Dramma

IL TRADITORE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/24/2019 - 20:46
Titolo Originale: Il traditore
Paese: ITALIA, FRANCIA, BRASILE, GERMANIA
Anno: 2019
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Valia Santella, Ludovica Rampoldi, Francesco Piccolo
Produzione: RAI CINEMA; IN COPRODUZIONE CON AD VITAM PRODUCTION, MATCH FACTORY PRODUCTIONS
Durata: 135
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi, Maria Fernanda Cândido

Alla festa di Santa Rosalia del 1980 ci sono tutti i grandi capi di Cosa Nostra, per sancire un accordo di facciata tra i palermitani e i corleonesi. C’è anche Tommaso Buscetta ma lui non partecipa alla riunione a porte chiuse: è solo “un soldato”. Riparte subito dopo per il Brasile (la patria della sua terza moglie) dove gestisce alcuni suoi “affari” ma le notizie che riceve dall’Italia sono tragiche: è iniziata la guerra di mafia per il commercio della droga e due dei suoi figli sono stati uccisi. Arrestato dalla polizia brasiliana, viene instradato in Italia dove conosce il giudice Falcone, che lo invita a parlare, in cambio dell’immunità. Buscetta non si riconosce più nella nuova violenza di Cosa Nostra e inizia a parlare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ancora un film dove il giudice Falcone si mostra un puntiglioso servitore dello Stato, cosciente dei rischi che sta correndo.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di torture senza evidenza di sangue. Scene di intimità amorosa con nudità
Giudizio Artistico 
 
Marco Bellocchio si conferma un grande regista, questa volta nella sua capacità di ricostruire con rigore situazioni realmente avvenute. Eccezionale prestazione di Pierfrancesco Favino nella parte di Buscetta e di Luigi Lo Cascio nella parte di Totuccio Contorno
Testo Breve:

Venti anni di cronaca di mafia italiana, dalle dichiarazioni del pentito Buscetta, al maxi processo, fino alla sua morte a Miami nel 2000. Marco Bellocchio cerca di scoprire chi è stato l’uomo Buscetta in un’opera che lo conferma come grande regista

Tommaso Buscetta è stato, nel 1984, il primo pentito, un pentito d’eccellenza che ha portato a 366 mandati di cattura. Dopo l’arresto di Riina, nel ’93, i due uomini sono messi a confronto in un’aula di tribunale ma il corleonese decide di non parlare. E’ Tommaso che allora che prende la parola e lo incalza dicendo che solo lui, Totò, deve esser considerato un vero traditore perché aveva stravolto lo spirito di Cosa Nostra iniziando a uccidere indiscriminatamente anche donne e bambini.

E’ questa la chiave di lettura migliore che ha dato Bellocchio di questa biografia di un delinquente pentito. Si è sottratto al rischio di farlo diventare un eroe, non ha ipotizzato nessuna forma di conversione all’ordine dello Stato (che sarebbe stato ben poco credibile), non ha nascosto che già a sedici anni era un affiliato a cui era stato dato l’incarico di uccidere. Alla fine il ritratto che ne ha fatto è quello di un uomo incolto (non aveva completato la scuola dell’obbligo), senza particolari ambizioni per il potere (è rimasto sempre un “soldato”) ma che aveva la passione per le belle donne, il sesso ma anche per la famiglia (in tutto ebbe otto figli da tre mogli). L’ipotesi che avesse deciso di parlare perché disilluso dall’organizzazione alla quale si era legato (ma anche perché aveva avuto due figli uccisi) appare quindi verosimile. Ma l‘uomo è sempre qualcosa di molto complesso e Marco Bellocchio ce lo ricorda: se da una parte Buscetta non aveva paura di morire (fu sottoposto in Brasile a feroci torture) dall’altra ci teneva a morire nel proprio letto. La morte era sempre dietro l’angolo e lui lo sapeva: “dott. Falcone, noi dobbiamo decidere solo una cosa: chi deve morire prima, lei o io”, disse una volta al giudice. Solo indirettamente percepiamo le angosce di un uomo che aveva preso una strada dalla quale non si può tornare indietro: il regista a più riprese, ci fa partecipare ai suoi incubi notturni e più volte lo vediamo passare una notte insonne sul terrazzo di casa imbracciando un fucile. Lo stesso Falcone, anche se si trova di fronte a un “pentito” che ha rivelato molti dettagli di Cosa Nostra per ben 45 giorni, lo redarguisce, perché aveva compreso che Buscetta aveva finito di raccontare solo ciò a cui faceva più comodo, tenendo per se i suoi intrallazzi personali.

Non bisogna però pensare che il film sia solo una biografia di Buscetta; lo sviluppo del racconto è chiaro e lineare, c’è la precisa voglia del regista di raccontare i fatti come sono realmente avvenuti, senza aggiungere nulla in più. Ma Bellocchio non rinuncia alla sua vena più genuina, quella di tratteggiare un quadro sociale della Sicilia e dell’Italia degli ultimi vent’anni del secolo scorso e di adottare la sferza su certi vizi nazionali. Ecco che vediamo Buscetta giovane che impunemente può incontrare in carcere una donna per soddisfare i suoi piaceri, un sacerdote imbracciare il mitra perché affiliato a una cosca sotto attacco, un flemmatico Andreotti che si misura un vestito nuovo restando senza pantaloni. Il giorno dopo la strage di Capaci, il regista si attarda in una sequenza dove i tanti mafiosi irrompono in grida di gioia alla notizia.

Nella sequenza del maxi processo, fra mafiosi urlanti, flash dei fotografi, avvocati che cercano di prendere la parola, un giudice incapace di gestire tutto quel tumulto, Bellocchio ci ha regalato sequenze di vero cinema e si conferma un grande maestro.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STANLIO E OLLIO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/07/2019 - 09:30
Titolo Originale: Stan & Ollie
Paese: GRAN BRETAGNA, CANADA, USA
Anno: 2018
Regia: Jon S. Baird
Sceneggiatura: Jeff Pope
Produzione: BRITISH BROADCASTING CORPORATION (BBC), ENTERTAINMENT ONE, FABLE PICTURES
Durata: 94
Interpreti: John C. Reilly, Steve Coogan, Nina Arianda, Shirley Henderson, Rufus Jones, Danny Huston

1953. Dopo più di 100 film Stanlio e Ollio sembrano non attrarre più il pubblico. Ma a Londra qualcosa accade.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La volontà di rinsaldare una amicizia che ha resistito al logorio degli anni, Il sostegno di due mogli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
John C. Reilly e Steve Coogan evidenziano ancora una volta quanto una prova attoriale possa regalare emozione e verità se la scrittura è alta e non mira solamente a conquistare il pubblico, a cedere ai ricatti del marketing e del box office.
Testo Breve:

1953. Dopo più di 100 film Stanlio e Ollio sembrano non attrarre più il pubblico. Ma a Londra qualcosa accade. Un omaggio alla grande coppia di comici con un po’ di nostalgia ma tanta amicizia

The show must go on. Lo sostiene Ida Laurel, la moglie di Stanlio (Stan Lauren) in un elegante bar inglese, e lo ripete, subito dopo, Ollio (Oliver Hardy), alla moglie Lucille. Sono passati sedici anni da quel lontano 1937, quando i due grandi attori comici riempivano le sale cinematografiche con i loro sketch. Il set hollywoodiano non li vuole più, li aspetta un palcoscenico europeo per ammiratori agè: hanno lasciato gli Stati Uniti per una tournée teatrale in Inghilterra e, forse, un possibile film. Al loro arrivo il giovane produttore (Rufus Jones) li ha accolti con fretta, i fattorini non sono disponibili nell’hotel che in realtà è una pensione e l’arredamento è decisamente diverso da quello a cui erano abituati. Stanlio e Ollio sono sempre loro, ma il loro successo sembra tramontato. Eppure Ollio non ha abbandonato la sua programmatica astuzia e la sua finta ruvidità, Stanlio è maldestro e fintamente inopportuno. I loro visi non hanno perso il vigore comico, anche se i loro corpi sono diventati più deboli, appesantiti dall’alcool. Al loro fianco ci sono due donne, due mogli, così opposte tra loro: Ida (Nina Arianda) è giovane, decisa, ha modi spicci e ha uno spiccato accento dell’Europa dell’Est quando parla in inglese; mentre Lucille (Shirley Henderson, amata dai più piccoli per il ruolo di Mirtilla Malcontenta nella saga filmica di Harry Potter) è premurosa, preoccupata, attenta.
Il duo non guarda alla fatica, continua a studiare e a provare e le loro date si moltiplicano. Dallo sketch del martello a quello delle due porte, la loro comicità conquista il pubblico. Ma c’è qualcosa che si inceppa. Ci sono problemi resi pietre dagli anni e che sono diventati ossessioni per Stanlio, e poi per Ollio. La spensieratezza dei due (che ancora oggi non stanca mai), la logica di ferro di Stanlio e la creatività di Ollio (che scrive e riscrive battute e inventa sketch di notte), lascia il posto alla nostalgia di un’amicizia che rischia di frantumarsi. E non per un semplice diverbio professionale. Dettagli mai superati, decisioni unilaterali, separazioni apparentemente forzate. Quello che sembrava un inossidabile legame, un sodalizio professionale consolidato, forse non è proprio così.
La risata lascia subito spazio alla nostalgia in Stanlio e Ollio, il biopic di Jon S. Baird, scritto da Jeff Pope, lo sceneggiatore di Philomena. Una nostalgia che si deposita pian piano nella mente e nel cuore dello spettatore perché sta assistendo, come se fosse veramente presente, alla vita di due giganti del cinema. I biopic al cinema sono difficilmente riproducibili e quello di Stanlio e Ollio, forse, lo era più di tutti. Escluso dai riconoscimenti ufficiali, Oscar e Bafta (i premi inglesi) il film, in realtà, dimostra che non esiste storia che il cinema non possa raccontare. È un’arte collettiva, dove le parole e la regia contano, ma dove contano, soprattutto in questo caso, due grandi attori. E John C. Reilly (l’attore amato da grandi registi come Martin Scorsese e Paul Thomas Anderson che si è sottoposto a ore di trucco per poter avere la rotondità di Oliver Hardy) e Steve Coogan (che nella vita ama anche scrivere, come dimostra la nomination agli Oscar per Philomena) evidenziano ancora una volta quanto una prova attoriale possa regalare emozione e verità se la scrittura è alta e non mira solamente a conquistare il pubblico, a cedere ai ricatti del marketing e del box office.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FRANCESCA CABRINI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/05/2019 - 20:05
 
Titolo Originale: Mother Cabrini
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Daniela Gurrieri
Sceneggiatura: Daniela Gurrieri
Produzione: Cristiana Video
Durata: 99
Interpreti: Cristina Odasso, Enrico Cttaneo, Chiara Catalano, Renato Ansaldi

Francesca Saverio Cabrini aveva da poco fondato, nel 1888 la congregazione delle missionarie del Sacro Cuore di Gesù con l’obiettivo di recarsi in Estremo Oriente. Mons Giovanni Battista Scalabrini, con il pieno appoggio di papa Leone XIII, la convince a recarsi negli Sati Uniti, dove c’erano tanti italiani che vivevano una situazione difficile, senza il conforto della fede. Madre Cabrini e sei suore sbarcano a New York e iniziano ad aprire una scuola femminile usando un appartamento offerto dalla contessa de Cesnola, una ricca benefattrice di origine italiana ma ben presto il loro impegno si estende anche alla gestione di un grande ospedale che rischia di andare in fallimento…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Iniziamo con quello che c’è; il Sacro Cuore penserà al resto” Francesca Cabrini esprime la tranquilla forza di chi sa che non sta agendo per se stessa ma per realizzare ciò che è gradito al Cuore di Gesù
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Molto brava la protagonista Cristina Odasso nel presentarci una donna minuta ma forte nella fede e nella speranza, con la quale riesce ad affrontare qualsiasi difficoltà
Testo Breve:

I primi, difficili, anni della missione di santa Madre Cabrini negli Stati Uniti alla fine dell’’800, impegnata nel sostegno materiale e spirituale degli immigrati italiani, con pochi mezzi ma con una fede salda.

Quando si visita il museo dell’immigrazione a Ellis Island un cartello ricorda, senza reticenze, che gli immigrati da paesi a maggioranza cattolica (italiani, irlandesi) avevano una vita particolarmente difficile perché molti ritenevano che gli Stati Uniti dovesse restare una nazione rigorosamente protestante.

Questo film, correttamente, non inizia da subito a presentarci madre Cabrini ma cerca, attraverso immagini e dialoghi, di riportarci a quel fine ottocento dove migliaia di italiani partirono da un paese in profonda crisi economica (furono nove milioni fra i 1880 e il 1915) e una volta sbarcati, oltre alle difficoltà che dovevano affrontare per trovare un lavoro, si aggiungeva l’ostilità di molti verso chi era cattolico. La cultura positivista allora dominante, l’influenza che i massoni esercitavano sugli immigrati, rendeva ancora più drammatica la condizione degli italiani sbarcati nel Nuovo Mondo, che non avevano chi potesse confortarli nella fede.  Forse la scena più efficace, nella sua capacità di sintesi, è quella in cui si vede madre Cabrini percorrere un povero cortile pieno di bambine italiane che cercano qualcosa con cui giocare non avendo nulla da fare. Con i genitori impegnati in lavori precari, senza una scuola che le accogliesse, erano abbandonate a loro stesse, come animaletti selvaggi.

Per una santa così vicina ai nostri tempi, non c’è nessun tono apologetico nella narrazione ma la cruda realtà delle tante difficoltà che madre Cabrini dovette affrontare appena arrivata a New York e come le seppe superare con la forza della fede. Lo stesso arcivescovo Corrigan, nel vedere queste suore appena sbarcate, disse loro che era meglio per loro tornare indietro, perché non c’erano i soldi necessari per la scuola e l’orfanatrofio che volevano avviare. Anche quando finalmente, la contessa Cesnola offrì loro un appartamento in affitto per un anno per alloggiare le orfanelle, si scoprì che si trattava di un’iniziativa interessata, per dotarsi di domestiche a buon mercato. Ancora dopo, quando ogni problema materiale sembrò risolto, fu difficile convincere i genitori italiani a mandare a scuola i loro figli, perché più utili in casa o a svolgere lavori manuali. Difficoltà dopo difficoltà, emerge bene la personalità della santa. Quando il vescovo la invita a fermarsi per la mancanza di mezzi, lei è pronta a rispondere che “la nostra arma più potente non è il denaro ma la fiducia illimitata nel Cuore di Gesù”.  Nei momenti più difficili, la vediamo spesso in preghiera e poi invitare le sue consorelle ad avere fiducia in Dio, perché sicuramente avrebbe fornito loro tutti i mezzi necessari per la loro missione.  Una fede che incanalava nella giusta direzione le sue innumerevoli doti umane: fu una donna imprenditrice, in grado di risollevare le sorti di un intero ospedale che stava andando in fallimento; una suora obbediente sempre ai suoi superiori (sono belli gli incontri con Leone XIII che la incoraggiò nella sua missione) ed anche influente, in questa giovane nazione che stava consolidandosi con una sua propria cultura.

Cristina Odasso impersona molto bene questa donna fragile nell’aspetto ma di indomito coraggio, grazie alla sua fede incrollabile. Particolarmente curate sono anche le ambientazioni d’epoca.

Madre Francesca  è stata la prima a fondare una organizzazione religiosa esclusivamente femminile (Missionarie del Sacro Cuore di Gesù) non dipendente da un ramo maschile,  la prima santa americana (prese la cittadinanza americana nel 1909) , e i frutti del suo impegno si vedono ancora oggi nelle missioni presenti in 17 paesi di tutto il mondo. Un bell’esempio del potere trasformante della fede. 

Il film viene trasmesso dalla rete televisiva EWTN, la più grande rete cattolica del mondo
In Italia, la programmazione del film nelle varie città può essere consultata sul sito:

http://mothercabrini.cristianavideo.com/cinema/

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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IL CAMPIONE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/25/2019 - 21:31
 
Titolo Originale: Il campione
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Leonardo D'Agostini
Sceneggiatura: Giulia Steigerwalt, Leonardo D'Agostini - (collaborazione), Antonella Lattanzi - (collaborazione)
Produzione: GROENLANDIA CON RAI CINEMA
Interpreti: Andrea Carpenzano, Stefano Accorsi, Massimo Popolizio, Anita Caprioli

Christian Ferro è la grande promessa della Roma. Idolatrato dai fan, a soli vent’anni dispone di un parco di Lamborghini, una villa lussuosa dove si accampano belle ragazze, gli amici della borgata del Trullo dove è cresciuto e lo stesso suo padre, che si è rifatto vivo dopo averlo abbandonato in gioventù, per unirsi alla banda dei parassiti. Ma Christian ha un carattere irruento e si mette spesso nei guai. Il direttore della Roma, per cercare di raddrizzarlo, gli impone di conseguire il diploma di maturità e per questo ingaggia un tranquillo professore di liceo che ha il grande merito di non sapere neanche chi sia Christian Ferro...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un professore riesce a far studiare uno studente riluttante solo quando viene instaurata fra di loro una solida comprensione umana e reciproca
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Perfetti nelle loro parti sia Andrea Capenzano che Stefano Accorsi. La sceneggiatura porta a compimento la storia con un buon ritmo pur all’interno di un impianto semplice e prevedibile
Testo Breve:

A un giovane goleador della Roma troppo irruento viene imposto l’obiettivo di conseguire il diploma di maturità con l’aiuto di un professore privato. Un incontro umano di comprensione reciproca e di riscatto dalla spietata logica del successo

Un ragazzo scatenato sul campo, con il genio della tattica, pronto a far bravate da bullo del quartiere Trullo dove è cresciuto e a menar le mani quando si sente offeso. Ma anche sensibile, capace di comprendere le sofferenze degli altri, perché anche lui ha una pena segreta nel cuore. Un professore taciturno e ingrigito, proiettato in un mondo sotto i riflettori che non è il suo ma desideroso di compiere quel miracolo su un soggetto difficile per il quale è stato chiamato: gli servirà a ridare un po’ di senso a una vita colpita da una devastante tragedia. Sono Andrea Capenzano e Stefano Accorsi le due punte di diamante di questo film, pienamente nella parte e se non ci si poteva aspettare di meno da Accorsi, ben collaudato nel ruolo di coach esistenziale dopo Veloce come il vento, una vera sorpresa è Andrea, che non poteva fare di meglio nel proporci un giovane di borgata che al di là del successo, vuole trovare il suo riscatto dai troppi adulti che lo vedono solo come una gallina dalle uova d’oro.

Anche la sceneggiatrice Giulia Steigerwalt svolge un ruolo importante: i dialoghi a due sono il suo punto di forza, un modo con il quale  i protagonisti trovano l’occasione per mettere a nudo le loro pene segrete, uno di fronte  all’altro. L’impianto è assolutamente classico (presentazione dei personaggi e del nodo che debbono sciogliere; percorso verso la soluzione,   colpo di scena verso la fine che mette in discussione tutto; conclusione) ma almeno non prevedibile e ben ritmato. Forse le sofferenze dei due protagonisti (la perdita da giovane della madre per Christian, la malattia mortale del figlio per il professore), sono innesti troppo palesemente funzionali al fine di costruire nodi da sciogliere

Il film affronta uno stimolante tema pedagogico: come far  interessare i giovani alle materie che debbono studiare e ci fa  dare uno sguardo a una realtà tutta italiana: la preparazione rigorosa di giovani leve destinate alla fiorente ma spietata industria del calcio.

Andrea Capenzano è rappresentante credibile di una generazione che non si presta a venir stritolato da meccanismi imposti dalla logica del guadagno ma cerca di costruire  in modo autonomo la propria personalità e  dei veri amici disinteressati

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AFTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/17/2019 - 21:19
Titolo Originale: After
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jenny Gage
Sceneggiatura: Jenny Gage
Durata: 91
Interpreti: Josephine Langford, Hero Fiennes-Tiffin, Khadijha Red Thunder

Tessa Young ha completato il liceo e si appresta a raggiungere il campus dove frequenterà l’università. La madre e il suo fidanzato di sempre si effondono in ammonimenti, affinché Tessa posta restare quella brava e studiosa ragazza che è sempre stata. Le raccomandazioni si rivelano presto inutili: La sua compagna di stanza la invita a una festa dove conosce Hardin, un ragazzo cupo e scostante, con il quale finisce per discutere animatamente anche di fronte alla professoressa di lettere, perché hanno giudizi diversi sui romanzi di Jane Austen ma ormai la scintilla è scoccata…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I turbamenti sessuali della giovane Tessa sono il tema principale di questo film, senza che questo istinto naturale venga sostenuto da un’approfondita conoscenza e da un impegno reciproci dei due giovani. Un racconto “fisico”, senza profondità
Pubblico 
Maggiorenni
Rappresentazioni senza nudità di un rapporto lesbico e di una convivenza prematrimoniale. Una gioventù grigia, senza punti di riferimento
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura che lascia incompleto l’approfondimento dei protagonisti. Buona la prestazione di Josephine Langford (Tessa); incerta invece quella di Hero Fiennes-Tiffin (Hardin) vittima di una modesta definizione del suo personaggio.
Testo Breve:

Tessa inizia a frequentare l’università e conosce nuovi amici e un nuovo amore. Un prodotto ingessato, espressione dell’omologazione verso il basso della nuova cultura mediatica

 

Questo film ha un’importanza addirittura storica perché si può dire che sia il primo (dopo un altro esperimento in tono minore: The Kissing Booth)  a esser stato scritto in modo interattivo con l’aiuto dello  stesso pubblico e come tale costituisce una fonte certificata di ciò che può interessare agli adolescenti e agli young adult di oggi.

La strumento mediatico per una simile interazione è stata la piattaforma di narrativa online Wattpad, un colosso fondato nel 2006, con 70 milioni di scrittori registrati e più di 500 milioni di storie generate dagli utenti che ha proprio l’obiettivo di scoprire talenti e lanciarli nell’etere mediatico.

L’autrice Anna Todd aveva inizialmente concepito il suo racconto come tributo a Harry Styles, frontman della banda del cuore One Direction  (si tratta in effetti di una fanfiction) ed è interessante il modo con cui il racconto si è formato. Anna ha pubblicato in rete i singoli capitoli e da questi ha ricevuto di volta in volta i commenti dei lettori, in base ai quali ha fatto avanzare il racconto. Quando il suo lavoro (si tratta di un’epopea suddivisa in vari romanzi) è stato pubblicato in formato cartaceo, sono state vendute oltre 15 milioni di copie. Alla prima settimana di uscita del film in Italia, il successo è stato confermato e la pellicola è schizzata subito in cima al box office.

Qual è quindi il segreto di questa storia e come è stata trasferita sugli schermi?

Si tratta certamente di una love story in ambito universitario, ma non strappalacrime come l’originale del 1970, né ci troviamo di fronte a una coppia impossibilitata al contatto fisico, come nella saga Twilight o nel più recente A un metro da te. I due giovani soffrono comunque di insicurezza, di qualcosa che li ha resi fragili fin dalla giovinezza: la separazione e le colpe dei propri genitori. E’ questo in effetti il leit motiv che ricorre in tutta la più recente produzione di fiction che ha per protagonisti degli adolescenti, un espediente molto comodo per giustificare certe loro cattiverie. In realtà  è proprio l’amore il grande assente da questo film. E’ scontato che la tranquilla e semplice Tessa e il tormentato e tenebroso Hardin finiscano per piacersi perché ognuno ha bisogno di venir trasformato dall’altro ma i molto modesti dialoghi non ci esprimono l’avanzamento di una conoscenza reciproca, e i loro battibecchi intorno al Darcy e all’ Elisabeth di Orgoglio e pregiudizio o a Catherine e Heathcliff di Cime Tempestose appaiono degli innesti forzati. C’è un solo tema che viene sviluppato con abbondanza di dettagli: i turbamenti sessuali di Tessa di fronte al primo bacio, alle prime carezze, alla prima volta. Una progressione guidata da un Hardin incerto ma gentiluomo, disposto a fare progressi solo quando lei si sente pronta. E’ evidente l’intento dei produttori di realizzare un film patinato adatto a un vasto pubblico (non ci sono nudità) e di fatto i risvolti più crudi presenti nel romanzo, espressione della cattiveria di Hardin, sono stati eliminati, causando però una perdita della caratterizzazione del ragazzo, che appare spesso imbronciato e melanconico in ogni circostanza, senza che si comprenda bene il perché.

Alla fine il risultato è sconfortante: se dobbiamo concludere che il romanzo (e ora il film) è espressione del minimo comune sentire di un vasto pubblico giovanile, qui non ci troviamo di fronte a una bella storia d’amore (come in fondo, era Love story del 1970) ma siamo piuttosto dalle stesse parti di Cinquanta sfumature di grigio.

E quello che è stato proposto come un frutto spontaneo della generazione dei millennials è in realtà espressione dell’omologazione verso il basso che genera la nuova cultura mediatica

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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LA SAPIENZA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/10/2019 - 21:22
 
Titolo Originale: La Sapienza
Paese: Italia, Francia
Anno: 2014
Regia: Eugène Green
Sceneggiatura: Eugène Green
Produzione: LA SARRAZ PICTURES, MACT PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Fabrizio Rongione, Christelle Prot, Ludovico Succio, Arianna Nastro

A 50 anni, Alexandre Schmidt è un architetto francese ormai affermato che però decide di rinunciare a un prestigioso progetto perché si rifiuta di dar seguito alle richieste della committenza: radere al suolo ciò che prima era stato costruito. Alexandre decide che il modo migliore per impiegare il tempo che ora si trova a disposizione sia andare a Stresa e poi a Roma per scrivere un saggio sulle opere del Borromini. Sarà l’occasione per rinnovare su prospettive diverse a sua passione di costruttore, da tempo affievolita. La moglie Alienor decide di accompagnarlo: fra di loro è rimasto solo un civile rispetto, dopo un tragico evento che ha messo alla prova la loro unità coniugale. A Stresa incontrano due giovani fratelli, Goffredo e Lavinia; il primo prossimo agli studi di architettura, la seconda afflitta da una strana malattia nervosa che la costringe a restare spesso a letto. Alienor decide di recuperare il suo senso materno ormai affievolito restando a Stresa con Lavinia, mentre Goffredo accompagnerà Alexandre in Italia alla scoperta del Borromini....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un architetto che inizialmente si dichiara un materialista, scopre che la sua ispirazione resta incompleta se non inserisce la forza di una luce soprannaturale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Eugène Green si avventura su temi alti, difficili da esprimere cinematograficamente. Un esercizio interessante ma riuscito a metà
Testo Breve:

Raiplay ha compiuto questo interessante recupero di La sapienza, sulla storia di un architetto che cerca la sua ispirazione professionale e la trova nelle forme spirituali del Borromini. Un film non per tutti i palati riuscito a metà

Alexandre, durante un discorso di ringraziamento in occasione di un premio ricevuto come riconoscimento alla sua opera, si era dichiarato un materialista, impegnato nei valori della laicità francese.    Si era sempre rifiutato di erigere delle chiese di qualsiasi religione; sono le fabbriche – a suo dire - le cattedrali del mondo moderno. Si tratta però di un’auto etichettatura che non rispecchia appieno il suo sentire: ne è una riprova l’ammirazione che Alexandre dice di nutrire per l’architetto Borromini e in particolare per come ha realizzato la chiesa di sant’Ivo alla Sapienza a Roma. Si tratta di uno spazio spirituale, come lui stesso lo descrive, che punta verso l’assoluto, attraverso una progressione che percorre prima lo spazio dimora degli angeli e infine si protende verso lo spazio divino, verso la sorgente della luce.

Alexandre ammira anche il Bernini, di cui apprezza quello stile particolare che gli consente sempre di imbrigliare forme dinamiche all’interno di figure geometriche, secondo una razionalità che sente in sintonia con una sensibilità francese e lui stesso si dichiara un Berniniano, ma non può fare a meno di riconoscere che il Borromini riesce a trasmettere qualcosa di più profondo anche se non è in grado di cogliere l’essenza della sua aspirazione.

Il suo giovane amico, aspirante architetto, ha invece le idee molto chiare: essere architetti vuol dire creare spazi da riempire di gente e di luce. La luce deve costituire una “presenza”, una presenza divina che può essere percepita da chi è credente ma anche da chi non lo è. Un’opera architettonica deve diventare “un tempio per tutte le religioni”.

Come si può vedere da questi brevi cenni della trama e delle conversazioni, il regista e sceneggiatore Eugène Green “punta in alto, affronta tematiche intellettuali impegnative che necessitano di una forma narrativa adeguata, un modo per riuscire a raccontare cinematograficamente non in prosa ma in poesia questa ricerca della sapienza e della bellezza. Ecco che il parlare dei protagonisti ha una cadenza lenta e solenne, guardando direttamente verso la telecamera. C’è abbondanza di piani fissi, gesti ieratici e lente carrellate lungo le pareti di diverse opere del barocco italiano per riuscire a coglierne la dinamica delle forme ma anche la serenità e la solarità delle sponde del lago Maggiore.

Si tratta quindi di un film non per tutti i palati ma interessante, a nostro avviso almeno nel  modo con cui il protagonista lotta interiormente nel dover scegliere fra un armonico e chiuso razionalismo (in termini architettonici: il cerchio e l’ellissi) e altre forme che esprimono una spinta verso l’alto, verso il trascendente.

E’ sintomatico il transito di Alexandre e di Goffredo per Torino e la loro analisi della Sindone; Anche se  riferisce a Goffredo che in base ad alcune analisi effettuate, il tessuto va datato intorno al  XII secolo, Alexandre si dichiara sinceramente turbato, come uomo e come architetto, da quel volto e da quei segni di sofferenza che provengono da un lontano  passato. Solo dopo una prolungata vicinanza con Goffredo, che non è appesantito, come lui, dalla sfiducia e dalla sofferenza che gli hanno procurato alcune vicende personali, comprende perché l’architettura del Borromini attrae tanto il suo animo: l’architetto ticinese  sembra aver trovato una perfetta armonia fra la sapienza  e la spinta verso l’infinito. Sembra forse pronto a concludere che fra i due elementi non c’è alcuna contraddizione, ma che la Sapienza è esattamente espressione del Divino, come viene ricordato fin all’inizio del film, citando La Bibbia:

La sapienza ..è  un riflesso della luce perenne (Sapienza 7,26)

L’obiettivo del regista è stato sicuramente ambizioso, un obiettivo raggiunto a metà, non solo per la forma narrativa scelta ma per certe libertà autoriali che si è concesso: una parentesi comica fuori luogo e un po’ razzista (ai danni di un turista australiano); il cameo interpretato dal regista stesso nei panni di un rifugiato caldeo, una rapida incursione nella  psicologia con l’inspiegabile malattia debilitante di Lavinia.

Il film è disponibile sulla piattaforma Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA GIUSTA CAUSA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/04/2019 - 09:14
 
Titolo Originale: On the Basis of Sex
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Mimi Leder
Sceneggiatura: Daniel Stiepleman
Produzione: AMBLIN PARTNERS, GORDONSTREET PICTURES, ROBERT CORT PRODUCTIONS
Durata: 120
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Kathy Bates

Alla fine degli anni ’50, Ruth Bader Ginsburg, già sposata e con una figlia piccola, è una delle prime donne ad esser iscritta alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Harward. La sua vita non è facile perché l’ambiente universitario è ancora pieno di pregiudizi nei confronti delle donne e inoltre suo marito si è gravemente ammalato. Lei inizia così a frequentare in parallelo anche le lezioni del secondo anno, dove suo marito è iscritto, per permettergli di studiare. Una volta laureata, non riesce a trovare un solo studio di New York disposta ad accettare una donna come avvocato. Rassegnata, diventa professoressa universitaria e insegna una materia che le sta molto a cuore: le discriminazioni in base al sesso che le leggi di quel tempo ancora convalidavano…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un marito e una moglie riescono sempre a spalleggiarsi anche nei momenti più difficili. La virtù della fortezza di Ruth che non si lascia scoraggiare ma si batte per dei principi che ritiene giusti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura molto ben costruita riesce ad sviluppare una storia basata su un conflitto di idee senza mai riuscire a stancare
Testo Breve:

La storia vera di Ruth Bader Ginsburg, fra le prime donne a laurearsi in legge, che dovette superare tutti i pregiudizi del tempo nei confronti della donne fino a diventare un giudice costituzionale Un interessante storia di idee e di una famiglia affiatata

Può interessare la storia di due primi della classe, marito e moglie, appassionati di legge, (lei prima nel suo corso ad Harward e prima in quello alla Columbus, lui uno dei più giovani e brillanti avvocati tributari di New York) che passano il tempo a dibattere questioni di legge?

Può appassionare un film che sembra scritto per degli avvocati o dei giudici, dove si entra nel dettaglio, nelle sue due ore di durata, dei meccanismi che regolano la giurisprudenza americana?

Il film ci riesce, perché ci racconta anche la storia di una famiglia molto affiatata, dove marito e moglie si sostengono a vicenda con convinzione, nella buona e nella cattiva sorte e perché riesce ad appassionarci alle difficoltà che affronta Ruth, una donna di indubbio talento, per “scalare la montagna”, cioè riuscire a smontare pezzo per pezzo, le centinaia di leggi (in U.S.A. si applica la common law, quindi non c’è un codice di riferimento) che ancora negli anni ‘70,  stabilivano diversi diritti e doveri in base al sesso.

Il personaggio di Ruth è molto ben tratteggiato (un po’ meno quello del marito), il film è la biografia romanzata di un noto giudice donna della corte costituzionale (compare brevemente alla fine del film) della quale viene mostrato il cuore indomito nelle tante battaglie affrontate ma anche l’equilibrio di saper riconoscere quando è inutile insistere e di accontentarsi di una piccola vittoria al momento invece di desiderare tutto subito.

Il film è interessante, oltre che per la bella storia in sé, anche perché solleva problematiche che è giusto dibattere: ne citiamo solo due.

Di fronte a una causa difficile da vincere, la si affronta perché si è convinti dei principi che si vogliono difendere o piuttosto perché è un’occasione irrinunciabile per raggiungere la notorietà da tanto tempo desiderata? In effetti è proprio questa l’accusa che gli avversari rivolgono a Ruth, per scardinare le sue tesi. È inutile dire che non c'è una risposta univoca ma nel caso di Ruth la sceneggiatura dà una risposta chiara: occorrono entrambi, giusti principi e una giusta ambizione. Il riconoscimento del principio di parità uomo-donna davanti alla legge era molto difficile da perseguire e lei è stata la persona giusta, perché occorreva tutta la determinazione e la sicurezza di cui era dotata, che le scaturiva dalla sua profonda preparazione.

Più delicato è l'altro tema: fino a che punto si può dire che l’uomo e la donna siano per natura diversi e che quindi la legislazione deve riflettere questa complementarietà oppure debbono avere gli stessi diritti e accedere alle stesse opportunità? Gli avversari di Ruth disegnano scenari apocalittici: prevedono bambini trascurati, mamme in ufficio o alla catena di montaggio, uomini e donne che competono per lo stesso lavoro, riduzione dei salari a causa della maggiore concorrenza, aumento dei divorzi e lo sgretolamento dei fondamenti della società americana. Ruth è stata pronta a rispondere: quando studiava all’università di Harward non c’erano neanche i bagni per le donne; sul lavoro non potevano fare gli straordinari e i giudici erano solo dei maschi.

Il film presenta una risposta chiara a questi dubbi. le leggi debbono seguire l’evoluzione della società. C’è uno stretto legame fra la legge e la cultura di un popolo e i giudici debbono adeguarsi, non certo alle mode correnti (né tanto meno anticiparne di nuove) ma alle onde lunghe dell’evoluzione dei costumi. In effetti Ruth riuscì a vincere la sua prima causa contro le discriminazioni uomo-donna solo negli anni ’70, nel pieno delle contestazioni studentesche.

Il limite della legge è proprio questa: cessa di difendere dei principi quando questi non sono più rispettati dalla maggioranza. Il modo con cui ogni singolo individuo, nel caso specifico una donna, possa riuscire a conciliare le mansioni che derivano dalla sua natura, in particolare partorire e allevare figli e svolgere lavori anche onerosi al pari di un uomo, viene lasciato alla coscienza del singolo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LIKEMEBACK

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/31/2019 - 19:41
Titolo Originale: Likemeback
Paese: ITALIA, CROAZIA
Anno: 2018
Regia: Leonardo Guerra Seràgnoli
Sceneggiatura: Leonardo Guerra Seràgnoli
Produzione: ESSENTIA, NIGHTSWIM, INDIANA PRODUCTION COMPANY CON RAI CINEMA, COOPRODOTTO ANTITALENT PRODUKCIJA
Durata: 80
Interpreti: Denise Tantucci, Angela Fontana, Blu Yoshimi, Goran Markovic

Lavinia, Carla e Danila sono tre ragazze che hanno finito il liceo e si godono una vacanza fra le isole della Croazia in barca a vela con skipper, un dono generoso da parte della madre di Carla, la più studiosa, che pensa di trascorrere quella vacanza preparandosi all’esame di ammissione all’università. Lavinia è la più sicura di se’ e si vuole godere la vacanza mentre Danila è tutta concentrata nel fare il maggior numero di foto da postare su Instagram: vuole assolutamente raggiungere i 30.000 followers..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Encomiabile l’impegno del regista di ricostruire gli effetti che si determinano in tre ragazze sul finire dell’adolescenza, a causa di una totale dipendenza dai social network . Un tentativo non completamente riuscito che evidenza la superficialità di tre ragazze ma non spiega pienamente le ragioni del loro comportamento
Pubblico 
Maggiorenni
Numerosi nudi femminili. Relazioni amorose di una sola notte. Impiego di sostanze stupefacenti in discoteca
Giudizio Artistico 
 
Un film sperimentale nella messa in scena, nella sceneggiatura, nelle riprese, che tradisce una certa impostazione intellettuale
Testo Breve:

Tre ragazze in barca per passare l’estate del dopo maturità. Un film di denuncia sulla dipendenza dai social network riuscito parzialmente

Danila scatta una foto a Lavinia mentre sta dormendo a sua insaputa e la posta su Instagram. La mattina dopo Lavinia va su tutte le furie: postando un’immagine improvvisata in questo modo, rischia di rovinare il suo livello di Like. Si calma solo quando si accorge che i commenti dei followers sono positivi: hanno apprezzato un’immagine così spontanea. Indubbiamente l’idea di mettere a fuoco la dipendenza della generazione Z dai media è particolarmente stimolante e degna della massima attenzione ma le scelte del regista e sceneggiatore Leonardo Guerra Seràgnoli lasciano perplessi. Tre ragazze si trovano nell’estate del dopo maturità, raccontata in tanti e tanti film a iniziare dai fratelli Muccino (L’estate addosso, Che ne sarà di noi). Cosa ci fanno queste tre ragazze, da sole in una barca (c’è un solo maschio con loro: lo skipper) lungo le coste della Croazia? Perché non hanno organizzato la vacanza più entusiasmante della loro vita con i loro amici, con il loro ragazzo? Si può rispondere che il viaggio in barca è una metafora dell’incomunicabilità nella quale le ragazze si sono autoescluse. Ogni tanto parlano dei loro ragazzi ma li qualificano con distacco, attraverso gli sport che praticano, le loro manie, sembrano quasi quei brevi profili che appaiono su Facebook. In questo film ci sono solo loro, il mare blu e il cellulare. In effetti è il cellulare, il vero protagonista della storia, che deve subito esser rimesso in carica appena dà segni di esaurimento e quando cade in mare, come accade a Carla, si determina una vera e propria tragedia. Le ragazze attraversano paesaggi incantevoli ma per loro sono solo un’occasione per fare un nuovo selfie, non per comunicare con qualche persona a loro cara, ma per accrescere il livello di apprezzamento raggiunto presso tanti anonimi followers. La più fragile di tutte è Danila, che si riprende in pose sempre più audaci per aumentare il proprio indice di gradimento ma poi, quando sbarca su un’isola e passa la serata in una discoteca, è inesperta nei rapporti umani e non sa come gestire i ragazzi che incontra. Il film ha un profilo sperimentale e Il regista ha voluto essere originale sia nelle inquadrature che nella sceneggiatura. Anche le tre ragazze hanno collaborato alla stesura del testo per cercare di ricostruire il modo di parlare degli adolescenti (ma il modo con cui si sovrappongono nel parlare, rende spesso poco intellegibile cosa dicono) e in effetti il loro chiacchierare libero, le inquadrature come se fossero improvvisate attraverso telefonino, consentono allo spettatore di sentirsi in barca con loro. Il problema di questo film è che tutto si esaurisce in questa novità. Dopo essersi immersi nel cielo e nel mare della Croazia, dopo aver ascoltato le ragazze che parlano fra loro, prendono il sole e postano continuamente foto, succede poco altro, tranne una turbativa finale che non vogliamo rivelare.. Le varie tecniche escogitate dall’autore per realizzare un nuovo cinema-verità non costituiscono la base per una narrazione ma si richiudono in se stesse. Si potrebbe dire che il film ha comunque il merito di denunciare l’alienazione che si raggiunge quando diventa più importante la vita virtuale che si vive dentro un telefonino che quella reale, ma questa conclusione appare parzialmente corretta. Quella dipendenza dal cellulare è una causa o un effetto di una vita impostata alla massima superficialità? Sappiamo molto poco di queste ragazze ma concludiamo che hanno pochi amici e relazioni fragili, sono dei Narciso che contemplano la loro immagine nel vetro di un cellulare, hanno poco pudore e apprezzano gli incontri di una sola notte. Forse, in questo film a tema, manca la presenza di personaggi fatti di carne e ossa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MIA SECONDA VOLTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/26/2019 - 15:32
 
Titolo Originale: La mia seconda volta
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alberto Gelpi
Sceneggiatura: Fabrizio Bozzetti
Produzione: LINFA CROWD 2.0. COPRODOTTO VARGAT FILM
Durata: 90
Interpreti: Aurora Ruffino, Simone Riccioni, Mariachiara Di Mitri, Luca Ward,

Giorgia ha diciott’anni, studia all’ultimo anno del liceo artistico a Macerata. Sa di avere talento (confeziona per hobby orecchini originali che riesce a vendere via Internet) e vorrebbe andare a Roma in cerca di opportunità ma il padre è contrario. Ludovica ha 23 anni, studia all’accademia di Belle Arti e aspira a diventare scenografa. Non è quindi contenta quando scopre che chi seguirà la sua tesi non sarà il titolare della cattedra ma Davide, un suo giovane assistente. Un giorno Giorgia, per distrazione, sta quasi per investire con la sua macchina Ludovica. Dopo un momento di tensione, le due ragazze diventano amiche e Giorgia si offre di aiutare Ludovica a ricomporre il modellino per una scenografia che nell’incidente si è rotto. A un certo punto entra in casa Davide e Ludovica scopre che il suo assistente per la tesi non è altri che il fratello maggiore di Giorgia....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una donna fa tesoro di una leggerezza compiuta da adolescente e quel fatto diventa per lei lo stimolo per cambiare vita e dedicandosi ad aiutare chi rischia di commettere lo stesso errore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio. Un ragazza accetta un appuntamento al buio da uno sconosciuto conosciuto via Internet
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura risulta debole, spiegando ciò che non occorre spiegare e togliendo tensione drammatica a quei momenti che più ne hanno bisogno
Testo Breve:

Una ragazza con grandi speranze per il proprio ’avvenire, distrugge tutto per un gesto irresponsabile (l’assunzione di droga). Le nobili intenzioni del film, molto valide per incontri rivolti a dei  giovani risultano meno  efficacai in una sala cinematografica

“Cineducando” è il nome che è stato dato al progetto sostenuto da case di produzione e distribuzione come Linfa Crowd 2.0 e Dominus Production che ha l’obiettivo di realizzre pellicole con un profondo  contenuto etico ed educativo per poi presentarle a studenti di scuole medie e superiori o in altri contesti culturali sensibili. La mia seconda volta rientra a pieno titolo in questo progetto perché racconta, in modo romanzato, la storia vera di Giorgia Benusiglio, che ha rischiato di morire per aver assunto una pasticca di Ecstasy e una volta ripresasi, ha deciso di dedicarsi  interamente a far comprendere ai giovani i rischi della droga.

Il film è uscito nelle sale il 21 marzo ‘19 ma da tempo  è stato presentato in molte  scuole delle principali città italiane e migliaia di ragazzi hanno potuto parlare sul tema della dipendenza dalla droga con i protagonisti della storia e con la stessa Benusiglio.

Questa bellissima iniziativa è ora sfociata nei tradizionali canali di distribuzione cinematografica. C’è quindi una domanda da porsi: questo film è  in grado di raggiungere  un vasto pubblico, non più selezionato come quello di un incontro a tema?

Su questo punto sogono delle perplessità proprio dalla struttura con cui è stato costruito il film. Viene meno la regola “show don’t tell” e  la didattica precede la narrazione. Accade con la professoressa del liceo artistico di Giorgia, che prende spunto dall’arte Kintsugi per sentenziare che “Le cicatrici rappresentano la storia che si fa carne. E dal dolore può nascere una bellezza ancora più grande” . Ma accade anche in quello spazio onirico  che interrompe la narrazione a intervalli regolari, forse il mondo in cui è rimasta chiuda Giorgia durante il coma, che  commenta  ciò che lo spettatore già vede: “quando tutto sembra perduto, quando pensi di aver toccato il fondo,..”

Maggiore perplessità desta  il modo con cui si è voluto raggiungere l’obiettivo dichiarato, quello di dissuadere i giovani dall’assumere  delle droghe. Conosciamo, dai vari racconti che ha fatto  Giorgia Benusiglio,la drammaticità della sua storia, colta da epatite fulminante  dopo l’assunzione di una pillola ecstasy. Il suo fegato era in necrosi e nell’attesa di un donatore, era arrivata a pesare 27 chili. La scelta narrativa è stata diversa: non si vede il momento  il cui la ragazza prende la droga (anzi si costruisce intorno a quell’evento una sorta di  giallo, per scoprire  chi sia stato il responsabile) e l’uscita dal coma della ragazza si risolve romanticamente con l’iniziativa di un suo amico che gli fa ascoltare la sua musica preferita. Per fortuna la Benusiglio interviene di persona alla fine el film, per riportare  il racconto alla sua cruda realtà  , mostrando la profonda cicatrice che ha sul fianco e che costituisce  memoria indelebile del trapianto che l’ha salvata.

Può darsi che questo alleggerimento sia stato motivato dalla necessità di non impressionare i ragazzi, che avrebbero comunque potuto fare tutte le domande che volevano durante gli incontri programmati ma si tratta di una soluzione che a cinema indebolisce l’efficacaia del racconto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PEPPERMINT – L’ANGELO DELLA VENDETTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/25/2019 - 12:05
Titolo Originale: Peppermint
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Pierre Morel
Sceneggiatura: Chad St. John;
Produzione: HUAYI BROTHERS
Durata: 110
Interpreti: Garner, John Gallagher Jr, Juan Pablo Raba

Riley North è una giovane madre piccolo-borghese la cui vita viene sconvolta quando una gang messicana le uccide il marito e la figlia. Al processo, grazie alla corruzione della polizia e del sistema giudiziario, i colpevoli sfuggono alla giustizia. Riley, sconvolta, scompare e torna cinque anni dopo trasformata in una spietata assassina decisa a farla pagare tutti quelli che hanno distrutto il suo mondo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un’esaltazione della vendetta privata, dove il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sulle sue conseguenze
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza ripetuta e brutale.
Giudizio Artistico 
 
In questo action inutilmente violento, le azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, sono alla fine un po’ ripetitive. E anche i cattivi sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi
Testo Breve:

Una tranquilla casalinga a cui viene ucciso il marito e la figlia, si trasforma, dopo cinque anni di preparazione, in una spietata assassina.  Un action movie inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza

 

Il regista Pierre Morel è lo stesso di Io vi troverò, prototipo del più recente filone dell’action “di vendetta” in cui un singolo “vigilante” si prende sulle spalle l’impresa di eliminare intere organizzazioni criminali colpevoli di aver toccato la sua famiglia (lì era Liam Neeson, agente segreto in pensione alla ricerca della figlia), che ha generato un imprecisato numero di epigoni.  

Dai tempi del Giustiziere della notte di Charles Bronson non si contano gli americani più o meno comuni che si, sul grande schermo, in patria o all’estero, si prendono in carico una giustizia maltrattata dalle istituzioni.

Qui la curiosità è che, a fare la parte della castigamatti è una ex casalinga, mite e piccolo borghese, le cui maggiori preoccupazioni, fino alla tragedia, erano state la festa di compleanno della figlia, rovinata dalla compagna di classe spocchiosa, e il mutuo da pagare, mentre i cattivi sono una gang di narcos messicani dai metodi spietati e con ottimi agganci tra polizia e giudici.

Come Riley si trasformi, nei cinque anni che passano tra l’antefatto e il momento della vendetta, nell’intrepida guerriera capace di menare le mani e sparare con fucili d’assalto e di suturarsi una ferita da coltello senza anestesia non è mai chiarito. Il sospetto è che gli autori si siano affidati al passato cinematografico e televisivo della protagonista Jennifer Garner (indimenticabile spia  protagonista  di un classico come Alias, ma anche di un paio di modesti cinecomic) per evitare di spiegare questo come molti altri punti oscuri della vicenda.

Del resto l’impressione è che il dramma iniziale serva solo per giustificare una serie di azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, ma alla fine un po’ ripetitive.

Anche i cattivi, del resto, sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi, dal giudice corrotto che nemmeno si ricorda il nome della donna che ha “tradito”, all’avvocato mafioso che strapazza la povera testimone traumatizzata, fino al poliziotto che fa la spia per i narcos e sceglie il posto sbagliato dove stare.

Il film cerca una via di originalità sfruttando la messa in scena dell’impatto mediatico della vicenda: tra tv e social media, l’eroina con pistole e fucili che fa fuori i criminali accumula in breve tempo più follower che critici, in omaggio alla mai sopita passione, dentro e fuori dai cinema, degli statunitensi per chi si fa giustizia da solo, particolarmente sentita in un periodo dove il sistema è generalmente percepito come corrotto e inefficiente.

Se la protagonista segue un proprio percorso da giustiziera (appena complicato da qualche ricordo della figlia, che sembra comparire nei momenti più scomodi) dovutamente nobilitato da una collaterale difesa degli emarginati, il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sul peso e le conseguenze della violenza privata, che certo renderebbero un pochino più indigesti i popcorn.

Non è questo lo scopo di un action inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza e in cui il protagonismo femminile viene utilizzato come un’esotica variante del modello più che come un possibile spunto per riflettere (come accadeva ad esempio nel più complesso Il buio dell’anima con Jodie Foster). Il risultato è una pellicola non soltanto moralmente discutibile, ma anche modesta e prevedibile che difficilmente rilancerà la Garner nell’Olimpo 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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