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BARRY SEAL - UNA STORIA AMERICANA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/12/2020 - 12:50
Titolo Originale: American Made
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Doug Liman
Sceneggiatura: Gary Spinelli
Produzione: Imagine Entertainment, Cross Creek Pictures, Quadrant Pictures, Vendian Entertainment
Durata: 115
Interpreti: Tom Cruise, Domhnall Gleeson, Sarah Wright

Fine anni ‘70, Stati Uniti. Barry Seal è un pilota di una compagnia di linea americana, la TWA. Contattato dalla CIA, viene assunto per sorvolare il centro America con un piccolo velivolo turistico attrezzato per fotografare (e quindi controllare) la situazione dei ribelli comunisti. In una delle sue soste per il rifornimento del velivolo, riceve le attenzioni di quello che diventerà il Cartello di Medellin per portare in territorio statunitense carichi di droga. Inizia così la storia avventurosa e pericolosa di un doppiogiochista: viaggi di andata in centro America come consulente della CIA (e fornitore di armi per i ribelli al governo comunista in Nicaragua) e viaggi di ritorno a casa carico di droga da consegnare ai contrabbandieri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il principio di utilità non ha mai funzionato: per portare benessere alla sua famiglia, il protagonista si trasforma in spacciatore di droga ma le conseguenze di questo comportamento arriveranno presto
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio scurrile, incontri sessuali con nudità, violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Tom Cruise si trova perfettamente a suo agio nella parte di questo protagonista ironico e sfrontato, appoggiato da una regia ipercinetica. Al terxo posto fra i top ten di Netflix nella settimana del 9 novembre 2020
Testo Breve:

La storia vera di un esperto pilota di aerei che nel fare la spola fra Stati Uniti e Sud America cerca veloci, pericolosi guadagni, Una delle migliori interpretazioni di Tom Cruise. In vendita su Youtube e disponibile su Netflix

Dopo più di trent’anni, Tom Cruise torna ad essere un pilota di aeroplani. Non più come Maverick, pilota un po’ spocchioso senza macchia e senza paura, ma in veste completamente diversa. Protagonista e interprete magistrale in un biopic ben costruito e avvincente.

Versione molto alternativa del sogno americano, improntato sul self-made man che con la sua maestria e il suo ingegno costruisce un impero. In questo caso specifico, in realtà, abilità usate per il contrabbando e l’illegalità. Tecnicamente un film ben riuscito. Costruito a ritroso e basato sul racconto in prima persona di Barry. Interessanti le scelte di regia e fotografia: molte inquadrature con camera a mano e zoom stile anni ‘80, come fossero immagini di repertorio; alcune brevi riprese da documentari originali,  sulle guerriglie armate di Nicaragua e Colombia; sequenze con il protagonista che riprende se stesso mentre racconta la sua storia; momenti di fermo immagine e di voce fuori campo in cui Barry spiega i vari snodi “lavorativi” della sua vita. Lo stile ricalca il protagonista:  sopra le righe non per vezzo artistico, ma per far emergere meglio l’istrionismo del contrabbandiere. Il montaggio concitato rende  avvincente il risultato finale.

Il regista, facendo la scelta di contestualizzare la storia di Barry Seal nel suo tempo, inserisce numerose digressioni in cui vengono spiegati (dalla voce del protagonista) i vari cambiamenti socio-politici nel continente americano in quegli anni, in particolare la rivoluzione sandinista in Nicaragua. Gli inserti sono brevi e, logicamente, semplificano un po’ le dinamiche internazionali e calcano un po’ la mano su ipotesi di collaborazioni tra servizi segreti e gruppi vari di ribelli.

La brevità di questi “excursus storici” non permette al regista di contestualizzare o spiegare in modo esaustivo il contesto socio-politico in cui si situa la storia, però riesce a definire con pochi accenni gli equilibri in gioco: questa definizione permette di mantenere sempre alto il livello di suspense, perché permette di percepire l’alto rischio assunto dal protagonista nel compiere le sue missioni. L’interpretazione di Tom Cruise è tra le migliori della sua carriera. Ironico, spontaneo, sprezzante… capace trasmettere la controversa personalità del personaggio. Vengono invece sacrificati dalla sceneggiatura tutti gli altri personaggi: agenti CIA, DIA, Casa Bianca, Cartello della Droga… poco più che tratteggiati per ovviare al problema di creare un kolossal invece di un racconto di illegalità vissuta con diabolica furbizia. Il linguaggio, a tratti, è scurrile. Pur non indugiando in nudità, sono presenti  scene di rapporti sessuali.

Il protagonista incarna un vero paradosso: costruire una fortuna per il benessere della moglie (che non tradirà mai) e dei figli, il tutto fondato su falsità, contrabbando e illegalità. Un male che, evidentemente, presenta il suo conto: pensare di poter essere alleati di due avversari è un’illusione. L’epilogo della storia, infatti, permette di riflettere proprio su questo: il male non può essere fatto a fin di bene e, prima o poi, passa a riscuotere la sua parte.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA REGINA DEGLI SCACCHI - THE QUEEN'S GAMBIT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/08/2020 - 19:57
Titolo Originale: The Queen's Gambit
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Scott Frank
Sceneggiatura: Scott Frank, Allan Scott
Produzione: Flitcraft Ltd, Wonderful Films
Durata: 7 episodi di 50'
Interpreti: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Moses Ingram, Marielle Heller

Beth Harmon ha otto anni quando entra nell’orfanatrofio: sua mamma è morta e il padre aveva abbandonato entrambe molto tempo prima. Un giorno, nello scendere nel seminterrato per fare delle pulizie, scopre che il guardiano, l’anziano e taciturno signor Shaibel, gioca a scacchi da solo. Dopo molta insistenza, convince quel signore a insegnarle come si gioca e scopre presto un suo talento eccezionale. Adottata da una famiglia senza figli, Beth prosegue nei suoi allenamenti fino a iscriversi al suo primo torneo regionale che vince facilmente. Ormai è pronta a sfruttare il suo talento anche in gare internazionali...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben rappresentati i valori dell’amicizia e l’aiuto che molti adulti danno per contribuire alla maturazione della protagonista orfana. Sono presenti situazioni negative ma rappresentate come tali: separazioni coniugali, uso di alcool e droga. I rapporti sessuali presenti non si elevano al di sopra di un puro rapporto occasionale
Pubblico 
Adolescenti
Uso di droga e alcool, incontri sessuali occasionali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Sono molti i pregi di questo serial: ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, ma soprattutto la sceneggiatura è in grado di approfondire tutti i personaggi grazie soprattutto a sapienti dialoghi
Testo Breve:

Una ragazza orfana scopre, fin da piccola, di avere un talento eccezionale per il gioco degli scacchi e imposta la sua vita alla conquista del successo come forma di riscatto  dalle sue origini. Un serial ottimamente realizzato su Netflix

I tornei internazionali di scacchi, gli alberghi di lusso che li ospitano, gli uomini, i bambini e le poche donne  che frequentano quel mondo, anzi vivono di quel mondo, impiegando ogni momento libero da gare per esercitarsi, costituisce il contesto dominante di questa serie. A ogni puntata sentiamo il click che fa partire quell’orologio che stabilisce inesorabilmente quanto tempo impiega un giocatore a decidere la prossima mossa, ascoltiamo gli esperti parlare di apertura siciliana, sgambetto della regina (da qui il titolo originale) eppure non possiamo definirlo un serial di contesto. Anche se quei critici che hanno recensito il serial e sono al contempo appassionati di questo gioco, hanno definito le ricostruzioni delle partite assolutamente impeccabili, non siamo coinvolti nel dettaglio delle mosse ma percepiamo comunque la tensione della partita, l’intensa concentrazione dei duellanti, fino alla finale stretta di mano che suggella la vittoria di uno e la perdita dell’altro. Il tema (ma uno dei tanti temi) che affronta il serial è più ampio: la gestione del talento, lo scoprire che si può essere bravi in qualcosa e si ha voglia di applicarsi intensamente per esso. Ciò succede a maggior ragione per Beth, che rimasta orfana, è priva di radici e sta costruendo tutta se stessa intorno a quel talento. Una scelta pericolosa, perché quando viene il momento della sconfitta, Beth si accorge che dentro di sé c’è il vuoto assoluto, non ha costruito significati più ampi per la propria vita e per lei non c’è altro che annullarsi nell’alcool e nella droga, come effettivamente avviene in un periodo nero della sua vita. Aldo Grasso, nel recensire questo serial sul Corriere della Sera, ha detto giustamente che gli scacchi sono stati spesso usati come metafora della vita (basti ricordare la partita finale con la Morte ne Il Settimo Sigillo) ma per Beth è una vera e propria scelta di vita, come lucidamente dichiara in una intervista: “Esiste tutto un mondo in quelle 64 caselle: mi sento sicura, lì posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile”. E’ vero che a priori non potrà mai sapere la prossima mossa dell’avversario ma sa di sicuro che avverrà in quel mondo chiuso delle 64 caselle. E’ proprio questo il limite di Beth, il suo sottrarsi all’imprevedibilità del mondo reale, in particolare l' abbandonarsi al rischio del rapporto con gli altri e si proteggerà a lungo con un atteggiamento anaffettivo, proprio per continuare a mantenere il controllo della propria vita. Quasi per contrasto la sceneggiatura lascia ampio spazio ai personaggi che ruotano intorno a lei, che sanno esprimere umanità, amicizia, affetto e quando ha bisogno di aiuto, sanno serrare le fila intorno a lei. Non hanno il suo talento ma qualcosa che lei non ha: sanno donare. Come Jolene, la compagna di college di un tempo, che le presta i dollari necessari per andare in Russia per la sua sfida maggiore, anche se quei soldi sono stati messi da parte per l’università; come Benny, ex ragazzo prodigio degli scacchi che supera lo spirito di rivalsa  verso colei che l’ha battuto, per formare una squadra di supporto per la sua sfida finale con il russo Borgov.

I pregi di questo serial sono tanti: l’ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, l’eleganza dei vestiti che sfoggia la protagonista ma soprattutto la sceneggiatura. Non si tratta di uno stile brillante, come quello di Aaron Sorkin (The Social Network, Molly’s Game, Steve Jobs) né carico di imprevedibile tensione come quello di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul) ma ordinato, composto, quasi da scacchista. Puntata dopo puntata seguiamo la corsa di Beth al pieno successo ma in parallelo, in ogni episodio, viene messo a fuoco un personaggio per volta, tratteggiato con molta cura. Nella prima conosciamo il vecchio Shaibel, forse la figura più toccante, un vecchio emarginato di poche parole, che a poco a poco si affeziona a quella bambina intraprendente. Nel secondo episodio fa la sua comparsa la madre adottiva, una donna fragile, abbandonata dal marito, che ama bere ma che trova una forma di riscatto nel cercare di essere una buona madre. La lista prosegue, nelle altre puntate con altri ragazzi, prima concorrenti e poi amici.

Ci sono due valori irrimediabilmente sconfitti in questo serial: la famiglia e il significato della sessualità. Le due famiglie che ci vengono presentate, quella originale di Beth e quella adottiva, sono entrambe fallimentari, per colpa di uomini egoisti e mediocri. Il serial, sembrerebbe aderire all’ideologia del woman power   (la madre ripete sempre alla piccola Beth: “gli uomini vogliono farti vedere come si fanno le cose ma tu lasciali blaterare e fai sempre quello che ti va di fare”) però è indubbio che ci sono nel serial molti personaggi maschili positivi e nel mondo degli scacchi, dominato da figure maschili, non traspaiono comportamenti  misogini. Beth, diventata maggiorenne, ha rapporti sessuali, del tipo scaccia-solitudine, dettati dalla simpatia del momento o da un eccesso di alcool bevuto. Si tratta di una sensualità anaffettiva da consumo, forse un po' troppo ante-litteram, visto che la vicenda si svolge negli anni ’60. Quando incontra in un supermercato una sua vecchia compagna di liceo, questa si mostra felice per la sua vita serena, con un marito e  un figlio appena nato. Beth comprende che quello non è il suo mondo: il suo obiettivo-ossessione è cercare di battere gli avversari più difficili: i campioni russi.

La storia non racconta fatti realmente accaduti  ma è ricavata dall’omonimo  romanzo di Walter Tevis

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HOLIDATE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/04/2020 - 20:18
Titolo Originale: Holidate
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: John Whitesell
Sceneggiatura: Tiffany Paulsen
Produzione: Wonderland Sound and Vision
Durata: 103
Interpreti: Emma Roberts, Luke Bracey, Andrew Bachelor

Sloane è una ragazza che vive sola, pungolata continuamente dalla madre e dal resto della sua famiglia a cui dispiace vederla ancora “single e per questo cercano sempre di presentarle un “buon partito”. Jackson è un belloccio che si trova spesso insieme a ragazze (e relative famiglie) che pretendono da lui (un fidanzamento) più di quanto abbia intenzione di dare. Dopo una cena di Natale non andata particolarmente bene, entrambi si incontrano in megastore natalizio e decidono di diventare festamici: ovvero amici (senza ripercussioni sentimentali) per accompagnarsi reciprocamente alle feste dell’anno per non restare soli e per evitare discussioni con i parenti. Sembra andare tutto per il verso giusto, fino a quando……

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è antropologicamente incoerente: vuole parlare di palpiti da primo amore fra persone che invece hanno una navigata esperienza in termini di sesso da consumo
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono nudità ma un linguaggio ripetutamente esplicito e diretto su tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Uno sviluppo pieno di clichè e comportamenti prevedibili che fallisce il tentativo di costruire una commovente storia d’amore
Testo Breve:

Lui e lei sanno che non possono presentarsi alle feste come single; ecco che si ingaggiano a vicenda per una nuova professione: il festamici. Una commedia che vuole essere romantica ma che finisce per perdere il suo colore rosa per un atteggiamento (verbale) verso il sesso particolarmente disinvolto 

Una commedia romantica che sembra un film natalizio, ma che in realtà si dilata per tutta la durata di un anno (feste di Natale, Capodanno, Ringraziamento, San Valentino, San Patrizio, Indipendenza, Halloween, etc…) in un gioco fra il “siamo solo amici” e il “sento qualcosa per te”, a dire il vero fin troppo diluito.

Un film molto leggero (si potrebbe anche dire superficiale): sequenze romantiche e sequenze divertenti (forse addirittura demenziali) mescolate, personaggi molto prevedibili. Si potrebbe dire che il film non spicca per nessun aspetto (sorge infatti spontanea la domanda: perché è nella top ten di Netflix?).

Una storia già vista (anche se con leggere differenze): un ragazzo e una ragazza che si frequentano puramente per motivi di comodità (in questo caso “senza benefici”, come abitualmente si dice) e finiscono per innamorarsi. Protagonista è Sloane, interpretata da Emma Roberts, in perenne conflitto con i genitori perché loro la vorrebbero impegnata in una relazione e lei invece non ne sente l’esigenza. La zia di mezza età che lancia la moda dei festamici e porta, ad ogni festa a cui partecipa, un amico (giovane, “con benefici”). Jackson, il co-protagonista, è il personaggio meno riuscito, oscillante fra abulia e perenne indecisione.

La cosa che urta di più è il linguaggio molto volgare e svilente proprio nella sfera della sessualità. Non mancano battute, allusioni, discorsi espliciti apparentemente disinibiti. Pur essendo una commedia romantica, non si può non notare che proprio il romanticismo e l’amore ne vengono fuori distrutti. Un romanticismo ridotto ad un paio di discorsi/dichiarazioni d’amore (a dir poco smielate) fatte fuori tempo massimo. Amore che è unicamente un superficiale trasporto emotivo. La storia, lunga più di un anno, avrebbe dato la possibilità di raccontare la maturazione dei personaggi, evoluzione che però non è data a vedere.

Se si vuole salvare questo film (operazione comunque difficile) potremmo attribuirgli un messaggio sociologico, potrebbe cioè essere visto come una satira contro certe convenzioni collettive a cui è difficile sottrarsi; una sequenza di feste che ricorrono lungo l’anno che hanno perso il loro significato originario ma per le quali è d’obbligo divertirsi; allo stesso modo è ineludibile l’impegno di presentarsi in coppia e mostrarsi felici. Infine, c’è l’obbligo tassativo di esibire disinvoltura in tema di sesso, lasciando intendere che si è carichi di esperienza e che si è privi di inibizioni, liberi di usare un linguaggio diretto. Sotto questa dura scorza di convenzioni consolidate, si troverebbero anime candide come colombe, cuori palpitanti come nella sequenza nella quale lei, per la prima volta accarezza la mano di lui e inizia a sentire qualcosa. Si tratta di un’incoerenza antropologica perché chi ha declassato la propria sessualità a piacevole esercizio sportivo da praticare appena si incontra un partner adatto, ha perso il valore del dono di se stessa/o, anima e corpo, per un progetto di vita in comune.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL NOSTRO PIANETA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/01/2020 - 18:12
 
Titolo Originale: Our Planet
Paese: UK
Anno: 2019
Regia: Alastair Fothergill
Produzione: Silverback Films, WWF
Durata: 8 puntate di 50'

Questo documentario suddiviso in 8 puntate di 50 minuti ciascuno ci fa visitare gli angoli della terra e degli oceani dove gli animali possono vivere ancora indisturbati ma pone anche in evidenza come negli ultimi cinquanta anni queste zone si siano paurosamente contratte, tante specie animali siano sparite e il trend distruttivo sia in continua crescita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è un inno alla natura, alla sua bellezza, all’istinto provvidenziale di cui dispongono tutti gli animali e un giusto messaggio di allarme per certe specie che stanno estinguendosi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di battaglie cruente fra animali potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il documentario è il frutto dell’elevata professionalità di 600 professionisti, non solo tecnici delle riprese ma esperti e appassionati della natura selvaggia
Testo Breve:

Tante specie animali riprese nel loro habitat per ammirare la natura ma anche per mandare segnali di allarme su un mondo che sta scomparendo. Ideale per i piccoli e non solo. Su NETFLIX

Si potrebbe dire che abbiamo ormai visto tanti documentari sulla natura, dai tempi di Il deserto che vive, il primo della serie ideata da Walt Disney, nel lontano 1953 oppure La vita sulla terra di David Attenborough (che è la voce narrante in quest’ultimo documentario) del 1979. Ma questo nuovo complesso di immagini riprese negli angoli più remoti della terra ha un fascino ancora nuovo non solo per le nuove tecniche di ripresa adottate (si fa un ampio uso di droni) ma per il lavoro meticoloso di appostamento che è stato compiuto, che ha consentito di riprendere animali difficili da riprendere (degli operatori sono rimasti isolati anche per una settimana dentro gabbie speciali). I risultati si vedono tutti: la bellezza delle immagini, la scoperta di comportamenti finora sconosciuti e il prender coscienza che il loro habitat sta riducendosi con ritmi esponenziali.

Nella prima sequenza la terra ci appare nella soggettiva degli astronauti che, 50 anni fa, erano in orbita intorno alla luna: vediamo la terra sorgere lentamente in tutto il suo splendore, con i suoi vivaci colori. E’ la giusta prospettiva per considerare la patria di tutti gli umani nella sua globalità e nella sua bellezza ma anche per ricordare che negli ultimi 50 anni le specie animali e vegetali sono diminuite del 60% e che ora sul pianeta c’è il 40% in meno di ghiaccio.

Tuttavia c’è ancora tanto d’ammirare; il documentario segue tante specie animali in contesti molto diversi fra loro (ai poli, nelle giungle, nei deserti, nei mari e nei fiumi) ma tutti percorrono lo stesso itinerario di vita: cercano il loro nutrimento giornaliero e in certi periodi effettuano poderose migrazioni per raggiungere quel luogo ideale che consentirà loro di riprodursi e di sfamare i cuccioli finché non diventeranno autonomi per riprendere il cammino. Si tratta di scene impressionanti, realizzate con i droni,  dove vediamo migliaia e migliaia, forse anche un milione di animali della stessa specie che si radunano per dar vita a nuove generazioni.

Molti animali ci lasciano increduli di fronte all’incredibile e misterioso istinto di cui dispongono Come quel branco di lupi che allontana i caribù dai vasti spazi di un lago per spingerle verso la foresta, dove saranno costretti a disperdersi e saranno così una facile preda. Come le mamme pinguino che una volta che si sono procurate il cibo per la prole appena nata, tornate nel branco riescono ancora a ritrovare il loro piccolo fra migliaia e migliaia di cuccioli. Oppure nel deserto australiano dove, solo una volta ogni dieci anni, si forma un lago per effetto delle piogge torrenziali e stormi di fenicotteri lo raggiungono percorrendo miglia e miglia (come lo hanno saputo?) arrivando in tempo per portare alla luce i piccoli e sfamarli finché non sono in grado di prendere il volo, prima che il lago si prosciughi di nuovo. Deliziosi anche i molti balli nuziali che organizzano certe specie di uccelli per ottenere il consenso della femmina all’accoppiamento. E’ un lato gentile della loro esistenza, un giusto ossequio al genere femminile. Non mancano soluzioni astute per l’impollinazione, come quella dell’orchidea che attira le api maschio con un olio profumato (utile per far colpo sulla femmina) e li spinge lungo un condotto in modo che api ne escano con i semi appiccicati sul dorso.

A questo documentario hanno lavorato 600 persone per quattro anni, visitando 50 paesi, un lavoro utilissimo per le nuove generazioni ma anche per quelle meno giovani. C’è  un che di religioso in queste immagini  e restiamo ammirati  per il modo con cui questi animali trovano una natura generosa che li nutre e come siano dotati di un istinto che consenta loro di affrontare anche in situazioni complesse, se non ci pensa l’uomo a distruggere il loro habitat. Per questo motivo destano profonda tristezza le scene che ritraggono alcuni esemplari di trichechi (il branco si è assiepato in un piccolo isolotto), che salgono fino in cima a una scogliera e poi si lasciano cadere nel vuoto per poi morire sulla spiaggia. Un gesto maldestro oppure un lugubre presagio di un’esistenza sempre più difficile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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REBECCA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/29/2020 - 12:43
Titolo Originale: Rebecca
Paese: UK
Anno: 2020
Regia: Ben Wheatley
Sceneggiatura: Jane Goldman, Joe Shrapnel, Anna Waterhouse
Produzione: Netflix, Working Title Films
Durata: 121
Interpreti: Lily James, Armie Hammer, Kristin Scott Thomas

Una giovane dama di compagnia di una donna inglese benestante in vacanza sulla Costa Azzurra con la sua signora, si innamora di un nobile, Maxim de Winter, rimasto vedovo da poco. Essendo il sentimento ricambiato, i due decidono di sposarsi. Rebecca viene portata alla tenuta della famiglia De Winter, dove deve imparare a vivere all’altezza del suo nuovo lignaggio. La governante, Mrs. Denvers, dovrebbe aiutarla e sostenerla: in realtà la ostacola in ogni modo, ancora legata alla defunta padrona di casa, Rebecca, morta in circostanze misteriose…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un racconto di infedeltà e di ricerca della morte per por fine a una malattia incurabile, attenuato dal sincero affetto di due coniugi
Pubblico 
Adolescenti
Una storia di rapporti umani subdoli e velenosi
Giudizio Artistico 
 
Viene applicata una grammatica narrativa semplice, che evidenzia il meccanismo della suspense, Da segnalare l’interpretazione di Kristin Scott Thomas
Testo Breve:

Una giovane sposa va ad abitare nella sontuosa magione della famiglia del marito ma ogni angolo ricorda la precedente moglie defunta in circostanze misteriose. Una versione lineare e con meno mistero della famosa versione di Alfred Hitchkok del ’40.

Nuovo adattamento televisivo-cinematografico del romanzo di Daphne du Maurier dal titolo Rebecca, la prima moglie, non può competere con la più celebre pellicola di Alfred Hitchcock del 1940 (vincitrice, tra l’altro, di due premi Oscar), ma non è sgradevole.

All’inizio sembra avere i toni della commedia romantica: due persone che si conoscono a Monte Carlo, compiono incantevoli gite lungo la costa, decidono di sposarsi. Con l’avanzare della storia, però, partecipiamo a un drastico cambiamento di tono e l’ingresso della ragazza nella sontuosa magione del marito, per nulla gradita al personale di servizio, costituisce il preludio della fase noir del film 

Ogni angolo della villa De Winter è espressione delle scelte e dello stile della prima moglie che continua a far sentire, in questo modo, una sua misteriosa presenza.   

La sceneggiatura cerca di mantenersi fedele al testo, in particolare in alcuni risvolti cruenti del finale che Hitchcock, nella sua versione del ’40, aveva evitato per superare i rigidi controlli del codice Hays.  Per chi ha letto il libro o visto il film precedente, la storia è nota ma questa versione vuole spiegare troppo, tende a sottolineare quel senso di mistero che già traspare dalle immagini.

I personaggi dominanti sono quelli femminili: Armie Hammer, nella parte di Maxim de Winter, è soprattutto bello ma per il resto ha ben poco dell’affascinante, sfuggente, tormentato gentiluomo inglese, interpretato da Laurence Oliver. Maggiore rilevanza ha invece la governante Mrs Danvers, grazie soprattutto alle capacità attoriali di Kristin Scott Thomas e ad un maggior spazio lasciato a questo personaggio, rispetto all’edizione del ’40, tutta tesa a tendere tranelli e a sfiduciare la giovane sposa, dominata dal culto ossessivo di una signora che non c’è più e da uno stile di vita che non si può più far rivivere.

Un discorso a parte va fatto per la seconda signora de Winter  un personaggio a 180 gradi rispetto a quello interpretato a suo tempo da Joan Fontaine. Quella esprimeva quasi fanciullesca innocenza, incapace di uscire dai suoi sogni per entrare in una realtà così ostile e subdola, questa è espressione di una donna moderna: emancipata, guida la macchina, gestisce con più sicurezza la propria vita ed è pronta a difendere con intraprendenza il proprio marito.

Anche se la fotografia non è straordinaria, il montaggio e i costumi si fanno davvero notare: il primo per il ritmo che riesce a dare alla storia, i secondi per la cura nei dettagli delle ambientazioni.

Nel film non mancano due rapidi affondi per quel che riguarda l’eutanasia (presentato come soluzione per risparmiare la sofferenza ad una persona malata) e l’impiego del suicidio come fuga da un mondo che non si riesce più ad accettare.

In conclusione si può dire che questo tentativo di portare sullo schermo un romanzo che già era stato magistralmente trasposto su schermo non sia molto riuscito ma per chi scopre per la prima volta la storia si può dire che l’attenzione maggiore viene riposta nel meccanismo del mistero da svelare, più che nell’approfondimento della psicologia dei personaggi.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BRAIN, EARTH, WORLD

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/18/2020 - 18:12
 
Titolo Originale: Brain, Heart, World
Paese: USA
Anno: 2019
Produzione: Fight the NEW DRUD
Durata: tre sezioni di 30' disponibili su www.fightthenewdrug.org

Brain Heart, World è un documentario diviso in tre parti visibile gratuitamente in rete (con invito a fare donazioni), sugli impatti negativi che causa il consumo di pornografia sul singolo individuo, sulle relazioni umane, sull’intera società. Il documentario è disponibile sul sito dell’associazione Fight the New Drug, che si autodefinisce “non-religious and non-legislative”. In effetti, nella sua lotta alla pornografia non si appoggia a motivazioni religiose o etiche ma fa un ampio uso di interviste a professionisti che hanno studiato il problema da un punto di vista medico, psicologico e sociale e si avvale della testimonianza di persone che hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti devastanti della dipendenza dalla pornografia o che hanno lavorato nell’industria del porno.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario è un valido strumento per evitare, come spesso accade, di considerare con superficialità il problema della pornografia e per comprendere a fondo quali danni può provocare
Pubblico 
Adolescenti
A livello pre-adolescenti i primi due capitoli: per adolescenti il terzo capitolo per la descrizione delle condizioni di violenza psicologica in cui vivono gli attori del sesso
Giudizio Artistico 
 
Gli autori manifestano ottime abilità didattiche, spiegando con ironia e l’aiuto di piccole animazioni. Determinanti le sofferte testimonianze di testimoni
Testo Breve:

Il documentario porta avanti con lucidità e chiarezza una condanna della pornografia, dimostrando, attraverso testimonianze e dichiarazioni di esperti, i danni che produce, sulla psicologia dell'individuo e sulla società, il suo consumo compulsivo. In RETE English version of the review is available

 

 

English version below the italian one

Diciamo subito che il documentario è ben realizzato e mostra un alto livello di professionalità. Le tesi portate avanti nei tre capitoli sono sviluppate con molta chiarezza, alleggeriti da piccole animazioni e da un commento di sottofondo sempre pronto all’ironia. I realizzatori hanno indubbie capacità didattiche e chi ha la pazienza di seguire le tre parti del documentario, difficilmente vorrà ancora attardarsi sul computer di casa per vedere film porno. Il tema, sicuramente delicato, è trattato, da una parte, con il dovuto distacco scientifico, dall’altra, quando ci troviamo di fronte a dei testimoni, sia uomini che donne, ascoltiamo il sofferto rimorso di chi si è pentito ma condividiamo con loro anche la gioia per la libertà riconquistata.  In nessun momento ci viene presentato materiale osceno. Per questo motivo il lavoro è adatto a esser visto anche da pre-adolescenti (molti testimoni, intervistati nel documentario, dicono di aver iniziato a veder porno già a dieci anni) almeno per le prime due parti del documentario mentre il terzo capitolo, dove viene approfondito il funzionamento dell’industria del porno, va consigliato a partire dagli adolescenti e l’accompagnamento di un genitore o un adulto è sicuramente consigliabile.

Nel primo capitolo si parla degli effetti che la dipendenza da materiale pornografico produce sul nostro cervello. Come avverrà nei capitoli successivi, la spiegazione inizia sempre con un’analogia, in modo da sensibilizzare lo spettatore sulla dimensione del fenomeno. In questo caso si parla di un certo signore che nel 1848 restò illeso dopo una esplosione ma il suo carattere cambiò totalmente: divenne rude e antipatico, iniziò a usare un linguaggio sboccato: qualcosa nel suo cervello era cambiato.  In effetti, ci spiegano gli esperti, il cervello è costituito da materiale malleabile che si trasforma in base alle nostre esperienze (tecnicamente si chiama neuroplasticità). Un testimone racconta come un uso compulsivo della pornografia abbia cambiato il suo modo di vedere le donne, percepite come oggetti di piacere. Un altro ci parla della sua tendenza ad annoiarsi di tutto, della perdita della capacità di entusiasmarsi per cose nuove. Per tutti gli intervistati, l’impossibilità di impostare progetti per il futuro, di sperare di trovare il vero amore.

E’ questo il tema del secondo capitolo che punta aspiegarci  come il porno possa impattare su un componente insostituibile per la nostra crescita: il relazionarsi con gli altri. Attraverso le testimonianze dirette ci viene mostrato che chi è dipendente dalla pornografia è avvezzo a uno stimolo fuori misura, cerca di ricostruire ciò che ha visto e non riesce più a esprimere delicatezza e  rispetto  verso l’altra/o, fino a preferire concentrarsi sulle scene estreme che vede al video  piuttosto che gestire la complessità della realtà. .

Nel terzo capitolo l’orizzonte si allarga al mondo intero. Si scopre che il porno è un business mondiale di 97 miliardi di dollari, superiore al fatturato di Netflix, Twitter e Amazon messi insieme. Lo speaker avverte fin dall’inizio del capitolo che da quel momento in poi non riuscirà più a fare lo spiritoso. E ha perfettamente ragione. Vengono intervistati un uomo e una donna che anni prima sono stati attori per  film porno. Con lucidità ma con una sofferenza che non può essere cancellata, raccontano la spinta all’escalation verso scene sempre più estreme che hanno dovuto subire. Le case di produzione non interagiscono direttamente con loro ma con il loro magnaccia/agente che ha sempre metodi convincenti per farli proseguire. Alla fine resta una sola soluzione: alcool e droga. Altre testimonianze su fatti realmente avvenuti ci fanno scoprire come la schiavitù del sesso sia particolarmente attuale. E’ una debole scusa giustificarsi per la visione di film porno, quella di dire che i protagonisti sono consenzienti: spesso si tratta di costrizioni esercitate da un’industria dai guadagni enormi.

Il documentario ha avuto risposte positive; solo la prima parte, quella che descrive le potenziali modifiche che può subire il cervello da parte del consumo di pornografia, ha destato perplessità da parte di qualche studioso. Qualche sito di fede cristiana si è lamentato per il fatto che la fede non è stata indicata come determinante per uscire dalla dipendenza. Lo stato dello Utah ha autorizzato l’associazione a presentare il documentario nelle scuole. In effetti i fondatori di Fight the New Drug sono mormoni e lo stato dello Utah è tradizionalmente il territorio di maggiore espansione per questa fede.

Il documentario si  conclude con un invito a non guardare il porno e a promuovere leggi che lo vietino. Anche la terza sezione del documentario inizia con un’analogia, sicuramente singolare: nella basilica di san Pietro in Roma, c’è la statua di bronzo dell’apostolo il cui piede si è consumato, dopo che per secoli migliaia e migliaia di pellegrini lo hanno accarezzato. L’auspicio è che il porno possa crollare se in tutto il mondo, milioni e milioni di persone diranno un semplice no alla pornografia. Un auspicio che non possiamo che condividere.

Il documentario è disponibile in inglese con sottotitoli in inglese o spagnolo.

 

ENGLISH TRANSLATION

Let's start by saying that the documentary shows a high level of professionalism. The themes conveyed in the three chapters are developed with much clarity, softened by little animations and a background commentary that adds a level of irony. The creators have certain teaching skills, and those who have the patience to follow the three parts of the documentary will hardly consider returning to watch porn on their laptop. The subject, clearly delicate, is treated, on the one hand, with a certain scientific detachment. On the other hand, when we are faced with witnesses, both men and women, we must listen to the painful remorse of those who have repented. We also share with them the joy for freedom regained.  At no time is obscene material presented. This renders the project suitable for pre-teens (many witnesses interviewed in the documentary say they started watching porn at the age of ten) – at least for the first two parts of the documentary, while the third chapter – where the explanation of how the porn industry works is deepened – is highly recommended for teens to view with a parent or adult.

In the first segment, we explore the effects that addiction to pornographic material has on our brain. As it happens in the following two segments, the explanation starts with an analogy in order to make the viewer aware of the dimension of the phenomenon. In this case, we talk about a certain gentleman in 1848 who was unharmed after an explosion but his personality changed totally: he became rude and obnoxious, he started using foul language: something in his brain had changed.  In fact, experts explain that the brain is made of malleable material that is transformed according to our experiences (technically it is called neuroplasticity). A witness tells how a compulsive use of pornography changed his way of seeing women, who he viewed as objects of pleasure. Another one tells us about his tendency to get bored easily – the loss of the ability to get excited about new things. For all the interviewees, they experienced an impossibility to set plans for the future and feel hope to find true love.

This is the theme of the second segment that aims to explain how porn can impact an irreplaceable component for our growth: relationships with others. Through direct testimonies, we are shown that those who are addicted to pornography are accustomed to an oversized stimulus, try to reconstruct what they have seen, and can no longer express delicacy and respect towards the other, to the point of preferring to concentrate on the extreme scenes they see in videos rather than managing the complexity of reality.

In the third segment, the theme opens to the whole world. It turns out that porn is a $97 billion worldwide business, more than Netflix, Twitter, and Amazon combined. The narrator warns from the beginning of the segment that from that moment on he will not be able to joke about it anymore. And he's absolutely right. A man and a woman who were actors in porn movies years before are interviewed. With lucidity but with a suffering that cannot be erased, they recount the story of the drive for escalation towards more and more extreme scenes that they have had to endure. The production companies do not interact directly with them but with their pimp/agent who always has convincing methods to keep them going. In the end there is only one solution: alcohol and drugs. Other testimonies about actual events make us realize how sex slavery is particularly relevant. To say that the actors give their consent is a weak excuse to justify oneself for watching porn: often there are constraints exerted by an industry with enormous earnings.

The documentary has had positive responses; only the first part, the one describing the potential changes that the brain can experience from the consumption of pornography, has provoked perplexity from some scholars. Some sites of Christian faith complained that faith was not indicated as a way of breaking an addiction. The state of Utah has authorized the association to present the documentary in schools. In fact, the founders of Fight the New Drug are Mormons, and the state of Utah is traditionally the area of greatest expansion for this faith.

Educational Values/Lack Thereof

The documentary is a valuable tool to stop considering lightly – as it often happens – the problem of pornography and to help us to understand in-depth the damage it can cause.

Audience : Teenagers

The first two segments may be viewed by pre-adolescents (PG): whereas the third segment may be more appropriate for adolescents (PG-13) due to the description of the conditions of psychological violence sex actors endure.

Artistic Judgement

The writers show excellent teaching skills, as they explain concepts with irony, accompanied by animations. The tragic testimonies of witnesses are fundamental.

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Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EMILY IN PARIS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/14/2020 - 21:45
Titolo Originale: Emily in Paris
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Alex Minnick, Laura Weinberg, Jesse Gordon, John Rafanelli
Produzione: Darren Star Productions, Jax Media, MTV Studios
Durata: 10 puntate di 30'
Interpreti: Lily Collins, Philippine Leroy-Beaulieu, Ashley Park, Lucas Bravo, Samuel Arnold

Emily Cooper è una social media manager, lavora per una grande azienda di marketing di Chicago. Il suo capo la sceglie per una crescita professionale: dovrà recarsi a Parigi per un anno in supporto ad una piccola azienda specializzata nell’ambito dei beni di lusso. Tra colleghi restii nei suoi confronti, nuove amicizie e nuovi amori, la protagonista si destreggia tra le strade i ristoranti e gli uffici della capitale francese sicura quando esercita la sua professione, molto meno quando si tratta di impegnare il cuore…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial, pur nel suo tono leggero e disimpegnato, valorizza il valore dell'amicizia ma configura una donna che non riesce a dare importanza determinante alla prospettiva di una vita coniugale e familiare e ha verso il sesso un approccio disinvolto e consumistico
Pubblico 
Adolescenti
Numerosi incontri sessuali senza nudità ma chiaramente indicati. Qualche dialogo esplicito su tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Un serial gradevole da guardare, ben confezionato, ottima l’interpretazione di Lily Collins. Da quanto è uscito, il serial è nella lista Top Ten di Netflix
Testo Breve:

Un’americana a Parigi è stata vista già tante volte a cinema. Quella di questo serial, gradevole nella sua leggerezza, è una donna che pensa soprattutto ad avere successo nel lavoro ma ogni tanto si concede anche qualche distrazione amorosa.Su NETFLIX

Un serial TV molto leggero e, proprio per questo godibile nella fruizione.

Per quel che riguarda il plot c’è poco da dire: trama molto lineare e semplice (a tratti anche prevedibile). C’è spazio per tresche e storie amorose, siparietti e battute divertenti. Le 10 puntate della durata di mezz’ora non richiedono particolare impegno, e si possono “consumare” velocemente. Semplicità e comicità decisamente sostenute dall’abbondante uso di stereotipi culturali: il pregiudizio francese rispetto a ciò che francese non è (tanto più per una giovane ragazza americana che lavora con i social media), il capo ufficio che si mostra cattiva (ma che in fondo in fondo è buona), Parigi come la città dell’amore dove è facilissimo avere incontri fortuiti e trovare amanti disponibili, uomini effeminati o omosessuali che lavorano nel campo della moda, il divario generazionale…

Rispetto a tanti film sullo stesso tema già visti nel passato, questo lavoro indossa due “capi di vestiario” particolarmente moderni: si tratta di un serial di contesto e si inserisce a pieno titolo nel filone del woman power.  Il serial si attarda a raccontare come si svolge il lavoro di Social Media Manager e come potrebbe essere la vita di un influencer: cogliere momenti e scatti significativi, trovare le parole per commentare le immagini in modo accattivante, come e perché i social sono diventati fonte di guadagno per chi li sa usare. Si può considerare quasi un serial tv istruttivo in quest’ambito. Resta antipatico, soprattutto per i francesi, lo stereotipo della ragazza americana che abbraccia in pieno le nuove tecniche di persuasione, mentre loro  sono rimasti un po’ all’antica.
La protagonista deve aver visto da piccola tutte le puntate di Sex and the City (non a caso fra i produttori di questo serial ritoviamo Darren Star, che fu a suo tempo lo sceneggiatore del precedente) e appare come l’archetipo della donna libera, indipendente che prende le redini della propria carriera  e che non ha paura di vivere in pieno la propria sessualità.

Se e in tutte le puntate viene evidenziato il valore dell’amicizia intesa come condivisione e complicità,  il valore del fidanzamento e del matrimonio ne escono con le ossa rotte: rapporti “usa e getta”, triangoli amorosi, persone sposate con l’amante stabile (accettato dal coniuge tradito). La protagonista, desiderosa di trovare un ragazzo che le piaccia in un ambiente per lei ancora sconosciuto, non trova altra soluzione che fare nuove conoscenze durante un party ma anche poche chiacchiere a un bar le sono sufficienti per decidere di "approfondire la conoscenza" in casa propria. Il cumine dell'ironia si ha quando una mamma, che ha saputo che suo figlio diciassettenne ha trascorso una notte con Emily, le chiede se è stato "performante": l'esercizio della sessualità visto come pratica sportiva.

Lily Collins nella parte di Emily rende molto bene l’immagine di una ragazza sicura di sé, che affronta ogni situazione in modo costruttivo, ma che conserva ancora qualche ingenuità. Parigi è molto ben fotografata ma il serial è stato ampiamente ridicolizzato dalla stampa francese per tutte le inesattezze che vengono dette e per aver proposto bar e ristoranti considerati "in" ma che in realtà sono ormai frequentati solo da turisti.

In conclusione si può dire che si tratta di una serie senza pretese, gradevole da guardare, ben confezionata. Non totalmente condivisibile nei valori trasmessi, ma capace di presentare una storia d’amore ambientata in una bellissima Parigi.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE SOCIAL DILEMMA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/12/2020 - 21:44
 
Titolo Originale: THe Social Dilemma
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Jeff Orlowski
Sceneggiatura: Davis Coombe, Vickie Curtis, Jeff Orlowski
Produzione: Exposure Labs, Argent Pictures, The Space Program
Durata: 89

Questo docudrama si avvale di interviste fatte a persone che lavorano o hanno lavorato in una delle aziende FAANG (le aziende digitali con maggior capitalizzazione: Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google) e che esprimono le loro opinioni sull’impatto che hanno avuto i social media sulle singole persone e sulla società, sulle democrazie occidentali. Fra di loro ci sono: Tristan Harris che ha partecipato al progetto realizzativo di Google; Shoshana Zuboff , docente di psicologia sociale alla Harward Business School; Justin Rosenstein, cofondatore di Facebook e inventore del bottone like. In parallelo viene sviluppata una piccola fiction che vede protagonisti tre adolescenti; due totalmente cellulare-dipendenti, l’altra preferisce ancora rapporti umani diretti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario riesce a sviluppare una critica ragionata sui potenziali pericoli indotti dai social media
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il tema è interessante anche per i più giovani
Giudizio Artistico 
 
Il documentario entra in profondità sul tema dei social media puntando forse un po' troppo su aspetti sensazionalisti. Molto modesta la componente fiction
Testo Breve:

“Se il servizio è gratis, il prodotto sei tu”. I social network sono tutti gratuiti ma c’è una contropartita e il documentario evidenzia i pericoli di condizonamento in cui si può incorrere quando queste piattaforme finiscono per sapere tutto su di noi. Su NETFLIX

Con uno stile di indagine molto serrato, molto americano, il documetario va subito al dunque del tema che sta affrontando. Inizia Tristan Harris con una frase che ha avuto molto successo: “Se il servizio è gratis, il prodotto sei tu”. Incalza la professoressa Shoshana Zuboff (autrice del libro: Il capitalismo della sorveglianza): “Le società di Internet sono le più ricche apparse nella storia”. Perché? Perché ogni azienda vuole avere la garanzia che le sue pubblicità abbiano successo e loro fanno affari proprio vendendo certezza. Ma per ottenerla bisogna fare molte previsioni e servono molti dati: “E’ un nuovo mercato che vende futures sull’essere umano”. Ecco che tutto quello che facciamo online (chattare, postare foto, mettere dei like, spostarsi usando Google maps, unirsi a un gruppo di opinione, ..) viene osservato, viene registrato, viene valutato. Grazie a un uso intensivo di Intelligenza Artificiale, vengono costruiti dei modelli previsionali per ogni individuo o gruppi di individui (è il compito svolto da Google Feed e Facebook Feed, caricati su tutti i dispositivi Android). Le proposte per unirsi a nuovi amici, a nuovi gruppi, fatte in coerenza con il profilo con il quale siamo stati etichettati, ha proprio l’obiettivo di aumentare il nostro coinvolgimento, far crescere gruppi omogenei di internauti e a questo punto collocare una pubblicità coerente con gli interessi individuati. “Hanno imparato a influenzare il comportamento e le emozioni”: dice la professoressa di Harward.

Se tutto questo è chiaro, qual è l’impatto sugli individui? Gli effetti sui singoli sono molti: tendiamo a raggrupparci in tribù dal pensiero omogeneo senza il confronto con chi la pensa diversamente; sopratutto nei giovani può crearsi l’ansia di venir apprezzati in base al numero di like, di pollici in su che ricevono con le  foto, i commenti o  i loro filmati postati. Si tratta di ansia di partecipazione sociale che di fatto ha aperto la porta alla modifica dei comportamenti.  C’è la tendenza a scambiarsi non pensieri meditati ma sensazioni immediate, dicerie, sospetti non controllati.  Si diffondono fake news che trovano sempre dei loro seguaci. Il documentario ricorda i casi di Kyrie Irving, un campione di basket che ha confessato di essersi unito a coloro che credono che la terra sia piatta; Pizzagate è una teoria del complotto diventata virale durante le elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016. La diceria che alti funzionari del partito democratico americano e diversi ristoranti statunitensi fossero coinvolti in un presunto traffico di esseri umani e abuso di minori, ha fatto sì che un invasato facesse fuoco con un fucile all'interno di un ristorante. La stessa Facebook ha ammesso di avere avuto un ruolo nelle campagne d’odio e razziste scoppiate in Myanmar, dove erano nate violenze a seguito di notizie false pubblicate attraverso il suo social network. In genere, in tutti i paesi Occidentali o non, l’uso dei social network durante le elezioni ha finito per potenziare i contrasti più viscerali, invece di promuovere un confronto ragionato.

Un’osservazione molto acuta è stata fatta da Tristan Harris: ” Non è la tecnologia il pericolo ma la capacità della tecnologia di tirare fuori il peggio di noi” . L’unica nostra salvezza è cercare la verità e condividerla. “Se non siamo d’accordo su quale sia la verità o se esista la verità, siamo spacciati. E questo il problema dei problemi”

Questa docufiction ha l’indubbia capacità, così com’era successo anche con The Great Hack sullo scandalo di Cambridge Analytica, di sollecitare  dubbi e critiche, anche se cerca troppo spesso conclusioni ad effetto e pende veso  una visione catastrofica. E’ indubbio che il problema esiste ma si può risolvere solo con l’istituzione di organi di controllo internazionali e con un’educazione volta a stimolare capacità di discernimento nell'uso dei Social.

Facebook, la maggiore accusata in questo documentario, riconosce di essere ad’s supported per poter offrire gratis i propri servizi ma ha rinnegato tutte le tesi del documentario, sostenendo che il suo Facebook Feed non crea affatto dipendenza ma è un utile supporto alle scelte dell’utente. “Abbiamo rimosso nel secondo quadrimestre 2020 oltre 22 million di frasi impostate all’odio".

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Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ENOLA HOLMES

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/07/2020 - 20:34
 
Titolo Originale: Enola Holmes
Paese: U.K.
Anno: 2020
Regia: Harry Bradbeer
Sceneggiatura: Jack Thorne
Produzione: EH Productions, Legendary Pictures, PCMA Productions, Warner Bros
Durata: 123
Interpreti: Millie Bobby Brown, Helena Bonham Carter, Henry Cavill

1884 in Gran Bretagna, l’anno in cui verrà votata la Terza Legge Elettorale, che contribuirà ad avviare al tramonto la lunga stagione vittoriana. Enola Holmes ha sedici anni, vive in campagna con la madre Eudoria (il padre è morto quando lei era ancora piccola e i due fratelli maggiori si sono presto trasferiti a Londra). Rimaste “meravigliosamente sole” (Enola è l’acronimo di Alone), la madre non le insegna l’uncinetto ma tutto ciò che può esserle utile per restare indipendente (anche dagli uomini): lettura, scienza, sport, lotta, arti marziali. Un giorno la madre scompare misteriosamente. I suoi fratelli, Sherlock (si, proprio lui, il grande detective) e Mycroft, suo tutore, intervengono per prendersi cura di lei e le prospettano l’iscrizione a un collegio per signorine per bene nel tentativo di domare il suo spirito ribelle. Enola riesce a fuggire per cercare di ritrovare sua madre e nel treno che la porta a Londra conosce il giovane nobile Tewkesbury: anche lui sta fuggendo dalla famiglia che lo vuole arruolato nell’esercito e come se non bastasse, è inseguito da un misterioso individuo che lo vuole morto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una bella relazione fra una sorella e il fratello più grande così come fra una figlia e sua madre
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di lotta potrebbe impressionare i suoi piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film è caratterizzato da un ritmo veloce e scorrevole, qualche soluzione poco credibile ai misteri che si vanno dipanando. Nella parte tutti gli attori
Testo Breve:

Sulla sorella minore  di Shelock Holmes gravitano grossi  pericoli ma  saprà beneficiare degli insegnamenti della madre e del sicuro istinto investigativo che è tipico di questa insolita famiglia. Un film per tutti ma sopratutto per il divertimento dei più giovani. Su NETFLIX

“Il nostro futuro dipende da noi. Puoi prendere due strade: la tua o quella che gli altri scelgono per te”. E’ una delle ultime frasi detta da Eudoria alla figlia, prima di scomparire. E’ una eredità pesante quella che si porta questa sedicenne che si è sempre affidata, con piena fiducia, agli insegnamenti della madre e che ora si trova sola, con due fratelli che “vogliono scegliere per lei”, mentre lei stessa non sa ancora quale sia veramente la strada che vuole intraprendere. Uno sforzo che viene oltretutto minato dal comportamento inaspettato della madre, che non sa più come giudicare.

E’ questo l’asse drammatico che scorre lungo tutto il film e  che rende non banale questo racconto di avventure per ragazzi (o sopratutto per ragazze?). Il film alterna con abilità momenti di pura action e di lotte corpo a corpo con altri più riflessivi, sopratutto quando Enola e il fratello Holmes riescono a parlarsi con franchezza. E’ significativo il loro colloquio, sotto un albero, nella quite della campagna: Enola confida le sue ansie e le sue incertezze al fratello, ma lui gli risponde che è troppo emotiva e l’emozione, i sogni  servono a poco.  Deve guardare a quello che ha davanti, non quello che vorrebbe ci fosse e in questo modo scoprirà la verità. Una lezione di realismo che ci si poteva aspettare dal detective più famoso del mondo, che lavora anche sui minimi indizi e che sarà  determinante per la formazione della ragazza. Ora Enola, anche se non ha un quadro chiaro della situazione, inizia a procedere passo per passo, applicando il metodo induttivo che la porterà a chiarire la situazione in cui si è trovata e a scoprire la sua vocazione di detective ( un’ottima premessa per i  sequel che verranno prodotti).

Il film è infatti  l’adattamento  di The Enola Holmes Mysteries, una serie di sei romanzi gialli per ragazzi dell'autrice americana Nancy Springer, che ha come protagonista un’immaginaria sorella di Sherlock Holmes, dotata anch’essa di notevoli doti investigative.  Interessante anche il parallelo che viene sviluppato fra il percorso di maturazione che percorre Enola e l’evoluzione  in senso democratico dell’Inghilterra (la Terza Legge Elettorale estendeva il voto agli agricoltori) inclusa la nascita del femminismo, ostacolata da chi crede nella stabilità e immutabilità delle tradizioni elitarie, come Mycroft.

Il film mantiene un buon ritmo senza prendersi troppo sul serio grazie a una ironia molto inglese; sono presenti ottimi e noti attori a iniziare dalla protagonista Millie Bobby Brown, diventata famosa con la serie  Stranger Things ma anche altri,  come Helena Bonham Carter nella parte della madre e Henry Cavill in quella di Sherlock Holmes.  Non bisogna però aspettarsi da questo film nuove indagini del famoso investigatore, come era già accaduto nella trilogia omonima interpretata da un frenetico e sarcastico Robert Downey : é Enola il personaggio trainante.

Il film è adatto tutti, in particolare ai ragazzi (forse i più piccoli potrebbero spaventarsi per qualche scena)   ed è insolita la tecnica adottata per la narrazione, che finisce per rallentare il ritmo: Enola si rivolge spesso al pubblico per spiegare ciò che sta per accadere e ci sono frequenti flaschback che ricordano cosa la madre le aveva insegnato in determinate circostanze. E’ probabile che un  grammatica di questo tipo sia stata adottata per rendere lineare il racconto, a vantaggio dei più piccoli.

Disponibile su Netflix

 

Autore: Paola Carlucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MIGNONNES

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/04/2020 - 11:07
Titolo Originale: MIGNONNES, CUTIES
Paese: FRANCIA
Anno: 2020
Regia: Maïmouna Doucouré
Sceneggiatura: Maïmouna Doucouré
Produzione: Bien ou Bien Productions France 3 Cinéma
Durata: 96
Interpreti: Fathia Youssouf, Médina El Aidi-Azouni, Maïmouna Gueye

Amy ha undici anni, vive in un sobborgo di Parigi ed è di origine senegalese. La sua famiglia è di fede mussulmana e Amy resta sconvolta nel vedere come la madre soffra in silenzio alla notizia che il marito si è preso una seconda moglie, accettando supinamente la sua condizione di inferiorità. Questa situazione spinge Amy a cercare fuori dalla famiglia nuovi interessi, nuovi modi di realizzare se stessa e li trova nell’unirsi a un gruppo di ragazze della sua scuola che si stanno allenando per partecipare a un contest fra gruppi di ballo della stessa età…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La storia si poggia su di un protagonista negativo, che si muove in base a un egocentrismo senza attenuanti, salvo una parziale rettifica finale
Pubblico 
Maggiorenni
L’impiego di immagini provocatorie risultano diseducative per i minori così come i comportamenti di una ragazza priva di alcuna sensibilità verso gli altri
Giudizio Artistico 
 
La regista e sceneggiatrice Maïmouna Doucouré ricostruisce con grande efficacia un mondo di pre-adolescenti inquiete ma il racconto manca di una logica evoluzione. Vincitore per la sceneggiatura al Sundance Film Festival del 2020
Testo Breve:

L’undicenne protagonista, privata del supporto della famiglia, manca di modelli di riferimento se non quelli forniti dai Social e persegue in modo brutale un obiettivo di autoaffermazione. Su NETFLIX

Il nostro settimanale telematico, da sempre interessato a tematiche che coinvolgono la famiglia, non poteva non recensire questo Mignonnes  e a commentare  tutto il clamore che si è scatenato intorno a questo film. Vincitore del Global Filmmaking Award al Sundance Film Festival del 2020, distribuito in Francia ad agosto senza particolari commenti, è entrato a far parte del portafoglio Netflix da settembre. E’ a questo punto che il movimento di opinione Parents Television Council ha chiesto a Netfix di togliere il film dalla sua piattaforma mentre Change. Org ha promosso una petizione che invita a cancellare il proprio abbonamento da Netflix, raccogliendo finora 660.000 adesioni. L’accusa è quella di una scandalosa sessualizzazione di ragazzine di 11 anni, un piatto appetitoso per pedofili. Ciò ha creato una rabbiosa controreazione in nome della libertà espressiva delle opere artistiche, sottolineando anche  il valore educativo dell’opera.

Non resta che procedere per passi successivi: recensire il film attenendosi rigorosamente a ciò che si vede e poi commentare le opinioni contrastanti che si sono formate.

“Le donne debbono essere pie perché all’inferno saranno molto più numerose degli uomini…. sapete dove si manifesta il male? Negli abiti succinti. Noi dobbiamo esse modeste. Dobbiamo obbedienza ai nostri mariti”. Fin dalle prime sequenze del film (mamma e figlia partecipano a un incontro di preghiera di donne musulmane) Maïmouna Doucouré, regista e sceneggiatrice, sferra un attacco senza appello contro la religione musulmana, rea di considerare la donna un essere inferiore. La polemica raggiunge il culmine quando vediamo la madre di Amy rassegnarsi all’arrivo della seconda moglie del marito e, quando Amy dimostrerà tutto il suo spirito ribelle, la madre e la zia non avranno altra iniziativa che organizzare un incontro con un guaritore per esorcizzarla. Se un attacco di questo genere alle usanze del suo paese, da parte della regista, finisce per coincidere con ciò che percepisce la protagonista, ci si può domandare se la cultura occidentale del paese che la ospita sia in grado di offrire ad Amy valide soluzioni alternative.  La regista è parca di informazioni su questo aspetto: non sembra che ci siano insegnanti che possano costituire un nuovo punto di riferimento e all’inizio del film la ragazza non ha alcuna amica del cuore. Quindi Amy intraprende, per la sua emancipazione, una via, totalmente virtuale: si sente importante in base ai like che ottiene postando la sua immagine, impara a mimare gli atteggiamenti sensuali e i balli provocanti, che ha visto su Youtube e cerca la realizzazione se stessa nel cercare di vincere una gara di ballo unendosi ad altre ragazzine scatenate come lei.

Si è molto parlato dello scandalo generato dalle sequenze dove queste ragazze ballano con le movenze provocanti tipiche del twerk ma in realtà non è quello l’aspetto più sconcertante che ci viene rappresentato: è proprio il personaggio di Amy in sé a creare scandalo.  Un personaggio che può esser paragonato a una animale selvatico che si abbatte sulla preda per potersi sfamare. E’ lunga la lista di azioni che la ragazza compie che la fanno apparire come priva di alcuna sensibilità verso gli altri, disposta a raggiungere i suoi scopi a qualsiasi costo, incurante di tutto e di tutti.  Eccola quindi rubare il cellulare di suo padre, rubare i risparmi della madre per comperare vestiti succinti adatti al ballo. Quando sua madre sviene in casa perché sopraffatta dall’ansia, lei non si cura di inchinarsi per soccorrerla.  Addirittura, per ottenere di nuovo il cellulare che suo padre si è ripreso, compie atti innominabili nei suoi confronti (il momento peggiore del film); per mettere fuori gioco una sua competitrice al ballo non esita a spingerla in acqua anche se questa non sa nuotare. A seguito di una discussione con un suo compagno di classe, non trova altra soluzione che infilzargli la mano con la punta di una penna. Se né la cultura araba né quella occidentale né la famiglia né la scuola hanno avuto alcun ascendente positivo sulla ragazza,  lei si trova ferma, nel suo sviluppo interiore, a un livello istintivo, quasi pre-umano,  di pura affermazione di se stessa, priva di aperture verso l’altro, il diverso da se’ e anche se il film si avvia sbrigativamente verso un finale positivo, sembra quasi che  questa ragazza, che ora torna  come un cucciolo a rifugiarsi dalla madre,  ancora una volta, si esprima in  modo puramente  istintivo: non c’è pentimento, non c’è presa di coscienza su come si è comportata.

Il film e le polemiche che ha suscitato, riportano a galla vecchi temi che restano tutt’ora controversi. La libertà di espressione artistica deve essere garantita sempre e comunque? La rappresentazione del male è comunque utile, per via dell’effetto catartico che provoca, come così chiaramente ci ha spiegato Aristotele? Nello specifico, questo film può esser considerato educativo oppure no? Un film può esser considerato educativo se edifica moralmente, invita al bene tramite l’emulazione di buoni comportamenti. Non è questo il caso. Anche se non educativo, il film può esser visto come interessante se ha il valore di denuncia nei confronti di certe tendenze negative di oggi. Ciò però è possibile se il bene è descritto come bene e il male come male. Anche questa interpretazione di Mignonnes appare poco adatta: non ci sono scuse o pentimenti da parte di Amy e l’organizzazione parascolastica che ha promosso le gare di ballo fra pre-adolescenti non sembra molto preoccupata della spregiudicatezza delle ragazze. Resta aperto il tema della catarsi. In effetti in un’opera filmica o letteraria, anche se viene rappresentato il male a tinte forti, lo spettatore non ne è direttamente coinvolto e così può riflettere più serenamente su quanto a visto. Ciò però è vero soltanto per persone dotate della giusta maturità critica. I minorenni, o la maggior parte di loro, mancando di questa capacità di rapportarsi in modo distaccato e obiettivo a ciò che vedono, si focalizzano solo su determinati comportamenti, singole scene senza elaborare una sintesi globale. Ecco perché la visione di un film come questo, se può essere utile per riflettere sui problemi causati dalla mancanza di educazione, deve venir filtrato nei confronti dei minorenni

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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