Dramma

BASTARDI SENZA GLORIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 13:51
Titolo Originale: Inglorious Basterds
Paese: USA, Germania
Anno: 2009
Regia: Inglorious Basterds
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produzione: A Band Apart, Zehnte Babelsberg Film, Lawrence Bender Productions, The Ewinstein Company, Universal Pictures
Durata: 160'
Interpreti: Brad Pitt, Christoph Waltz, Diane Kruger, Mèlanie Laurent,

1941- c'era una volta la Francia occupata dai nazisti. Il colonnello delle SS Hans Landa ha il compito di stanare tutti gli ebrei per deportarli; raggiunge la casa di un contadino dal quale cerca di avere notizie sulla famiglia Dreyfus,  loro vicini di cui si sono perse le tracce. Il contadino, per salvare la sua famiglia, rivela il loro nascondiglio; vengono tutti uccisi tranne la giovane Shosanna. Nel frattempo viene paracadutato in Francia un drappello di 8 americani di origine ebrea che hanno il solo scopo di uccidere il maggior numero possibile di soldati nazisti prendendosi il loro scalpo come trofeo. 1944-Parigi. Ora Shosanna è diventata proprietaria di un cinema dove si proietterà un film di propaganda alla presenza dello stesso Hitler. L'occasione è ghiotta e gli otto "bastardi" decidono di infiltrarsi per piazzare delle bombe nella sala; ma anche Shosanna ha deciso di vendicarsi dando alle fiamme il suo cinema.....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tarantino conferma la sua passione per la violenza splatter anche se in dosi minori che in passato. Si tratta, ancora una volta di una storia di vendetta senza pietà, incapace di discriminare fra chi è veramente responsabile e chi è innocente
Pubblico 
Maggiorenni
Un soldato legato viene ucciso a colpi di mazza sulla testa. Dettagli sanguinosi su come si prende lo scalpo a un soldato ucciso e su come si sfregia la fronte dei prigionieri con un coltello
Giudizio Artistico 
 
In alcune specifiche scene Quentin Tarantino conferma le sue grandi doti di cineasta ma l'attenzione posta alle singole sequenze va a discapito della compiutezza del racconto globale

Il film è diviso in cinque atti ed il primo è sicuramente il migliore, un capolavoro. Il colonnello tedesco Hans Landa (l'ottimo attore austriaco Cristoph Waltz che ha meritatamente vinto il premio come miglior protagonista a Cannes 2009) è a colloquio a tu per tu con un contadino nella sua fattoria; con fare  gentile  ed affettato, alternando il francese all'inglese, il colonnello vuole sapere dove si è nascosta la famiglia ebrea Dreyfus. Le parole del colonnello, ammantate di falsa cortesia, pesano come il piombo e  Tarantino gioca su tre sponde: quella del tedesco che mentre parla cerca di carpire le minime reazioni del padrone di casa; quest'ultimo che calibra ogni sua parola, preoccupato per l'incolumità della moglie e delle due giovani figlie e lo spettatore stesso, che sa che proprio sotto gli assi di legno dove avviene la conversazione è nascosta la famiglia ebrea al completo. Alla fine il contadino cederà: non per una violenza fisica ma sopraffatto da una elegante tortura linguistica.

Quentin Tarantino è bravo proprio in questo gioco di dialoghi carichi di minaccia e forse sapendolo, ci tiene a replicarsi: il quarto atto si svolge in una taverna dove a un tavolo ci sono dei soldati tedeschi che festeggiano la nascita del figlio di uno di loro e all'altro soldati americani ed inglesi  travestiti dai ufficiali tedeschi per incontrare l'attrice tedesca Bridget Von Hammersmark che fa il doppio gioco. Ancora una volta un ufficiale delle SS si avvicina per brindare con loro ma sappiamo che da un momento all'altro la sua affettata cortesia si può trasformare in una esplosione di violenza.

Il lungo film è diviso in cinque atti non perché si tratti di un film a episodi, né tanto meno per la necessità di gestire una storia che sarebbe risultata troppo lunga; in realtà Tarantino, con il suo grande senso del cinema, è particolarmente efficace nella singola sequenza, nella singola inquadratura (molto bella quella in cui Shosanna si veste e si trucca con cura per la sera della sua grande vendetta: quasi la vestizione rituale di un torero) ma non riesce a raccontare una storia compiuta, sopratutto a presentarci uomini e donne vere che sanno soffrire, amare o pentirsi. Solo la figura del colonnello Hans Landa è ben tratteggiata nella sua lucifera furbizia, colto ed elegante nelle  forme verbali ma pronto a esercitare la  violenza quando è necessario.
I capitoli più brutti sono proprio quelli che riguardano gli otto bastardi del titolo: si tratta di otto americani di origine ebrea che hanno dei conti da regolare con la giustizia e  che sono arrivati  in Francia con il solo scopo di ammazzare il maggior numero di nazisti, anzi, per sfregio, di  portar via il loro scalpo. C'è in loro un cieco spirito di vendetta, incapace di distinguere il nazista responsabile dal semplice soldato che fa il suo dovere. Un attore come Brad Pitt è sprecato nella sua monolitica e stupida crudeltà. La scena più odiosa è proprio quella in cui un soldato tedesco che si rifiuta di rivelare le postazioni dei suoi commilitoni viene ucciso a colpi di mazza da baseball in testa (e si vedono).

E' inutile cercare in questo film qualche riferimento a storie realmente accadute: ci troviamo di fronte a un altro parto del mondo di Quentin Tarantino, che si nutre unicamente di cinema e di fumetti;  non ha altra ambizione che quella di vivere la sua vita effimera nell'arco delle  due ore e mezza della proiezione . Se è vero però che anche semplici favole sono in grado di far trasparire messaggi universali, nel caso di questo film Tarantino sembra  volerci indicare, come in altre sue opere, che l'unico modo per ristabilire un equilibrio è quello di una vendetta senza pietà.
I riferimenti ad altri film  sono innumerevoli: a cominciare da Quel maledetto treno blindato - 1978  - regia di Castellani il cui titolo inglese è appunto Inglorious Bastards ma anche Quella sporca dozzina, Duello al sole e Viale del tramonto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VIOLA DI MARE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 12:39
Titolo Originale: VIOLA DI MARE
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Donatella Maiorca
Sceneggiatura: Mario Cristiani, Donatella Diamanti, Donatella Maiorca, Pina Mandolfo e Giacomo Pilati dal romanzo Minchia di re di Giacomo Pilati
Produzione: Maria Grazia Cucinotta, Giovanna Emidi, Silvia Natili e Giulio Volati per Italian Dreams Factory
Durata: 105'
Interpreti: Isabella Ragonese, Valeria Solarino, Ennio Fantastichini

Angela è nata e cresciuta su una piccola isola siciliana nel XIX secolo. È vessata da un padre padrone (titolare della cava di tufo da cui dipende il benessere di tutti gli abitanti) che avrebbe voluto un figlio maschio. Insofferente alle regole imposte alla donne, Angela si innamora dell’amica d’infanzia Sara, dapprima spaventata, poi conquistata dalla forza del suo sentimento. In nome di questo amore Angela rifiuta il matrimonio con l'uomo che suo padre ha scelto per lei e per questo viene segregata in una grotta. Ma di fronte alla sua tenacia, la madre, da sempre sottomessa, se ne esce con uno stratagemma: d’ora in avanti Angela diventerà per tutti Angelo, dovrà travestirsi da uomo e così potrà coronare il suo amore. Ma il futuro ha in serbo un crudele destino…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Sfruttamento morboso di un tema "caldo" analizzato con particolare superficialità
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di sesso etero e omosessuale e di nudo.
Giudizio Artistico 
 
Il film si distingue per l’assoluta incapacità di lavorare sui conflitti che diano corpo e interesse ad una vicenda in cui la caratterizzazione dei personaggi finisce per essere un optional
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LO SPAZIO BIANCO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 12:33
Titolo Originale: LO SPAZIO BIANCO
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Francesca Comencini
Sceneggiatura: Francesca Comencini, Federica Pontremoli
Produzione: Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango in collaborazione con Rai Cinema
Durata: 98'
Interpreti: Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Maria Pajato

Maria, ormai sulla quarantina, è una donna sola, vive a Napoli e fa l'insegnante nelle scuole serali.  Una sera a cinema incontra un giovane (un ragazzo-padre) con il quale inizia una relazione.  Rimasta incinta e abbandonata dall'uomo, ha una gravidanza difficile e partorisce al sesto mese. La bimba vive ora in un'incubatrice per completare i tre mesi di gestazione che le mancano. La prognosi è incerta e a Maria non resta che aspettare accanto alla sua piccola...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'autrice ci regala un inno alla vita che però resta incompiuto nella caparbia visione di una filiazione di esclusiva competenza femminile
Pubblico 
Adolescenti
Il tema trattato potrebbe destare apprensione nei più giovani
Giudizio Artistico 
 
Francesca Comencini riesce a scavare nell'animo della donna e la segue nel suo alternarsi di speranza e di distaccata rassegnazione

Maria torna a casa con le immagini dell'ecografia che rivelano inconfutabilmente il suo stato di gravidanza. Le mostra ad un amico che dice: "E' un bel bimbo" "Che stupido - replica lei- è solo un'ombra"; " E' una bella ombra" insiste lui. Inizia in questo modo per Maria questo progressivo, molto lento, accorgersi della presenza dell'altra, di sua figlia.

Appena  nata viene collocata all'interno di un'incubatrice;  c'è ma non c'è, così separata dalla madre e dal resto del mondo da tanti tubicini, vetri, monitor a cui è affidato il responso sul suo incerto destino.
Maria mantiene ancora le distanze, per lei è solo un'ombra di vita: "aspetto che nasca o che muoia, non lo so"  confida ad un'amica .
Quando il medico le propone di mettere davanti all'incubatrice un allegro cartoncino con il nome della bimba, lei all'inizio rifiuta: in fondo è lei  la madre e lei sa bene come si chiama, non occorre che lo sappiano altri. Alla fine  accetta, e prega il dottore di scriverci sopra "Irene".  E' il primo momento in cui Maria ne riconosce l'identità di persona a se stante, non più una sua indefinita appendice.

"Lunedì le staccheremo i tubi": Maria viene informata dal medico che è arrivato il momento di scoprire se Irene è in grado di respirare da sola.  Solo allora, poche ore prima del momento fatidico, Maria diventa realmente madre e come tutti i genitori, si sente schiacciata da un evento misterioso che supera se stessa, che non può controllare, totalmente dipendente da qualcosa, da qualcun Altro che ha in mano il destino suo e di sua figlia e di fronte al quale sente il bisogno di mettersi a nudo, di confessarsi, di promettere qualsiasi cosa pur di avere sua figlia viva: "avrei voluto essere più paziente, più umile, più dolce, più buona. E lo sarò sai, io non avrò più fame né sete,  la porterò sempre con me: me la porto al cinema, alle manifestazioni, ovunque la porto! Imparerò a fare le pappe, i bagnetti, la porterò al giardino a giocare tutto il giorno. Io ce la posso fare, io ce la voglio fare".

Francesca Comencini ha raccontato con grande partecipazione una storia sulla forza primordiale della vita e sulla donna, vista come  la principale testimone di quest'evento al contempo affascinante e misterioso.

In un'intervista al Venerdì di Repubblica del 16 ottobre l'autrice ha dichiarato: "nessuna donna è pro-aborto: è un nonsense, perché le donne sono le guardiane della vita. Questo film è un inno alla vita: celebrarla è compito dell'arte".

Occorre però sottolineare che per Francesca Comencini, (ma anche per sua sorella Cristina, alleate nella stessa "battaglia")  esaltare il valore della vita non vuol dire affatto sostenere il matrimonio e la famiglia.

Maria, appena saputo di essere incinta, rimasta senza l'appoggio del padre che non gradisce la responsabilità di questa nascita, si confida a un amico: "Come faccio adesso? Lo faccio da sola?". "Da sola hai fatto sempre tutto." le risponde l'amico.

Una solitudine non per accidente ma per scelta. E' questo il tipo di donna a cui fa riferimento la nostra autrice: sensibile si, rispettosa della vita (Maria non ha voluto una figlia, ma quando è stata cosciente dell'avvenuto concepimento, non ha dubitato un attimo nel portare avanti la gravidanza) ma sessualmente libera e sciolta da ogni legame. Di Maria conosciamo tre uomini, che lei ha avuto in momenti diversi ma da quello che vediamo sono degli incontri di reciproca momentanea intesa, dove ognuno resta se stesso; manca qualsiasi progettualità per una vita in comune, per un'intesa più profonda.
Sul tema della maternità, così importante per lei, gli uomini svolgono al più la funzione di fuchi riproduttori. La filiazione è competenza esclusiva delle donne.
Cristina Comencini non ha un atteggiamento diverso: nell'ultima scena del film Il più bel giorno della mia vita (in senso ironico si tratta del giorno della prima comunione) la bambina protagonista, nel vedere tutti i tradimenti di cui sono capaci i grandi, sentenzia: "non so se avrò voglia di  sposarmi, ma voglio potermi sentire  madre per sempre".

La solitudine quindi, una solitudine anche titanica, se necessario, come viene adombrata nella figura della donna-magistrato vicina di casa, che vive da sola perennemente circondata dagli uomini della scorta. Un magistrato che ha lasciato da tre anni la famiglia ("anche un bambino di 10 anni, che avrebbe bisogno di me",sottolinea lei stessa) perché sta seguendo il caso di un suo collega che è stato ucciso.
Si comprendono in questo modo le dichiarazioni fatte da Francesca nel ritirare il premio Gianni Astrei-prolife. promosso  dal Fiuggi Family Festival e dal Movimento per la Vita: la regista ha confermato il suo sostegno alla libera scelta delle donne, sull'aborto come sulla RU486. La contraddizione presente nelle sue dichiarazioni (la donna come guardiana della vita, ma anche la donna libera di abortire) derivano dalla sua incapacità di conciliare un istintivo senso della maternità con il principio di una sessualità libera da ogni legame.

Non resta che auspicare a Francesca, che con tanta sensibilità ci ha raccontato la bellezza della vita che nasce e del suo insondabile mistero, che faccia un passo avanti sulla strada della coerenza; riconosca che è bello sperare che tutte le donne si sentano guardiane della vita e che  sia giusto che i figli abbiano non uno, ma due genitori.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LEBANON

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 12:21
Titolo Originale: Levanon
Paese: Israele
Anno: 2008
Regia: Samuel Maoz
Sceneggiatura: Samuel Maoz
Produzione: Metro Communications, Ariel Films
Durata: 94'
Interpreti: Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss

Guerra del Libano, 1982. In un tank israeliano ci sono tre soldati e un ufficiale, tutti giovani e tutti, tranne uno, alla loro prima battaglia. Ygal è il guidatore, Samuel l'artigliere, Herzl l'inserviente al pezzo, Assi il comandante. Il carro si deve unire a una squadra di soldati che ha il compito di ripulire dai terroristi un villaggio già "spianato" dall'aviazione israeliana. Tutta la missione viene vista in soggettiva dall'interno del carro è l'unico mezzo di contatto con l'esterno è il visore dl cannoniere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I quattro protagonisti non mostrano alcun odio nei confronti dei loro nemici e il loro senso di solidarietà abbraccia commilitoni e avversari
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di ferite di guerra possono impressionare i più piccoli. Una rapida scena di nudo femminile. L'agonia di un asino mortalmente ferito. Un racconto a sfondo erotico. VM 14
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di tutti i protagonisti e originale messa in scena che consente allo spettatore di sentirsi al centro della battaglia

Lebanon è il frutto di un desiderio prolungatosi 26 anni di Samuel Maoz,  regista esordiente israeliano.  Aveva venti anni quando fu arruolato come artigliere in un carro armato e mandato a combattere in Libano. Come Ari Forman per il suoValzer con Bashir, Maoz ha sentito il bisogno di liberarsi da una esperienza  traumatica che  ha  segnato  la sua giovinezza.

L'autore utilizza un approccio sicuramente originale nel cercare di ricostruire con il massimo realismo ciò che a quel tempo aveva provato. La prima soluzione è sta quella di una rigorosa soggettiva all'interno del carro armato, di cui con il tempo finiamo per conoscere tutti gli angoli: dal pavimento perennemente coperto di gasolio dove galleggiano mozziconi di sigarette ai contenitori sigillati, sparsi alla rinfusa, usati dai carristi per urinare.  La seconda nota realistica è quella dell'incertezza, della confusione, dell'errore. Il piano della giornata in territorio libanese era stato definito al minuto da comando militare, ma la squadra di soldati con il tank di appoggio finisce per  perdersi nel territorio nemico, per raggiungere un paese sbagliato, per attendere comandi e chiarimenti che non arrivano.

All'interno di questa scatola sporca e maleodorante quattro uomini si parlano e litigano in modo totalmente trasversale rispetto alle loro funzioni ufficiali: il comandante, alla sua prima missione, è proprio quello più insicuro, geloso del servente al pezzo che ha molta più esperienza. L'artigliere, uscito dal campo perfettamente addestrato, si emoziona al momento di dover uccidere sul serio un essere umano mentre  il pilota, che non sa mai dove realmente sta andando, ha un solo desiderio: comunicare a sua madre che sta bene. Nel mondo che sta al di fuori, visto attraverso il mirino del cannone, si svolge la guerra con le sue  atrocità: civili uccisi per sbaglio, soldati che giacciono a terra con orribili ferite, animali in agonia La grazia di un rapido nudo femminile sembra inserito apposta dal regista per spezzare la monotonia  dei tanti primi piani dei volti sudati e sporchi dei quattro carristi.

Se possiamo apprezzare l'inventiva con cui il regista ha voluto ricostruire per se e per noi spettatori, quell'esperienza vissuta tanti anni fa, globalmente il film non sembra affatto realistico.

C'è qualcosa di strano, di irrealistico appunto, nel comportamento di questi quattro soldati. Vanno alla guerra totalmente ignari di dove stanno andando e perché. Non c'è mai astio verso il nemico e la parola palestinese non viene mai pronunciata; nell'attraversare un paese libanese fanno riferimento a "possibili terroristi". Addirittura uno dei ragazzi chiede: "chi sono i falangisti?"
Un siriano che è stato fatto prigioniero dopo aver danneggiato seriamente il carro con un razzo, viene trattato con grande umanità e gli viene procurata della morfina per lenire il dolore delle ferite. Il comandante dell'intera operazione, totalmente impegnato a gestire una situazione diventata critica, ha il tempo di chiedere, per telefono, che venga avvisata la mamma del guidatore Ygal.

Sono tutti dettagli che hanno fatto salutare questo film come un'opera contro la guerra, contro tutte le guerre.
Non vorrei deludere gli entusiasmi di tanti pacifisti, ma la mia opinione è leggermente differente.

Per tanti anni ci siamo assuefatti ai film di guerra di produzione americana: da Okinawa a I berretti verdi, al più recente  Pearl Harbor,  dove i nostri eroi, intrepidi e  un po' spacconi, riescono ad aver la meglio contro "gli sporchi musi gialli" e in questo modo celebrano le glorie del loro paese.

Mi sembra  di poter dire che i registi  israeliani hanno introdotto un nuovo stile nei film di guerra, dove però il fine è lo stesso: l'apologia del proprio paese. Mi riferisco. oltre che a Lebanon,  alla loro produzione più recente come Valzer con Bashir e  Kippur.

Rivolgendosi ai giovani d'oggi, questi registi comprendono bene che il militarismo è totalmente estinto grazie anche a una maggiore sensibilità verso il valore dell'essere umano, in divisa o civile che sia. Le guerre e le incomprensioni, le ostilità però continuano in quella tormentata terra, adesso come 27 anni fa  e in questi film si evita di affrontare con coraggio il tema delle cause che tuttora permangono e di cosa può essere fatto per evitarle.
La guerra, per brutta che sia, è vista come un dato di fatto e per questi autori non resta altro di positivo da fare che avere la massima comprensione verso chi ne rimane coinvolto.

E' sintomatico il fatto che in Lebanon come in Valzer con Bashir gli unici veramente cattivi siano i cristiano-libanesi (per fortuna nella versione italiana non sono state sottotitolate le minacce che un falangista fa in arabo al prigioniero siriano: la sensazione sarebbe stata più netta). Anche l'atteggiamento di Maoz verso i palestinesi è dicotomico: grande sensibilità verso le popolazioni civili vittime della guerra ma appena si trova a fronteggiare dei palestinesi in armi questi, etichettati come terroristi, usano delle donne come scudo umano.

Va molto bene non nascondere le atrocità della guerra, ma occorrerebbe avere più coraggio. Questa mancanza di autocritica o almeno l'impegno di guardare con imparzialità  la realtà delle guerre in Medio Oriente non contribuisce a mio avviso a  fare passi avanti verso la pace.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PRIMA LINEA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 11:25
Titolo Originale: PRIMA LINEA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Renato De Maria
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo, Fidel Signorile tratto dal romanzo "Miccia corta" di Sergio Segio
Produzione: Andrea Occhipinti per Lucky Red, Rai Cinema, Les Films du Fleuve, Diaphana
Durata: 96'
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno

Milano, 1983. Sergio Segio viene arrestato dai carabinieri. E' l'ultimo terrorista a venir catturato. In carcere, Sergio ricorda i tempi in cui  distribuiva volantini all'uscita delle fabbriche e quando, dopo la strage alla stazione di Bologna, costituisce il movimento  Prima Linea. Nelle riunioni periodiche conosce Susanna e decidono di vivere insieme, compatibilmente con il loro stato di perenni fuggiaschi. Poi l'escalation della violenza: la gambizzazione di una capo reparto, l'omicidio del giudice Alessandrini, l'uccisione del giovane Vaccher, reo di aver parlato alla polizia. Infine l'ultima impresa: la liberazione dal carpere di Rovigo di quattro detenute politiche fra cui la stessa Susanna...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è sostanzialmente ambiguo: le dichiarazioni di pentimento appaiono di facciata mentre non si rinuncia a mostrare l'efficacia dei terroristi nelle loro imprese più spettacolari
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni omicidi a sangue freddo
Giudizio Artistico 
 
Scamarcio e Mezzogiorno rendono i loro personaggi credibili. La regia riesce a caricare di tensione e suspence lo spettacolare assalto al carcere di Rovigo
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI ABBRACCI SPEZZATI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 10:53
Titolo Originale: Los abrazos rotos
Paese: Spagna
Anno: 2009
Regia: Pedro Almodòvar
Sceneggiatura: Pedro Almodòvar
Produzione: El Deseo S.A., Universal International Pictures
Durata: 129'
Interpreti: Penélope Cruz, Lluìs Homar, Blanca Portillo, José Luis Gòmez, Rubén Ochandiano, Tamar Novas, Angela Molina

Mateo Blanco è cieco da 18 anni. Un tempo famoso autore di cinema, riesce ancora a scrivere sceneggiature grazie all'aiuto di Judit Garcia, sua direttrice di produzione nonché amica e al giovane figlio di lei, Diego,  a  cui Mateo in cambio svela i suoi trucchi del mestiere. Diego capisce che c'è qualcosa di misterioso nel passato del suo mentore, qualcosa che la stessa madre non vuole rivelargli, finché  un giorno Mateo  si decide a raccontargli ciò che era accaduto 18 anni fa. A quel tempo la bella Lena aveva sposato l'anziano e ricco Ernesto Martel ma insoddisfatta, aveva desidero di diventare un'attrice. Riesce ad ottenere una parte nel nuovo film di Mateo che per l'occasione viene finanziato da Martel. Nonostante che quest'ultimo, sospettoso,avesse mandato suo figlio, X-ray, a curiosare nel set, Mateo e Lena finiscono per diventare amanti e sono costretti a fuggire nelle Canarie. E' qui che un terribile incidente d'auto...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I personaggi sono, come in tutte le opere di Amodovar trascinati da passioni incontrollate che non vogliono controllare
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo, uso disinvolto di droga, linguaggio esplicito
Giudizio Artistico 
 
ll senso complessivo è quello di un eccesso di eventi, di temi e di personaggi che finisce per non appassionare. Brava come sempre Penelope Cruz

Con l'età, autori come Woody Allen e Pedro Almodòvar tendono a somigliarsi: restano come ingabbiati nello stile autoriale che loro stessi si sono creati e finiscono per  riproporre, in modo  ripetitivo, la loro visione della vita.

Se Allen è ossessionato dalla casualità irrazionale che domina la nostra esistenza (si vedano tutte le dichiarazioni filosofiche sciorinate in  Basta che funzioni  e al nichilismo di Match Point),  Pedro Almodovar concepisce  gli esseri umani in perenne balia delle loro passioni, siano esse positive o negative, in bilico fra l' amore e vendetta, la vita e la morte. Entrambi hanno in comune l'esaltazione della libertà sessuale, in qualunque direzione sia rivolta, vista come  unico conforto possibile alla nostra esistenza.

All'interno di un melodramma, che continua ad essere lo stile più consono per raccontare le sue storie,  Almodòvar, ci  ripropone  il ritratto di una  pulsione positiva a lui molto cara, quella di una madre per suo figlio, un amore dai toni esclusivi per la mancanza ancora una volta della figura paterna (Tutto su mia madre, ma anche Volvèr),  in questo caso di Judit per Diego;  ma anche una passione negativa:  l'odio e il rancore verso il padre (La mala educatiòn), in questo caso di X-ray verso il ricco e ed egocentrico Ernesto Martel.

Poi la passione amorosa, furente e incontrollata dei due amanti Mateo e Lena e quella possessiva e crudele di Mateo per Lena. Non manca in questo film il senso della colpa e la richiesta del perdono come era già accaduto in Volver.
In questo contesto già ricco di eventi e di personaggi, si inserisce il cinema nel cinema: Mateo deve realizzare un film con Lena e Almodòvar è ansioso di raccontarci i suoi segreti: i provini dei vestiti e delle parrucche della prima donna, la ricerca pignola degli oggetti giusti per arredare vivacemente la scena, fino allo sfociare nel didattico: una sequenza ci viene presentata per intero due volte per dimostrarci l'importanza  di un corretto montaggio. 

Il senso complessivo è quello di un eccesso di eventi, di temi e di personaggi che finisce per non appassionare. Alla fine veniamo a sapere che il padre di Diego, il figlio di Judit, altri non è che lo stesso Mateo. Non si tratta di un colpo di scena finale, ma di un'altro intreccio fra i personaggi, che si aggiunge agli altri, quando  lo spettatore è ormai saturo di novità. Al contrario restano inespresse alcune curiosità non risolte: che fine ha fatto la ragazza che Mateo conosce all'inizio del film con la quale ha un intenso rapporto e poi scompare dalla scena? E X-Ray riesce a realizzare la sua vendetta ideologica verso il padre ormai morto?

Sempre molto brava Penelope Cruz;  Almodòvar mostra una cura particolare nel valorizzare  la sua bellezza,  nei vestiti che indossa, nel trucco, nei primi piani.

Secondo le consuetudini dell'autore, nessun  personaggio è un puro, ma ognuno ha un suo vizietto particolare: Lena, quando ha bisogno di soldi, non esita a prostituirsi; il gentilissimo giovane Diego, , si concede  di sera qualche sniffatina; Judit,  mamma premurosa, è pronta a vendicarsi per gelosia; Marcel, sempre formalmente gentile, reprime a stento la sua violenza. Lo stesso Mateo
si concede per distrarsi un amore prezzolato.
Solo il lavoro ben fatto nobilita e riscatta: sembra essere questa la conclusione del film, quando vediamo Mateo rimettere mano al montaggio del suo film di 18 anni prima, da lui non completato: "Anche se non ci vedo, i film debbono essere ben rifiniti"

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DORIAN GRAY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 14:11
Titolo Originale: Dorian Gray
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2009
Regia: Oliver Parker
Sceneggiatura: Toby Finlay dal romanzo di Oscar Wilde
Produzione: Toby Finlay dal romanzo di Oscar Wilde
Durata: 119'
Interpreti: Ben Barnes, Colin Firth, Rachel Hurd-Wood, Fiona Show, Emila Fox

Dorian Grey, giovane e bellissimo, arriva a Londra ingenuo e curioso, ma cade presto sotto l’influenza  del corrotto Lord Henry Wotton, che, dopo averlo convinto a lasciare la giovane attrice Sybil Vane, lo incoraggia a cedere a ogni tipo di tentazione. Ma c’è qualcos’altro che rende inquieto Dorian. Un giorno, infatti, di fronte a un quadro del suo amico Basil che lo ritrae al colmo della sua bellezza Dorian, temendo di perdere con l’età tutto ciò che possiede, ha stretto un patto terribile: mentre lui resta identico, il suo ritratto comincia a portare i segni dei suoi peccati e dei suoi vizi. Per difendere il suo segreto Dorian è disposto a tutto, anche ad uccidere. Ma verrà il giorno in cui Dorian, proprio quando la vita sembra offrirgli una seconda possibilità, dovrà fare i conti con se stesso e il suo passato.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ci ripropone la parabola negativa del celebre personaggio di Oscar Wild e la sua giusta punizione ma caricando i toni oltre il necessario dell'immoralità per protagonista
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo e sensuali
Giudizio Artistico 
 
Film corretto, ma a tratti un po’ noioso. La regia di Parker, piena di movimenti di camera, non è sempre attenta a cogliere le psicologie dei personaggi

Il celebre romanzo di Oscar Wilde viene portato sul grande schermo da un habitué negli adattamenti dell’autore inglese, il regista Oliver Parker (suoi già L’importanza di chiamarsi Ernesto e Un marito ideale), convinto che questo classico possa dire qualcosa alla e della società contemporanea ossessionata dalla bellezza e spaventata dalla morte.

Rispetto all’originale gli autori sottolineano l’ingenuità iniziale di Dorian (interpretato da Ben Barnes, principe Caspian della saga di Narnia e protagonista di Matrimonio all’inglese), e dotandolo di una back story iperdrammatica che rischia tuttavia di apparire giustapposta al racconto.

Inserendo alcuni sottili elementi di horror (la soffitta minacciosa, la voce del quadro nascosto in soffitta, i vermi che visualizzavano la corruzione morale di Dorian, il “mostro” che quasi esce dal quadro nella scena finale) e creando una frattura temporale che esaspera l’immutabilità dell’aspetto del protagonista, lo sceneggiatore cerca di movimentare la parte centrale del racconto, che in realtà rischia di appiattirsi su una rappresentazione un po’ banale del declino morale del protagonista.

Un declino messo in scena a base di festini sempre più indecenti, consumo di oppiacei e “sperimentazioni” sessuali della più varia natura, compresa quella che implica la seduzione dell’amico pittore Basil, che vorrebbe sapere che ne è stato del suo ritratto.

Il tentativo di aggiornamento passa anche attraverso l’inserimento di un personaggio femminile “rivoluzionario” (la figlia suffragetta di Wotton, che guarda a caso s’innamora di Dorian, spingendo il padre a rinnegare l’antico discepolo) ma riesce fino a un certo punto.

La regia di Parker, piena di movimenti di camera, ma non sempre attenta a cogliere le psicologie dei personaggi, poi, non libera dalla sensazione che la pellicola non esprima una reale necessità di ri-raccontare la dolorosa parabola di Dorian Gray, ma sia al limite un omaggio anche troppo patinato al classico, ma privo di una chiave di lettura forte che possa colpire lo spettatore di oggi.

Il risultato è un film corretto, ma a tratti un po’ noioso, in cui il protagonista non sembra avere le spalle abbastanza larghe per raccontare soprattutto il risveglio morale di Dorian Gray nel finale, che lascia lo spettatore con la sensazione di aver consumato un piatto insipido e un po’ fuori moda

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: ITALIA 1
Data Trasmissione: Martedì, 29. Novembre 2011 - 23:45


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TRIAGE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 13:57
Titolo Originale: Triage
Paese: Irlanda, Francia, Spagna
Anno: 2009
Regia: Danis Tanovic
Sceneggiatura: Danis tanovic, Scott Anderson
Produzione: Parallel Film, ASAP Films, Freeform Spain, Tornasol films, Castafiore, Rai Cinema
Durata: 96'
Interpreti: Colin Farrell, Christopher Lee, Paz Vega, Kelly Reilly, Juliet Stevenson

Dublino, 1988. David e Mark, amici inseparabili, fotoreporter professionisti, salutano le loro mogli prima di partire per le zone di guerra del Kurdistan. Arrivati in un campo di guerriglieri curdi, assistono all'arrivo dei feriti in un ospedale improvvisato fra le rocce. L'unico dottore presente cerca di curare i feriti come può ma quelli troppo malati e sofferenti vengono soppressi con un colpo di pistola. Dopo un mese Mark torna  a casa alquanto mal ridotto ma di David non c'è traccia; probabilmente sta tornando per un'altra strada. Mark non riesce a riprendersi e la moglie previdente lo affida alle cure di suo nonno, un valente psichiatra: probabilmente Mark porta dentro di se un terribile segreto...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Con l'aiuto della moglie e di un bravo psicologo un uomo riesce a risolvere un grave caso di coscienza. Ma la pratica dell''eutanasia in tempo di guerra non viene trattato con sufficiente completezza
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni dettagli di ferite da esplosione, la presenza di alcune scene di grande tensione sconsigliano la visione ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Film discontinuo. Ci sono momenti di grande intensità, ma troppo frequentemente resta vittima di una sceneggiatura modesta

Il film è alquanto discontinuo. Ci sono momenti di grande intensità, come il soggiorno dei due fotoreporter nell'ospedale da campo curdo, il rapporto fra Mark e la moglie, ma troppo facilmente il film scivola su una sceneggiatura modesta e la storia cambia direzione più volte senza che si comprenda dove sia collocato il suo baricentro.

Tratto da un romanzo scritto da un ex-fotoreporter che ha realmente visto ciò che ha raccontato, il film finisce per mettere troppi temi uno sull'altro. In Kurdistan scopriamo che in un ospedale militare dei guerriglieri curdo realizzato all'interno di una grotta viene utilizzato il metodo di selezione Triage (catalogare i feriti in arrivo in funzione della loro gravità tramite un codice-colore)  che comprende anche il fatale colore blu: chi viene classificato in questo modo viene finito con un colpo di pistola dallo stesso dottore perché sono feriti senza speranza in mancanza di attrezzature mediche idonee.  Si tratta di un tema forte, che solleva molti dubbi etici nello spettatore; tutto però si conclude sul tavolo della redattrice capo del giornale di Mark, quando questi torna a casa e le mostra i negativi. "E' roba esplosiva-  commenta lei - si venderà bene". E tutto finisce lì; del triage non se ne parla più.

Si affronta in altre sequenze la posizione ambigua di chi per mestiere fa il fotografo di guerra (quasi sempre un occidentale che si inserisce come estraneo in una guerra di qualche paese povero del mondo). Mark, prima in Palestina, poi in Africa, ora in Kurdistan, scopre quanto cinico possa essere il suo mestiere; non più un essere umano ma una forma di appendice meccanica del suo stesso obiettivo calato senza  alcuna discrezione  in mezzo ai dolori e le sofferenze degli altri.

Vi è perfino un rapido intermezzo sulla guerra civile spagnola ( la moglie di Mark accusa suo nonno, psichiatra e spagnolo,  di essere un fascista per aver aiutato alcuni criminali di guerra a ritrovare il loro equilibrio) ma anche di questo tema scottante, dopo il dialogo-litigio fra nipote e nonno, se ne perde traccia.

Infine, per due terzi del film, c'è il thriller psicologico del segreto che Mark si porta dentro al rientro dalla zona di guerra e che gli ha causato la paralisi delle gambe. Per fortuna questa parte è sostenuta da due ottimi attori:  Colin Farell ha ben lavorato su un personaggio emaciato e sfuggente mentre Christofer Lee, a 87 anni  fa la sua bella figura elegante che si impone per la sua stessa prestanza fisica.
Siamo dalle parti di "Io ti salverò (1945) dove le domande pressanti dello psichiatra e l'affetto della moglie portano Mark a tirar fuori da se tutto il dolore accumulato.
Dopo aver visto  per troppi anni la sofferenza altrui dall'altra parte del suo obiettivo, Mark ha conosciuto il dolore per la perdita di qualcuno che gli è caro ma sopratutto il peso della responsabilità per quella perdita.
E' questa la parte più intensa e più riuscita del film ma come giustamente osserva Eoardo Becattini su mymovies.it, "rispetto a film come The Hurt Locker o Valzer con Bashir, dove gli incroci fra esperienze di guerra e matrice psicanalitica hanno raggiunto risultati d'avanguardia, Triage non cerca di elevarsi dai canoni più comuni tanto del genere bellico che del giallo psicologico.

E' stato detto che il film è contro la guerra e che come tale si allinea con la produzione corrente molto vasta sul tema (ultimo, il vincitore di Cannes 2009: Lebanon);il realtà il tema principale, l'accusa che il film si rivolge a un occidente tropo freddo ed indifferente ai dolori del mondo, o che si rivoltola come Mark nei suoi sensi di colpa, mentre "gli altri" quelli che la guerra la fanno sul serio con le armi e non con gli obiettivi, continuano a farla lo stesso, in Kurdistan come in Palestina o in Africa, perché ci sono delle ingiustizie da rimuovere e delle libertà da salvaguardare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UOMO NERO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 13:22
 
Titolo Originale: L'UOMO NERO
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Sergio Rubini
Sceneggiatura: Domenico Starnone, Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini
Produzione: Donatella Botti per Bianca Film in collaborazione con Rai Cinema 01 Distribution
Durata: 117'
Interpreti: Sergio Rubini, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Gifuni, Anna Falchi, Margherita Buy, Guidi Giaquinto,

Puglia, fine anni Sessanta. Ernesto Rossetti è il capostazione di un piccolo centro dove tutti si conoscono. Ha l'hobby della pittura che per lui è una forma di rivincita per la sua vita grigia e monotona, anche se ha il conforto di una moglie affettuosa e di Gabriele, un vispo ragazzetto che fa la terza media. Finalmente arriva la grande occasione: riesce ad organizzare una personale nel municipio del paese, un omaggio a Cezanne di cui è grande ammiratore. I notabili del paese che si piccano di essere grandi esperti, trovano i suo lavori dilettanteschi innescando la reazione incontrollata  di Ernesto. Molti anni dopo, quando Gabriele, ormai uno scienziato famoso, tornerà al paese natio in occasione della morte del padre, scoprirà una  verità insospettata intorno a  quell'episodio....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un bel quadro di vita familiare dove, nonostante le intemperanze del padre, si riesce sempre a ritrovare l'unità e l'armonia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena con l' "uomo nero" potrebbe spaventare i più piccoli. Uso frequente di espressioni volgari
Giudizio Artistico 
 
Il regista e gli sceneggiatori confezionano un'opera molto ben raccontata, grazie anche alla buona prova di tutti gli attori. Forse troppo lunga in alcune parti.

La storia di per se è piccola. Anzi, diciamola tutta, è il confronto/scontro di due piccinerie: quella dei notabili del paese che considerano chi non ha studiato come un irrimediabile ignorante e quella di Ernesto, che preso dal desiderio di voler esser quello che non è,  finisce per trascurare una moglie adorabile e un simpatico figlio. Siamo lontani quindi dalle ambizioni di un affresco tipo Baaria, dove si aveva la pretesa di raccontare la storia di un paese e la storia d'Italia. Tuttavia, se le vicende di questo scontro che si protraggono per anni, non hanno certo risonanze universali, Rubini ha la brillante idea di incentrare tutta la storia sul bambino Gabriele.

Il suo assistere muto alle intemperanze del padre, la sua voglia di fare bricconate con la complicità di altri ragazzi più svegli di lui, il dover partecipare a lunghi e noiosi viaggi fino a Bari con il padre, che in questo modo vuole mostrare di occuparsi anche lui della famiglia, il suo timore di poter incontrare, nel sogno come nella realtà, l'uomo nero, danno al racconto una fragilità e una delicatezza inaspettate, lasciando in sordina le sfuriate e i livori del padre frustrato. Gabriele è in fondo Sergio Rubini da piccolo: la storia ha molti aspetti autobiografici, anche suo padre era ferroviere con il pallino della pittura e molti dei quadri che si vedono nel film sono originali di suo padre.

Ben costruita è anche la figura dello zio Pinuccio, scapolo impenitente che si è piazzato in casa loro, visto che sua sorella maggiore Franca (la moglie di Ernesto) si prende amorevolmente cura di lui. Come spesso succede anche con i nonni, Gabriele riesce con lo zio a parlare di cose che non direbbe ai genitori e ottiene dei permessi che altrimenti gli sarebbero negati.

Riccardo Scamarcio è ormai un attore maturo, ora che si è scrollato di dosso l'immagine di bel giovane per il clan delle ragazze Moccia-dipendenti mentre la Golino interpreta una insolita figura di donna  serena e positiva.

Anche Giuseppe Tornatore in Baaria, quando si è trattato di presentare sullo schermo la figura di sua madre, vi  ha trasferito il ricordo  delle sue affettuose premure.

I sogni visionari di Gabriele, molto onirici e molto felliniani, danno quel tocco di poesia a un racconto che altrimenti viaggerebbe molto raso terra portato avanti dalle  meschine  figure del paese.

C'è chi ha voluto trovare, nel film di Rubini significati importanti, come l'immobilismo del Meridione, la potenza distruttiva dei pregiudizi in contrasto con  la capacità trasformante e liberatoria dell'Arte.

Preferisco ammirare l'amorevole nostalgia con cui Rubini ricorda il suo paese natio e l'immagine di una  famiglia unita che si vuol bene e su cui si può contare nei momenti difficili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Martedì, 22. Gennaio 2013 - 21:15


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DIECI INVERNI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 13:11
Titolo Originale: DIECI INVERNI
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Valerio Mieli
Sceneggiatura: Isabella Aquilar, Davide Lantieri, Valerio Mieli,
Produzione: Elisabetta Bruscolini per CSC Production, Rai Cinema, Uliana Kovaleva per United Film Company
Durata: 99'
Interpreti: Isabella Ragonese, Michele Riondino

Inverno 1999. Camilla e Silvestro hanno diciotto anni e si incontrano per caso  su un'isola della laguna veneta perché entrambi stanno cercando un appartamentino dove vivere mentre frequentano l'università a Venezia. Con il passare del tempo hanno altre opportunità di incontrarsi, ciascuno con la propria cerchia di amici, finché Camilla accetta di ospitarlo in casa sua come..amico.  Alla soglia della laurea, Camilla, che studia slavistica, passa alcuni mesi a Mosca per specializzarsi e Silvestro decide di andarla a trovare. Grande è quindi la sua sorpresa quando scopre che la ragazza è andata a vivere con un uomo più anziano di lei...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'autore analizza con serietà un modo di esser giovani oggi. Una prospettiva però che manca di generosità e di coraggio
Pubblico 
Adolescenti
Il modo crudo e privo di prospettive con cui viene presentato il rapporto fra i due sessi necessita di una certa maturità
Giudizio Artistico 
 
Buona prova del regista esordiente anche se si percepisce un po' di stanchezza e ripetitività dei temi nella parte centrale del film

Valerio Mieli del Centro di Sperimentale di Cinematografia, alla sua  prima opera  importante come regista,  mostra da subito uno stile sicuro ma essenziale, asservito al racconto, una sorta di umiltà che lo mette al riparo  da soluzioni d'effetto, del tipo  saggio d'accademia di fine anno.

Il film ha un altro importante merito: quello di aver aggiunto un nuovo tassello alla più recente filmografia sul tema del come essere giovani oggi.  Affronta  con serietà  quello che possiamo chiamare il tema dell'adolescenza prolungata", quel modo di essere delle generazioni più recenti che tardano a raggiungere  quella che viene chiamata maturità. L'analisi svolta da Mieli è tanto più efficace in quanto i due protagonisti sono ragazzi normali, ben lontani dalle carinerie fasulle e simil-pubblicitarie  di Moccia.

Il tassello che viene aggiunto alla miglior conoscenza di questo fenomeno è quello che potremmo chiamare "paura di amare". Silvestro  in più occasioni dichiara a Camilla di "aver paura di lei". Ovviamente non è di lei che ha timore, ma  di accettare di lasciarsi trasformare da un amore totalizzante e definitivo.

La frase "ti amo" viene pronunciata una sola volta nell'arco dei dieci anni lungo i  quali il film segue il loro rapporto contrastato. Hanno difficoltà perfino nei rapporti sessuali e il loro incontro fisico avviene a una sola volta; non che i due non dimostrino di esser disinvolti su questo aspetto e cambiano spesso partner, ma  quando l'amore fisico vuole  essere espressione tangibile di un  amore profondo,  capiscono che esso diventa di colpo prezioso e gravido di significati.

E' un amore che sfugge, che stenta a venir afferrato, che a momenti appare e poi si dilegua;  da questo punto di vista ci sono molte analogie con il contemporaneo film d'oltre oceano (500) giorni insieme: anche in quel caso il tempo viene contato per raccontare le fluttuazioni dei protagonisti intorno a qualcosa che lei Sole, chiaramente non vuole mentre lui, Tom, vorrebbe ma in realtà scambia per ingenuo sentimentalismo.

Altri film hanno affrontato l'argomento dell'adolescenza prolungata a partire dal capostipite:  L'ultimo bacio.  Trentenni che  giocano con la loro vita ma che vedono ancora il matrimonio come una meta ambita  anche se  difficile da raggiungere.  In questo Dieci inverni la situazione è molto più cupa: in nessun momento viene intravista la prospettiva del matrimonio, proprio perché manca l'amore e la conseguente progettualità di una unione matrimoniale. Neanche la nascita di una figlia, scuote Camilla che continua a non assumersi alcuna responsabilità.

Il film ci mostra un elevato cameratismo fra i due sessi (il vivere come amici nella stesso appartamento sarebbe stato impensabile solo nella generazione precedente)  e se si creano delle relazioni fra un ragazzo e una ragazza, queste potremmo definirle "amicizie sessuate" perché hanno la caratteristica dello stare assieme restando sempre se stessi, senza esser disposi a subire quel  diventare altro da se che il vero amore comporta, un lui e un lei assorbiti in una nuova unità che li ingloba e li trascende.

Altri film hanno sottolineato la precarietà del lavoro come una delle condizioni che determinano per propagazione la precarietà degli affetti, come in Tutta la vita davanti di Virzì (nel quale c'era nuovamente Isabella Ragonese).

Nel caso di Dieci inverni neanche questa motivazione viene addotta per giustificare il cuore fragile dei due protagonisti, il loro vivere all'interno di un orizzonte terribilmente angusto. Il pudore dei loro sentimenti è in realtà mancanza di coraggio e il  coraggio manca perché  non c'è speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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