Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

THE SOCIETY (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/17/2019 - 12:04
Titolo Originale: The Society
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Marc Webb
Sceneggiatura: Christopher Keyser
Produzione: Netflix
Durata: dieci puntate
Interpreti: Kathryn Newton, Gideon Adlon, Sean Berdy, Natasha Liu Bordizzo, Jacques Colimon

In West Ham, una cittadina del Connecticut, l’aria emana un odore pestilente di origine sconosciuta e il sindaco decide di mandare tutti i ragazzi dell’ High School fuori dalla città, in un campeggio attrezzato nei boschi limitrofi. I pullman scolastici debbono però tornare indietro a causa di un ponte che ha ceduto per il maltempo. E’ ormai sera e quando i ragazzi tornano a casa si accorgono che qualcosa di misterioso è avvenuto: non c’è più nessuno a West Ham e loro sono gli unici abitanti. Le strade verso l’uscita della città sono boccate. Questi 240ragazzi e ragazze sono ora gli unici componenti di una minisocietà isolata dal resto del mondo e dovranno cercare di organizzarsi, altrimenti si troveranno nel caos....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ci sono ragazzi buoni e altri cattivi in questo serial ma di fronte a una sfida che li costringe a maturare prima del tempo, non si stabiliscono valori in comune, ognuno resta se stesso agendo secondo il suo temperamento, non ci sono riflessioni che trasformano
Pubblico 
Adolescenti
Uso di droga, violenze domestiche, rapporti di convivenza senza nudità. Netflix: VM14
Giudizio Artistico 
 
La fiction risulta stimolante come metafora di una umanità che deve riuscire a organizzarsi come società. Buona la caratterizzazione dei personaggi ma solo quelli femminili
Testo Breve:

Duecento ragazzi dell’ high school tornano da una gita nei boschi ma nella loro cittadina non c’è più nessuno. Una storia interessante sul conflitto fra l’inclinazione all’individualismo e la necessità di organizzarsi in una società ordinata

E’ ormai chiaro: Netflix vuole diventare leader indiscussa dei teen drama e di racconti destinati agli young adult, a giudicare dal ritmo con cui sforna fiction TV e film destinati a questa fascia di utenza. Originale questa volta è il tema di fondo: per questi ragazzi agli ultimi anni della high school, non si tratta di trovare il partner per il prom (il ballo di fine anno), i soldi necessari per andare all’università, organizzare la vacanza più spensierata della loro vita; ora non debbono più andare a scuola, giustificare i loro comportamenti ribelli con le incomprensioni dei genitori ma sono pienamente in balia di loro stessi. Si trovano in una sorta di nuovo mondo, un tema tipico della letteratura americana, dalle caratteristiche particolari: possono entrare in qualsiasi negozio e prendere ciò che vogliono senza pagare ma sono anche coscienti che alla fine tutto si esaurirà.

Sono molti i protagonisti di questa storia, tutti giovani che non hanno perso la voglia di ballare, di ubriacarsi, cercare la/il proprio partner, sul fare gruppo facendo pettegolezzi sulla ex compagna di classe che sta troppo sulle sue ma al contempo sono due le nuove sfide, più grandi di loro che si trovano ad  affrontare: decidere se organizzare una minisocietà civile o lasciare che prevalgano i più prepotenti e trovare un nuovo senso da dare alla propria vita, con l’aiuto della fede cristiana o con altri credo.
Il primo tema è ben sviluppato, una metafora di come la società umana ha cercato nel tempo di organizzarsi, con successi ma anche tante sconfitte. Il primo esperimento che i ragazzi applicano è il socialismo: per quei ragazzi che possono contare solo sulle scorte presenti nei supermercati, non si intravede altra soluzione che raccogliere e distribuire equamente le derrate alimentari e per far questo non resta che assegnare il monopolio della forza a delle guardie che hanno il compito di sequestrare tutte le armi ed esercitare metodi coercitivi su chi trasgredisce. Nessuno sente la necessità di seguire le tradizioni che loro, bene o male hanno ereditato dai genitori: ci si trova piuttosto di fronte a una costruzione rivoluzionaria e, come in tutte le rivoluzioni della storia, la radicalizzazione e la repressione è dietro l’angolo fomentata dai più prepotenti. “Non dobbiamo chiedere il potere, dobbiamo prendercelo” dice uno dei ragazzi. Né manca il terrorismo indiscriminato. “Il terrorismo serve per generare insicurezza”: conclude un altro. Il secondo aspetto, il senso sovrannaturale di tutto ciò che sta accadendo, è meno sviluppato e diventa la riflessione privata di qualche ragazza che si chiede perché Dio abbia voluto tutto questo, se c’è un Dio, oppure si sia piuttosto vittima di un destino senza senso. Alla fine non c’è nessuna intesa collettiva su questo punto e ognuno finisce  per comportarsi in base alla propria natura: chi è buono si comporta da buono, chi è malvagio si comporta come tale. Non ci sono “conversioni” in questo serial.

I personaggi sono ben caratterizzati ma la preferenza va chiaramente a favore di quelli femminili: sono loro che fanno proposte, riflettono saggiamente sul da farsi, hanno momenti di malinconia ma poi sono capaci di affrontare la realtà a testa alta (I co-sceneggiatori sono tutte donne). I maschi vengono ritratti soprattutto come espressione di energie naturali: energie che esprimono pulsioni sessuali, forza atletica come quella dei “ragazzi-guardie” e anche, in un caso, il gusto per la violenza.

L’ossequio al genere teen ha inevitabilmente spinto gli sceneggiatori ad inserire alcuni subplot prevedibili come l’adolescente che resta incinta e la presenza di un ragazzo gay. Originale invece la presenza di una ragazza che si sente cristiana e vuole arrivare vergine al matrimonio, anche se si tratta di un personaggio descritto con una certa ironia, visto che, si mostra molto fantasiosa nei modi con cui esprime affettuosità nei confronti del suo fidanzato

Il serial ha il chiaro obiettivo di raggiungere un vasto pubblico: non ci sono nudità ne violenze esplicite ma gli incontri amorosi appaiono chiari nelle loro intenzioni e alla fine queste coppie, senza che ci siano più i genitori a controllare, finiscono tutti per convivere. Netflix lo ha classificato come VM14 anche per l’abuso di droga e la presenza di violenza domestica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STANLIO E OLLIO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/07/2019 - 09:30
Titolo Originale: Stan & Ollie
Paese: GRAN BRETAGNA, CANADA, USA
Anno: 2018
Regia: Jon S. Baird
Sceneggiatura: Jeff Pope
Produzione: BRITISH BROADCASTING CORPORATION (BBC), ENTERTAINMENT ONE, FABLE PICTURES
Durata: 94
Interpreti: John C. Reilly, Steve Coogan, Nina Arianda, Shirley Henderson, Rufus Jones, Danny Huston

1953. Dopo più di 100 film Stanlio e Ollio sembrano non attrarre più il pubblico. Ma a Londra qualcosa accade.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La volontà di rinsaldare una amicizia che ha resistito al logorio degli anni, Il sostegno di due mogli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
John C. Reilly e Steve Coogan evidenziano ancora una volta quanto una prova attoriale possa regalare emozione e verità se la scrittura è alta e non mira solamente a conquistare il pubblico, a cedere ai ricatti del marketing e del box office.
Testo Breve:

1953. Dopo più di 100 film Stanlio e Ollio sembrano non attrarre più il pubblico. Ma a Londra qualcosa accade. Un omaggio alla grande coppia di comici con un po’ di nostalgia ma tanta amicizia

The show must go on. Lo sostiene Ida Laurel, la moglie di Stanlio (Stan Lauren) in un elegante bar inglese, e lo ripete, subito dopo, Ollio (Oliver Hardy), alla moglie Lucille. Sono passati sedici anni da quel lontano 1937, quando i due grandi attori comici riempivano le sale cinematografiche con i loro sketch. Il set hollywoodiano non li vuole più, li aspetta un palcoscenico europeo per ammiratori agè: hanno lasciato gli Stati Uniti per una tournée teatrale in Inghilterra e, forse, un possibile film. Al loro arrivo il giovane produttore (Rufus Jones) li ha accolti con fretta, i fattorini non sono disponibili nell’hotel che in realtà è una pensione e l’arredamento è decisamente diverso da quello a cui erano abituati. Stanlio e Ollio sono sempre loro, ma il loro successo sembra tramontato. Eppure Ollio non ha abbandonato la sua programmatica astuzia e la sua finta ruvidità, Stanlio è maldestro e fintamente inopportuno. I loro visi non hanno perso il vigore comico, anche se i loro corpi sono diventati più deboli, appesantiti dall’alcool. Al loro fianco ci sono due donne, due mogli, così opposte tra loro: Ida (Nina Arianda) è giovane, decisa, ha modi spicci e ha uno spiccato accento dell’Europa dell’Est quando parla in inglese; mentre Lucille (Shirley Henderson, amata dai più piccoli per il ruolo di Mirtilla Malcontenta nella saga filmica di Harry Potter) è premurosa, preoccupata, attenta.
Il duo non guarda alla fatica, continua a studiare e a provare e le loro date si moltiplicano. Dallo sketch del martello a quello delle due porte, la loro comicità conquista il pubblico. Ma c’è qualcosa che si inceppa. Ci sono problemi resi pietre dagli anni e che sono diventati ossessioni per Stanlio, e poi per Ollio. La spensieratezza dei due (che ancora oggi non stanca mai), la logica di ferro di Stanlio e la creatività di Ollio (che scrive e riscrive battute e inventa sketch di notte), lascia il posto alla nostalgia di un’amicizia che rischia di frantumarsi. E non per un semplice diverbio professionale. Dettagli mai superati, decisioni unilaterali, separazioni apparentemente forzate. Quello che sembrava un inossidabile legame, un sodalizio professionale consolidato, forse non è proprio così.
La risata lascia subito spazio alla nostalgia in Stanlio e Ollio, il biopic di Jon S. Baird, scritto da Jeff Pope, lo sceneggiatore di Philomena. Una nostalgia che si deposita pian piano nella mente e nel cuore dello spettatore perché sta assistendo, come se fosse veramente presente, alla vita di due giganti del cinema. I biopic al cinema sono difficilmente riproducibili e quello di Stanlio e Ollio, forse, lo era più di tutti. Escluso dai riconoscimenti ufficiali, Oscar e Bafta (i premi inglesi) il film, in realtà, dimostra che non esiste storia che il cinema non possa raccontare. È un’arte collettiva, dove le parole e la regia contano, ma dove contano, soprattutto in questo caso, due grandi attori. E John C. Reilly (l’attore amato da grandi registi come Martin Scorsese e Paul Thomas Anderson che si è sottoposto a ore di trucco per poter avere la rotondità di Oliver Hardy) e Steve Coogan (che nella vita ama anche scrivere, come dimostra la nomination agli Oscar per Philomena) evidenziano ancora una volta quanto una prova attoriale possa regalare emozione e verità se la scrittura è alta e non mira solamente a conquistare il pubblico, a cedere ai ricatti del marketing e del box office.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MOLO ROSSO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/02/2019 - 11:28
Titolo Originale: El embarcadero
Paese: Spagna
Anno: 2019
Regia: Jesús Colmenar, Álex Rodrigo, Jorge Dorado, Eduardo Chapero-Jackson
Sceneggiatura: Álex Pina, Esther Martínez Lobato
Produzione: Movistar+, Atresmedia Studios, Vancouver Media, Beta Film
Interpreti: Alvaro Morte, Verónica Sánchez, Irene Arcos

Alejandra è una donna architetto di Valencia che ha ricevuto una bellissima notizia: il progetto per un grattacielo, disegnato da lei assieme alla sua collega e amica Katia, ha trovato un importante acquirente. Mentre torna a casa, riceve dal marito Oscar, che si trova in Germania, una calorosa telefonata di congratulazioni. Ma quella stessa sera stessa viene informata dalla polizia che suo marito è stato trovato morto, probabilmente suicida, dentro una macchina nel parco naturale di Albufera, non lontano da Valencia. Alejandra inizia a capire che il marito ha condotto per anni una doppia vita. Raggiunge Albufera e scopre che lì viveva con un’altra donna, Verònica, che ha avuto da lui una bambina ....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film cerca di teorizzare la validità di un amore libero privo di alcun impegno definitivo. La sessualità vista come strumento per esprimere la propra simpatia anche a persone dello stesso sesso
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo e riprese di incontri amorosi senza molti dettagli ma le tematiche sessuali sembrano costituire il tema prevalente
Giudizio Artistico 
 
I numerosi personaggi risultano tutti ben delineati, ad eccezione del protagonista Oscar. Le otto puntate hanno comportato una eccessiva diluizione del racconto
Testo Breve:

La morte improvvisa del marito, probabilmente un suicidio, fanno scoprire alla moglie la sua doppia vita con un’altra donna. Un thriller psicologico riuscito parzialmente di Alex Pina, già autore del famoso La casa di carta.

Verònica si trova di fronte a un Oscar sconcertato: ha scoperto, proprio ora che la loro relazione si è consolidata, che lei continua ad avere rapporti sessuali con altri ragazzi di Albufera che lei conosce dall’infanzia. Per rasserenarlo, traccia su un foglio due cerchi che si sovrappongono parzialemente.   In quell’area in comune fra i due cerchi – spiega Veranica – vive la loro relazione: lì c’è dedizione completa, l’uno per l’altra. Ma fuori da quella zona, c’è piena libertà, anche di avere incontri con altre persone.  Oscar non può che acconsentire a quello schema, perché anche lui non ha mai abbandonato sua moglie nè le ha mai rivelato la sua relazione con Verònica.

Da quando è iniziata la fase del post-matrimonio, da quando cioè il cinema e la fiction TV hanno perso ogni interesse verso il diamante a quattro punte (amore fra un uomo e una donna, che genera un impegno per la vita, che sviluppa una unione sessuale esclusiva, che genera fecondità) hanno avviato da tempo, una fase di “ricerca sperimetale” senza che se ne intraveda una conclusione in breve tempo, alla scoperta di nuove forme di unione e di impiego della sessualità. Se sono  preponderanti, in questa tendenza,  film e fiction TV che parlano di unioni fra persone dello stesso sesso (ad es: Modern Family, Carol,... ), non vengono trascurati i  L.A.T. (Leave apart together, ad es: Tra le nuvole),  ma anche espressioni di affettuosità sessuata fra persone dello stesso sesso che non hanno alcuna inclinazione omosessuale. E’ il caso di  Chiamami col tuo nome, che sviluppava la storia di un rapporto pederastico fra un alunno e il suo insegnante, oppure Croce e delizia, dove due uomini già sposati e con figli, desiderano convivere secondo le usanze dell’antica Grecia. Ora, con questo Il molo rosso, si teorizza la sessualità come espressione di simpatia naturale che può esser rivolta contemporaneamente a più persone, dell’altro o dello stesso sesso.

L’autore del serial è Alex Pina che, cavalcando il successo, meritato, di La casa di Carta, si è ora riproposto con questo thriller psicologico dove una donna cerca di comprendere la doppia vita che ha vissuto suo marito prima del supposto suicidio. Vengono riproposte le formule narrative che hanno decretato il successo del precedente serial: ogni puntata si chiude con un mistero che resta ancora irrisolto e i tanti personaggi, quelli principali come quelli secondari, sono delineati con cura. Il più riuscito è quello di Verònica, una moderna maga Circe, in grado di attirare a sé, nell’incanto nella sua isola-riserva naturale, gli uomini e di trattenerli con le sue grazie e con la piacevolezza di una vita immersa nella natura.  Più complesso ma comunque interessante è quello di Alejandra: la razionalità e l’armonia con cui progetta le sue forme architettoniche sono espressione di un’attitudine mentale che finisce per respingere a priori, se non per motivi etici, almeno per linearità di comportamento, il tradimento del marito. La sua evoluzione, frutto della sua tensione nel cercare di comprendere come sia potuto accadere, finiranno per avvicinarla alla sensibilità di Verònica e a disegnare nuove forme architettoniche in continua tensione dinamica. Il meno riuscito è proprio il personaggio di Oscar (interpretato da quell’ Álvaro Morte che era stato così determinante per il successo di La casa di carta): sembra una persona senza coerenza interna, che insegue ciò che nell’immediato risulta per lui più piacevole.

Altri serial hanno trattato di recente il tema del tradimento, come The Affair. Questo mostrava in modo molto realistico come il tradimeto danneggi non solo il coniuge tradito e i figli, ma anche il coniuge colpevole: la sua vita diventa fragile, i due amanti vengono squassati da continue incertezze, colti da repentini pentimenti e altrettanti, mai definitivi, recuperi di speranza per un futuro più stabile. Al contrario, In questo Il molo rosso, il tema viene sviluppato come un mito: da una parte c’è Alejandra, espressione della modernità: è una donna emancipata, che si realizza con il suo lavoro di architetto, che risolve sempre a proprio vantaggio eventuali problemi (quando resta incinta proprio quando sta completando un importante progetto, abortisce senza tentennamenti, nonostante le perplessità del marito). Dall’altra c’è una Dea della Natura (Verònica) che vive di agricoltura e pesca, si offre generosamente agli uomini che la desiderano e se resta incinta, accoglie serena il frutto della sua fecondità. Anche i colori contribuiscono a sottolineare questo cotrasto: se l’acqua e le terre della riserva di Albufera vengono riprese con le luci calde dell’alba o del tramonto, la figura di Alejandra si staglia spesso sullo sfondo delle opere di Calatrava a Valencia

Se il baricentro del racconto è costituito sulla contrapposizione fra le due donne, poste a simbolo di due diverse forme di amore e di impiego della sessualità, l’interesse dello spettatore viene disturbato dal fatto che il tema della sessualità finisce per venire abusato (episodio dopo episodio, abbiamo  amore fra persone di diverso o dello stesso sesso, amore a tre, masturbazioni, una giovane ragazza che vende su Internet le proprie nudità,..). Il risultato netto è che l’autore non sembra volerci proporre seriamente nuove forme di vita libertina ma più prosaicamente, tenere desto l’interesse dello spettatore, con continui risvolti pruriginosi.

Resta piacevole la forte intesa fra quattro donne (Alejandra, sua madre, l’amica Katia e sua figlia): spesso litigano fra loro ma le tiene unite una forte solidarietà, pronte ad aiutarsi a vicenda. Spetta proprio a Katia la decisione più saggia di tutta la fiction: divenuta l’amante del suo capo, decide di lasciarlo per non arrecare sofferenza alla moglie di lui.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WONDER PARK

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/23/2019 - 14:36
Titolo Originale: Wonder Park
Paese: USA, SPAGNA
Anno: 2019
Regia: David Feiss
Sceneggiatura: Josh Appelbaum, André Nemec
Produzione: PARAMOUNT PICTURES, NICKELODEON MOVIES
Durata: 85

June è una bambina di otto anni che ha un grande talento per le costruzioni meccaniche ed è piena di fantasia. Con la mamma si diverte a ideare e a costruire macchinari-giocattolo per un parco di divertimenti con i quali riempie tutta la casa. Ogni buona idea è sussurrata all’orecchio di uno scimapnzè di pelusce: sarà lui a guidare il pubblico attraverso la sua Wonderland. Un giorno la mamma deve allontanarsi da casa perché gravemente ammalata e June perde la voglia di costruire e distrugge tutte le sue giostre. Il padre, per distrarla, la invita ad andare con i suoi compagni di scuola in gita in un bosco. Ma è proprio lì che June trova, fra il verde, i resti di un parco di divertimenti abbandonato....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una bambina trova, grazie alle parole di incoraggiamento della madre e dal sostegno del padre, il coraggio di superare un momento difficile
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un eccesso di cinematismo sconsiglia la visione ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Notevole qualità tecnica delle animazioni in 3D. La sceneggiatura risulta discontinua, cambiando più volte il focus principale
Testo Breve:

Una bambina si ritrova in un parco di divertimenti simile a quelloche amava costruire per gioco con l’aiuto della madre. Un film di ottima fattura per quel che riguarda le animazioni 3D  ma che dà spazio a sparmodiche sequenze di azione  piuttoso che sviluppare la psicologia dei personaggi

La prima percezione  che si ha da questo film della 20th Century Fox è  l’alta qualità delle animazioni in 3D. Basta osservare il modo con cui sono stati realizzati i capelli di June e i sofisticati giochi di luce che accampagnano la narrazione. Ciò non può che farci piacere, visto che  la casa di animazione non è nè americana nè asiatica ma europea: si tratta della spagnola Ilion Animation.

Però non è un  film della Disney-Pixar. E’ indubbio che la casa di animazione dominante ci ha abituati (sopratutto dopo l’alleanza fra questi due grandi nomi dell’animazione ) a un modo di raccontare semplice ma al contempo  rigoroso che ha un “cuore caldo” costituito da essenziali affetti familiari o da un forte amicizia e  da personaggi ben delineati che esprimono  una ricca tavolozza di sentimenti come gioia, paura, melanconia, tenerezza, Una tavolozza che ha raggiunto la sua massima espressione in Inside Out, dove sono proprio i sentimenti a diventare i protagonisti di una complessa avventura dentro la mente e i ricordi di una ragazza di undici anni.  

In questo film è molto tenera la relazione fra la bambina e sua madre, che la incoraggia a non porre freno alla sua fantasia, ma a un terzo del film la madre esce di scena e l’interesse si sposta sulla ragazza, sulla  malinconia che la pervade, come se  una “nuvole oscura”le avesse  fatto perdere ogni stimolo creativo. E’ la stessa nuvola  che sovrasta il parco di divertimenti che June ha trovato nel bosco. Siamo quindi non di fronte a una favola ma dalle parti di un racconto psicologico, sulla scia di Inside Out,  film apripista e rivoluzionario, senza averne la stessa lucida complessità. Intervengono, al centro del film, i custodi  del parco: un ’orso blu che viene spesso colpito (quando gli fa più comodo) da sonno da letargo; una saggia cinghialessa, una coppia di scoiattoli sempre pronti a litigare, una scimmia di nome Peanuts (che riceveva all’orecchio i suggerimenti di June quando aveva ancora voglia di guiocare)  e un porcospino che si atteggia a erudito filosofo. Un gruppo simpatico che porta allegria al racconto, spesso impegnato in fughe rocambolesche per sfuggire all’esercito dei pupazzi di pezza-zombi che vogliono distrugggere il parco (altra personificazione del subconscio di June).

Il film, sopratutto gli occhi di un bambino, può apparire appasionante  e divertente ma sono troppi gli spunti tematici che si sovrappongonoe frequenti sono le imperfezioni che creano disarmonia all’insieme. Il porcospino si atteggia a erudito, ma non si sa bene che presa possano fare nei bambini frasi tipo:  “come dice il filosofo greco..” oppure: “Uscire” deriva dal latino  exitus che a sua volta deriva dal greco antico  exeim...i” . Le aspirazioni amorose del porcospino nei confronti della cinghialessa, sono sottolineate da frasi di attenzione nei confronti del suo fisico che non sembrano adatte a un cartole animato. Ma opratutto, ciò che può disturbare  un pubblico di piccoli, è l’elevato cinematismo. Molte scene sono realizzate attraverso montaggi velocissimi, quasi al limite dell’intellegibilità. Questa tendenza è aggravata dal fatto che le sequenze organizzate in questo modo sono tante, quasi che il film può esser  definito  un action movie, a scapito di una definizione più accurata dei personaggi. Occorre inoltre aggiungere che in una scena iniziale, June si trova su di una automobilina da lei costruita in mezzo a una strada piena di traffico e un camion sta per venirle addosso. Non si tratta di un buon esempio da imitare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AFTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/17/2019 - 21:19
Titolo Originale: After
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jenny Gage
Sceneggiatura: Jenny Gage
Durata: 91
Interpreti: Josephine Langford, Hero Fiennes-Tiffin, Khadijha Red Thunder

Tessa Young ha completato il liceo e si appresta a raggiungere il campus dove frequenterà l’università. La madre e il suo fidanzato di sempre si effondono in ammonimenti, affinché Tessa posta restare quella brava e studiosa ragazza che è sempre stata. Le raccomandazioni si rivelano presto inutili: La sua compagna di stanza la invita a una festa dove conosce Hardin, un ragazzo cupo e scostante, con il quale finisce per discutere animatamente anche di fronte alla professoressa di lettere, perché hanno giudizi diversi sui romanzi di Jane Austen ma ormai la scintilla è scoccata…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I turbamenti sessuali della giovane Tessa sono il tema principale di questo film, senza che questo istinto naturale venga sostenuto da un’approfondita conoscenza e da un impegno reciproci dei due giovani. Un racconto “fisico”, senza profondità
Pubblico 
Maggiorenni
Rappresentazioni senza nudità di un rapporto lesbico e di una convivenza prematrimoniale. Una gioventù grigia, senza punti di riferimento
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura che lascia incompleto l’approfondimento dei protagonisti. Buona la prestazione di Josephine Langford (Tessa); incerta invece quella di Hero Fiennes-Tiffin (Hardin) vittima di una modesta definizione del suo personaggio.
Testo Breve:

Tessa inizia a frequentare l’università e conosce nuovi amici e un nuovo amore. Un prodotto ingessato, espressione dell’omologazione verso il basso della nuova cultura mediatica

 

Questo film ha un’importanza addirittura storica perché si può dire che sia il primo (dopo un altro esperimento in tono minore: The Kissing Booth)  a esser stato scritto in modo interattivo con l’aiuto dello  stesso pubblico e come tale costituisce una fonte certificata di ciò che può interessare agli adolescenti e agli young adult di oggi.

La strumento mediatico per una simile interazione è stata la piattaforma di narrativa online Wattpad, un colosso fondato nel 2006, con 70 milioni di scrittori registrati e più di 500 milioni di storie generate dagli utenti che ha proprio l’obiettivo di scoprire talenti e lanciarli nell’etere mediatico.

L’autrice Anna Todd aveva inizialmente concepito il suo racconto come tributo a Harry Styles, frontman della banda del cuore One Direction  (si tratta in effetti di una fanfiction) ed è interessante il modo con cui il racconto si è formato. Anna ha pubblicato in rete i singoli capitoli e da questi ha ricevuto di volta in volta i commenti dei lettori, in base ai quali ha fatto avanzare il racconto. Quando il suo lavoro (si tratta di un’epopea suddivisa in vari romanzi) è stato pubblicato in formato cartaceo, sono state vendute oltre 15 milioni di copie. Alla prima settimana di uscita del film in Italia, il successo è stato confermato e la pellicola è schizzata subito in cima al box office.

Qual è quindi il segreto di questa storia e come è stata trasferita sugli schermi?

Si tratta certamente di una love story in ambito universitario, ma non strappalacrime come l’originale del 1970, né ci troviamo di fronte a una coppia impossibilitata al contatto fisico, come nella saga Twilight o nel più recente A un metro da te. I due giovani soffrono comunque di insicurezza, di qualcosa che li ha resi fragili fin dalla giovinezza: la separazione e le colpe dei propri genitori. E’ questo in effetti il leit motiv che ricorre in tutta la più recente produzione di fiction che ha per protagonisti degli adolescenti, un espediente molto comodo per giustificare certe loro cattiverie. In realtà  è proprio l’amore il grande assente da questo film. E’ scontato che la tranquilla e semplice Tessa e il tormentato e tenebroso Hardin finiscano per piacersi perché ognuno ha bisogno di venir trasformato dall’altro ma i molto modesti dialoghi non ci esprimono l’avanzamento di una conoscenza reciproca, e i loro battibecchi intorno al Darcy e all’ Elisabeth di Orgoglio e pregiudizio o a Catherine e Heathcliff di Cime Tempestose appaiono degli innesti forzati. C’è un solo tema che viene sviluppato con abbondanza di dettagli: i turbamenti sessuali di Tessa di fronte al primo bacio, alle prime carezze, alla prima volta. Una progressione guidata da un Hardin incerto ma gentiluomo, disposto a fare progressi solo quando lei si sente pronta. E’ evidente l’intento dei produttori di realizzare un film patinato adatto a un vasto pubblico (non ci sono nudità) e di fatto i risvolti più crudi presenti nel romanzo, espressione della cattiveria di Hardin, sono stati eliminati, causando però una perdita della caratterizzazione del ragazzo, che appare spesso imbronciato e melanconico in ogni circostanza, senza che si comprenda bene il perché.

Alla fine il risultato è sconfortante: se dobbiamo concludere che il romanzo (e ora il film) è espressione del minimo comune sentire di un vasto pubblico giovanile, qui non ci troviamo di fronte a una bella storia d’amore (come in fondo, era Love story del 1970) ma siamo piuttosto dalle stesse parti di Cinquanta sfumature di grigio.

E quello che è stato proposto come un frutto spontaneo della generazione dei millennials è in realtà espressione dell’omologazione verso il basso che genera la nuova cultura mediatica

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ORO VERDE . C'ERA UNA VOLTA IN COLOMBIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/15/2019 - 14:27
Titolo Originale: Pájaros de verano
Paese: COLOMBIA, DANIMARCA
Anno: 2018
Regia: Ciro Guerra, Cristina Gallego
Sceneggiatura: María Camila Arias, Jacques Toulemonde Vidal
Produzione: BLOND INDIAN FILMS
Durata: 125

Negli anni ’60 il popolo dei Wayúu viveva ancora di pastorizia nella terra arida del Guajira (Colombia) e manteneva intatta la propria cultura. A quei tempi Rapayet, un meticcio, chiede di sposare Zaida, la giovane figlia del capo della famiglia Pushaina. Ma Ursula, la madre di Zaida, non vede di buon occhio un matrimonio con un alijuna (un meticcio) e chiede, per il consenso della famiglia, un pegno notevole:30 capre, 20 mucche, 2 muli e 5 collane. Rapayet ha un’idea: ha scoperto che i giovani americani presenti nella regione, appartenenti ai Peace Corps, sono in cerca di marijuana e si è ricordato che suo cugino Anìbal è in grado di coltivarla nella sua tenuta. L’accordo è fatto: gli americani comprano da lui la marijuana e i soldi iniziano ad arrivare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film racconta con insolito rigore sociologico, gli effetti devastanti della sete di guadagni facili che finiscono per sradicare tradizioni centenarie
Pubblico 
Adolescenti
Situazioni di violenza più alluse che presentate. Alcune rapide scene di nudo
Giudizio Artistico 
 
I registi Ciro Guerra e Cristina Gallego riescono a raccontare, con grande potenza poetica un piccola storia familiare che ha risonanza nazionale per il destino di violenza a cui è stata condannata la Colombia a causa del commercio della droga
Testo Breve:

Alla fine degli anni ’60, il nordovest della Colombia vive di pastorizia. Un giovane non ha i soldi per ottenere in sposa la donna che ama e risolve il problema vendendo marijuana agli americani. Una storia privata ben raccontata che mostra la spirale di conflitti e violenze generato dal commercio della droga.

Ursula deve preparare sua figlia Zaida, per il giorno in cui si esibirà nella danza dell’amore, che la qualificherà come donna da marito. Le indica le dita della mano, che rappresentano “La famiglia, la nonna, il nipote dello zio, il nipote del nonno”. Il messaggio è chiaro: la famiglia, il clan, l’appartenenza al popolo wayúu è tutto ciò che conta.  “Se c’è famiglia c’è rispetto. Se c’è il rispetto c’è l’onore, se c’è l’onore c’è la parola. Se c’è la parola, c’è la pace”. Veniamo introdotti, fin dall’inizio del film, in una società retta da regole tribali. Chi fa parte della famiglia viene protetto sempre e comunque dal suo clan, anche se commette degli errori. Le figlie si sposano solo con il consenso dei familiari. Se ci sono degli screzi fra le famiglie del clan, viene stabilita una riparazione. La trattativa viene condotta da i “messaggeri della parola” che sono sacri e non possono essere toccati. Se la trattativa fallisce, si apre una guerra fra le famiglie rivali. Chi è a capo della famiglia, in questo caso Ursula, deve controllare che le regole del clan vengano rispettate da tutti e ha il compito di custodire accuratamente il talismano che costituisce la fonte della fortuna e della prosperità di tutta la comunità. Suo è anche il compito di vaticinare, interpretando il volo degli uccelli (da qui il titolo originale del film: Birds of Passage )

Si tratta di una struttura sociale molto forte e collaudata, se è vero che i Wayùu “hanno resistito ai pirati, agli inglesi e agli spagnoli. E ai governi che hanno cercato di dirci come avremmo dovuto vivere”.

Prima ancora delle vicende dei protagonisti, anzi proprio per mezzo di questi, il film si concentra sul tema centrale della storia: la “tenuta” di un’organizzazione sociale che ha resistito per secoli, di fronte all’impatto con un’altra società, quella americana; un impatto devastante non perché l’altra è ricca e potente ma perché è edonista e consumista. Il regista non riesce a trattenere il suo disprezzo verso i giovani hippies americani (siamo alla fine degli anni ’60) che con il pretesto di far parte dei Peace Corps sono venuti in Colombia con le loro ragazze, una forma di vacanza sulle coste del Pacifico, alla ricerca di marijuana.   Se un’organizzazione tribale era sopravvissuta a pirati, agli spagnoli, agli inglesi, perché dovrebbe cedere proprio ora? Ora la minaccia è più subdola: non si tratta di una potenza straniera che vuole imporsi con la forza ma è proprio il paradigma etico dei Wayùu a entrare in crisi. Non è la vendita di marijuana a degli stranieri a generare crisi di coscienza ma è la scoperta della spirale del guadagno e del potere del denaro rompe quell’ equilibrio fondato sull’orgoglio familiare che sapeva però riconoscere anche i diritti delle altre famiglie. A uno a uno, in una spirale drammatica, vengono violate tutte le sue leggi: prima quelle che definivano i rapporti con le donne, poi il vincolo più sacro: il rispetto dei “messaggeri della parola”. Le scene iniziali di tranquilla vita agreste di trasformano verso la fine del film in battaglie fra clan rivali degne dei miglior film hollywoodiani di gangster. La sceneggiatura inserisce momenti di riflessione intima fra i protagonisti: si interrogano sui vaticini espressi dai voli degli uccelli ma non c’è nessun fatalismo in loro: piuttosto la coscienza che stanno tutti perdendo la loro anima: quella personale e quella del loro popolo. Il personaggio più interessante è proprio Rapayet: è l’unico che non si lascia travolgere dall’avidità ma neanche imprigionare dalla camicia stretta delle leggi della famiglia. Riconosce valori superiori come quelli di non uccidere e di cercare sempre la pace. In fondo, questo Oro verde non esprime solo la potenza  corruttrice del consumismo americano ma anche l’incapacità di una società tribale di esprimere valori universali.

Il film ha la struttura di una tragedia greca (è diviso in canti e il racconto è preceduto e concluso da un cantore che anticipa e commenta le tristi vicende) e sviluppa bene la psicologia dei singoli personaggi. Solo i cattivi, che sono irrimediabilmente cattivi, sembrano ossequiare schemi astratti di malvagità senza speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HELLBOY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/11/2019 - 14:04
Titolo Originale: Hellboy
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Neil Marshall
Sceneggiatura: Andrew Cosby
Durata: 120
Interpreti: David Harbour, Ian McShane, Milla Jovovich, Daniel Dae Kim

Hellboy è un semi-demone, evocato nel lontano 1944 dal mago Rasputin su richiesta dei Nazisti che speravano con questa “arma” di capovolgere i destini della guerra. “Rubata” dagli Alleati, la creatura dalla forza sovrumana e dall’aspetto inquietante viene cresciuta dal professor Bruttenholm come un figlio e addestrata a diventare un “detective del paranormale”, dedito alla difesa dell’umanità contro le minacce dei mostri. Ma quando la minaccia della sanguinaria strega Nimue si ripresenta, per Hellboy non sarà solo questione di forza, ma anche di capire chi è veramente…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista è in fondo un bonaccione. Con un forte istinto di protezione verso i deboli, che però convivono in lui con una assoluta nonchalance nel fare a pezzi i nemici
Pubblico 
Maggiorenni
numerose scene di violenza anche efferata. Negli USA il film è vietato ai minori di 17 anni.
Giudizio Artistico 
 
Il film resta un esperimento francamente molto poco riuscito, irritante nel suo ricorso sfacciato alla violenza, incapace di dare sostanza al percorso del suo protagonista,
Testo Breve:

Hellboy è un semi-demone addestrato a diventare un “detective del paranormale”, dedito alla difesa dell’umanità contro le minacce dei mostri. Ma il ritmo rutilante di una sorta di giostra sanguinaria rendono il film a dir poco indigesto

In una stagione dominata dai cinecomic (solo da inizio 2019 si sono visti Aquaman, Captain Marvel e Shazam, ma è solo un assaggio visto che poi ci sarà l’ultimo atteso capitolo dei Avengers, seguito da un nuovo Spiderman) il reboot del personaggio creato da Mike Mignola nel 1993 (i precedenti cinematografici portano l’autorevole firma di Guillermo Del Toro) firmato da Neil Marshall (The Descent, Centurion) punta sulla quantità (di azione, di sangue, distruzione e mutilazioni assortite) più che sulla qualità.

Le avventure del detective del paranormale Hellboy hanno il ritmo rutilante di una giostra sanguinaria che tra prologhi, flashback e visioni, sbatacchia lo spettatore in un flipper che più che divertire dopo un po’ estenua. La colonna sonora invadente, la grafica onnipresente e gli effetti visivi fatti per sconvolgere completano un piatto a dir poco indigesto.

In mezzo a tutto ciò stona il tentativo di alleggerire il gore con l’umorismo del protagonista (sotto il prostetico c’è il bravo David Harbour, lo sceriffo della serie Netflix Strager Things), che a dispetto delle sue origini e del suo inquietante aspetto è in fondo un bonaccione. Il suo difficile rapporto con il padre adottivo, l’istinto di protezione verso i deboli, convivono in lui con una assoluta nonchalance nel fare a pezzi i nemici…seguendo la propria natura demoniaca.

Del resto è il percorso del protagonista nel film quello di un (anti)eroe che deve decidere da che parte schierarsi, anche se la pellicola di certo non eccelle nel tratteggio delle psicologie ma preferisce la strada sbrigativa di mostrare una scena di action dopo l’altra commentata fin troppo da battute che definire didascaliche è una gentilezza.

Non aiuta più di tanto il tentativo di “costruire una squadra” attorno a Hellboy per spingere il senso di cameratismo in un mondo dove continuano a comparire mostruosità di ogni genere, le teste saltano con allarmante regolarità, accompagnate da stragi di grafica violenza (il film è caldamente sconsigliato ai minori).

Si vorrebbe nobilitare il tutto con il ricorso niente di meno che alla saga arturiana, ma ne esce la versione più cheap possibile e il moltiplicarsi dei cattivi (oltre alla strega ci sono il suo aiutante dalla testa di suino e Baba Yaga che trucida e mangia bambini) riesce solo a far durare (troppo) a lungo la storia.

Insomma questo Hellboy resta un esperimento francamente molto poco riuscito, irritante nel suo ricorso sfacciato alla violenza, incapace di dare sostanza al percorso del suo protagonista, il cui dilemma, largamente prevedibile, si risolve nello spazio di un momento. L’epilogo (ovviamente non può mancare) lancia un sequel di cui faremmo volentieri a meno.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LIKEMEBACK

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/31/2019 - 19:41
Titolo Originale: Likemeback
Paese: ITALIA, CROAZIA
Anno: 2018
Regia: Leonardo Guerra Seràgnoli
Sceneggiatura: Leonardo Guerra Seràgnoli
Produzione: ESSENTIA, NIGHTSWIM, INDIANA PRODUCTION COMPANY CON RAI CINEMA, COOPRODOTTO ANTITALENT PRODUKCIJA
Durata: 80
Interpreti: Denise Tantucci, Angela Fontana, Blu Yoshimi, Goran Markovic

Lavinia, Carla e Danila sono tre ragazze che hanno finito il liceo e si godono una vacanza fra le isole della Croazia in barca a vela con skipper, un dono generoso da parte della madre di Carla, la più studiosa, che pensa di trascorrere quella vacanza preparandosi all’esame di ammissione all’università. Lavinia è la più sicura di se’ e si vuole godere la vacanza mentre Danila è tutta concentrata nel fare il maggior numero di foto da postare su Instagram: vuole assolutamente raggiungere i 30.000 followers..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Encomiabile l’impegno del regista di ricostruire gli effetti che si determinano in tre ragazze sul finire dell’adolescenza, a causa di una totale dipendenza dai social network . Un tentativo non completamente riuscito che evidenza la superficialità di tre ragazze ma non spiega pienamente le ragioni del loro comportamento
Pubblico 
Maggiorenni
Numerosi nudi femminili. Relazioni amorose di una sola notte. Impiego di sostanze stupefacenti in discoteca
Giudizio Artistico 
 
Un film sperimentale nella messa in scena, nella sceneggiatura, nelle riprese, che tradisce una certa impostazione intellettuale
Testo Breve:

Tre ragazze in barca per passare l’estate del dopo maturità. Un film di denuncia sulla dipendenza dai social network riuscito parzialmente

Danila scatta una foto a Lavinia mentre sta dormendo a sua insaputa e la posta su Instagram. La mattina dopo Lavinia va su tutte le furie: postando un’immagine improvvisata in questo modo, rischia di rovinare il suo livello di Like. Si calma solo quando si accorge che i commenti dei followers sono positivi: hanno apprezzato un’immagine così spontanea. Indubbiamente l’idea di mettere a fuoco la dipendenza della generazione Z dai media è particolarmente stimolante e degna della massima attenzione ma le scelte del regista e sceneggiatore Leonardo Guerra Seràgnoli lasciano perplessi. Tre ragazze si trovano nell’estate del dopo maturità, raccontata in tanti e tanti film a iniziare dai fratelli Muccino (L’estate addosso, Che ne sarà di noi). Cosa ci fanno queste tre ragazze, da sole in una barca (c’è un solo maschio con loro: lo skipper) lungo le coste della Croazia? Perché non hanno organizzato la vacanza più entusiasmante della loro vita con i loro amici, con il loro ragazzo? Si può rispondere che il viaggio in barca è una metafora dell’incomunicabilità nella quale le ragazze si sono autoescluse. Ogni tanto parlano dei loro ragazzi ma li qualificano con distacco, attraverso gli sport che praticano, le loro manie, sembrano quasi quei brevi profili che appaiono su Facebook. In questo film ci sono solo loro, il mare blu e il cellulare. In effetti è il cellulare, il vero protagonista della storia, che deve subito esser rimesso in carica appena dà segni di esaurimento e quando cade in mare, come accade a Carla, si determina una vera e propria tragedia. Le ragazze attraversano paesaggi incantevoli ma per loro sono solo un’occasione per fare un nuovo selfie, non per comunicare con qualche persona a loro cara, ma per accrescere il livello di apprezzamento raggiunto presso tanti anonimi followers. La più fragile di tutte è Danila, che si riprende in pose sempre più audaci per aumentare il proprio indice di gradimento ma poi, quando sbarca su un’isola e passa la serata in una discoteca, è inesperta nei rapporti umani e non sa come gestire i ragazzi che incontra. Il film ha un profilo sperimentale e Il regista ha voluto essere originale sia nelle inquadrature che nella sceneggiatura. Anche le tre ragazze hanno collaborato alla stesura del testo per cercare di ricostruire il modo di parlare degli adolescenti (ma il modo con cui si sovrappongono nel parlare, rende spesso poco intellegibile cosa dicono) e in effetti il loro chiacchierare libero, le inquadrature come se fossero improvvisate attraverso telefonino, consentono allo spettatore di sentirsi in barca con loro. Il problema di questo film è che tutto si esaurisce in questa novità. Dopo essersi immersi nel cielo e nel mare della Croazia, dopo aver ascoltato le ragazze che parlano fra loro, prendono il sole e postano continuamente foto, succede poco altro, tranne una turbativa finale che non vogliamo rivelare.. Le varie tecniche escogitate dall’autore per realizzare un nuovo cinema-verità non costituiscono la base per una narrazione ma si richiudono in se stesse. Si potrebbe dire che il film ha comunque il merito di denunciare l’alienazione che si raggiunge quando diventa più importante la vita virtuale che si vive dentro un telefonino che quella reale, ma questa conclusione appare parzialmente corretta. Quella dipendenza dal cellulare è una causa o un effetto di una vita impostata alla massima superficialità? Sappiamo molto poco di queste ragazze ma concludiamo che hanno pochi amici e relazioni fragili, sono dei Narciso che contemplano la loro immagine nel vetro di un cellulare, hanno poco pudore e apprezzano gli incontri di una sola notte. Forse, in questo film a tema, manca la presenza di personaggi fatti di carne e ossa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RIVERDALE (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/30/2019 - 11:11
Titolo Originale: Riverdale (season 1)
Paese: USA
Anno: 2017
Produzione: Warner Bros, CBS
Durata: 13 episodi, ora su Netflix
Interpreti: KJ Apa, Camila Mendes, Lili Reinhart, Cole Sprouse, Luke Perry,

Una tranquilla cittadina americana viene sconvolta dal misterioso omicidio del ragazzo più popolare della città, Jason Blossom. La vita di tutti i suoi compagni di scuola e dei abitanti di Riverdale cambierà per sempre.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In questa serie, priva dei toni foschi e morbosi di tanti altri teen drama, degli adolescenti coltivano salde amicizie e sviluppano i primi amori. I cattivi sono i genitori. Esperienze sessuali prematrimoniali anche omosessuali
Pubblico 
Adolescenti
Inclinazione al suicidio, rapporti prematrimoniali anche fra un minorenne e una maggiorenne ma attraverso scene solo allusive
Giudizio Artistico 
 
Un teen drama, che è anche un buon giallo caratterizzato da un continuo orientarsi verso il mistery. I colpi di scena sono ben inseriti e la serie, non prevedibile, tiene continuamente con il fiato sospeso
Testo Breve:

Una tranquilla città di provincia si scopre non essere più tale quando un ragazzo dell’high school viene ucciso e i suoi amici cercano di scoprire cosa è successo.  Riverdale è la serie più vista dai giovani nel 2018 dopo Thirteen ma è più romanzata e meno cupa di altri teen drama di successo

Ogni generazione ha la sua serie icona: dai ‘90 di Beverly Hills, ai 2000 di Dawson’s Creek. Dalle vite degli adolescenti ricchi di Orange County a quelle sconclusionate e ribelli di Gossip Girl. I teen drama rappresentano non solo una moda ma esprimono da sempre, per la storia della tv, esempi e modelli di vita in cui identificarsi.

Nell’era di Netflix, dove le produzioni risultano essere a basso costo ma di migliore qualità, è necessario comprendere che la scelta di cosa vedere è amplificata a dismisura rispetto a qualche anno fa. Infatti, se Thirteen Reason Why racconta la realtà cruda dei pericoli che incontrano talvolta gli adolescenti, Riverdale è una serie decisamente più romanzata. I personaggi, come nei migliori film Warner Bros, seguono un percorso che li porta a delle scelte, bene e male che siano, imparano a riconoscere le amicizie, provano le prime esperienze dell’innamoramento, affrontano i pericoli e conoscono sé stessi mettendosi alla prova.

In questo Riverdale rappresenta un cambiamento decisamente positivo rispetto al decennio passato dove i protagonisti delle serie mentivano, rubavano, talvolta facevano uso di droghe solo per sentirsi parte di un gruppo. Il messaggio che veniva percepito per la maggiore era quello di una realtà ben lontana, con il conseguente desiderio di evasione.

Guardando Riverdale si respira quasi l’aria del piccolo paese in cui tutti si conoscono. Una misteriosa cittadina medio borghese, che ha costruito la propria economia sullo sciroppo d’acero, dove il passato incide spesso sul presente. I cittadini sono preoccupati di mantenere spesso le apparenze, non mancano i gruppi dove c’è chi si impone sull’altro, liti familiari, ma senza eccessivi drammi.

Così, se inizialmente può sembrare un semplice teen drama, già dalla puntata pilota ci rendiamo conto che si tratta di un vero e proprio thriller: che fine ha fatto Jason Blossom?

La storia racconta di un gruppo di ragazzi della Riverdale High School, Jughead Jones, Betty Cooper, Archie Andrews Veronica Lodge, che indagano su misteri, omicidi e intrecci amorosi.

La voce narrante è del sarcastico e introverso Jughead Jones, costantemente alla tormentosa ricerca della verità che tenta di portare a galla attraverso i suoi articoli pubblicati sul giornale studentesco.

Jughead condivide la passione per le indagini e il giornalismo con la compagna Betty Cooper che in apparenza sembra la tipica ragazza acqua e sapone della porta accanto; solo con lo svilupparsi delle vicende mostrerà un lato più oscuro. Il protagonista, Archie Andrews, è il classico giocatore di football del college che si divide tra la passione per la musica e lo sport. L’ultima del gruppo, Veronica Lodgericca ed elegante ragazza appena trasferita da New York con la madre, dopo che uno scandalo finanziario ha travolto la sua famiglia.

In Italia non è così conosciuto, ma Archie Andrews è uno dei personaggi più vecchi nella storia dei fumetti negli Stati Uniti.  La serie, adattamento televisivo dei fumetti Archie Comics, è prodotta da Warner Bros e Netflix ed ha vinto 22 premi tra cui 16 Teen Choice Award.

Riverdale si presenta come un teen drama, ma è anche come un buon giallo caratterizzato da un continuo orientarsi verso il mistery. I colpi di scena sono ben inseriti e svelati non tutti sul finale delle puntate rendendo così la serie non prevedibile, tiene continuamente con il fiato sospeso e non annoia: episodio dopo episodio, si mantiene viva la tensione. Ogni puntata racconta qualcosa del passato che si ripercuote sul presente facendo emergere un netto contrasto tra tradizione e innovazione. Le strade illuminate da luci al neon sotto il cielo nuvoloso, ci presentano un’ambientazione, fatta di pub e automobili anni ’50 che ci riportano alle dinamiche tipiche della provincia americana mescolate ai temi attuali più discussi tra i giovani come la competizione femminile, il suicidio il disagio ai tempi del liceo e l’omosessualità.

Come gran parte delle serie tv d’oltreoceano lo spazio è sempre ristretto alla piccola cittadina, un piccolo ma intenso mondo tra milk-shake condivisi con gli amici, storie d’amore e strane e misteriose scomparse che rappresentano il giusto mix di ingredienti per il successo di una serie.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PEPPERMINT – L’ANGELO DELLA VENDETTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/25/2019 - 12:05
Titolo Originale: Peppermint
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Pierre Morel
Sceneggiatura: Chad St. John;
Produzione: HUAYI BROTHERS
Durata: 110
Interpreti: Garner, John Gallagher Jr, Juan Pablo Raba

Riley North è una giovane madre piccolo-borghese la cui vita viene sconvolta quando una gang messicana le uccide il marito e la figlia. Al processo, grazie alla corruzione della polizia e del sistema giudiziario, i colpevoli sfuggono alla giustizia. Riley, sconvolta, scompare e torna cinque anni dopo trasformata in una spietata assassina decisa a farla pagare tutti quelli che hanno distrutto il suo mondo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un’esaltazione della vendetta privata, dove il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sulle sue conseguenze
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza ripetuta e brutale.
Giudizio Artistico 
 
In questo action inutilmente violento, le azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, sono alla fine un po’ ripetitive. E anche i cattivi sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi
Testo Breve:

Una tranquilla casalinga a cui viene ucciso il marito e la figlia, si trasforma, dopo cinque anni di preparazione, in una spietata assassina.  Un action movie inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza

 

Il regista Pierre Morel è lo stesso di Io vi troverò, prototipo del più recente filone dell’action “di vendetta” in cui un singolo “vigilante” si prende sulle spalle l’impresa di eliminare intere organizzazioni criminali colpevoli di aver toccato la sua famiglia (lì era Liam Neeson, agente segreto in pensione alla ricerca della figlia), che ha generato un imprecisato numero di epigoni.  

Dai tempi del Giustiziere della notte di Charles Bronson non si contano gli americani più o meno comuni che si, sul grande schermo, in patria o all’estero, si prendono in carico una giustizia maltrattata dalle istituzioni.

Qui la curiosità è che, a fare la parte della castigamatti è una ex casalinga, mite e piccolo borghese, le cui maggiori preoccupazioni, fino alla tragedia, erano state la festa di compleanno della figlia, rovinata dalla compagna di classe spocchiosa, e il mutuo da pagare, mentre i cattivi sono una gang di narcos messicani dai metodi spietati e con ottimi agganci tra polizia e giudici.

Come Riley si trasformi, nei cinque anni che passano tra l’antefatto e il momento della vendetta, nell’intrepida guerriera capace di menare le mani e sparare con fucili d’assalto e di suturarsi una ferita da coltello senza anestesia non è mai chiarito. Il sospetto è che gli autori si siano affidati al passato cinematografico e televisivo della protagonista Jennifer Garner (indimenticabile spia  protagonista  di un classico come Alias, ma anche di un paio di modesti cinecomic) per evitare di spiegare questo come molti altri punti oscuri della vicenda.

Del resto l’impressione è che il dramma iniziale serva solo per giustificare una serie di azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, ma alla fine un po’ ripetitive.

Anche i cattivi, del resto, sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi, dal giudice corrotto che nemmeno si ricorda il nome della donna che ha “tradito”, all’avvocato mafioso che strapazza la povera testimone traumatizzata, fino al poliziotto che fa la spia per i narcos e sceglie il posto sbagliato dove stare.

Il film cerca una via di originalità sfruttando la messa in scena dell’impatto mediatico della vicenda: tra tv e social media, l’eroina con pistole e fucili che fa fuori i criminali accumula in breve tempo più follower che critici, in omaggio alla mai sopita passione, dentro e fuori dai cinema, degli statunitensi per chi si fa giustizia da solo, particolarmente sentita in un periodo dove il sistema è generalmente percepito come corrotto e inefficiente.

Se la protagonista segue un proprio percorso da giustiziera (appena complicato da qualche ricordo della figlia, che sembra comparire nei momenti più scomodi) dovutamente nobilitato da una collaterale difesa degli emarginati, il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sul peso e le conseguenze della violenza privata, che certo renderebbero un pochino più indigesti i popcorn.

Non è questo lo scopo di un action inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza e in cui il protagonismo femminile viene utilizzato come un’esotica variante del modello più che come un possibile spunto per riflettere (come accadeva ad esempio nel più complesso Il buio dell’anima con Jodie Foster). Il risultato è una pellicola non soltanto moralmente discutibile, ma anche modesta e prevedibile che difficilmente rilancerà la Garner nell’Olimpo 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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