IL VILLAGGIO DI CARTONE

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Titolo Originale: IL VILLAGGIO DI CARTONE
Paese: ITALIA
Anno: 2011
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi con considerazioni di Gianfranco Ravasi e Claudio Magris
Produzione: Cinema Undici e Raicinema
Durata: 87
Interpreti: Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Alessandro Haber

Nei primi dieci minuti del film assistiamo allo smantellamento silenzioso ma inarrestabile di una Chiesa cattolica: vengono tolti il crocifisso, le immagini sacre, il tabernacolo, ecc. Il parroco è anziano, va in pensione e (ma il film non lo dice) sembra che non ci sia nessuno per sostituirlo. Sembra (ma il film non lo spiega) che non ci siano più neanche i fedeli. Aleggia su tutto un senso di desolazione e di vuoto, quando lo spazio vuoto si rianima per l’arrivo di un gruppo di extracomunitari africani, impauriti e in fuga dalle forze di polizia (identificate soprattutto dal sonoro delle sirene e dei camion) che li stanno inseguendo. Il sacerdote darà loro rifugio, si opporrà a quella che nel film appare l’ottusa crudeltà di chi vuole arrestarli e in questa attività sembra che torni anche un senso della sua vita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Qualche persona sensibile e ben disposta potrà trarre qualche spunto per un rinnovamento della genuinità del suo essere cristiano ma il film esprime un vago spiritualismo intriso di generica buona volontà che si oppone per partito preso e in modo qualunquista e generico a ogni forma storica della religione e della fede, compresa –in primis- quella cattolica. Di Cristo non si parla mai
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
A parte le indubbie capacità di messa in scena e direzione degli attori, risulta sul piano dei contenuti enormemente superficiale. La rappresentazione delle forze dell’ordine è macchiettistica al limite dell’insulto; la rappresentazione dei poveri immigrati è poco elaborata e rimane in superficie; non viene approfondito nessuno dei personaggi

Chi scrive è rimasto profondamente perplesso di fronte a questo film di Olmi. Perplesso ancora di più di fronte a recensioni entusiaste che fanno dire al film quello che il film non dice. Il film non è un canto alla carità cristiana e al ritorno al Vangelo sine glossa, ma –a nostro parere- il manifesto (non il primo, in Olmi, e l’ennesimo nel cinema contemporaneo) di un vago spiritualismo intriso di generica buona volontà che si oppone per partito preso e in modo qualunquista e generico a ogni forma storica della religione e della fede, compresa –in primis- quella cattolica. Sorprende che due persone intelligenti e profonde come il card. Ravasi e Claudio Magris abbiano dato l’avallo a questa operazione, che a parte le indubbie capacità di messa in scena e direzione degli attori (soprattutto qui il Lonsdale del francese Uomini di Dio), risulta sul piano dei contenuti enormemente superficiale.

Abbiamo di nuovo (quanti ne abbiamo visti?) la messa in scena di un sacerdote senza fede, che “sentiva un vuoto dentro anche quando la chiesa era piena” e che arriva a dire che “fare del bene” (non si parla mai di carità, come invece qualche recensore ha scritto, non si parla neanche del “bene”, ma solo di “fare del bene”, quindi in modo del tutto esteriore) è più importante della fede. Come ha scritto acutamente Marina Corradi su Avvenire, di Cristo invece non si parla mai. Di quel Cristo a cui invece, nella realtà della vita, si richiamano come fonte prima tutti coloro che poi agli altri fanno del bene davvero, da Madre Teresa in giù.

E a proposito del “fare del bene” e dei recensori che parlano del fatto che la carità avrebbe il primato sulla fede, basterebbe ricordare che nel capitolo 13 della Lettera ai Corinzi, san Paolo dice che anche se desse tutti i suoi averi ai poveri e desse il suo corpo per essere bruciato, ma non avesse la carità “a niente gli giova”. Sembra un commento ante litteram a proposte come quelle di Olmi, che nelle dichiarazioni ai giornali, se avessimo avuto ancora qualche dubbio sulla sua posizione di un umanesimo generico e qualunquista, ce li toglie proprio tutti.

Per il resto la rappresentazione delle forze dell’ordine è macchiettistica al limite dell’insulto; la rappresentazione dei poveri immigrati è poco elaborata e rimane in superficie: ci sono sicuramente dei bei volti e delle belle inquadrature, ma non viene approfondito nessuno dei personaggi, che invece sembrano descritti per categorie (la prostituta “buona”, il giovane, il terrorista, ecc.).

Aleggia sul film un senso un po’ oppressivo di teatralità e di artificiosità della messa in scena.

Ora, in quanto cattolici, va bene prendere sul serio ogni critica minimamente ponderata, e forse anche dal film di Olmi, qualche persona sensibile e ben disposta potrà trarre qualche spunto per un rinnovamento della  genuinità del suo essere cristiano, ma da qui a fare di questo film, tutto sommato banale, un capolavoro o anche un mezzo capolavoro, ne corre davvero. 

Autore: Armando Fumagalli


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