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FALLING INN LOVE - RISTRUTTURAZIONE CON AMORE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/21/2019 - 14:43
 
Titolo Originale: Falling Inn Love
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Roger Kumble
Sceneggiatura: Elizabeth Hackett, Hilary Galanoy
Produzione: MarVista Entertainment
Durata: 98 su Netflix
Interpreti: Christina Milian, Adam Demos, Jeffrey Bowyer-Chapman

Gabriela è un architetto di San Francisco, appassionata alla nuova edilizia ecologica ma proprio quando sta per proporre il suo progetto per un palazzo fortemente innovativo, il suo studio fallisce. Le cose si mettono male: non riesce a trovare un nuovo studio che la assuma e siccome non può più permettersi l’appartamento dove è vissuta finora, chiede al suo ragazzo Dean di andare a vivere con lui. Dean rifiuta perché non vuole rinunciare alle sue comodità da scapolo e a questo punto Gabriela accetta di prendersi cura di una villa in Nuova Zelanda che ha vinto con un concorso. Dopo aver attraversato il Pacifico, scopre con orrore che la villa è in rovina, abbandonata da anni. A questo punto decide di ristrutturarla, venderla e poi tornare a S Francisco. Per fortuna gli abitanti della cittadina vicina sono tutti gentili, incluso Jake, un ragazzo del posto tuttofare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sviluppa bene il valore delle relazioni umane fra coniugi, amici, cittadini e l’importanza di contesti tranquilli dove ci sia tempo per esse. Anche chi è "il cattivo" si accorge di aver sbagliato
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Non ci sono molti colpi di scena ma il racconto ha la forma di un cono che converge verso il prevedibile lieto fine. Ci si poteva aspettare un migliore sviluppo della relazione amorosa
Testo Breve:

Lei è una esuberante architetta in carriera di San Francisco, lui un artigiano edile della Nuova Zelanda poco espansivo. Il contrasto sarà molto fecondo.

Questa storia è una storia d’amore (di quelle nelle quali entrambi cercano l’altra metà con cui trascorrere insieme il resto della loro vita) ma una storia moderna. Moderna nel senso che viene affrontato un tema molto attuale: che lui e lei lavorano e provengono da ambienti culturali diversi. Strano a dirsi, questo film non è ricavato da un romanzo di Nicholas Sparks; eppure le caratteristiche ci sarebbero tutte. I protagonisti sono due bravi ragazzi abituati a riflettere, padroni dei se stessi e, stranamente rispetto al panorama della produzione attuale, senza vizi o dipendenze da droga.  C’è anche qui qualcosa che li separa (in Dear John è la guerra in Afganistan, in La memoria del cuore è la perdita della memoria da parte di lei; in La risposta è nelle stelle lui è un agricoltore mentre lei ha vocazioni artistiche) ma anche, incredibile a dirsi, proprio come nell’ultimo film citato, c’è un “effetto  confronto” verso  un amore vissuto da una coppia della generazione precedente, ricostruita attraverso la scoperta di un epistolario amoroso, né manca la frase simbolo per questa tipologia di film: “tutto accade per una ragione” che non è il fatalismo pessimista di Woody Allen ma è quella fiducia provvidenziale così presente nei film ricavati dai romanzi di Nicholas Sparks.

Siamo insomma dalle parti dello stesso tipo di amore ma ci sono anche significative differenze: in questo Falling Inn Love prevale la componente comica, giocata sulle spalle della metropolitana Gabriela che poco si adatta alla vita di una piccola cittadina sperduta nella verde campagna neozelandese. Il racconto sviluppa inoltre due possibili amori soggetti a una lunga gestazione perché difficili da maturare: quello fra lui e lei, (continuerà Gabriela a tener saldo il suo proposito di tornare a San Francisco? e quello fra la cittadina Gabriela e la gente che vive in una piccola realtà rurale. Il film sviluppa molto i risvolti di quest’ultimo tema, sottolineando come il piccolo è bello: come tutti conoscano tutti, sappiano tutto di tutti ma anche come siano pronti a riunire le forze quando c’è qualcuno di loro in difficoltà. Se la tematica delle professioni differenti era già presente in La risposta è nelle stelle e veniva risolta in modo pragmatico, qui la scelta è radicale: lei deve decidere se vivere in un contesto sicuramente meno stimolante professionalmente. Questa seconda scelta finisce per diventare predominante rispetto allo sviluppo dell’amore fra i due, anche perché la progressione del loro rapporto non è ben sviluppata (e questo è indubbiamente un difetto) e il bel Jake (Adam Demos) sembra irrigidito nella parte. Per converso il dilemma fra San Francisco e la Nuova Zelanda finisce per assumere i toni di una vera scelta di vita, fra il vivere alla ricerca della carriera e la propria affermazione oppure considerare più importante il coltivare con calma le relazioni umane.

Alla fine il film, da love story, si trasforma in una elegia bucolica.

Il film è disponibile su Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SE MI VUOI BENE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/16/2019 - 10:21
Titolo Originale: Se mi vuoi bene
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Herbert Simone Paragnani, Mauro Uzzeo, Martino Coli
Produzione: Eliseo Cinema
Durata: 100
Interpreti: Claudio Bisio, Sergio Rubini, Flavio Insinna, Lucia Ocone, Maria Amelia Monti, Dino Abbrescia, Susy Laude, Lorena Cacciatore, Elena Santarelli

L’avvocato Diego è depresso. Parenti e amici sono troppo indaffarati per occuparsi di lui. Dopo un suicidio fallito, entra in una locanda con uno strano nome: “Chiacchiere”, dove viene accolto da Massimiliano, il “commerciante di chiacchiere” e da Edoardo, un aspirante attore che non ha niente da fare perché non viene mai scritturato. Massimiliano è un po’ filosofo: gli spiega che il migliore modo di risolvere i propri problemi è quello di occuparsi degli altri. Diego si convince: con ‘aiuto dei suoi due nuovi amici, decide di fare del bene ai suoi parenti e amici. Per sua madre Olivia, divorziata, riesce a organizzare una cena a un ristorante dove sa che lei potrà trovare una sua vecchia fiamma; per suo padre Paolo, un tempo un tennista della nazionale, organizza una rivincita contro colui che gli fece perdere il titolo, tanti anni prima. Con simili stratagemmi riesce a regalare un momento di speranza e di serenità a suo fratello Alessandro, un artista incompreso, a sua figlia Laura, che è una workalcoholica, alla ex moglie Giulia, che gestisce una libreria sempre vuota, ai suoi amici Luca e Simona, una coppia litigarella i che non riesce a comprendere che il loro è vero amore. Non può neanche fare a meno di aiutare Loredana, una mamma single sua amica da sempre, desiderosa di trovare un uomo che si possa prendere cura di lei e di sua figlia. Tutte le sue iniziative sembrano avere successo ma c’è il rischio che abbia combinato più guai di quanti ne sia riusciti a risolvere…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esordisce sottolineando l’importanza del fare del bene ma poi confonde il fare del bene con il fare contento qualcuno (tranne in un caso) e i mezzi adottati non possono definirsi un "bene"
Pubblico 
Adolescenti
Alcune battute sessualmente esplicite
Giudizio Artistico 
 
Il regista-sceneggiatore conferma la sua verve leggera ma sorvola con ironia e un certo cinismo su un tema che si prospetta importante e scivola troppo spesso nella tentazione della battutra volgare
Testo Breve:

Diego è depresso ma l’esercente di uno strano negozio dove si “vendono chiacchiere” lo convince a impegnarsi a fare del bene a tutti i suoi cari e amici. Si ride con leggerezza e con un po’ di volgarità ma il concetto di cosa sia il vero bene non è chiarito

“La febbre è la malattia più simpatica del mondo, quando il termometro segna 37,5 hai la giustificazione perfetta per non andare a scuola o al lavoro. La febbre odora di piccata dei nonni, di vix vaporub, di carta dei fumetti, di finestra con il formaggino, la febbre è la malattia più simpatica del mondo…” esordisce così il protagonista Diego (Claudio Bisio) guardando direttamente negli occhi gli spettatori in sala è lui la voce fuori campo che ci guida lungo tutto il film. Sono pensieri arguti che probabilmente sono già presenti nel libro da cui è tratto questo film, scritto dallo stesso regista Fausto Brizzi. In effetti, oltre a tante battute scoppiettanti, c‘è anche molta letteratura fra le conversazioni che si intrecciano, una tendenza facilitata dal fatto che lo stesso Massimiliano  (Sergio Rubini) si atteggia a filosofo: “le cose che non funzionano bisogna accettarle così come sono”; “per aggiustare le cose ci vuole amore, cura e attenzione”, ““le chiacchiere non invecchiano: esistono solo nel momento in cui le pronunci ma  se dette al momento giusto ti possono salvare la vita” e così via, che danno ugualmente al film un tono ironico come era nelle intenzioni dell’autore, ma  le riflessioni di cui è cosparso il film sembrano più adatte a una buona composizione sulla pagina stampata che in celluloide.

C’è però una frase di Massimiliano che da sola vale tutto il film: “non basta voler bene: fare del bene è un’altra cosa” . E’ la massima che realmente trasforma Diego, che cessa di considerarsi depresso e di colpo si trova con una missione da compiere. Diego sbaglia subito, perché confonde il “fare bene a qualcuno” con il “farlo contento” e il film evidenzia molto bene la falsità di questo approccio, che crea più guai di quanti riesca a risolverli. Solo con sua figlia riesce ad avere successo, proprio perché con lei, non costruisce una situazione falsamente consolatoria, ma le fa ritornare alla memoria qualcosa di vero: i suoi sogni di quando era bambina. Si arriva però a un limite oltre il quale il “fare del bene” non riesce a progredire, perché si scontra con una certa filosofia di vita che l’autore ha già manifestato in altri film. Prima di tutto il carpe diem (Notte prima degli esami) che sottende una sfiducia di fondo nelle capacità progettuali dell’essere umano e un certo fatalismo sugli accadimenti della vita (“quella sera sul Titanic ci sarà stata una signora che non ha ordinato il dolce e non si è presa una congestione ma poi a cosa è servito? E’ affondata come tutti gli altri”) Ne consegue che se non resta che cogliere l’attimo, la cosa più importante è il sesso (Come è bello far l’amore) mentre l’impegno per una fedeltà coniugale risulta quasi impossibile (maschi contro femmine). Sono atteggiamenti che ritroviamo tutti. Sono tutti atteggiamenti che ritroviamo puntualmente in questo film man mano che si dipanano i sette casi difficili che Diego deve affrontare ma non entriamo in altri dettagli per evitare lo spoiler.

Alla fine si tratta di un film contraddittorio: parte bene con un proposito di alto valore ma poi la conclusione è che il bene vero non si può fare: bisogna accontentarsi e comprendere lo status quo.

Ci sono molte battute spiritose e scoppiettanti nel film ma non si riesce ad evitare, in alcune situazioni, che si cada nel cattivo gusto, come il personaggio della la madre di Diego, divorziata, assatanata di sesso ed esplicita nel linguaggio o la frase pronunciata da Giulia, la sua ex moglie: “Dio onnipotente ed eterno, grazie per aver inventato il divorzio: amen”.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SHAUN, VITA DA PECORA: FARMAGEDDON

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/15/2019 - 17:42
 
Titolo Originale: A Shaun the Sheep Movie: Farmageddon
Paese: Regno Unito
Anno: 2019
Regia: Will Becher, Richard Phelan
Sceneggiatura: Mark Burton, Jon Brown
Produzione: Aardman Animations, StudioCanal
Durata: 87

Shaum e le sue compagne pecore hanno sempre qualche motivo di attrito con il cane pastore Bitzer: lei è una pecora esuberante che ogni giorno ha qualche nuova idea per la testa mentre Bitzer, sempre sospettoso, ha disseminato il cortile di cartelli di divieti. C’è però un evento che trasforma la loro semplice vita di campagna: Lu-La, una ragazzina extra-terreste con poteri speciali è atterrata proprio nella fattoria Mossy Bottom. I giornali dicono che è stato avvistato un UFO, corpi speciali dell’esercito sono sulla sua traccia e Shaun è ben lieta di ambientare Lu-La sul nostro pianeta: di sicuro ci sarà da divertitsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questo racconto, nessuno è veramente cattivo: ognuno cerca di venir compreso nei suoi problemi, ma poi tutti sono disponibili ad aiutare gli altri
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film conferma la simpatia della tecnica stop-motion, ora perfezionata con la CG e la capacità degli autori di caratterizzare con pochi tratti visivi (manca il parlato) i personaggi della storia
Testo Breve:

La pecora Shaun ma anche gli altri animali della fattoria, debbono fronteggiare una grossa novità: è arrivata una ragazzina extra-terreste che vuole tornare dai suoi mamma e papà. Il divertimento è garantito anche se il film è inferiore al primo  della serie Shaun

La tecnica di animazione stop-motion, dove pupazzi di plastilina vengono animati riprendendo fotogramma per fotogramma i loro movimenti, può ancora affascinare i ragazzi di oggi? Indubbiamente la tecnica della computer grafica utilizzata per i blockbuster della Disney ha fatto passi da gigante e costituisce ormai lo standard per questo tipo di film ma così come c’è qualcuno che sente la nostalgia dei cartoni 2D, non si può negare la poesia che emana da queste produzioni dell’inglese Aardman Animations, StudioCanal. Anche se ormai anche loro utilizzano, per i fondali, la 3D, si percepisce ancora la piacevolezza di un lavoro artigianale e la presenza di un’ironia molto inglese. Il timore però resta perché c’è il rischio che questi lavori risultino troppo sofisticati per un pubblico di ragazzi smaliziati dal telefonino e da altre tecnologie: mi riferisco in particolare al fatto che i personaggi non parlino (emettono suoni volutamente incomprensibili) e tutto viene narrato con le immagini, in omaggio alla migliore tradizione della comicità slapstick del film muto, soprattutto quella di Buster Keaton. Alla fine non c’è che una risposta: il film potrà piacere soprattutto ai più piccoli che si divertiranno comunque e non stanno ad andare per il sottile sulla tecnica adottata e ai genitori, che apprezzeranno i tanti riferimenti al grande cinema del passato.

La casa di Bristol, produttrice di Galline in fuga, tutta la serie di Wallace & Gromit, e il precedente Shaun, vita da pecora, ha da sempre privilegiato l’ambiente della fattoria, dove gli animali prendono vita propria e rendono complicata quella degli umani; un magnifico esempio di poesia incentrata sulle piccole, care cose di un mondo fuori dalla frenesia delle metropoli. Questa volta, anche se la storia ha nuovamente, come baricentro, la fattoria Mossy Bottom l’orizzonte si allarga a un contesto addirittura planetario e il richiamo alle grandi produzioni hollywoodiane, in particolare a ET L’Extraterrestre e a Incontri ravvicinati del terzo tipo è evidente.

Ancora una volta saranno solo gli adulti ad apprezzare la divertente parodia confezionata dagli sceneggiatori Mark Burton, Jon Brown  su questi  capolavori di Steven Spielberg  (ma c’è anche un robottino che ricorda tanto Wall-E) mentre i più piccoli si commuoveranno nel vedere come la piccola Lu-La si che ha nostalgia di “casa” e desidera tornare da  mamma e papà.

Forse meno riuscito del primo Shaun – vita da pecora per aver voluto muoversi in contesti più internazionali, perdendo l’elegia del mondo agreste, il film conferma la grande capacità di caratterizzare i personaggi della squadra della Aardman Animations. Bastano pochi tratti (non dimentichiamo che i personaggi non parlano) per disegnare il fattore, un omino con occhiali spessi e baffoni giallo stoppa, irascibile, lento a capire le situazioni a meno che si tratti di guadagnare dei soldi, oppure   la donna comandante dell’agenzia governativa incaricata di scovare gli UFO, rigida e inflessibile nel compiere la sua missione che nasconde però un doloroso segreto della sua infanzia.

Alla fine e non è cosa da poco, il film vuole dimostrare che nessuno è veramente cattivo: ognuno cerca di venir compreso nei suoi problemi, ma poi tutti sono disponibili ad aiutare gli altri.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AD ASTRA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/11/2019 - 16:52
Titolo Originale: Ad Astra
Paese: USA, BRASILE, CINA
Anno: 2019
Regia: James Gra
Sceneggiatura: James Gray, Ethan Gross
Produzione: Regency Enterprises, Plan B Entertainment, Keep Your Head, RT Features, MadRiver Pictures
Durata: 124
Interpreti: Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland, • Liv Tyler:

Il maggiore Roy McBridge porta un cognome importante: su padre Clifford è un famoso astronauta che si trova attualmente sul pianeta Nettuno per indagare sull’esistenza di altri esseri viventi nel sistema solare. Ma è proprio da Nettuno che stanno arrivando misteriosi picchi di energia che minacciano la vita sulla terra e Roy viene incaricato dallo Stato Maggiore di recarsi alla base sotterranea di Marte (quindi protetta dalle radiazioni) per stabilire un contatto con suo padre che si trova nello spazio da ormai sedici anni e si teme che non sia più in vita...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio si pone alla ricerca di un padre che forse ha smarrito il significato del suo esistere, desideroso di riportarlo a casa
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore James Gray riesce a renderci la suggestione della navigazione fra i pianeti del sistema solare ma i risvolti umani della storia restano come soffocati, diluiti proprio dalla vastità degli spazi
Testo Breve:

L’astronauta Roy parte alla volta del pianeta Nettuno per ritrovare suo padre, di cui da tempo non ha più notizie. Un viaggio nel sistema solare che è anche un cammino interiore, alla ricerca di se stesso e al recupero degli affetti familiari. Un film ambizioso riuscito a metà.

L’apertura allo spazio infinito si riverbera nell’intimità del cuore umano. Dai tempi di 2001 Odissea nello spazio, è questo il fascino che ci hanno regalato i film che si sono proiettati in un futuro dove  l’esplorazione dello spazio è considerato un fatto compiuto ( Gravity, Interstellar, Lost in space, Sopravvissuto – The Martian,…). In questo film diretto e sceneggiato da James Gray  si alternano il nero profondo dello spazio ai primi piani di Roy (Brad Pitt) che riflette su se stesso e cerca di comprendere ciò che sente realmente in quest’avventura che dopo sedici anni lo sta riavvicinando al padre. E’ il vuoto che ha dentro di sè (sente di non sentire) che lo angoscia.ma il suo dilemma è rigorosamente gestito in solitudine perché i suoi rapporti sono solo quelli strettamente professionali con i componenti dell’equipaggio oppure sono frutto della sua memoria e rivede sua moglie, una sbiadita icona silenziosa. A rendere più acuto il suo disagio, è costretto  periodicamente sottomettersi a un check sul suo stato psicologico (evidentemente nel futuro si farà così) e ciò lo costringe a ostentare calma e sicurezza tenendo per sé tutte le sue domande senza risposta. Lo stesso rapporto con il padre è ambiguo: nutre per lui una sincera ammirazione per le sue prodezze e sa di somigliargli molto: condividono lo stesso sangue freddo nelle situazioni rischiose e la passione per l’esplorazione dello spazio. Al contempo ha un atteggiamento meno radicale: se Roy resta legato al pianeta terra e alle dolcezze che lo invitano a tornare (il ricordo della moglie), Clifford ha fatto della sua missione spaziale un credo assoluto per la quale vivere e morire. Questi nodi nel loro rapporto spingono Roy a superare ogni ostacolo (e ce ne saranno molti) per raggiungere Nettuno: è proprio nel ritrovare il padre e nel confrontarsi con lui che Roy spera di ritrovare se stesso.

Ad Astra è un film complesso e parzialmente riuscito. Ci troviamo Kubrick, Malik e il Conrad di Cuore di tenebra. Le sequenze nello spazio e all’interno delle astronavi sono molto belle e curate nei dettagli (frutto delle consulenze ricevute dalla NASA, dalla Jet Propulsion Laboratory e dalla SpaceX) ma quando poi vediamo Roy nella sua tuta spaziale, prendere una lamina divelta dall’astronave per avanzare usandola come scudo contro le pietre che formano l’anello di Saturno, non possiamo che rimpiangere il rigore delle immagini di Kubrik. Al contempo tutto il film è guidato da una voce fuori campo, espressione dei moti interiori di Roy che ricorda molto le riflessioni di The Tree of life ma in quel caso Malick aveva voluto sviluppare una meditazione dal respiro universale, dove aveva congiunto il destino di una famiglia con quello dell’intero universo. In questo Ad Astra è troppo debole il riferimento all’amore coniugale mentre il rapporto figlio-padre risulta pudicamente trattenuto non solo per il troppo tempo passato lontani ma per la difficoltà a comprendere l’atteggiamento del padre.

L’accostamento di Clifford al  Kurtz di Cuore di tenebra è più evidente e quel lungo cammino dalla Terra a Nettuno alla ricerca di un padre del quale si hanno poche notizie ma molti misteri ricorda la navigazione lungo il fiume Congo dove la scoperta di delitti e di atroci misfatti getta ancora più sospetti sul misterioso commerciante di avorio.

E’ innegabile l’alta qualità della fattura del film che ci restituisce i freddi brividi dell’esplorazione spaziale ma forse il progetto è stato troppo ambizioso e si percepisce qualcosa di inespresso, di pudicamente trattenuto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INGRID VA A OVEST

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/09/2019 - 21:19
Titolo Originale: Ingrid Goes West
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Matt Spicer
Sceneggiatura: Matt Spicer, David Branson Smith
Produzione: Star Thrower Entertainment, 141 Entertainment, Mighty Engine
Durata: 97
Interpreti: Aubrey Plaza, Elizabeth Olsen, O'Shea Jackson Jr, Billy Magnussen

Ingrid, una ragazza che vive da sola dopo la morte della madre, segue su Instagram, in modo ossessivo, una giovane influencer che esprime felicità e gioia di vivere e che ha annunciato il suo prossimo matrimonio. Ingrid, gelosa, s’intrufola nel banchetto di nozze e le spruzza negli occhi uno spry irritante. Dopo un periodo passato un un centro psichiatrico, libera e nuovamente con il telefonino, segue ora Taylor, una influencer di Los Angeles. Ingrid usa i soldi avuti in eredità dalla madre per cambiare città e andare ad abitare vicino a Taylor. Con uno stratagemma riesce a presentarsi, a diventare sua amica e a vivere con lei il mondo magico delle serate mondane fra gente che conta. Un giorno arriva anche il fratello di Taylor, Freddie, che ha avuto un passato da tossicodipendente e che vive da parassita alle spalle di sua sorella. Freddie non tarda ad accorgersi che c’è qualcosa di falso nell’amicizia fra Ingrid e sua sorella....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista ritrae con crudo realismo un mondo dove la protagonista ma anche gli altri personaggi del film (escluso uno) vivono di illusioni e sotterfugi perché per loro conta solo ciò che appare
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma i sotterfugi, gli imbrogli che vengono compiuti esprimono un ambiente umano degradato
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Audrey Plaza che costruisce un personaggio disturbante. Ottima anche la regia di Matt Spicer che ci fa immergere in un mondo fatuo, dove si vive solo di ciò che appare, con pochi, drammatici, momenti di verità
Testo Breve:

Ingrid vuole a tutti i costi entrare a far parte del mondo scintillante di una famosa influencer di Instagram.  Una satira crudele e senza speranza del mondo dei social media capace di rendere debole chi è già fragile

Seguiamo sempre con interesse film o serial Tv che approfondiscono il tema del rapporto fra i giovani e i social media. Se Likemeback riproduceva le ansie da like di alcune ragazze che volevano conquistarsi la  fama nella realtà virtuale di Instagram, questo Ingrid va a Ovest ci mostra un’altra ragazza che si posiziona sul fronte opposto: sceglie la influencer che più la affascina per diventare sua amica, per costruire tutto il suo mondo intorno a lei. Certamente Ingrid è un personaggio borderline, anaffettiva e un po’ autistica ma non possiamo tranquillizzarci dicendo che per lei, che ha difficoltà ad avere rapporti umani veri, è inevitabile che la realtà dei social costituisca, in modo ossessivo, un mondo in cui rifugiarsi, forse anche per noi, in scala più ridotta, il mondo di Internet diventa irresistibile e  pieno di attrattive appena ci vien voglia di  fare uno stacco dalla realtà.

Audrey Plaza è molto brava a impersonare il personaggio di Ingrid: drammaticamente sola, passa ore a consultare il suo telefonino, a ridere spensierata alle foto gioiose della sua influencer di riferimento, a riflettere corrucciata quale sia la frase giusta per commentare l’ultima foto. Ma è anche molto furba e quando entra finalmente nel giro di quel mondo che si trova dall’altra parte del suo telefonino, la vediamo prendersi sempre qualche microsecondo prima di rispondere quando è interpellata: lei non è mai sincera e cerca di portare gli altri nella direzione che vuole lei. In effetti la satira del regista Matt Spicer si estende anche a chi di mestiere fa l’influencer: la vita di Taylor, sempre così scintillante  se vista attraverso le foto  sempre ben filtrate di Instagram, è in realtà una vita disordinata, fatta di tentativi di avviare iniziative commerciali (sempre falliti) appofittando delle conoscenze che ha conquistato tra le persone VIP  o cercare di vendere i quadri-patacche che compone suo marito, perché anche lui vive alle spalle della moglie.

Complessivamente si tratta di un film molto ben fatto ma sgradevole nella sua satira crudele di tante persone che impostano la loro vita su sogni non più di celluloide come si diceva una volta, ma sui colori freddi dello schermo di un telefonino. E’ gradevole in particolare Ingrid, che sperpera l’eredità di sua madre per perseguire le sue aspirazioni deliranti o che inganna la buona fede delle poche persone buone che incontra. Ovviamente non riveliamo il finale ma “la rete” avrà modo di riconfermare, con tracotanza, il suo potere incantatore su tante persone troppo fragili o troppo superficiali.

Il film è disponibile su PrimeVideo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EUPHORIA (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/02/2019 - 22:38
Titolo Originale: Euphoria
Paese: USA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Sam Levinson
Produzione: HBO
Durata: 8 puntate di 50 minuti su SKY Atlantic
Interpreti: Zendaya, Barbie Ferreira, Hunter Schafer, Sydney Sweeney, • Eric Dane

Otto ragazzi e ragazze hanno diciassette anni e vanno alla stessa high school. Rue, afroamericana, vive con la madre (il padre è morto dopo una lunga malattia), soffre di attacchi di panico e ha trovato un modo di sfuggire alla realtà con la tossicodipendenza; Jules, appena arrivata alla scuola, è una transgender al femminile, soffre di autolesionismo e cerca di annullarsi accettando appuntamenti con uomini adulti contattati via Internet. Maddy, di origine messicana, ha una relazione passionale con Nate, quarterback della squadra di football ma deve nascondere le sue ferite a causa delle tendenze sadiche di lui. Kat soffre per essere una ragazza oversize ma ha trovato un modo virtuale di vivere, scrivendo romanzi porno che pubblica online e intrattenendo, con una maschera da catwoman sul viso, video-telefonate erotiche con uomini interessati. Christofer, un afroamericano giocatore di football, ha un incontro amoroso, durante una festa, con Cassie, incuriosito dal fatto che lei abbia postato su Internet alcune sue foto senza veli….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial racconta di ragazzi che cercano se stessi nella cattura del maggior numero possibile di piaceri da cogliere, dove anche l’amore diventa passione distruttiva e l’amicizia è bella nella misura in cui giova a noi stessi
Pubblico 
Sconsigliato
Turpiloquio, Rapporti sessuali fra adolescenti e con adulti, nudità maschili e femminili, pornografia, droga, esibizionismo via internet, aborto, una violenza sessuale di gruppo
Giudizio Artistico 
 
Ottimo approfondimento psicologico dei vari protagonisti impersonati da attori tutti nella parte, abile regia che riesce al alternare momenti di alta tensione ad altri più intimi e riflessivi
Testo Breve:

Otto ragazzi e ragazze di diciassette anni della generazione Z fanno ampio consumo di sesso, pornografia e stupefacenti, simbolo, agli occhi del regista, di una generazione ripiegata su se stessa

Dalla breve sintesi che abbiamo fatto dei personaggi della fiction si può proprio dire che non manchi nulla, in termini di comportamenti scorretti da parte di adolescenti; manca forse il suicidio ma questo tema era stato già “scippato” dalla serie di Netflix Tredici. Oltre alle “inclinazioni “specifiche dei singoli protagonisti, c’è qualcosa che accomuna tutti questi rappresentanti della Generazione Z: un consumo compulsivo di pornografia via Internet, uso di varie forme di allucinogeni, tendenza a farsi le confidenze più intime solo con Whatsapp, il primo rapporto sessuale consumato intorno ai 15 anni e poi, a diciassette, una vita di coppia con il permesso per passare delle notti fuori di casa. Altra caratteristica è l’assoluta mancanza di rapporti confidenziali con i genitori (quasi sempre si tratta di uno solo) che hanno la funzione di semplici portinai: chiedono “dove vai?” al figlio o alla figlia che esce e si accontentano della bugia che viene loro detta. Il padre di Jules, durante una cena con la figlia, le propone di invitare la sua nuova amica Rue, a una cena in casa ma lei lo ferma subito; genitori e amici (o amanti) costituiscono due mondi a parte.

Ci si può domandare perché un serial con questa “overdose” di trasgressioni sia stato prodotto, oltre al banale obiettivo di alzare l’assicella dell’attenzione con racconti sempre più morbosi. Si intravede quasi una divertimento a provocare lo spettatore, come in quell'episodio dove si contano trenta (sono stati contati da qualche pignolo) organi maschili eretti, in foto o “live”. Formalmente il serial è destinato solo ai maggiorenni (si può immaginare quanto possa essere facile trasgredire questo divieto, oggi che i serial sono visibili anche dal cellulare) e SKY ha aggiunto, molto ipocritamente, alla fine di ogni puntata, in modo simile a quanto aveva già fatto Netflix per Thirteen, il riferimento a degli indirizzi ai quali chiedere aiuto in caso di tossicodipendenza o problemi di disagio. Dispiace soprattutto, a parte le immagini esplicite, che venga citato con entusiasmo, in una puntata, il nome di un analgesico che se usato in quantità, può avere la funzione di droga.

Rispondere alla ragione di questa “overdose” non è semplice. Siccome il serial è formalmente destinato agli adulti e volendo assumere un atteggiamento bonario, si può ritenere che è destinato a dei genitori per avvisarli su tutte le possibili deviazioni comportamentali che possono assumere i loro figli quando l’istinto sessuale raggiungerà l’apice, se non vengono sostenuti da genitori sempre presenti e da buoni esempi. Come seconda ipotesi si può ritenere che il serial, cerchi di trovare, delle giustificazioni ambientali al comportamento di questi ragazzi: com’è apparso nel sommario, molti di loro hanno devianze psichiche, hanno vissuto il dolore di un genitore morto o di una separazione; in modo chiaramente simbolico la protagonista Rue, è nata “tre giorni dopo l’attacco dell’11 settembre” e nella prima puntata lei stessa dice: “Non l’ho creato io questo mondo, né l’ho mandato io a puttane”. Un genitore che ha una doppia vita (si incontra periodicamente con dei prostituti) si domanda se questo suo comportamento ipocrita non abbia in qualche modo influenzato suo figlio, perché “la nuova generazione è così ribelle”. Si tratta di giustificazioni sociologiche che convincono poco e lasciano il tempo che trovano: Si fanno anche sporadici cenni alla fede cristiana ma sono fatti solo per sottolineare che si tratta di qualcosa di inutile. 

Non si può negare che serial di questo genere finiscano facilmente per affascinare proprio i più giovani, perché finalmente si parla (e si vedono) senza molti tabù, esempi di comportamenti liberi da ogni impedimento o controllo e le due attrici protagoniste, Zendaya e Hunter Shafer hanno tutti i requisiti per diventare  dive-icone per questi teen drama. E' quindi indubbio che Euphoria "rischia" di costituire un nuovo standard nei racconti che riguardano gli adolescenti, anche perché, bisogna riconoscerlo, è fatto molto bene. Siamo sopra di un palmo rispetto ai serial sulla stessa tematica proposti da Netflix in grande quantità: i personaggi sono ben approfonditi nelle loro ansie, nelle loro passioni, nei loro timori, nei loro momenti melanconici; la regia è molto abile nell’alternare scene “forti” a momenti intimi di riflessione e di calda amicizia. 

C’è però qualcosa di profondamente falso e sbagliato in questo serial, nonostante la sua “facciata” di realismo. Ragazze e ragazzi che cambiano facilmente partner in funzione dell'ultimo desiderio o semplicemente per ripicca, maschi violenti, ragazze tossicodipendenti, finiscono inevitabimente per corrodere la loro sensibilità, diventano ruvidi e intolleranti, in preda alle loro passioni e in quell’alternanza di situazioni, presenti nel serial, dove la sessualità prende le sue forme più selvagge, ad altre dove c’è tenerezza, affettuosa amicizia, c’è in realtà molta letteratura. Questa terza interpretazione del serial è probabilmente quella giusta. Questo andare sopra le righe, queste trasgressioni esagerate, sono volute dall'autore, che non si pone problemi morali ma solo artistici,  per cercare di cogliere quella che è l'essenza, secondo lui, dell'essere adolescenti. Vuole esprimere una sensibilità fragile ed eccitata, dove malinconia, abbandono nel nulla, stordimento, tenerezza, sono presenti tutti nello stesso momento. E' proprio in questo tipo di rappresentazione che il serial dà il meglio di se'. Ma si tratta comunque di letteratura pericolosa perché lascia intendere che questi ragazzi riescano a mantenere il controllo di loro stessi in queste situazioni estreme e possano dire "smetto quando voglio". La realtà è ben diversa: l'uomo e la donna sono fatti di creta malleabile e vengono trasformati dalle loro stesse azioni. L’adolescenza è il momento della costruzione di se stessi, di tenersi pronti ad affacciarsi nel mondo degli adulti. Al contrario, nei ragazzi della fiction, non c’è alcuna progettualità ima conta solo il presente da "sentire" usando gli altri come strumenti, in un soggettivismo assoluto.

Esemplare è la storia di Kat, a ragazza extra-large che per molto tempo ha sofferto per non esser oggetto di interesse da parte dei ragazzi. L’offerta di se stessa come cam girl a dei maschi interessati alle sue esibizioni la rende più sicura, decide di andare a scuola con vestiti provocanti e alla fine qualche ragazzo la desidera, ma solo in un certo modo. Lei dice di aver finalmente realizzato se stessa, considera i ragazzi ormai solo degli sciocchi. Ma cosa ha ottenuto in cambio? Di essere usata solo come passatempo per una serata.

Il serial è disponibile su SKY Atlantic

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTAPPOSTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/02/2019 - 15:46
 
Titolo Originale: Tuttapposto
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Gianni Costantino
Sceneggiatura: Roberto Lipari, Ignazio Rosato, Paolo Pintacuda
Produzione: Tramp Ltd.
Interpreti: Roberto Lipari, Luca Zingaretti, Monica Guerritore, Sergio Friscia

Roberto arriva trafelato all’università: si è svegliato tardi. All’ingresso un gruppo sparuto di studenti (tre-quattro in tutto) esibisce cartelloni che inneggiano alla protesta e alla rivoluzione. Nell’attraversare i corridoi che portano all’aula dove deve sostenere l’esame, gli impiegati che incontra gli domandano ossequiosi come stia suo padre. Alla fine il professore si attarda oltre il dovuto per aspettarlo e quando finalmente si siede davanti a lui, gli bastano poche risposte sconnesse per prendere trenta e lode. C’è un motivo a tutto questo: il padre di Roberto è il preside dell’università e molti dei professori hanno con lui legami familiari…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uno dei protagonisti ha il coraggio di riconoscere di esser stato corresponsabile nella costruzione di un ambiente universitario corrotto e ne accetta le giuste conseguenze
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Roberto Lipari, qui protagonista e sceneggiatore, trasferisce in questo film tutta la sua capacità di costruire sketch fulminanti ma è troppo poco per dare profondità a un film che affronta il problema della baronia universitaria
Testo Breve:

Roberto è figlio di papà (in particolare di un preside) e prende sempre buoni voti ma l’amore per una ragazza gli fa scoprire il valore dell’onestà. Un favola morale divertente ma troppo leggera

Questo Tuttapposto è una favola moderna in veste comica. Ci sarà sicuramente chi storcerà il naso nello scoprire che il tema della baronia universitaria venga trattato con leggerezza formale ma esistono anche le favole morali e Tuttapposto ha un tono decisamente edificante. Roberto Lipari è il protagonista indiscusso ma ne è anche sceneggiatore e ciò ha un influsso su tutto il racconto, che avanza in forma di sequenza di sketch e di battute spesso irresistibili anche se non perde mai di vista il cuore portante della storia che è soprattutto una conversione alla giustizia e alla verità da parte non solo di Roberto ma di altre persone a lui vicine.

La favola è moderna e alla fine sarà un’app a risolvere la situazione. Qui Internet è visto nel suo aspetto più positivo: la possibilità che tutti possano parlare con tutti in piena libertà, ma esiste anche il rovescio della medaglia e c’è l’ansia del “mi piace”: molto divertente la figura del venditore di arancini che fa tutto ciò che è richiesto perché Tripl Advisor conferisca al suo negozio una stellina in più.

La storia è ambientata in una università imprecisata di una città imprecisata (in realtà le riprese sono state realizzate a Catania) ma traspare dal film tutta la sicilianità di Roberto Lipari, non solo nelle ambientazioni, ma nelle calde e schiette relazioni fra le persone, fra parenti (deliziosa la figura della mamma premurosa e cuoca biologica) e fra studenti universitari. Indubbiamente la Sicilia ci sta regalando grandi comici: più impegnato e ironico Pif sul tema della mafia; Ficarra e Picone irresistibilmente scoppiettanti, pronti a sviluppare denunce morali di validità universale; ora Roberto Lipari alla sua prima sceneggiatura, predilige la lente deformante della satira. I vizi dei professori vengono tipizzati: c’è il professore che dà buoni voti in funzione delle scollature delle studentesse, un altro in funzione dei contanti che ha ricevuto, un altro ancora solo se gli studenti hanno comperato il suo costoso libro di testo.  Non sveliamo altri dettagli della trama ma alla fine sarà una conversione all’onestà di un personaggio importante che coronerà questa incursione nel microcosmo universitario italiano e non solo siciliano. Resta invece appena accennata la componente romantica del racconto: a far scattare l’interesse del siciliano  Roberto è una bionda svedese (il mito delle svedesi non compariva nei film italiani dagli anni ’60) che risulta anche tetragona nei confronti di ogni forma di raccomandazione. E’ la spinta per Roberto a comprendere che deve crescere, non fare il raccomandato per tutta la vita ma costruirsi un’esistenza tutta sua, emancipato dalle influenze familiari. Il tema però resta alla superficie; Irina, che dovrebbe costituire la chiave di ingresso verso questa nuova realtà, resta un valido campione della bellezza salva dotata di smaglianti sorrisi ma poco più. 

Niente da dire sulla comicità di Roberto Lipari ma è difficile sostenere la durata di un film con battute fulminee nella parte di un personaggio perennemente spiazzato che cerca sempre di essere ciò che non è.

Questo navigare leggeri sulla superficie dei fatti finisce per stancare e preferiamo, perché più profonde, le satire sociali di Ficarra e Picone.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOOD WITCH (stagione uno)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/23/2019 - 18:55
 
Titolo Originale: Good Witch
Paese: Canada, Stati Uniti
Anno: 2019
Sceneggiatura: Craig Pryce, Sue Tenney
Produzione: Whizbang Films
Durata: 4 stagioni su Netflix
Interpreti: Catherine Bell, James Denton, Bailee Madison, DAn Jeannotte, Martha Tinsdale

Cassie Nightingale vive nella cittadina di Middleton assieme alla figlia sedicenne Grace. Lei è vedova di Jake, il coraggioso capitano della polizia della città morto, in un combattimento a fuoco e spesso riceve la visita dei suoi figliastri (anche Jake era un vedovo): Brandon, che aspira a fare il poliziotto seguendo le orme del padre e Lori, di mestiere giornalista. Cassie cerca di sbarcare il lunario gestendo un bed &breakfast nella sua casa e un negozio di candele e oggetti di regalo in città. La sua vita scorre serena, stimata da tutti perché sa sempre dire la giusta parola di conforto a chi glielo chiede e sa preparare infusi di erbe nei cui benefici lei crede molto. Una sera scopre che ha un nuovo vicino: si tratta di Sam, di professione dottore e di suo figlio Nick. Sam ha lasciato New York perché ha divorziato e desidera iniziare una nuova vita con il figlio..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben delineati gli affetti e la solidarietà all’interno dei nuclei familiari. Il perdono come valore fondante per ogni situazione di contrasto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tutti i personaggi risultano simpatici e non esiste il classico “cattivo” Lo sviluppo del racconto è alquanto lento e rinchiuso in un format ben definito
Testo Breve:

La vedova Carrie deve badare a una figlia e a due figliastri ma ha sempre tempo per aiutare gli altri. Un serial particolarmente edificante ad uso famiglia

La buona strega è uno di quei serial televisivi che hanno tutta l’intenzione di raggiungere l’immortalità.

Il canale Hallmark ha prima trasmesso 7 film televisivi (Cassie arriva a Middleton, si costituisce una famiglia sposando il poliziotto Jake Russell ma alla fine lui muore), poi ha iniziato una serie sempre incentrata sulla stessa protagonista per quattro stagioni (disponibili in Italia su Netflix) ed è stata già annunciata la quinta stagione per il 2019.  Si tratta di una fedeltà da parte del pubblico che quasi avvicina questa serie al nostro Un posto al sole (23 anni). L’accostamento non è causale perché quando Mike Hale, il giornalista del NY Times ha confessato tutto il suo sconcerto per il successo (numero due negli ascolti dei canali privati per molto tempo) di questa serie che non ha mai vinto né è stata candidata ad alcun Emmy o altro premio televisivo, ha fatto un’indagine che l’ha portato a concludere (e quindi a tranquillizzarsi) che il serial è visto soprattutto da un pubblico di età medio-alta, insomma è roba per nonni. Ci sarebbe molto da dire su una conclusione così semplicistica intorno a un successo così consolidato ed è quindi opportuno fare una radiografia della fiction, per cercare di scoprirne la magia.

Iniziamo dalla protagonista. Cassie non è certo Kim Novak in La strega in paradiso (anche se Bell, Book and Candle, il titolo originale del film del 1958, è il nome che Cassie ha dato al suo negozio): la sua non è vera magia né gli intrugli di erbe che prepara hanno poteri misteriosi ma sa cogliere le situazioni, gli umori degli altri e sa dire sempre la parola giusta al momento giusto. In fondo non è lei la protagonista. Cassie funge da perno intorno al quale ruotano parenti e conoscenti (ogni puntata introduce un nuovo personaggio) e lei è sempre generosa in sorrisi e consigli ma è come se fosse super partes. “Tu metti un po’ di soggezione, sei così perfetta” le dice Sam in un momento di verità fra i due. In effetti è un po’ il rovescio della medaglia, che si manifesta nella realtà come in questa finzione, per le persone che sanno essere sempre disponibili per tutti: gli altri immaginano che abbiano una vita monotona e grigia, mentre loro comprendono gli altri proprio perché sono loro ad aver affrontato per primi difficili situazioni ed ora sono in grado di aiutare gli altri.

Le storie si sviluppano nel contesto chiuso di una cittadina dove tutti si conoscono. “A Middleton tutti gli affari sono personali” commenta Cassie rivolta alla signora sindaco, che voleva avviare alcuni affari spregiudicati in città. Non c’è l’anonimato delle grandi città come New York (citata più volte come il luogo “diverso”) né si sviluppano situazioni scandalose come in Gossip Girl. Ci sono persone che sbagliano ma prima o poi, grazie ai consigli di Cassie, sono loro stesse ad accorgersi di aver commesso un errore e spesso sentiamo la parola “scusa”. Cassie non forza mai le situazioni ma lascia che ogni persona scopra da sola la propria strada. Si tratta di un’etica facile in un mondo poco realistico, quasi di favola? Può darsi ma è molto bella, anche nei casi più difficili, la speranza che ripone sempre Cassie in quella persona, anche quando tutti gli altri hanno perso la pazienza. Bisogna riconoscere che in queste situazioni il serial mostra il valore universale del “nulla è perduto” e che qualsiasi persona può trovare in se’ la forza per rialzarsi.

“Con l’età arriva la saggezza”; “abbiamo il pieno controllo solo su ciò che facciamo noi”; “di fronte alla realtà fingiamo di non vedere”; “uno sbaglio è come una buca sulla strada”; “le epifanie sono regali dall’universo”. Cassie “spara” ad ogni puntata un numero incredibile di pillole di filosofia.

Si può dire che Good Whitch sia un christian film?   Non si parla di fede cristiana in nessuna puntata ma i valori umani che vengono evidenziati sono notevoli. Viene chiarita molto bene l’importanza del perdono: continuare a odiare è solo sofferenza mentre il perdono comporta il recupero della pace e della serenità. Evidenti i valori familiari: i fratelli si aiutano a vicenda nelle loro aspirazioni, la porta di casa resta aperta incondizionatamente, anche nei confronti di chi ha sbagliato, le poltrone del salotto sono sempre pronte ad accogliere figlia e mamma, fratello e sorella, per parlare in confidenza e chiedere consiglio. L’educazione dei figli è rigorosa: Cassie non permette che la figlia si vesta in un certo modo, né che vada, sia pur con un adulto, a vedere film che sono vietati.

Sarà probabilmente questo il segreto del successo di questa serie: “la banalità del bene”, nel senso della facilità per raggiungerlo quando lo si coltiva realmente.

Il serial è ben recitato ed è molto semplice da seguire (è stato fatto così perché anche i nonni possano comprendere?) perché non ci sono sequenze complesse e concitate ma tipicamente ci sono due persone che si incontrano e si parlano con calma a cuore aperto; nella sequenza successiva troviamo altre due che iniziano a parlare, e così via

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BURNING - L'AMORE BRUCIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/20/2019 - 10:19
Titolo Originale: Beoning
Paese: Corea del Sud
Anno: 2018
Regia: Lee Chang-dong
Sceneggiatura: Lee Chang-dong, Oh Jung-mi
Produzione: Tucker Film
Durata: 148
Interpreti: Yoo Ah-in, Jeon Jong-seo, Steven Yeun

Jong-su, laureato da poco, vive a Seul aiutandosi con lavori saltuari ma la sua aspirazione è diventare uno scrittore. In un centro commerciale incontra Haemi, sua vicina d’infanzia, conosciuta quando entrambi vivevano in campagna. Haemi si mostra interessata al ragazzo, lo porta a casa sua e dopo un incontro amoroso le chiede di badare al suo gatto perché lei sta per partire per l’Africa, che è la sua passione. Al suo ritorno Jong-su va a prenderla all’aeroporto ma lei non è sola: in Kenia ha conosciuto Ben, un ragazzo dell’alta borghesia coreana. I tre si incontrano spesso, fra l’imbarazzo crescente di Jong che si è ormai innamorato di Haemi anche se lei ormai vive con Ben. Una sera la coppia raggiunge Jong-su che ora vive nella fattoria paterna ma dopo quell’incontro, Haemi non risponde più al telefono. Jong-su inizia una ricerca, sempre più febbrile, nella speranza di trovarla viva…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Prevale una visione della vita poco aperta alla speranza; situazioni familiari dissestate
Pubblico 
Maggiorenni
Consumo di marijuana , nudità femminili, sesso solitario
Giudizio Artistico 
 
Grande padronanza del regista nel dirigere gli attori e nel realizzare atmosfere crepuscolari, anche se apre a troppi sottotemi. Magistrale interpretazione di Jeon Jong-seo
Testo Breve:

Un ragazzo incontra dopo tanto tempo un’amica d’infanzia e resta coinvolto nella sua vita misteriosa, scoprendo di amarla sempre di più. Un thriller, una storia sentimentale, una riflessione sul senso della vita ben realizzato ma un po’ diluito nei suoi 148 minuti.

Naemi e Jong-su stanno pranzando insieme in un locale, dopo che lei ha appena riconosciuto in lui un caro amico d’infanzia. Naemi si esibisce in un mimo: i gesti esprimono l’atto di sbucciare un mandarino e di mangiarlo. Jong-su si complimenta per la sua bravura ma la ragazza trasforma quell’illusione in un puro gioco mentale: “Non devi sforzarti di immaginare che quella cosa ci sia. Devi piuttosto smettere di pensare che non ci sia”.  Si tratta di una scena iniziale che sintetizza l’essenza della storia.  Il film appare come tante cose insieme: un triangolo amoroso, un thriller dove c’è un mistero da scoprire, ma è soprattutto un gioco filosofico fra l’autore e lo spettatore su ciò che è vero e ciò che crediamo sia vero, perché siamo inesorabilmente limitati dalla nostra prospettiva soggettiva (tutto ciò che accade è visto con gli occhi di Joung-su, non c’è nessuna inquadratura “terza”). Burning indaga anche sul senso da dare alla nostra esistenza e i tre protagonisti rispecchiano  visioni diverse.  La ragazza è la più sensibile ed emotiva, piange nel contemplare un tramonto africano, quando la luce scompare e lei resta sopraffatta dal senso della morte: “vorrei semplicemente sparire come se non fossi mai esistita. Haemi si considera una “grande affamata”, come si autodefinisce; vuole cioè afferrare il senso della vita e lo fa attraverso forme di esaltazione mistica, quasi un richiamo ai riti orfici e cerca di assimilare, nel suo viaggio in Africa, le danze rituali del popolo dei Boscimani.

Jong-su è un empirico: non si muove in base a istanze che gli provengono dal suo animo ma in base a ciò che accade all’esterno di se’. "Il mondo è ancora un mistero per me": confessa. Vuol fare lo scrittore ma interrogato più volte sul quale storia abbia iniziato a scrivere, risponde sempre che ancora non lo sa. Lo stesso suo amore per Haemi ha origini empiriche: goffo e impacciato, lascia che sia la ragazza a prendere l’iniziativa e quando lei gli dona la sua dolcezza, quel sentimento inizia a prendere forma e cresce in lui ogni volta che la incontra. Di fronte alla scomparsa di lei, saprà applicare il massimo della razionalità, sfruttando i pochi indizi di cui dispone e cercando di togliere il velo dell’incertezza da troppi fatti dichiarati come veri ma mai confermati.

Ben invece confessa di non aver mai pianto, non si fa influenzare da nulla e da nessuno e gestisce in pieno la  vita nel modo che più gli aggrada. Cinicamente, dice che: "giusto e  sbagliato non esistono: esiste solo la legge della natura". e quando c’è un’inondazione, muoiono sia i buoni che i cattivi. Il perenne sorriso che gli appare stampato sul volto è espressione di una sicurezza costruita sull’indifferenza.

In una bellissima sequenza al centro del film, i tre si trovano seduti nel giardino di una casa di campagna a contemplare il tramonto. Di fronte a quello spettacolo grandioso, capiscono che è il momento della verità  Jon-su ha il coraggio di dire apertamente che ama Haemi. Haemi si sente avvinta dal fascino di quella natura e inizia una lenta danza  rivolta al sole a seno nudo, perché non si sente di restare coperta in quell’immersione panteista nella natura. Anche Ben confida a Jong  il suo segreto mai svelato a nessuno: ama bruciare le serre abbandonate (si scoprirà poi che cosa intende dire).

Si tratta di un film complesso (e per questo non raggiungerà il grande pubblico), pieno di significati, ben diretto e con una superba interpretazione di Jeon Jong-seo nella parte di Haemi: si può dire che lei da sola dia un senso pieno a quell’atmosfera di melanconico mistero  di cui il film è impregnato.

Resta comunque un film troppo lungo che a volte esce dal mainstream per toccare, sia pur di sfuggita, altri, troppi, temi: le tensioni con la Corea del Nord, l’influenza di Trump in quella lontana regione; i rapporti difficili con i cinesi, la diffusone della religione cattolica, l’elevato divario fra le classi sociali.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON CI RESTA CHE VINCERE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 09/15/2019 - 16:53
 
Titolo Originale: Campeones
Paese: Spagna, Messico
Anno: 2018
Regia: Javier Fesser
Sceneggiatura: Javier Fesser, David Marqués
Durata: 124
Interpreti: Javier Gutiérrez, Athenea Mata, Luisa Gavasa

Marco Montes, vice allenatore di una squadra di basket, si fa trascinare dai nervi, prima con il suo “superiore”, poi con alcuni agenti di polizia che lo fermano in stato di ebbrezza. Pur di evitare il carcere, Marco accetta di impegnarsi in un lavoro socialmente utile: dovrà allenare per tre mesi una squadra di basket molto particolare, costituita da disabili mentali. Marco evita di far conoscere la sua condanna agli amici e alla fidanzata Sonia dalla quale si allontana ma l’impresa di allenare questa strana squadra gli appare impossibile: nessuno fa quel che chiede; occorre tanta pazienza e lui non ce l’ha. Ma poi, lo stimolo a gareggiare in un torneo, la mitezza disarmante di quei ragazzi, l’appoggio della fidanzata, lo convincono a continuare a tentare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un magnifico scambio di doni fra una squadra di ragazzi con disabilità mentali, che trovano un padre nel loro allenatore e l’allenatore stesso che scopre la bellezza del dedicarsi generosamente a loro
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La trama è prevedibile, senza sorprese, ma il film punta tutto sulla simpatia dei personaggi. Candidato spagnolo come miglior film straniero agli Oscar 2019
Testo Breve:

Un allenatore di basket che alza troppo il gomito viene condannato ad allenare per tre mesi una squadra di ragazzi con disabilità mentale. Il film trasmette, con molte risate, importanti verità sul rispetto e l’attenzione verso persone che sembrano, solo in apparenza, avere più problemi di quanti, in realtà, ne abbiamo anche noi

“Mamma, se continui a tormentarmi così, vado a dormire in albergo” risponde Marco che in quel momento difficile, ha scelto di dormire in casa della madre che però si preoccupa continuamente di controllare se il figlio ha bevuto. “Figliolo, non mi dire queste cose – gli risponde la madre con la mano sul cuore facendo gli occhi dolci- ma poi cambia tono: “lo sai che poi mi illudo” ed esce seccata dalla camera.

Di battute di questo genere è costellato questo film grazie ad attori straordinari come Luisa Gavasa, la madre appunto e lo stesso protagonista, Javier Gutiérrez.

La particolarità di questo film, che ricorda, per analogia di tema, l’ italiano Si può fare, non sta nella storia in se’ (se un allenatore è costretto ad occuparsi, suo malgrado, di una squadra di disabili mentali sappiamo già a priori che ci stiamo avviando verso il lieto fine). Il tema portante non ha molte varianti né ci sono significativi colpi di scena. La storia è tutta interiore: il racconto di una trasformazione progressiva non solo dei diversamente dotati ma di lui, il normodotato che ha anche lui tanti problemi, proprio di tipo psicologico. Marco è irascibile, di fronte alle difficoltà preferisce fuggire, non desidera avere figli perché ciò comporterebbe troppa responsabilità e per di più soffre di claustrofobia e non prende ascensori.  Il regista è stato bravo perché non racconta una favoletta edificante e zuccherosa ma si cala in una realtà concreta. Ecco una donna che allontana il figlio quando incontra questi handicappati, ritenendoli pericolosi; i componenti della squadra di basket non interpretano ruoli da disabili ma 'sono' disabili. Lo stesso regista ha finito per rivedere più volte la sceneggiatura per inserire alcune sequenze, anche divertenti, che si sono sviluppate spontaneamente durante le riprese.

Alla fine la morale del film esce fuori ed è molto chiara: si è trattato di uno scambio di doni fra i ragazzi della squadra e Marco. I ragazzi hanno trovato in lui un padre e una persona che ha saputo valorizzarli, mentre Marco è uscito finalmente dal suo piccolo egoismo per aprirsi a un impegno più generoso nei confronti degli altri, inclusa la sua fidanzata

Il film ha avuto un successo clamoroso in Spagna (tre milioni di biglietti venduti) ed è stato candidato agli Oscar 2019 come miglior film straniero. Si tratta di performance che fanno riflettere. Com’era già accaduto per il film francese Quasi amici, che raccontava divertendo la storia di un tetraplegico,  il grande pubblico non trascura affatto film basati su buoni sentimenti ma li vuole proposti in una confezione serena e allegra, come dev’essere gioioso tutto ciò che prospetta amore alla vita e attenzione verso tutti.

Il film è disponibile su Youtube (a pagamento)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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