) più buffa che altro
Giudizio Artistico 
 
Nomination all’Oscar come migliore attrice protagonista Yalitza Aparicio, miglior film, miglior regista, miglior film straniero, sceneggiatura originale miglior attrice non protagonista (Yalitza Aparicio) fotografia, scenografia, montaggio e issaggio sonoro Un capolavoro indiscusso di fotografia
Testo Breve:

Negli anni settanta c'erano le nanny, che si dedicavano anima e corpo alla cura dei bambini che erano loro affidati dalla famiglia ospite. Il film è il racconto autobiografico del regista che ha voluto fare un omaggio alla sua nanny e alla sua capacità di amare

Di questo film se ne è parlato tanto, ancor prima della vittoria al Festival di Venezia, dei premi e dell’uscita nelle sale solo per pochi giorni. Girato con molti attori non professionisti, rappresenta una vera e propria svolta per la distribuzione (e non la produzione come pensano in tanti) affidata a Netflix solo in lingua originale. 
Già dai titoli di testa respiriamo aria retrò, con una secchiata d’acqua che scandisce il tempo che passa inesorabilmente, ma talvolta sembra non passare mai. 
Roma è un quartiere borghese di Città del Messico, paese d’origine del regista. Il personaggio di Cleo, ragazza indigena tuttofare, è basato sulla vera storia di Libo Rodríguez, alla quale il film è dedicato; la donna negli anni settanta ha vissuto con la famiglia del regista messicano.

Un tempo c’erano le Nanny, o da noi italiani chiamate le tate, che si dedicavano anima e corpo ad una famiglia, anche se non era quella d’origine. Niente ferie, nessuna privacy perché la loro casa diventa il luogo di lavoro. Da ragazzine si viene scelte, così come il bestiame, per una nuova vita, che il più delle volte resta quella definitiva.

Agli occhi dei bambini degli anni settanta la Nanny non è una signora delle pulizie né una balia, ma una vera e propria seconda mamma. È lei che sa cosa mangi, come ti addormenti e di cosa hai paura. Lei viene ad asciugarti le lacrime, lei quella che ti abbraccia quando ti fai male. 
Ed è per questo che Roma risveglia in molti di noi qualcosa che ci portiamo dentro, come una vecchia canzone che ci emoziona ogni volta che la risentiamo.

Un film sulle donne come non se ne vedevano da decenni. Sull’infinita capacità di amare, la forza di rialzarsi sempre, anche senza un compagno vicino. È un film sul vero significato della parola resilenza. L’uomo che abbandona la donna fuggendo dalle proprie responsabilità ne esce sconfitto, non è solo una questione di anni settanta. È un film che ha da insegnare tanto anche alle nuove generazioni considerando che, nonostante siamo nel 2019, la mancanza di rispetto per la donna viene ancora data per scontata e si assiste tutt’oggi a fenomeni di maschilismo, in troppi luoghi di lavoro in tutti i paesi, tutti i giorni. Non è un film femminista ma meriterebbe di esserlo poiché rappresenta la voce di chi non può parlare.

Per chi è amante del cinema inevitabile commuoversi davanti lo straordinario lavoro di regia. Catapultati in un film degli anni cinquanta, cullati dalla poesia delle lunghe sequenze, l’inquadratura fissa sul volto della protagonista nei momenti più delicati, la finezza del bianco e nero per raccontare il passato ma con la tecnologia del digitale di oggi. Una sequenza di fotografie da mostra, un incanto per gli occhi per coloro che cercano e sanno riconoscere la vera bellezza (e per chi sa pazientare 2 ore e 15 minuti non sono per tutti soprattutto se il film non viene visto in sala).

Lo straordinario montaggio che accompagna ‘un po’ all’antica’ lo spettatore, senza raccordi di sguardi forzati, ma con la sensibilità di chi ti suggerisce un punto di vista nuovo, il tutto raccolto in scelte di regia ricercate ed eleganti.
Cuarón firma lui stesso la sceneggiatura e definisce Roma il suo film più autobiografico (il 70 percento della scenografia viene dalla sua casa d’infanzia) confermandosi nuovamente un genio della creatività a dimostrazione del fatto che le radici fanno parte di noi, l’arte di saper raccontare con qualcosa che ci ha segnati è solo di pochi artisti.

Roma è un insieme di straordinari bianco neri, guerra e calma, pianto e gioia, uniti da un collante eccezionale che funziona nonostante l’assenza di musica.E per chi pensa che sia troppo pesante, la scena dell’insegnante di arti marziali dimostra come, agli occhi delle donne, forse la perfezione in un uomo non sia sempre affascinante. Così come la storia dell’evoluzione dell’auto di famiglia da simbolo di perfezione noiosa a oggetto di liberazione.

L’attenzione per i dettagli, la scena finale dove, grazie alla scelta del digitale in 6.5 mm ci sembra di essere noi stessi sulla spiaggia, i lunghi piani sequenza, la straordinaria interpretazione di Yalitza Aparicio e la magistrale fotografia fanno di Roma un capolavoro da Oscar.

Come già accaduto nel 2013 per Gravity quest’anno dieci le Nomination ricevute per gli Academy Award 2019: film, regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista, fotografia, film straniero, scenografia, montaggio e miglior sonoro. Già vincitore di due Golden Globe per miglior regia e film straniero Roma è secondo la critica (Time e Rolling Stone tra i tanti) il miglior film dell’anno. Cuarón regala un film non solo per le donne ma dedicato alle donne. Un viaggio indietro nel tempo ma con lo sguardo e la consapevolezza di oggi.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SKAM ITALIA (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/30/2019 - 19:55
Titolo Originale: Skam Italia
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Ludovico Bessegato
Sceneggiatura: Ludovico Bessegato, Anita Rivaroli
Durata: 19 - 37 minuti per episodio su TIM VISION
Interpreti: Ludovica Martino, Ludovico Tersigni, Federico Cesari, Benedetta Gargari,Beatrice Bruschi, Greta Ragusa

Eva ha sedici anni ed è una studentessa del liceo Kennedy di Roma. All'inizio del terzo anno viene spostata dalla succursale alla sede principale, perdendo così la maggior parte delle sue amicizie. L'unica compagnia che le rimane è Giovanni, il suo fidanzato e Martino, il migliore amico di Giovanni. Giovanni trascura spesso la sua fidanzata e questo porta Eva a frequentare alcune ragazze della scuola che diventano le sue migliore amiche. Silvia ha una cotta per Edoardo, il bello della classe e si fa aiutare dalle amiche per affrontare la prima volta con lui; Federica, detta Fede, è sempre allegra e spiritosa e non si preoccupa di essere sovrappeso; Sana è una ragazza musulmana, fiera è decisa, viene spesso emarginata per la sua fede; Eleonora è la più orgogliosa: ma non cede facilmente alle avances dei ragazzi (in particolare Eduardo) delle classi superiori che vorrebbero uscire con lei….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Gli adolescenti di questa fiction hanno un forte senso della solidarietà fra amici ma l’esercizio della sessualità è vista come semplice strumento relazionale senza che venga abbinata la responsabilità di un impegno duraturo
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di rapporti sessuali prematrimoniali con accenni di nudità
Giudizio Artistico 
 
A questo serial TV va dato il merito, pur con l’impiego di mezzi limitati, di aver rappresentato in modo particolarmente realistico il mondo degi adolescenti. Qualche eccesso, nella parte finale, si nota nella ricerca di colpi di scena causati da un uso sovrabbondante di maldicenze e pettegolezzi
Testo Breve:

Eva ha sedici anni ed è stata trasferita in un nuovo liceo. Amicizie, amori, tradimenti si incrociano in questo universo di adolescenti raccontato con molta aderenza alla realtà dei comportamenti tipici di quell’età

Gli adolescenti sono una razza a parte, riescono a sfuggire a ogni facile schema narrativo perché loro stessi si trasformano da un anno all’altro, da una stagione all’altra.

Il 2018 è stato un anno ricco di fiction TV con adolescenti come protagonisti: sono apparse su Netflix (Tredici, Elite, Baby, Black Mirror: Bandernatch, Sex Education, Derry Girls,...) alla Rai (L’amica geniale, La compagnia del cigno, ,…). Molte di queste produzioni sono risultate strumentali, orientate ad attirare il pubblico su temi pruriginosi oppure il contesto scolastico costituiva  un’ambientazione-pretesto per sviluppare l’emozione di un thriller .

In questo vasto panorama non si può trascurare SKAM Italia trasmesso da TIM Vision, edizione nostrana di un serial norvegese di successo del quale sono state già realizzate anche le versioni francese e tedesca. E’ proprio a SKAM Italia che ci sentiamo di dare la palma del serial che meglio di tutti gli altri è stato capace di rappresentare nel 2018 lo spirito di quell’età così particolare. Debitore del parente norvegese solo nel formato, è stato radicalmente inserito in una realtà italiana (è ambientata al liceo Kennedy di Roma) ed è stata preceduta da una nutrita serie di interviste rivolte ad adolescenti per capire come parlano, a cosa sono interessati, come passano le giornate. Non si tratta di adulti che guardano dal buco della serratura un mondo che non è il loro, ma è un racconto sui giovani rivolto ai giovani

Ecco quindi che si sviluppano degli amori ma a quell’età la compagnia degli amici ha spesso un peso equivalente.  A scuola ci si organizza in gruppi, maschili o femminili, cappeggiati da un/una leader, colui/colei che appare più determinato/a a prendere decisioni.   I protagonisti sono spesso insicuri, conta molto il giudizio che gli altri danno su di loro. Un giorno si scherza facendo o dicendo cose stupide, il giorno dopo si cade in depressione e allora è importante venir consolati da quello che nel gruppo appare il più calmo, il più saggio. I pettegolezzi stanno a mille: basta che lui e lei si parlino lungo i corridoi della scuola che si sparga la voce che quei due stanno assieme e che magari sono già andati a letto. “Chi te lo ha detto?” è la frase che più frequentemente viene pronunciata. Ci vuole poco perché si sviluppino maldicenze intorno a una lei che resta così isolata e la poverina entra in paranoia. La concentrazione in una conversazione dura pochi istanti: si può parlare con una persona e contemporaneamente mandare un messaggio su Whatsup. Non si è ancora completamente padroni dei propri comportamenti, si mente per paura, si dice una vattiveria per rabbia e si finisce per chiedere tante volte scusa.

Non succede niente di particolarmente eclatante in questo SKAM Italia: non si calca la mano sul bullismo, la droga o sulle baby prostitute come hanno fatto altri serial ma le giornate scorrono fra qualche weekend un po’ noioso, tanti messaggi e foto Instagram, l’uscire e l’entrare a scuola, mentre negli intervalli ogni gruppo ha il suo punto d’incontro definito (una panchina, un balcone) per scambiarsi le ultime novità.

Per converso neanche SKAM Italia sfugge ad alcune regole non scritte ma rispettate da tutti gli sceneggiatori: i genitori o non ci sono perché separati o se ci sono non comprendono i problemi dei loro ragazzi; non esistono insegnanti in grado di influenzare positivamente questi adolescenti, aiutandoli a scoprire la loro vocazione; la prima volta nei rapporti sessuali avviene fra i quindici e i sedici anni. A diciassette-diciotto anni si formano delle vere convivenze senza fissa dimora: ci si incontra in casa quando i genitori escono o nelle gite organizzate nei weekend. Quando i personaggi sono molti, come in questi serial per adolescenti, è presente sempre fra loro almeno una coppia di omosessuali.

Se abbiamo riconosciuto a SKAM Italia un maggiore realismo nel raccontare il mondo degli adolescenti, il quadro che emerge, ancora una volta, non è positivo: sono giovani che appaiono chiusi in un mondo tutto loro, sono incapaci di farsi "grandi domande" sulla loro vita, gli adulti sono drasticamente assenti o incapaci di trasmettere loro l’entusiasmo verso progetti che impegnino positivamente le loro capacità. Da questo punto di vista La compagnia del cigno costituisce una valida eccezione. Di positivo c’è la piena consapevolezza del valore dell’amicizia che non può in alcun modo venir tradita, più importante delle stesse relazioni sentimentali. Ancora una volta si parla molto di sesso e poco di affettività. La “prima volta” per le ragazze è vista come un doveroso passaggio alla maturità per il quale è sufficiente che il partner piaccia, sia “carino”. In una sequenza un po’ squallida una ragazza va in un consultorio ASL per venir informata sui metodi contraccettivi e la dottoressa, con un sorriso compiaciuto, le presenta varie tecniche cose se si trattasse di imparare a giocare a tennis. Un amore c’è in questo SKAM Italia ed è quello fra Eva e Giovanni. Il loro legame sembra intenso ma è pur sempre fragile. C’è una crepa che non viene colmata: fra un loro rapporto fisicamente coniugale e l’assenza di un progetto proiettato al futuro: con il loro amore non stanno costruendo niente ma solo trascorrendo piacevolmente dei weekend.
La seconda stagione ha come tema dominante il rapporto omosessuale fra due ragazzi. 
La prima e la seconda stagione possono esser viste sul sito http://skamitalia.timvision.it/ Ogni personaggio del serial è presente anche su Instagram

 

 

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FAVORITA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/28/2019 - 16:50
Titolo Originale: La Favourite
Paese: IRLANDA, GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 2018
Regia: Yorgos Lanthimos
Sceneggiatura: Deborah Davis, Tony Mcnamara
Produzione: ELEMENT PICTURES, SCARLET FILMS, FILM4, WAYPOINT ENTERTAINMENT
Durata: 120
Interpreti: Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz

All’inizio del 1700 Anna Stuart è regina d’Inghilterra. Sofferente di gotta e di carattere facilmente influenzabile, lascia che sia la sua amica Lady Sarah Churchill a gestire l’agenda politica, in particolare i contrasti fra Whig e Tory in merito alla lunga guerra contro la Francia per la successione spagnola. Un giorno giunge a corte Abigail Masham, cugina di Lady Sarah, un tempo nobile ma ora decaduta a causa dei debiti del padre. Abigail riesce a trovare un impiego come domestica ma ben presto entra nelle grazie della regina, spalleggiata dal deputato tory Robert Harley, che sta cercando un modo per convincere la regina a stipulare un trattato di pace con i francesi...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La vita di corte è solo una spietata lotta di sopraffazione senza esclusione di colpi Secondo l’US Bishops Movie Reviews il film è da considerare morally offensive
Pubblico 
Maggiorenni
Per il cinismo della storia e l’uso strumentale che viene fatto della sessualità, nei rapporti omosessuali ma anche in quelli eterosessuali
Giudizio Artistico 
 
Tre ottime attrici sono magistralmente dirette e il regista riesce nel suo intento di comporre un suo mondo claustrofobico e irreale
Testo Breve:

Intorno ad Anna, regina inglese all’inizio del ‘700, due donne si contendono i suoi favori senza esclusione di colpi. Un film molto ben realizzato e recitato per una storia cinica e spietata

La regina Anna soffriva realmente di gotta e intorno a lei ruotarono due favorite: Sarah e Abigail mentre i Wigs erano propensi a condurre fino in fondo la guerra contro la Francia mentre i Tory volevano terminare questo dispendioso conflitto. I riferimenti storici essenziali sono corretti, ma da qui in poi il regista greco Yorgos Lanthimos non ha avuto alcun interesse a completare una rigorosa ricostruzione storica; ha imbastito invece un mondo tutto suo, dove la lotta per la sopravvivenza, la vendetta e la brama di prevaricazione, sono gli istinti, quasi animaleschi, che agitano le protagoniste.  

Ci sono due temi forti affrontati in questo film: il primo è l’assurdità del potere monarchico: tutto un regno è nelle mani di una donna volubile i cui capricci (o le influenze che subisce), diventano ordini che segnano i destini di tante persone. Chi le sta intorno, come Sarah e Abigail, lusingano, mentono, si prestano anche alle pratiche sessuali richieste dalla regina, perché basta un nulla per passare dalla fortuna alla rovina.

Il secondo è la condizione femminile del tempo: Abigail è stata venduta a quindici anni per saldare i debiti di gioco di suo padre; chi fa parte della servitù si deve aspettare visite notturne di nobili che desiderano possederla; a tutte le donne anche quelle nobili, spettano solo posizioni subordinate nella società, ad eccezione della regina.

Su questi due temi forti, il regista e gli sceneggiatori si sono divertiti, a caricare i toni,(viene in mente Morto Stalin se ne fa un altro di  Armando Iannucci per la satira sferzante e senza appello al potere assoluto): ecco che le figure maschili sono solo delle marionette imbellettate che passano il tempo a scommettere alle corse delle oche o a giocare a tirassegno con le arance contro un uomo nudo; i balli di corte hanno movenze che ben poco hanno di storico ma anche i personaggi femminili vengono stravolti dalle lenti deformanti degli autori: usano un linguaggio sboccato da postribolo, praticano sport cruenti come il tiro a segno a piccioni vivi. Perfino le sontuose sale del palazzo dove si svolge la storia vengono deformate dall’obiettivo fish-eye.

In un contesto così artificialmente modellato, la storia si sviluppa intorno allo scontro fra le due donne per conquistarsi i favori della regina con armi tipicamente femminili: lusinghe maldicenze, falsità ma anche il veleno. E’ in questa occasione che si manifesta la bravura del regista e delle tre protagoniste: i caratteri delle due antagoniste (Emma Stone e Rachel Weisz) escono scolpiti a colori vividi mentre la regina Anna (Olivia  Colman, che ha vinto il golden globe 2019 come miglior protagonista femminile) modella, in un corpo deformato dalla malattie, una creatura instabile, fragile ma a volte dura, con momenti di tenerezza al ricordo dei 17 figli non nati o vissuti pochi anni ma anche con momenti di obiettiva lucidità  quando comprende, al di là dei consigli interessati di chi le sta intorno, ciò che è il vero bene per la nazione.

Non ci sono buoni o cattivi in questo film ma solo una  lotta, per conquistarsi  la sopravvivenza  e poi passare alla sopraffazione dell’altro: un combattimento espressione della visione cinica e pessimistica su come vada il mondo da parte del regista. Un film come Morto Stalin se ne fa un altro usava la maschera dell’ umorismo nero per raccontarci la dura realtà di una dittatura; in questo La favorita  non ci sono risonanze universali ma solo il personale  punto di vista di un artista che non comunica ma esprime se stesso.  Per questo, all’uscita del cinema, pur restando ammirati dalla qualità dell’opera, il film viene ben presto dimenticato

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BENVENUTI A MARWEN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/24/2019 - 18:36
Titolo Originale: Welcome to Marwen
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Robert Zemeckis
Sceneggiatura: Robert Zemeckis
Produzione: Universal, Dreamworks, Imagemovers
Durata: 116
Interpreti: Steve Carell, Falk Hentschel, Eiza González, Leslie Zemeckis

La storia di un eroe contemporaneo. Mark, picchiato fino a perdere la memoria, trova il coraggio di riprendersi la sua vita costruendo una piccola ambientazione stile anni '40 nel suo giardino di casa dove immagina di sconfiggere il nazismo, trovare amicizia e amore. Benvenuti a Marwen.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il coraggio di Mark Hogancamp è il volto di un nuovo eroe che non ha paura di mostrare il suo lato più fragile e vulnerabile al mondo e ci serve da monito per insegnare ai nostri figli che, a volte, non servono i superpoteri per essere dei veri eroi.
Pubblico 
Adolescenti
Azioni violente sia pur in un mondo di fantasia, turpiloquio, alcune tematiche per adulti
Giudizio Artistico 
 
La narrazione tramite bambole è sicuramente un capolavoro di performance capture Inevitabile, e forse anche un po’ troppo extra diegetico, il riferimento a Ritorno al futuro, che fa sorridere piuttosto che combaciare con la trama.
Testo Breve:

La storia vera di un uomo picchiato fino a perdere la memoria, trova il coraggio di riprendersi la sua vita con un po’ di fantasia, una storia raccontata con lo stile visionario di Zemeckis

In un mondo in cui, troppo spesso, le cose vengono classificate bianco o nero il premio Oscar Robert Zemeckis ci ricorda che non è sempre così.

In Benvenuti a Marwen il regista statunitense racconta la vera storia di Mark Hogmancamp, in un contesto fiabesco come solo lui sa fare, raccontando una terribile vicenda come fatto in precedenza con Forrest Gump, ma con la delicatezza di chi narra una brutta storia nel modo più delicato possibile.

Il progetto è curato dallo stesso Zemeckis sin dal 2013 scrivendone il copione con Caroline Thompson (sceneggiatrice di Edward Mani di Forbice e Nightmare Before Christmas) e affidando le musiche ad Alan Silvestri, reso celebre da
Ritorno al futuro.

Steve Carell interpreta Mark un eroe, non di guerra come lui immagina talvolta di essere per sfuggire alle paure generate dall’essere stato quasi ucciso dalla violenza dei pregiudizi, ma un eroe della vita capace di rimettersi in piedi con le sue sole forze perché solo chi è caduto più volte sa quanto sia difficile reinventarsi ricominciando a sperare e a fidarsi del prossimo.

Forse per questo il film non è adatto ad un target esteso, perché solo chi ha l’emotività giusta per cogliere questa piccola morale è capace di apprezzare l’essenza stessa del film.

Una sera un gruppo di ubriachi picchia Hogancamp senza alcun motivo riducendolo in fin di vita e cancellando tutti i suoi ricordi.

È così che Mark si rifugia in un mondo immaginario costruito con le sue mani. A Marwencol, una piccola città belga, Mark diventa il capitano Hogie, un pilota di aerei da combattimento della seconda guerra mondiale. Salvando le sue compagne di avventure, che hanno i volti e i caratteri di amiche reali e lottando contro i nazisti che ritrova il coraggio di affrontare i suoi problemi, fin quando le fotografie delle scene che ritrae non vengono notate da
David Naugle, che le pubblicò su una rivista e poi organizzò insieme a Hogancamp una mostra fotografica a New York facendo conoscere a tutti il suo talento.

La narrazione tramite bambole, oltre ad essere una scelta stilistica originale, è sicuramente un capolavoro di performance capture ricordando a noi adulti quanto ci immedesimavamo nelle storie fantastiche in cui ci rifugiavamo da bambini.

Inevitabile, e forse anche un po’ troppo extra diegetico, il riferimento a Ritorno al futuro, che fa sorridere piuttosto che combaciare con la trama.

Il coraggio di Mark Hogancamp è il volto di un nuovo eroe che non ha paura di mostrare il suo lato più fragile e vulnerabile al mondo e ci serve da monito per insegnare ai nostri figli che, a volte, non servono i superpoteri per essere dei veri eroi.

È solo nel mondo di Zemeckis che realtà e finzione, analogico e digitale, gioco e vita vera, sorriso e pianto trovano il giusto equilibrio.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA COMPAGNIA DEL CIGNO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/22/2019 - 21:54
Titolo Originale: La compagnia del cigno
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Ivan Cotroneo
Sceneggiatura: van Cotroneo, Monica Rametta
Produzione: Indigo Film, Rai Fiction
Durata: 12 puntate di 50 min su RaiUno e RaiPaly
Interpreti: Alessio Boni, Anna Valle, Leonardo Mazzarotto, Fotinì Peluso

Matteo è ancora sconvolto dal terremoto che ha devastato la sua città, Amatrice, che ha causato la morte di sua madre e decide di iscriversi, a metà anno, al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Molto presto fa la conoscenza con il professore direttore d’orchestra Luca Marioni, detto anche il “bastardo” per i suoi modi rudi di trattare i ragazzi. Il professore comprende subito le grandi doti del ragazzo e sollecita i suoi migliori allievi a fare esercitazioni extra assieme a Matteo in modo che possa integrarsi pienamente nell’orchestra. Matteo inizia così a conoscere i suoi nuovi compagni e presto amici e scopre che ognuno di loro ha, come lui, da superare qualche grave problema…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Sette ragazzi, ognuno con il suo problema, riescono a trovare conforto dalla solidarietà degli altri e a impegnarsi nella loro vocazione musicale
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di rapporrto intimo coniugale, affettuosità fra persone con inclinazione omosessuale. Una sottile ironia sulla volubilità e precarietà dei rapporti fra omosessuali.
Giudizio Artistico 
 
Il serial beneficia della freschezza di ragazzi e ragazze esordienti davanti alla telecamera e bravi a suonare ma la sceneggiatura tradisce i suoi meccanismi volti a creare drammi e problemi che debbono continuamente esser superati.
Testo Breve:

Sette ragazzi del conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, un professore arcigno che nasconde un segreto, sono i protagonisti di questo serial che attrae grazie alla spontaneità dei giovani ma eccede nell’uso di risvolti drammatici per alimentare il racconto

Matteo ha perso la madre durante il terremoto ad Amatrice e a causa di  quel trauma è rimasto psicologicamente instabile; il professor Marioni, ha perso la figlia ancora bambina in un incidente d’auto (ma c’è dietro qualche mistero) e ciò lo ha reso duro con i ragazzi, un vero “bastardo” mentre  sua moglie Irene ha abbandonato il suo lavoro al conservatorio e non è più riuscita a tornare a casa; Robbo e la sua sorellina apprendono con dolore che i loro genitori si stanno per separare; Rosario, di quindici anni, il più piccolo della compagnia, vive con dei  genitori adottivi perché sua madre è una tossicodipendente; Sara è una ipovedente e per questo può suonare solo come solista senza far parte dell’orchestra; Barbara è costretta a frequentare sia il liceo classico che il conservatorio per soddisfare le ambizioni di sua madre; Sofia soffre per  le sue taglie ampie, che sono oggetto di derisione da parte delle sue compagne; solo Domenico sembra un ragazzo senza problemi (ma vive solo con suo padre e questa situazione potrebbe avere degli sviluppi..). A questi ragazzi occorre aggiungere Giacomo, intorno al quale si cela un mistero: pare che sia stato il maestro Marioni a procurargli un tracollo nervoso e da quel momento non si è fatto più vivo in conservatorio…

Con questo accumulo di disgrazie, di problemi, più un paio di segreti da svelare, dodici puntate di un serial possono benissimo venir imbastite; è sufficiente che ogni puntata si focalizzi su uno dei ragazzi. Nascono anche, com’è naturale, delle attrazioni amorose fra ragazzi e ragazze del conservatorio ma neanche a dirlo, sono attrazioni che non si incrociano e occorre del tempo perché si indirizzino nella prevedibile direzione.

A questa debolezza strutturale, che riduce la credibilità del racconto, si contrappongono alcuni atout importanti: l’ambientazione nel solido conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, che esprime un contesto dove bravi ragazzi sentono di avere una precisa vocazione e si impegnano a realizzarla; la bellezza della musica classica ma anche di quella moderna, perché a ogni puntata uno dei ragazzi si esibisce in un a solo secondo lo stile instaurato in Glee. Non da ultimo molte belle inquadrature di Milano, non solo del centro storico ma del gettonatissimo albero verticale e i tre grattacieli di City life. 

Potrebbe apparire un bilancio alla pari ma gli ottimi indici di ascolto denotano che c’è qualcos’altro che gli spettatori hanno colto; è prevedibile che si tratti proprio della simpatia dei giovani protagonisti, scelti abilmente fra ragazzi che sanno realmente suonare, la maggioranza dei quali si sono trovati per la prima volta davanti a una telecamera.

Il messaggio che si vuole trasmettere con questo serial è molto chiaro ed è lo stesso che è stato trasmesso in Braccialetti rossi: fra ragazzi uniti da una grave malattia, o hanno in comune la passione per la musica,  i drammi personali vengono affrontati  proprio con il  confrontarsi, il condividere, con l’aiutarsi a vicenda.

Si tratta di un messaggio sicuramente positivo ma resta il dispiacere che per sviluppare questa tesi è stato necessario avviare un meccanismo che si alimenta con un accumulo di sventure e con personaggi stereotipati. Siamo lontani dalla fattura di Un’amica geniale, dove si partecipa alla maturazione progressiva (ma anche alle cadute) di due ragazze complesse quanto lo sono quelle reali, che reagiscono di volta in volta alle situazioni della vita con sfumature sempre diverse.  Gli ultimi serial intorno agli adolescenti non sembrano aver  trovato la formula giusta: come sono stati eccessivi quelli di Baby, di Tredici e di Elite nell’occuparsi in modo irressponsabile del qui e ora senza aver voglia di costruirsi un futuro, i ragazzi di La Compagnia del cigno eccedono nella direzione opposta: cupi e seriosi restano schiacciati dai loro problemi  e non hanno quel guizzo, che è loro caratteristico, di sentirsi  a volte felici e un po’ pazzi semplicemente perché sono giovani.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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