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LA MIA SECONDA VOLTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/26/2019 - 14:32
 
Titolo Originale: La mia seconda volta
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alberto Gelpi
Sceneggiatura: Fabrizio Bozzetti
Produzione: LINFA CROWD 2.0. COPRODOTTO VARGAT FILM
Durata: 90
Interpreti: Aurora Ruffino, Simone Riccioni, Mariachiara Di Mitri, Luca Ward,

Giorgia ha diciott’anni, studia all’ultimo anno del liceo artistico a Macerata. Sa di avere talento (confeziona per hobby orecchini originali che riesce a vendere via Internet) e vorrebbe andare a Roma in cerca di opportunità ma il padre è contrario. Ludovica ha 23 anni, studia all’accademia di Belle Arti e aspira a diventare scenografa. Non è quindi contenta quando scopre che chi seguirà la sua tesi non sarà il titolare della cattedra ma Davide, un suo giovane assistente. Un giorno Giorgia, per distrazione, sta quasi per investire con la sua macchina Ludovica. Dopo un momento di tensione, le due ragazze diventano amiche e Giorgia si offre di aiutare Ludovica a ricomporre il modellino per una scenografia che nell’incidente si è rotto. A un certo punto entra in casa Davide e Ludovica scopre che il suo assistente per la tesi non è altri che il fratello maggiore di Giorgia....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna fa tesoro di una leggerezza compiuta da adolescente e quel fatto diventa per lei lo stimolo per cambiare vita e dedicandosi ad aiutare chi rischia di commettere lo stesso errore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio. Un ragazza accetta un appuntamento al buio da uno sconosciuto conosciuto via Internet
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura risulta debole, spiegando ciò che non occorre spiegare e togliendo tensione drammatica a quei momenti che più ne hanno bisogno
Testo Breve:

Una ragazza con grandi speranze per il proprio ’avvenire, distrugge tutto per un gesto irresponsabile (l’assunzione di droga). Le nobili intenzioni del film, molto valide per incontri rivolti a dei  giovani risultano meno  efficacai in una sala cinematografica

“Cineducando” è il nome che è stato dato al progetto sostenuto da case di produzione e distribuzione come Linfa Crowd 2.0 e Dominus Production che ha l’obiettivo di realizzre pellicole con un profondo  contenuto etico ed educativo per poi presentarle a studenti di scuole medie e superiori o in altri contesti culturali sensibili. La mia seconda volta rientra a pieno titolo in questo progetto perché racconta, in modo romanzato, la storia vera di Giorgia Benusiglio, che ha rischiato di morire per aver assunto una pasticca di Ecstasy e una volta ripresasi, ha deciso di dedicarsi  interamente a far comprendere ai giovani i rischi della droga.

Il film è uscito nelle sale il 21 marzo ‘19 ma da tempo  è stato presentato in molte  scuole delle principali città italiane e migliaia di ragazzi hanno potuto parlare sul tema della dipendenza dalla droga con i protagonisti della storia e con la stessa Benusiglio.

Questa bellissima iniziativa è ora sfociata nei tradizionali canali di distribuzione cinematografica. C’è quindi una domanda da porsi: questo film è  in grado di raggiungere  un vasto pubblico, non più selezionato come quello di un incontro a tema?

Su questo punto sogono delle perplessità proprio dalla struttura con cui è stato costruito il film. Viene meno la regola “show don’t tell” e  la didattica precede la narrazione. Accade con la professoressa del liceo artistico di Giorgia, che prende spunto dall’arte Kintsugi per sentenziare che “Le cicatrici rappresentano la storia che si fa carne. E dal dolore può nascere una bellezza ancora più grande” . Ma accade anche in quello spazio onirico  che interrompe la narrazione a intervalli regolari, forse il mondo in cui è rimasta chiuda Giorgia durante il coma, che  commenta  ciò che lo spettatore già vede: “quando tutto sembra perduto, quando pensi di aver toccato il fondo,..”

Maggiore perplessità desta  il modo con cui si è voluto raggiungere l’obiettivo dichiarato, quello di dissuadere i giovani dall’assumere  delle droghe. Conosciamo, dai vari racconti che ha fatto  Giorgia Benusiglio,la drammaticità della sua storia, colta da epatite fulminante  dopo l’assunzione di una pillola ecstasy. Il suo fegato era in necrosi e nell’attesa di un donatore, era arrivata a pesare 27 chili. La scelta narrativa è stata diversa: non si vede il momento  il cui la ragazza prende la droga (anzi si costruisce intorno a quell’evento una sorta di  giallo, per scoprire  chi sia stato il responsabile) e l’uscita dal coma della ragazza si risolve romanticamente con l’iniziativa di un suo amico che gli fa ascoltare la sua musica preferita. Per fortuna la Benusiglio interviene di persona alla fine el film, per riportare  il racconto alla sua cruda realtà  , mostrando la profonda cicatrice che ha sul fianco e che costituisce  memoria indelebile del trapianto che l’ha salvata.

Può darsi che questo alleggerimento sia stato motivato dalla necessità di non impressionare i ragazzi, che avrebbero comunque potuto fare tutte le domande che volevano durante gli incontri programmati ma si tratta di una soluzione che a cinema indebolisce l’efficacaia del racconto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DAFNE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/25/2019 - 17:26
 
Titolo Originale: Dafne
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Federico Bondi
Sceneggiatura: Federico Bondi
Durata: 94
Interpreti: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini

Dafne è una ragazza Down di trentacinque anni, gioviale e spensierata, che vive in Toscana con gli anziani genitori. Un giorno, al termine di una vacanza in campeggio, la madre ha un malore e muore. L’unico genere di evento, forse, in grado di togliere il sorriso alla vulcanica Dafne. Ma è solo un momento, perché la ragazza torna presto quella di sempre. Chi invece non sembra avere le risorse e forse nemmeno la voglia per rialzarsi è Luigi, il padre, con il quale Dafne ha un rapporto a dir poco complicato. Un viaggio a piedi per raggiungere la tomba della madre, in un cimitero sperduto in mezzo alla campagna toscana, è l’occasione giusta per riscoprire l’affetto che li lega…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema della diversità (la sindrome di Down) è visto come una sfida, senza timori ma soprattutto senza perdersi in retorica ne inutili pietismi.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Dafne è un film asciutto che si riduce all’essenziale. I dialoghi sono dilatatissimi e la regia - per niente morbosa nella ricerca del primo piano,esalta la ricchezza emotiva della protagonista che si staglia per contrasto sul minimalismo espressivo degli
Testo Breve:

Dafne è una ragazza Down di trentacinque anni, gioviale e spensierata, che vive con il padre anziano. Un viaggio a piedi per raggiungere la tomba della madre è l’occasione giusta per riscoprire l’affetto che li lega…

In questo suo secondo lungometraggio, come nel pluripremiato Mar Nero, Federico Bondi sceglie di raccontare una storia partendo da un dramma famigliare, privato, nascosto, per poi condurre fuori i protagonisti e spingerli ad intraprendere un viaggio, fisico ed esistenziale, che porta ad esplorare e a saggiare sentimenti e relazioni, mettendo generazioni diverse a confronto.

Anche questa volta il regista riesce sapientemente ad entrare nell’intimità affettiva di una famiglia speciale - come speciale è quella figlia con la sindrome di Down - e ha il coraggio di raccontare il tema della diversità e dell’handicap come una sfida, senza timori ma soprattutto senza perdersi in retorica ne inutili pietismi.

Dafne è infatti un film asciutto che si riduce all’essenziale, in ogni suo aspetto. I dialoghi sono dilatatissimi e la regia - per niente morbosa nella ricerca del primo piano e costruita sulla verità della macchina a mano piuttosto che su inutili virtuosismi – esalta la ricchezza emotiva della protagonista (tra capricci e straripanti manifestazioni d’affetto) che si staglia per contrasto sul minimalismo espressivo degli altri personaggi, soprattutto quello del padre, che in certi momenti sembra implodere interiormente. Il ritmo di racconto, così compassato, lascia il tempo per assaporare le emozioni, per stare con i personaggi e sforzarsi di comprenderli. Il dramma esistenziale, come già detto, è soprattutto quello di un anziano genitore, stanco e spaventato, che non sembra avere le energie necessarie per gestire da solo la difficile personalità della figlia, la quale, forse proprio in virtù del suo handicap, nella vita sembra averle avute tutte vinte.

Proprio Luigi dichiara, nel climax, uno dei temi del film. La sua ferita infatti per paradosso, sembra essere lenita solo quando davanti ad un bicchiere di vino rosso e ad una cameriera sconosciuta, viene gridata sottovoce, e riguarda la difficile accettazione di una diversità così “ingombrante” come quella della figlia. Una battaglia durata trentacinque anni con se stessi ma anche con quella ragazza che fa di tutto per essere normale, che sente di esserlo, ma che a cominciare dai genitori non è mai stata trattata come tale.

Ma Dafne è un film che parla anche del tempo – una parola che torna spesso soprattutto all’inizio, nei dialoghi tra madre e figlia – e dei diversi modi di pensarlo e di viverlo, un inno alla vita - come la canzone cantata a squarciagola da Dafne prima di partire insieme al padre – evidenziato dalla trovata poetica nella scena finale…

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PEPPERMINT – L’ANGELO DELLA VENDETTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/25/2019 - 11:05
Titolo Originale: Peppermint
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Pierre Morel
Sceneggiatura: Chad St. John;
Produzione: HUAYI BROTHERS
Durata: 110
Interpreti: Garner, John Gallagher Jr, Juan Pablo Raba

Riley North è una giovane madre piccolo-borghese la cui vita viene sconvolta quando una gang messicana le uccide il marito e la figlia. Al processo, grazie alla corruzione della polizia e del sistema giudiziario, i colpevoli sfuggono alla giustizia. Riley, sconvolta, scompare e torna cinque anni dopo trasformata in una spietata assassina decisa a farla pagare tutti quelli che hanno distrutto il suo mondo

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un’esaltazione della vendetta privata, dove il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sulle sue conseguenze
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza ripetuta e brutale.
Giudizio Artistico 
 
In questo action inutilmente violento, le azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, sono alla fine un po’ ripetitive. E anche i cattivi sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi
Testo Breve:

Una tranquilla casalinga a cui viene ucciso il marito e la figlia, si trasforma, dopo cinque anni di preparazione, in una spietata assassina.  Un action movie inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza

 

Il regista Pierre Morel è lo stesso di Io vi troverò, prototipo del più recente filone dell’action “di vendetta” in cui un singolo “vigilante” si prende sulle spalle l’impresa di eliminare intere organizzazioni criminali colpevoli di aver toccato la sua famiglia (lì era Liam Neeson, agente segreto in pensione alla ricerca della figlia), che ha generato un imprecisato numero di epigoni.  

Dai tempi del Giustiziere della notte di Charles Bronson non si contano gli americani più o meno comuni che si, sul grande schermo, in patria o all’estero, si prendono in carico una giustizia maltrattata dalle istituzioni.

Qui la curiosità è che, a fare la parte della castigamatti è una ex casalinga, mite e piccolo borghese, le cui maggiori preoccupazioni, fino alla tragedia, erano state la festa di compleanno della figlia, rovinata dalla compagna di classe spocchiosa, e il mutuo da pagare, mentre i cattivi sono una gang di narcos messicani dai metodi spietati e con ottimi agganci tra polizia e giudici.

Come Riley si trasformi, nei cinque anni che passano tra l’antefatto e il momento della vendetta, nell’intrepida guerriera capace di menare le mani e sparare con fucili d’assalto e di suturarsi una ferita da coltello senza anestesia non è mai chiarito. Il sospetto è che gli autori si siano affidati al passato cinematografico e televisivo della protagonista Jennifer Garner (indimenticabile spia  protagonista  di un classico come Alias, ma anche di un paio di modesti cinecomic) per evitare di spiegare questo come molti altri punti oscuri della vicenda.

Del resto l’impressione è che il dramma iniziale serva solo per giustificare una serie di azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, ma alla fine un po’ ripetitive.

Anche i cattivi, del resto, sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi, dal giudice corrotto che nemmeno si ricorda il nome della donna che ha “tradito”, all’avvocato mafioso che strapazza la povera testimone traumatizzata, fino al poliziotto che fa la spia per i narcos e sceglie il posto sbagliato dove stare.

Il film cerca una via di originalità sfruttando la messa in scena dell’impatto mediatico della vicenda: tra tv e social media, l’eroina con pistole e fucili che fa fuori i criminali accumula in breve tempo più follower che critici, in omaggio alla mai sopita passione, dentro e fuori dai cinema, degli statunitensi per chi si fa giustizia da solo, particolarmente sentita in un periodo dove il sistema è generalmente percepito come corrotto e inefficiente.

Se la protagonista segue un proprio percorso da giustiziera (appena complicato da qualche ricordo della figlia, che sembra comparire nei momenti più scomodi) dovutamente nobilitato da una collaterale difesa degli emarginati, il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sul peso e le conseguenze della violenza privata, che certo renderebbero un pochino più indigesti i popcorn.

Non è questo lo scopo di un action inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza e in cui il protagonismo femminile viene utilizzato come un’esotica variante del modello più che come un possibile spunto per riflettere (come accadeva ad esempio nel più complesso Il buio dell’anima con Jodie Foster). Il risultato è una pellicola non soltanto moralmente discutibile, ma anche modesta e prevedibile che difficilmente rilancerà la Garner nell’Olimpo 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BOY ERASED - VITE CANCELLATE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/19/2019 - 16:13
Titolo Originale: Boy Erased
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Joel Edgerton
Sceneggiatura: Joel Edgerton
Produzione: BLUE-TONGUE FILMS, ANONYMOUS CONTENT
Durata: 114
Interpreti: Lucas Hedges, Nicole Kidman, Russell Crowe, Joel Edgerton

Jason è figlio di un pastore battista in una piccola comunità dell’Arkansas. Sinceramente devoto e ragazzo ubbidiente, al suo primo anno di college, subisce violenza sessuale da un altro ragazzo che per proteggersi gioca d’anticipo, denunciando Jared ai suoi genitori come omosessuale. Il padre chiede aiuto ad altri pastori più esperti di lui e gli consigliano Love in Action, un centro diurno specializzato nella terapia di conversione (all’eterosessualità), un misto di cure psichiatriche e di ritiro spirituale. Jason desidera anche lui tornare ad essere visto nella comunità battista a cui appartiene come un ragazzo “normale” e accetta di iniziare la terapia….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una madre e un padre, fedeli della chiesa Battista, affrontano con un equilibrio acquistato con il tempo, la scoperta di avere un figlio ha inclinazioni omosessuali
Pubblico 
Maggiorenni
Non ci sono nudità ma è presente una scena di violenta sessuale omosessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce nel suo intento di denuncia contro certe terapie che mescolano la fede con la psicologia ma le trasformazioni che subiscono i protagonisti non vengono completamente sviluppate
Testo Breve:

Il figlio di un pastore della chiesa Battista scopre di avere tendenze omosessuali e viene mandato in un centro di “rieducazione”. Un film che raggiunge il suo obiettivo di denuncia anche se i personaggi non vengono completamente sviluppati

I film svolgono la funzione di puro intrattenimento oppure sono utili per far riflettere su alcune realtà contemporanee. Questo Boy Erased è del secondo tipo e la serietà del racconto è avvallato dalle memorie a cui si è ispirato, scritte da Garrard Conley , che ha vissuto realmente il tipo di esperienza  che viene raccontata.

I film che trattano il tema dell’omosessualità sono ormai un oceano in piena e molti non fanno mistero del loro pubblico preferito, quello delle comunità LGBT e dei loro simpatizzanti. Per citare solo gli ultimi: Tuo, Simon e La diseducazione di Cameron Post. Si tratta di film ideologicamente orientati, dove ci sono dei buoni e dei cattivi. Questo film ha un atteggiamento diverso: sembra affrontare seriamente il problema dell’omosessualità senza pregiudizi manichei e così come si dedica ai problemi di Jason allo stesso modo si pone nella posizione difficile del padre-pastore battista e in quella della madre, impegnata a cercare, a dispetto di tutti e di tutto, la serenità del figlio.

Fin dalle prime sequenze entriamo nel dettaglio delle giornate vissute da Jason dentro Love in Action dove gli alunni sono invitati a individuare chi, nella catena dei loro parenti, è un manifesto peccatore oppure fare esercizi di mascolinità, come imparare a stringere forte la mano quando si saluta. Non occorrono molti dettagli per considerare riprovevoli questi metodi, che confezionano un grande minestrone a base di fede e psicologia. La fede, ha per la sua stessa essenza, come presupposto la libertà personale, e questi metodi che scavano nelle coscienze oneste di adolescenti per far leva sul loro senso del peccato è semplicemente odioso.

Jason, in modo autonomo rispetto alla terapia che subisce, sembra domandarsi continuamente quale destino preferire per se’: il breve episodio del suo incontro con un altro ragazzo, un artista, e il loro passare una serata assieme senza concluderla con rapporti sessuali sembra esprimere la volontà di Jason di tentare di conciliare la sua inclinazione con la fede cristiana, praticando la castità. Sappiamo pero che Garrard, il Jason della realtà, aderirà pienamente, una volta cresciuto, ai movimenti LGBT.

Il percorso della madre (Nicole Kidman, da un po’ di tempo, sembra trovarsi perfettamente a suo agio nel ruolo di madre premurosa, com’era già accaduto in Lion – La strada verso casa).

è più lineare: dopo un momento di esitazione nel cercare di conciliare la sua posizione di madre, moglie  e donna di fede, decide da che parte stare: sosterrà suo figlio nel suo difficile percorso. Più complesso il comportamento del padre, che ama sinceramente il figlio, ma deve riconoscere l’obiettiva distanza nelle loro scelte concrete e rispetto alla fede religiosa.

Si tratta di un film interessante per il tema che affronta ma di fatto non aiuta a sciogliere nessuno nodo, se non la giusta condanna di questi metodi ibridi fatti di fede e psicologia. Occorre anche aggiungere che il racconto si sviluppa per quasi due ore con una certa gravità e monotonia, mentre le psicologie dei personaggi non vengono scavate fino in fondo.

Nelle sue scritte finali, il film commette una grossolana approssimazione: nel dichiarare che ancora oggi 36 stati americani ancora considerano leciti le conversion therapy per i minori, mette nel calderone, molto probabilmente,  anche la terapia riparativa (nome estremamente infelice) del dott Joseph Nicolosi che è invece un metodo esclusivamente psichiatrico per aiutare coloro che non si trovano a loro agio con la loro inclinazione omosessuale e che il dottore ha praticato fino alla sua morte  

La situazione si può considerare paradossale: gli scienziati non sono stati ancora in grado di determinare se l’inclinazione omosessuale sia innata o abbia origini psicologiche ma intanto i movimenti LGBT la definiscono a priori come innata mentre alcuni movimenti cristiani a priori la ritengono reversibile, purché vengano rimosse le ferite psicologiche che ne hanno determinato l’origine.

I rapporti con la fede cristiana sono ancora più complessi: per la Chiesa Cattolica la dottrina è chiara ma la pastorale, se guardiamo all’Italia, è in fase di formazione e non sembra delinearsi una linea predominante.  Si fronteggiano varie impostazioni:  c’è il movimento Courage (fondato da Terence Cooke , che è stato arcivescovo d New York) che prevede il sostegno spirituale, con discrezione, a gruppi formati allo scopo; alcuni vescovi si sono espressi a favore di una catechesi non distinta, ma integrata in quella tradizionale che si svolge nelle parrocchie; c’è infine l’atteggiamento totalmente aperto del gesuita americano James Martin (il suo libro, Un ponte da costruire, è stato tradotto in italiano con una prefazione di Matteo Zuppi, vescovo di Bologna) che invita i movimenti LGBT a sentirsi a casa propria nella Chiesa, nel rispetto reciproco.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL NOME DELLA ROSA (serial)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/14/2019 - 15:44
Titolo Originale: Il nome della rosa
Paese: ITALIA, GERMANIA
Anno: 2019
Regia: Giacomo Battiato
Sceneggiatura: Giacomo Battiato, Andrea Porporati, John Turturro, Nigel Williams
Produzione: Rai Fiction, Tele München
Durata: 8 puntate di 50 minuti su RAIUno
Interpreti: John Turturro, Damian Hardung, Rupert Everett, Michael Emerson, Greta Scarano

1327, in un monastero benedettino sulle Alpi italiane. Sta per aver luogo una disputa fra i rappresentanti dei francescani (appoggati dall’imperatore Ludovico di Baviera), che avevano  proclamato l’assoluta povertà di Cristo e  quindi dei suoi successori, e i rappresentanti di papa Giovanni XXII che aveva dichiarato eretica questa posizione. A rappresentare i francescani arriva al convento il frate Guglielmo da Baskerville, con al seguito il giovane novizio Adso da Melk. Abbone, l’abate del monastero, incarica immediatamente Baskerville di un grave compito, in nome della sua precedente esperienza di inquisitore: scoprire  chi ha ucciso il monaco Adelmo che è stato trovato morto ai piedi della torre della biblioteca. Il mistero deve venir risolto al più presto perché sta per arrivare la delegazione papale, guidata dal severo inquisitore domenicano Bernardo Gui...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il valore anche culturale degli ordini dei mendicanti nel medioevo viene trasfigurato in una caricatura di uomini viziosi con fede ottusa
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di stupri e violenze su donne, nudità femminili integrali
Giudizio Artistico 
 
John Turturro riesce a farci rimpiangere Sean Connery nel suo stesso ruolo nel film del 1987; la componente thriller dimostra, già a metà del percorso del serial, di avere il fiato corto. Modesta la computer grafica impiegata
Testo Breve:

Le indagini del francescano Baskerville, promotore della supremazia della ragione contro l’oscurantismo medioevale, presenti nel famoso libro di Umberto Eco, sono state diluite nelle otto puntate di questo serial con poco rispetto sia della storia che del testo originale

Ha senso realizzare un serial in otto puntate su Il nome della Rosa, il romanzo di Umberto Eco del 1980 che è stato venduto in 50 milioni di copie, tradotto in 40 lingue e dopo che il film omonimo del 1987  ha vinto un premio Oscar e 5 David di Donatello?

Il senso deriva ovviamente dalla facilità di ricavare vantaggi dalla fama conquistata dai due lavori precedenti (la fiction è una coproduzione internazionale, già prenotata per andare in onda in 130 paesi) ma si pone un impegno che è quello tipico di un serial: mantenere alta l’attenzione sulla lunga durata e cercare di privilegiare la simpatia dei personaggi più che puntare sull’evoluzione della storia, per garantirsi l’auspicata fedeltà dello spettatore.

Dalle prime puntate si individuano due operazioni che sono state compiute: un certo impegno esplicativo, didattico, per tener conto di una audience molto vasta e una radicalizzazione, semplificazione quasi brutale dei contrasti.  In una delle prime sequenze, Baskerville, di fronte al padre di Adso, deve spiegare chi è san Francesco, il fondatore del suo ordine.  Il contrasto fra il papa e l’imperatore diventa molto sbrigativamente, nella presentazione di apertura, colpa di un papa che si oppone all’indipendenza del potere politico (in realtà per il papa era il tempo della cattività avignonese).

In riferimento alla disputa con i francescani, in merito alla necessità di una chiesa povera (nella realtà questa posizione era stata già dichiarata eretica  dall’Inquisizione), il papa si esprime molto “nobilmente” apostrofandoli come  “quei dannati francescani”. Il serial sviluppa  una sottotrama non compresa nel libro: le azioni di fra Dolcino, e di sua figlia che porta avanti la sua opera, in modo da aggiornare Il nome della Rosa agli  appetiti di un pubblico contemporaneo: infiammare gli spettatori di fronte a un novello Robin Hood (in realtà i Dolciniani furono condannati perché volevano imporre la povertà con la forza, saccheggiando e uccidendo) e poter introdurre una combattente donna, in singolare sincronia di tempo con una simile operazione condotta dalla Marvel con il suo ultimo film: Captain Marvel.

C’è però qualcosa di realmente deformato nel serial: sono alcune figure di frati, fuori e dentro il convento. Un'operazione che si può comprendere solo con il fatto che il serial è orientato a paesi di prevalente cultura protestante, dai quali notoriamente la vita di clausura non viene compresa (bisogna ricordare che sia il libro che il film hanno avuto successo soprattutto in Europa e ben poco negli Stati Uniti). L’ipocrisia è la loro caratteristica dominante oltre all’attrattiva verso il sesso (in entrambe le direzioni). Ecco che il priore del monastero prega davanti alla statua della Madonna che lui adorna con preziosi gioielli ma in realtà continua a peccare. Chi è proprio cattivo, anzi cattivissimo (dispiace che l’attore Rupert Everett, che lo impersona, sia stato imprigionato in una parte così insulsa) è l’inquisitore Bernardo Gui che da una parte dice: “chi sono io per giudicare una persona?” e bacia il crocifisso ma poi impiega un secondo a condannare al rogo chi considera eretico. Il fatto che durante un viaggio, scopra in una capanna una coppia di adulteri e in due secondi decida di condannarli al rogo, a mo’ di rappresaglia nazista, non è semplicemente una forzatura storica ma è un insulto alla serietà e alle procedure rigorose dei tribunali ecclesiastici del tempo. Il fatto che ripetutamente si sottolinei come le donne siano solo delle pericolose tentazioni opera del diavolo, serve solo a perpetuare la favola nera del medioevo, l’epoca antecedente alla riforma protestante.

Da un punto di vista artistico si nota troppo che il monastero e la sua inaccessibile torre-biblioteca siano stati realizzati in computer grafica, nulla a che vedere con le scenografie di Dante Ferretti del film (che si guadagnò uno dei 5 David di Donatello) e John Turturro non regge in alcun modo il confronto con l’ironia del personaggio interpretato da Sean Connery.

La componente investigativa della trama segue abbastanza bene il testo originale ma su questo punto sorgono due domande: come farà il serial a prolungare la suspense fino all’ottava puntata? E possiamo veramente parlare di suspense quando la maggior parte del pubblico sa già chi è l’assassino e come ha ucciso?

In conclusione un’operazione  furba che ha il respiro corto,  altamente antistorica e che ha approfittato della fama guadagnata dal libro nel tentativo di trasformarlo in una sorta di Trono di spade medioevale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE STORY OF GOD CON MORGAN FREEMAN (Serie 1)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/13/2019 - 20:15
 
Titolo Originale: The Story of God with Morgan Freeman
Paese: USA
Anno: 2016
Produzione: National Geographic Channe, Revelation Entertainment
Durata: 2 serie per un totale di 9 puntate

Morgan Freeman ci fa da guida in varie parti del globo alla scoperta, assieme a noi, del senso di Dio nelle varie civiltà del mondo, sia quelle vive ancora oggi che quelle del passato

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questa serie di documentari sulle domande di fondo che l’uomo si pone nei confronti di Dio, non prende posizione ma mostra quanto l’anelito al soprannaturale sia molto vivo in tante parti del mondo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Morgan Freeman mette la sua simpatia al servizio di un’indagine che spazia per tutto il mondo cercando testimonianze utili all’indagine. Non sempre le interviste sono di valore, ma appaiono come pure curiosità, in forma di diversivo
Testo Breve:

Morgan Freeman gira per il mondo per scoprire come le varie civiltà attuali e del passato, siano andate alla ricerca di Dio. Non si favorisce nessuna risposta ma ci mostra come tutti gli uomini siano uguali in questa ricerca

Il simpatico attore afroamericano Morgan Freeman, premio Oscar nel 2005 per Million Dollar Baby, alla tenera età di 81 anni, ha deciso di girare il mondo per togliersi (e togliere anche a noi) una interessante curiosità: come rispondono e hanno risposto  in passato gli uomini alla domanda: c’è Dio? E se c’è, chi  è? Quali sono le principali conseguenze per la nostra vita se Dio esiste?

La serie di documentari, prodotta dalla rete televisiva National Geographic è arrivata alla terza stagione, che sarà disponibile nel 2019 su Sky/National Geographic . Le prime due sono ora disponibili su Netflix ma anche, parzialmente su Youtube, in lingua italiana.

Ogni puntata è come divisa in tre parti ed è proprio l’attore che ci fa da guida nel passato, nel presente e nel prossimo futuro. Freeman esplora le antiche civiltà con l’aiuto di archeologi (antichi egiziani, i Maja, Stonehenge, antica Roma, ..) ma interroga anche rappresentanti  delle attuali maggiori religioni (ebraismo, islamismo, cristianesimo, induismo, buddismo,..). Infine si rivolge ad alcuni scienziati che stanno facendo esperimenti per scoprire da dove proviene il nostro “senso di Dio”.

I temi che affronta, puntata dopo puntata, non sono di poco conto: cosa succede dopo la morte? Chi è Dio? C’è stata una creazione? Perché esiste il male? Sono avvenuti dei miracoli? Ovviamente non vuole rispondere a queste domande in termini filosofici ma cerca, attraverso una numerosa serie di interviste, di cogliere testimonianze dal vivo di chi crede in questi valori.

Quale sensazione complessiva possiamo ricavare da questi documentari? Indubbiamente la grande utilità di questo lavoro è dimostrare che domande di questo tipo sono attualissime, essenziali per la nostra vita e milioni di persone, in varie parti della terra, a dispetto di un generale disinteresse da parte dei media, se le stanno ancora ponendo. Per converso vedere risposte così diverse a quelle domande, in giro per il mondo, può generare una certa confusione oppure scetticismo riguardo alla speranza di avere una risposta univoca.

Morgan Freeman conduce bene questo interessante progetto (è produttore esecutivo) e sta bene attento, con simpatia, a non prendere le parti di nessuna delle varie tesi che gli vengono esposte dai testimoni. Ogni tanto, dalle sue frasi, sembra trasparire una certa preferenza per il sincretismo, quando dice che tutti veneriamo un unico dio, ma per fortuna non ne fa la bandiera del programma. Dispiace fra l’altro, che il cristianesimo sia la religione più trascurata; forse perché sa che il programma verrà visto soprattutto in Occidente, dove il cristianesimo è prevalente. La parte più debole di ogni programma è proprio l’ultima, dove si cerca di dare una risposta scientifica alle nostre domande di fondo, come quando lo stesso Freeman viene sottoposto a una TAC per scoprire quali lobi del cervello si attivano quando pensa a Dio.

Resta comunque il grande pregio di un programma che apre la mente, un invito al rispetto di tutti, di fronte a delle domande che ci accomunano in una tensione verso il trascendente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DRAGON TRAINER 3

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/08/2019 - 15:28
 
Titolo Originale: How to Train your Dragon: The Hidden world
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Dean DeBlois
Sceneggiatura: Dean DeBlois
Produzione: Dreamworks Animation/Mad Hatter Entertainment
Durata: 104

L’adolescente vichingo Hiccup vive sull’isola di Berk dove combattere i draghi è uno stile di vita. A differenza di suo padre Stoick l’Immenso, capo della tribù, il giovane ha idee progressiste e non crede che i draghi siano creature malvage. Quando Hic viene incluso nel “corso anti-drago” con gli altri giovani vichinghi Astrid, Moccicoso, Gambe di pesce, e i due gemelli Testa Bruta e Testa di Tufo, egli vede la possibilità di dimostrare il suo valore e di poter diventare un vero combattente. Quando incontra un drago ferito, una Furia Buia che soprannomina Sdentato, ne diventa amico. Ciò che inizialmente sembrava un’opportunità per dimostrare le sue qualità si trasformerà in un’occasione che segnerà il cambiamento per il suo popolo e le generazioni a venire.L’ultimo capitolo di una delle trilogie d’animazione più amate di tutti i tempi. I draghi buoni che affascinano e divertono grandi e piccoli sono tornati per un ultimo indimenticabile viaggio.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Anche questo capitolo, come i due precedenti, affronta i temi dell’amicizia e dell’amore in modo semplice e genuino. Inoltre viene introdotto il tema della crescita personale, del senso del sacrificio, dell’altruismo e della rinuncia a ciò che teniamo per il bene di chi amiamo.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Le sequenze dedicate all’innamoramento di Sdentato sono piccole pillole di risate contagiose che insegnano ai bambini il lato divertente dell’amore.
Testo Breve:

Al terzo film della serie, l'adolescente vichingo Hiccup è ormai cresciuto, è pronto per una grande impresa che porterà la pace nella sua isola ed è pronto anche..per l'amore 

Giunge al termine la straordinaria avventura di Hiccup e dei suoi amici. L’ultima parte della trilogia, iniziata nell’anno 2010 e tratta dai 12 libri di Cressida Cowel, soddisfa le aspettative regalando una storia che oltre al fantasy, racconta quanto sia difficile diventare adulti.

È trascorso un anno da quando il giovane Hiccup è divenuto capo di Berk realizzando finalmente il suo sogno: creare una città dove umani e draghi vivano pacificamente. Anzi, ora Berk è anche troppo popolata grazie al giovane re dopo le sue continue missioni di salvataggio dei draghi, sempre in sella al suo fidato Sdentato accompagnato dalla ritrovata madre e dai suoi migliori amici.

Ma quando si imbatte in una meravigliosa rarità di drago, la Furia Bianca, il destino di Hiccup e del suo amato destriero cambierà per sempre: il loro rapporto verrà messo in discussione ed il giovane capo comprenderà il peso delle responsabilità superando il contrasto con il padre, ricordandolo con nostalgia e facendo tesoro della sua saggezza.

Proprio per questo Hiccup si dedicherà alla ricerca del Mondo nascosto per salvare il suo popolo e proteggerlo dai pericoli che incombono; perfino le amicizie più profonde sono destinate a cambiare e talvolta ci si separa con la consapevolezza che il bene resta per sempre.

Anche in questo episodio ritroviamo gli amici affezionati che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare, nonostante le loro stravaganze: Gambe di pesce Ingerman, Moccioso Jorgenson ed i buffi gemelli combina guai, Testa di Tufo e Testa bruta Thortson.

Se i personaggi che fanno da contorno restano più o meno collocati nella stessa dimensione dei film precedenti, Hiccup è cresciuto. Nonostante l’handicap fisico (il ragazzo senza una gamba e il drago mancante di una parte dell’ala) entrambi capovolgono la propria situazione diventando ambedue leader man mano con il progredire della narrazione. Hiccup si dimostra intelligente e scaltro, rispetto al nemico (seppur più abile di quelli precedenti) ma soprattutto dimostra coraggio e umiltà chiedendo aiuto a chi lo circonda.

La lotta contro il male rappresentato da Grimmel il Grifagno, perfido cacciatore di draghi, in questo capitolo è quasi marginale, ciò che emerge è ben altro.

La paura di non essere all’altezza del padre, re Stoick, fa tentennare il giovane capo ma è qui che subentra l’amore, capace di consigliare senza mai scavalcare, e testimonia la crescita del personaggio di Astrid che dimostra di esser diventata la futura moglie perfetta per un giovane capo incoraggiandolo e facendogli ritrovare fiducia in sé stesso.

È così che l’amore rappresenta in questo epilogo la risposta tanto cercata. Astrid e la Furia Bianca segnano l’evoluzione, la fine di un’epoca ma, al tempo stesso, la crescita e il cambiamento.

Divertente e tenero il corteggiamento del drago Sdentato, più goffo che mai, alla ricerca dei consigli di Hic suo mentore ed amico. Straordinaria la sequenza del Mondo nascosto, residenza di nascita dei draghi fino a quel momento solo raccontata come leggenda, con una quantità di colori pastello e fluo arricchiti da magnifici dettagli che incantano e lasciano a bocca aperta.

Il tutto accompagnato dalla bellissima colonna sonora di John Powell, già compositore delle musiche dei primi due film per il quale aveva ricevuto la candidatura all’Oscar nel 2010.

Per i più affezionati alla saga, su Boomerang si può trovare la quinta stagione della serie ispirata ai film intitolata 'Dragons: oltre i confini di Berk'.

Il film si conclude facendoci emozionare e trasmette un chiaro messaggio: non sempre ciò che desideriamo e ciò che è giusto combaciano. Talvolta, nonostante la dedizione e l’impegno, siamo costretti a lasciare andare ciò che ci sta più a cuore.

È solo nel vero amore che risiede il motore per il miglioramento di sé.

 

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FRONT RUNNER - IL VIZIO DEL POTERE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/08/2019 - 09:49
Titolo Originale: The front Runner
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Jason Reitman
Sceneggiatura: Matt Bai, Jay Carson, Jason Reitman
Produzione: RIGHT OF WAY FILMS, AARON L. GILBERT PER BRON STUDIO
Durata: 113
Interpreti: Hugh Jackman, Vera Farmiga, J.K. Simmons, Alfred Molina

Nel 1988, Gary Hart, senatore democratico del Colorado, è in piena corsa presidenziale. Favorito dai sondaggi e da un entourage efficientissimo, conduce una vita al riparo dai media che non vedono l'ora di affondare la penna nella sua vita privata. Ma Hart, abile oratore, rimanda al mittente e rilancia esponendo il suo programma politico. Marito e padre, niente sembra contare per lui più del suo lavoro e della sua famiglia. Poi il "Miami Herald" pubblica un articolo e la sua ascesa si interrompe bruscamente. Accusato di avere una relazione extraconiugale con Donna Rice, dovrà rispondere alla consorte e agli elettori dell'attacco e delle foto che lo inchiodano.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo commette un errore ma sa anche recuperare la dignità propria e di quella della sua famiglia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film è impostato nella prospettiva di chi ci sta ricostruendo con rigore fatti realmente accaduti ma questa ricerca dell’obiettività si trasforma in una certa freddezza con cui vengono ritratti i vari protagonisti
Testo Breve:

Il famoso scandalo del 1988, che costrinse il candidato democratico Gary Hart  a rinunciare alla corsa per la presidenza, viene analizzato nella prospettiva storica dei rapporti di forza fra politica e stampa, che cambiò radialmente dopo quell’episodio

Sappiamo dalla cronaca e dai tanti film che hanno affrontato questo tema (fra i più recenti: Il caso Spot Light, The Post) che negli Stati Uniti l’unico potere in grado di porsi testa a testa e di contrastare, quando necessario, il potere politico è la stampa, così come in Italia lo è la magistratura.

Al contempo il cinema non ha mancato di sottolineare certi abusi di potere della carta stampata e della televisione attraverso colpevoli deformazioni della realtà, a iniziare dal terribile Asso nella manica (1951), per poi continuare con Piombo rovente (1957), Quinto potere (1976), Diritto di cronaca (1981).

Il caso del senatore Hart, costretto a dimettersi per una relazione extraconigale, potrebbe far sorridere oggi, dove buona parte dei politici, se guardiamo l’Italia, convivono e quindi il tema non si pone neanche- Si dà inoltre per scontato che chi vuole calcare le scene del teatro politico non può che essere un esperto mediatico, capace di rispondere sempre a tono e in grado di rivoltare, con le parole, l’evidenza di qualsiasi verità. Il film, proprio per questo, è interessante, non solo per il caso umano in se', ma perchè quei fatti segnarono una svolta nei rapporti fra giornalismo e politica.

Prima di quella data, la stampa sorvolava sulla vita privata dei presidenti (lo stesso film ricorda i comportamenti “disinvolti” di Kennedy e di Johnson), perché a quei tempi si riteneva che la dignità della carica, per il bene della nazione, non andasse offuscata da pettegolezzi.

Con il caso Hart il rapporto si trasforma e i candidati-presidenti e i presidenti stessi (ricordiamo il caso Clinton) iniziano a venir trattati non in base alla dignità della loro carica ma come dei divi del cinema, nei confronti dei quali ogni pettegolezzo diventa lecito.

Il regista Jason  Reitman, che  si è sempre mostrato sensibile a temi sociali descrivendo protagonisti che si trovano di fronte a un caso di coscienza (Juno, Tra le nuvole, Thank you for smoking, Young adult), si è ispirato a libro di Matt Bai che ha ricostruito meticolosamente quelle tre settimane decisive, in modo da attenersi il più possibile a ciò che è realmente accaduto.  Non ha quindi posto in primo piano la storia d’amore fra il senatore e la modella aspirante lobbista, anzi è reticente nel darci l’evidenza della loro relazione. Si pone piuttosto nella prospettiva di chi animava lo staff del candidato-presidente e la redazione del Miami Herald, che aveva innescato lo scandalo. Il regista ha voluto restare imparziale  in questo scontro mediatico e lo si nota anche dal fatto che gli stessi reporter non vi fanno una bella figura. Se il film Tutti gli uomini del presidente (1976) , ci aveva abituati a vedere redazioni che non pubblicano una notizia se non hanno la conferma dei fatti almeno da due fonti diverse, qui è sufficiente qualche informazione incompleta per far sì che la bestia assetata di sangue dell’opinione pubblica venga scatenata e non si sarebbe acquieti se non di fronte a una piena e dettagliata confessione del colpevole. Gary Hart si mostra totalmente impreparato e ancora troppo onesto per gestire questo tipo di onda mediatica. Prima reagisce in modo schivo, pensando che i suoi programmi elettorali siano più interessanti dei pettegolezzi sulla sua vita privata e le risposte date ai giornalisi appaiono goffe e indecise; poi, una volta accortosi che ormai non era più visto come candidato ma come protagonista di uno scandalo, si rifiuta di ribattere alla malizia con furbizia e non  trova altra soluzione che  dimettersi dalla candidatura. Il film lascia intendere che il ritiro dalla corsa presidenziale sia stata anche motivata dalla volontà di  non esporre ulteriormente la famiglia (la moglie e la figlia) all’umiliazione di quello scandalo. Se ciò è vero, non resta che rendere omaggio all’uomo, che ha saputo sollevarsi con dignità dai suoi errori. In effetti Hart e la moglie vivono ancora insieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAPTAIN MARVEL

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/07/2019 - 21:54
 
Titolo Originale: Captain Marvel
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Anna Boden e Ryan Fleck
Sceneggiatura: Anna Boden, Liz Flahive, Ryan Fleck, Meg LeFauve, Carly Mensch, Nicole Perlman, Geneva Robertson-Dworet
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 124
Interpreti: Brie Larson, Samuel L. Jackson, Ben Mendelsohn, Judd Law Clark Gregg

Vers è uno dei guerrieri della Starforce dei Kree, in lotta con gli alieni mutaforme Skrull. Quando viene presa prigioniera e giunge sulla terra, però, scopre che i suoi pochi ricordi vengono proprio da lì. Solo unendo le forze con Nick Fury e il neonato Shield potrà forse trovare la spiegazione di chi è veramente…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La nostra eroina è una donna concreta, che usa i suoi superpoteri con compassione per proteggere i più deboli.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tra guerre interstellari e ricerche di fonti di energia potentissime, alieni che sembrano terroristi ma forse sono soltanto profughi in cerca di una casa, la storia di Carol/Vers è una scoperta di se stessa, che passa attraverso la riconquista del passato e la demolizione di alcune verità date troppo facilmente per scontate,
Testo Breve:

Marvel lancia il messaggio contro una cultura maschilista e che è giunto il momento per le ragazze di non farsi più dire dagli altri cosa fare e come lo devono fare, solo così potranno usare fino in fondo il potere che è già in loro.

Capitolo XXI della lunga saga che compone l’universo supereroistico della Marvel, Captain Marvel è anche il primo della serie che ha come protagonista assoluta una donna e un tassello imprescindibile sul percorso che terminerà a maggio con Avengers End Game. In questo senso il film gioca un ruolo simile a quello di Balck Panther lo scorso anno.

Proprio il confronto con quel film, uno dei migliori dell’universo Marvel a parere di chi scrive, è illuminante per capire la genesi e l’identità di Captain Marvel. Se Black Panther era pensato ed è compiutamente riuscito ad essere, non solo un blockbaster dai grandi effetti speciali, ma anche un evento culturalmente rilevante per il pubblico di colore, che finalmente trovava un eroe e un mondo con cui identificarsi, Carol Danvers, alias Captain Marvel, mira consapevolmente alla platea di ragazzine stufe di farsi dire che non possono fare certe cose.

Carol Danvers, lo scopriamo a poco a poco attraverso i ricordi che gli Skrull, catturandola, le fanno emergere, è stata una bambina testarda, amante della velocità e sprezzante del pericolo, un pilota coraggioso e audace (un po’ nello stile delle reclute di Top Gun), costretta a lottare con un mondo ancora molto maschilista deciso a metterla al suo posto.

Le cose non sono molto diverse tra i Kree, dove il suo comandante e mentore Yon Rogg (Jude Law) le ricorda sempre di tenere a bada i sentimenti che rischiano di offuscare la ragione e le impediscono di utilizzare al meglio i suoi poteri. È interessante da questo punto di vista il confronto con l’apprezzamento dimostrato da Nick Fury (un Samuel L. Jackson ringiovanito dal computer e membro di un ancora giovane Shild) per un giovane sottoposto che trova nell’istinto giusto la ragione per non obbedire agli ordini.

Quello che vuole dirci la Marvel (e lo fa, ammettiamolo, con una convinzione un po’ ridondante), è che è giunto il momento per le ragazze di non farsi più dire dagli altri cosa fare e come lo devono fare, solo così potranno usare fino in fondo il potere che è già in loro.

Tra guerre interstellari e ricerche di fonti di energia potentissime (risalta fuori il Tesseract, una delle gemme dell’infinito che ha attraversato vari film Marvel), alieni che sembrano terroristi ma forse sono soltanto profughi in cerca di una casa (ogni riferimento all’attualità è certamente voluto), la storia di Carol/Vers è una scoperta di se stessa, che passa attraverso la riconquista del passato e la demolizione di alcune verità date troppo facilmente per scontate, anche attraverso il confronto con l’antagonista skrull Talos.

Se la Marvel arriva seconda a mettere al centro di un film una supereroina (lo ha fatto prima la DC Comics con Wonder Woman), lo fa con una “agenda” assai più pronunciata, tanto che talvolta si è tentati di suggerire agli autori di andarci un po’ più leggeri.

In fondo la vera scoperta di Carol è quella di una forza che non sta in una intelligenza staccata dai sentimenti, ma nel riscoprirsi umana, e per questo fatta più di aspirazioni e desideri (Più lontano, più veloce, più in alto!) che di perfezione raggiunta. E questo è qualcosa che può valere per tutti.

Ad alleggerire il tutto, per fortuna, ci pensano i soliti siparietti comici della Marvel, l’ultimo cameo del defunto Stan Lee e una gatta rossa che è molto più di quello che sembra e che svolgerà un ruolo inaspettato nella storia.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CROCE E DELIZIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/07/2019 - 21:31
Titolo Originale: Croce e delizia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Simone Godano
Sceneggiatura: Giulia Steigerwalt
Produzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA, PICOMEDIA E GROENLANDIA
Durata: 100
Interpreti: Alessandro Gassman, Jasmine Trinca, Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano

Carlo è un vedovo cinquantenne, proprietario di una pescheria nella provincia laziale, che assieme ai due figli, la nuora e due nipoti, ha preso in affitto una casa sulla costa vicino Gaeta. L’appartamento è la dependance di una villa ampia e lussuosa, di proprietà di Tony, un divorziato sessantenne con due figlie, una nipotina e un burrascoso passato di infedeltà coniugali. Nascono subito le prime difficoltà e incomprensioni fra i due nuclei familiari così diversi come estrazione ma quella vacanza passata gomito a gomito è in realtà stata pianificata da Tony e Carlo. Debbono infatti annunciare alle rispettive famiglie che hanno deciso di unirsi tramite una unione civile e che la cerimonia avverrà fra tre settimane…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Se i figli si salvano per la loro generosità, i padri appaiono, egoisti e immaturi, portabandiera dell’ideologia dell’amicizia sessuata, secondo lo spirito della Grecia antica
Pubblico 
Maggiorenni
Per gli argomenti trattati
Giudizio Artistico 
 
Il regista Simone Godano riesce a imprimere un buon ritmo alla narrazione e i personaggi sono ben caratterizzati grazie agli ottimi dialoghi Qualche eccesso nel costruire situazioni caricaturali mentre la sottotraccia di un “film a tesi” non riesce sempre a restare celata
Testo Breve:

Due uomini sui cinquant’anni, uno vedovo, l’altro separato, comunicano ai loro figli che intendono aderire ai patti di unione civile, scatenando le più scomposte reazioni. Un film ben diretto e recitato, che tradisce però la sua struttura a tesi.

Diciamo subito due cose: che il film è ben realizzato e che, nonostante le apparenze, non parla di omosessualità.
Il regista Simone Godano ha saputo imprimere un buon ritmo al racconto, Jasmine Trinca e Filippo Scicchitano hanno interpretato con particolare sensibilità i loro ruoli, anche perché sono stati ben diretti. Anche la colonna sonora è efficace nel commentare al momento giusto gli eventi che accadono.  La notizia, comunicata fin dall’inizio del film che, Tony e Carlo intendono sposarsi (cioè firmare una unione civile), ha l’effetto di un sasso gettato nello stagno e innesca sconvolgimenti nei componenti delle rispettive famiglie, mettendo a nudo incomprensioni, conflittualità  mai risolte. I dialoghi, ben costruiti (molti sono gli a tu per tu) riescono a far emergere in modo progressivo il profilo di personaggi che appaiono reali, si forma in questo modo un bassorilievo con più volti che appare più incisivo del simile, per collegialità di voci, ultimo lavoro di Muccino: A casa tutti bene. Questi pregi finiscono per contrasto, per evidenziare alcune debolezze, come la contrapposizione troppo macchiettistica fra la famiglia ricca e snob e quella spontanea e coatta e lo strano stop-and-go del racconto, dove dopo una scena-madre c’è una breve sequenza di raccordo a cui fa seguito  una nuova scena-madre.

Dicevamo prima che il film non parla di omosessualità ma di qualcos’altro. Una persona viene considerata omosessuale quando percepisce una attrazione dominante verso persone dello stesso sesso e l’omosessualità è da tempo il tema preferito del cinema occidentale tanto da tradire, in molti autori, un sorta di adeguamento passivo alla moda corrente: anche in film dove il tema non è di primo piano ma la storia prevede molti protagonisti, è obbligatorio che almeno un coppia sia omosessuale. Si è però recentemente sviluppata una nuova tendenza, dopo che per anni tanti film hanno evidenziato le discriminazioni a cui erano soggette le persone con questa inclinazione. Vinta ormai, in tutti i paesi occidentali, la battaglia per la pari dignità dei due tipi di unione, omo ed etero, si è passati alla fase successiva, dove persone con una normale inclinazione eterosessuale, possono esprimere le loro simpatie, attestare la loro amicizia verso un altro, anche sessualmente. . Il primo film in Italia con questa tendenza può essere individuato in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino e ora questo Croce e delizia ne costituisce una continuazione ideologica. In entrambi i film i protagonisti sono persone che hanno relazioni con donne senza alcun problema (Carlo, vedovo, interpretato da Alessandro Gassmann ricorda che mai, in nessun momento, si è dimenticato della sua cara moglie). Nel primo una buona ’intesa fra studente e professore viene “arricchita” da un rapporto sessuale mentre nel secondo due ultracinquantenni, uno divorziato e l’altro vedovo (la storia è stata costruita in modo da evitare il tema dell’adulterio, com’era successo in Carol, dove la protagonista abbandonava marito e figlio per seguire la sua “amata”) hanno trovato, nella loro complementarietà, una intesa che si esprime anche in questo caso, tramite una relazione sessuale. In altri tempi, in altri contesti culturali, si sarebbe tranquillamente parlato di amicizia fra due uomini. Né si può parlare, in queste circostanze, di omosessualità ma più opportunamente di “amicizia sessuata”. E’ inutile sottolineare che, in entrambi i film, il principio ispiratore va cercato nell’antica civiltà greca. Per il primo si tratta di un caso classico di pederastia che trova l’approvazione dello stesso padre del ragazzo, perché ritiene che un legame “approfondito” anche sessualmente, possa essere utile alla formazione di suo figlio; nel secondo è uno dei protagonisti (la madre di Penelope, interpretata da Anna Galiena) a dichiarare che l’amore fra due uomini, nell’antica Grecia, era considerato più puro, perché libero dal vincolo della fecondità.

Tony  (Fabrizio Bentivoglio) resta un personaggio odioso dall’inizio alla fine del film: snob, narcisista, infedele, ha un approccio sereno rispetto alla vita solamente perché è una persona superficiale e irresponsabile.  Più articolato è il personaggio di Carlo (Alessandro Gassmann) che mostra una progressiva evoluzione: nelle prime sequenze, con le sue insicurezze, le sue nevrosi, sembra niente più che la classica caricatura di un omosessuale; verso metà film recupera la sua dignità di uomo, sapendo reagire a tono alle umiliazioni subite; nella parte finale recupera la sua capacità di essere padre e di porsi al servizio di chi è più giovane (in questo caso non verso suo figlio ma verso Penelope).

Proprio per questo, nonostante tutto l’impegno del regista e della sceneggiatrice, la relazione fra loro due appare poco credibile e tradisce la voglia di trasmettere un’’ideologia, quella dell” amicizia sessuata.  Due uomini sui cinquant’anni dovrebbero esser fieri di poter ancora esser utili ai loro figli, prendersi cura della formazione dei nipoti e questo dovrebbe costituire la forma primaria della loro felicità. Il fatto che pensino invece a cercare ancora insolite forme di amore tradisce il loro profondo egoismo e una grande immaturità.

Sul fronte dei figli, Penelope e Sandro sono le figure più belle, perché si interessano realmente dei destini dei loro padri e sapranno essere generosi nei loro confronti in un gioco di inversione delle parti, dove sono loro i saggi mentre i padri sembrano delle persone fragili e immature.

La frase più significatica, per comprendere l’atteggiamento che suggerisce il film, viene pronunciata dalla madre a Penelope, che la rimprovera di non aver mai reagito ai molti tradimenti del marito: “in fondo lui è tuo padre, non lo puoi cambiare: devi amarlo per quello che è”. Si tratta di una frase più desolante di quanto sembri in apparenza: noi siamo come monadi, imprigionati nel nostro io, siamo quello che siamo senza influenze reciproche, senza valori o beni da condividere, impossibilitati a trasformare e a migliorare noi stessi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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