IL MESTIERE DELLE ARMI

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Titolo Originale: "IL MESTIERE DELLE ARMI"
Paese: Italia/Francia/Germania
Anno: 2001
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Durata: 3
Interpreti: Hristo Jivkov (Giovanni de Medici)

Novembre del 1526. Il generale Georg von Frundsberg, al comando dei Lanzichenecchi dell'armata di Carlo V, scende lungo l'Italia diretto a Roma, esibendo sulla sella un cappio d'oro con il quale ha serie intenzioni di impiccare l'ultimo Papa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un'Italia pronta a tradire e a fare il doppio gioco, Giovanni si mantiene fedele al Papa, ma si concede una distrazione extra-coniugale
Pubblico 
Adolescenti
Per il crudezza delle battaglie e la sensualità di alcuni incontri amorosi
Giudizio Artistico 
 
Rigorosa ricostruzione dell'epoca dei cavalieri di ventura in una splendida ambientazione invernale

Mentre il capitano generale delle truppe pontificie, Francesco della Rovere, indeciso sul da farsi, si ritira di fronte alle soverchianti forze imperiali, il giovane ed indomito Giovanni dalle Bande Nere, nipote del papa Clemente VII dei Medici, con i suoi 900 cavalieri riesce a rallentare la marcia degli imperiali grazie alla sua tecnica di guerriglia. Sarà solo un atto proditorio a fermarlo: colpito ad uno stinco durante una carica all'arma bianca da un cannone leggero nascosto dietro un cascinale, morirà pochi giorni dopo di cancrena a soli 28 anni. I Lanzichenecchi, ormai senza alcuno che li possa contrastare, arriveranno fino a Roma sottoponendola al più crudele saccheggio della sua storia.

La ricostruzione del regista è rigorosa, coinvolgente: bellissimi i paesaggi invernali della campagna intorno al Po ( in realtà le riprese si sono svolte in Bulgaria), fastosi i costumi e le corazze accuratamente ricostruite, freddi i castelli con stanze splendidamente affrescate. I marchesi di Mantova ed i duchi di Ferrara fanno il doppio gioco, in pieno spirito Machiavellico. Il registra ci mostra  i famosi armieri lombardi intenti a produrre i primi cannoni a retrocarica, le truppe mercenarie passare lunghe notti all'addiaccio od in tenda attorno ad un fuoco tremolante, e le fastose corti italiane animate di feste e di tornei
Occorre subito chiarire che siamo ben lontani dai recenti blockbusters a sfondo storico del tipo il "gladiatore", costruiti con poco rigore ma con uno sguardo all'intrattenimento adolescenziale: montaggio rapido e botte da orbi per tutti. Siamo molto più vicini al didattismo rosselliniano (vengono citati ampi stralci del carteggio fra Giovanni e sua moglie, direttamente nella lingua dell'epoca) che temo possano allettare solo i giovani più dichiaratamente cinefili.

Eppure, se si ha la pazienza di guardare con gli stessi occhi di Olmi, il personaggio di Giovanni si forma progressivamente in tutta la sua complessità e ricchezza: è un mercenario, è vero: per lui la guerra è un mestiere perché la guerra era allora un normale strumento della politica; egli si accanisce contro il nemico, certo, più di quanto allora era normalmente accettato ("perché il Joanni non sospende la guerra d'inverno, come si è sempre fatto?" dice uno dei notabili che debbono sopportare il passaggio delle sue truppe). Anche se vive costantemente pronto ad uccidere e pronto a morire, siamo lontani da quell'eroe sinistramente amante della morte (del tipo camice nere) che la retorica fascista ci ha voluto tramandare con alcuni film d'epoca ("i condottieri" di Trenher del 1937).
Lontano dal furore della battaglia, il regista ci fa partecipare ai suoi momenti più riflessivi: solo e pensoso nel letto della sua tenda da campo oppure, ormai ferito mortalmente, costretto all'inazione forzata nel castello di Mantova. Allora egli ha il tempo di ricordarsi della moglie e del suo figlioletto lasciati a Firenze; dei caldi incontri con la nobildonna che è diventata la sua amante. Certo, la vita è un servizio, un dovere di persone rette che fanno ciò che è giusto fare, come dice in forma di paradosso al sacerdote venuto ad amministrargli l'estrema unzione; avrebbe usato lo stesso coraggio se invece dell'armatura avesse indossato l'abito talare. Ma al contempo egli si sente un cuore che palpita, una voglia di  vivere intensamente e non ragionare troppo.

Forse è morto proprio per questo: non stava al giogo del suo tempo (ma anche dei tempi che sarebbero venuti dopo), dove ognuno è troppo impegnato a sopravvivere, a morire di piccoli, astuti compromessi.

Autore: Franco Olearo


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